L’occhio nero

UN FIOCCO AZZURRO

Ha cacciato un grido di gioia,
il gallo, all’accendersi del giorno.
Nel fitto bosco di betulle
l’antica zigzagante mulattiera
porta al cascinale sul groppo
del monte.
Dal poggio in fondo alla gola,
un campanile batte i suoi lenti
rintocchi stonati sul vecchio villaggio
ancora nell’ombra.
Sull’anta
dell’uscio di una casa
hanno appeso un piccolo fiocco
azzurro.
E’ nata una viola,
e il bosco è felice e fa festa.

L’OCCHIO NERO

Son qui ( mi vedi? )
in questa foto
che pare d’anteguerra, e siamo in tanti,
una folla che gesticola e s’affolla
in piazza
(ricordo, era domenica
mattina, e si usciva dalla Messa,
come si usava nel buon tempo andato,
ora morto e sepolto nei ricordi ).
È una foto panoramica col Duomo,
con il tizio che vende il granoturco
per le tortore, e il nonno col nipote
più in là, e Giovanni con la sciarpa
(era gennaio, forse, se non erro ),
e i due sposi di Rimini (ricordi?,
quelli rivisti l’altro ieri a Bergamo ).
Poi ci son io, al centro,
con il bavero
sù sopra il collo ( quello che ti guarda:
vedi che ti sorrido dalla foto,
e ti saluto con la mano alzata,
come per dirti:
Sono qui, mi vedi? )
Oh, è vero, sì, è difficile distinguermi,
ma son quello al centro della foto:
no, non lo spilungone con gli occhiali,
né quello col berretto a papalina,
ma l’altro, alla sua destra, sì, son quello
col sorriso ebete, il capotto,
la borsa sotto un braccio,
e un occhio nero.
Forse è un riflesso, o un non so che cosa
entrato di straforo nella carta,
pare l’occhio di un pugile suonato
da un uppercut
…pazienza, che vuoi farci?,
vedi che sporgo un braccio dalla carta
per prenderti una mano e venir fuori?
40
E tu mi guardi, ridi e fai la gnorri,
come da una finestra al primo piano,
ed io giù strada,
a suonarti all’uscio,
a chiederti di aprirmi e farmi entrare.
Pensa a quanti anni sto nell’album
in mezzo ad altre foto a far la muffa!
Anna, se sapessi che a non far niente,
chiuso stampato
in questa vecchia foto,
tra le pagine di un libro di ricordi,
a uno gli salta prima o poi il cervello,
forse, chissà, tu avresti compassione,
tirandomi fuor di qui…
Estràimi, Anna!
Se appena appena mi avvicini un dito,
qui, dove sono, al centro della foto,
(quello con l’occhio nero ),
io mi ci aggrappo
come a una fune. Tira sù, Anna,
aiutami, tira, tira forte, Anna…

OLTRE LA PIOGGIA

C’è chi va e chi viene
e chi resta.
Usci
che si aprono e si chiudono,
chi ha la faccia allegra e chi mesta,
baci, risate, lacrime, saluti.
Siamo gli occhi e la voce della gente
che va, che viene
e che resta,
siamo chi fa lutto e chi fa festa,
l’eternità e il tempo che ci serra,
il seme e l’angolo di terra,
i broccoli nell’orto
e il niente
in cui si muore e si rimette fiore.
Questo è il nostro mondo,
rotondo o triangolare
– Dio, patria, famiglia -,
il timido bagliore di un cerino
a un battito di ciglia dal sole,
Anna, mia Anna, qui ci vuole
non so quanta pazienza
e un po’ di penitenza. Anna,
lassù ci sta una nuvola
di pioggia. Andiamo
dunque di là, dove non piove.

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Una mano nella pioggia

PARLARE, PARLARE, PARLARE

Sono venuti in tanti, da lontano,
noti e non noti, visti e mai veduti,
amici e anche nemici, a branchi, a frotte,
vengono qui, si assiepano
al mio fianco
a dieci, a cento, a mille e più ancora,
tutti da me, mi vogliono abbracciare,
mi fanno festa e gridano il mio nome,
vogliono starmi tutti
ad ascoltare.
Con la necessità di starmi appresso,
e conoscermi e sentirmi chiacchierare,
mi cacciano i microfoni un po’ ovunque,
senza badare di non far malanni,
e tanto è l’entusiasmo che ci mettono,
che apro la bocca
e parlo, parlo, parlo.
Dopo tante giornate di silenzio,
dopo tanto star a ascoltare gli altri,
anch’io vorrei prima o poi parlare
con tutti gli altri intorno zitti e attenti,
e nessuno però che m’interrompa,
fino all’ultima parola,
al punto e basta.
Poter parlare finalmente anch’io,
una parola dietro l’altra, in fila,
e tutti a bocca aperta ad ascoltare
come oro colato il mio sproloquio,
senza una piccola sola sbavatura
od una pausa per tirare il fiato.
Dopo, alla fine, un solo battimani,
un unico gridare:
Bene! Bravo!

UNA MANO NELLA PIOGGIA

Una mano si sporge dalla pioggia,
e mi fa’ un cenno, come a voler dire:
Entra, non temere, senza ombrello,
credimi, che indugi?, non ti bagni,
che aspetti? Qui dentro stai al sicuro,
come fossi nel ventre di tua madre.

Titubo. E’ un mattino di settembre,
e viene giù una pioggia che non dico,
e in tutto quell’anomalo silenzio
sento la mano sopra la mia spalla.
Entra, ti dico…Ho deciso, ed entro.
Che cosa sia successo, non lo dico,
non posso, no, la mano me lo vieta.

E sono ancora qui, sotto la pioggia,
fradicio inzuppato, da anni ed anni,
la mano stretta al collo e senza ombrello.

FORSE AVEVA FRETTA

Se n’era andato via senza dir niente,
come da sua abitudine, un soffio,
non più, e poi si è spenta
la lampada da tavolo. E forse,
chissà, aveva fretta,
qualcuno lo aspettava, ed era tardi.
Era maggio, e trionfavano le rose.

Ora lo sento, flebile, un sospiro,
un colpo o due di tosse, ed un anello
o due di fumo di una sigaretta,
un battito di nocche, piano, all’uscio,
ma non ci sta nessuno, il giroscale
è tutto buio e vuoto. E sono solo,
eppure so che c’è, è lui, mio padre,
mi pare di sentirlo, e dico: Babbo,
sei tu? Ma la mia stanza è vuota,
vuota, e babbo non risponde.
Forse, chissà babbo aveva fretta.
Forse lo attendeva mamma, ed era tardi.

COME UN FUNAMBOLO

Vado come un funambolo in bilico
tra l’essere e il non essere, e, se cado,
cado in silenzio e senza che mi vedano,
come un gatto che va s’un cornicione
e non si sa né quando né se cada.
Mi sentono e non mi vedono: e vado
dentro di me con il fiato in gola,
non dico una parola che sia una sola,
rubando il tempo al tempo che mi è dato,
ma nessuno lo sa né grida al ladro.

ITALO BONASSI – UN GIRO DI VALZER

Ringrazio Luigi Maria Corsanico per la lettura, come sempre intensa e partecipe, di questa mia poesia.

Ad alta voce / En voz alta

Italo Bonassi ©
Un giro di valzer
da qui: https://italobonassi.wordpress.com/2018/10/24/in-principio-cera-il-buio/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Gustav Mahler, Sinfonia n. 4 – poco adagio
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

Dipinti di Lisa Grossman
https://lisagrossmanart.com/

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UN GIRO DI VALZER

Siamo estranei, e non è per noi,
viandanti senza patria, questa strada
dove si va,
non è la nostra terra
che giorno dopo giorno si calpesta,
e nessun posto qui è meglio degli altri,
nessuno alloggio o letto per dormire
qui è fatto per concederci riposo,
noi non si è di qui,
siamo stranieri,
esuli transitori di passaggio.
Tremante vorrei offrirti le mie gambe
per camminare fino alla mia terra,
vorrei poter portarti sulle spalle,
madre, e aver la gioia di danzare
con te, almeno
un solo giro di valzer,
con te che avevi amore e fantasia
e leggerezza di gambe per danzare.
Oh, lo faremo, madre mia, un giro,
lassù…

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La creazione

LA CREAZIONE

C’ero pur’io, – eccome no! – quel giorno
che Dio si svegliò e creò la luce.
Ero in disparte, dietro le sue spalle,
e, dalla posizione in cui sedevo,
vidi la luce accendersi al suo grido.
Poi, visto ch’era bella, si compiacque,
tanto che chiamò la luce “giorno,
mentre al buio dette a nome “notte”.
Venne la notte il buio, e poi il mattino
di lunedì,
il primo della Storia,
– è certo lo ricordo, poco o tanto
è per me, sì, come fosse ieri, –
così creò la terra, ed anche l’acqua,
e, soprattutto, già che c’era, il cielo.
Venne la notte, e poi venne il mattino
di martedì, e Dio
creò l’asciutto,
ed all’asciutto dette il nome “terra”,
ed al bagnato dette il nome “acqua”,
e vide ch’era bello e creò il verde,
e il verde chiamò erba, foglia, ortica,
e fu di nuovo notte e poi mattino,
– mercoledì, –
e Dio creò le stelle,
e gli anni, e i giorni, e i secoli, e i millenni,
e vide ch’eran belli, e tornò notte,
e poi mattino
– giovedì, suppongo, –
e Dio creò le bestie, ed eran belle,
e il giorno dopo, venerdì,
anche l’Uomo.
Poi, sabato, rifinì il suo lavoro
– qua e là una modifica o un ritocco
per completare l’opera, – e fu notte,
e ancora poi mattino,
una domenica
di sole, un suono di campane
a festeggiare il giorno del Signore.
Dio incominciò allora a riposare,
le mani in mano, a non far più niente,
comodo s’una nuvola. Era stanco,
perché anche Dio, si sa, si può stancare.
Io, in silenzio, dentro la sua ombra,
lo contemplavo intanto alle sue spalle
nell’incanto di un giorno di domenica
mattina tutto sole. E, nel frattempo,
Adamo ed Eva mangiavano una mela.

LE ROSE DI DIO

Il passato è il presente già futuro,
una splendida indicibile giornata,
una luce di una cosa mai esistita
qui, da noi, e ci dona arcani istanti
nell’oggi ch’è l’incanto di domani.
Poi tutto si fa buio e ci confonde,
il profumo d’immenso delle rose
di Dio, e noi si sarà presenti,
eterni, nel domani d’oggi e ieri.

NON OMNIS MORIAR

C’è un qualcosa di noi che sopravvive,
forse l’anima, alla polvere e alla pietra
con sopra il nostro nome, esattamente
come il profumo sopravvive al fiore
anche dopo che n’hai reciso il gambo.
Con me e con tutte le mie cose,
io me ne andrò, non tutto, solo in parte,
e sentirai battere il mio cuore
in sincrono col tuo e dei nostri figli,
il mio cuore di pietra. Me ne andrò
quando, spente le luci, sarai sola,
tu, museo del mio museo di versi,
amore mio, e mi muterai in canto.

Parole inascoltate

PAROLE INASCOLTATE

Nel silenzio della stanza dove siedo,
do fiato ai più reconditi pensieri,
e, nel sentirli, me ne stupefaccio,
cari e dolci al mio cuore, e, nel pensarli,
ne sento un alitare fioco e lieve,
come di notte quando vien giù la neve.
Li penso, e mi farfugliano qualcosa
di mio non mio, rabbrividenti,
mi portano parole inascoltate,
un rumore di marcia fuori tempo,
tanto son vecchi. Vengon da lontano,
a branchi. Me ne vado di soppiatto,
perché non se ne accorgano, leggero
anch’io come un pensiero, apro l’uscio
e sono giù in istrada. Un autotreno
carico di legname fa un fracasso
terribile. Mi esaspera ed esalta
tutto ciò che fa rumore e tace.

In principio c’era il buio

UN GIRO DI VALZER

Siamo estranei, e non è per noi,
viandanti senza patria, questa strada
dove si va,
non è la nostra terra
che giorno dopo giorno si calpesta,
e nessun posto qui è meglio degli altri,
nessuno alloggio o letto per dormire
qui è fatto per concederci riposo,
noi non si è di qui,
siamo stranieri,
esuli transitori di passaggio.
Tremante vorrei offrirti le mie gambe
per camminare fino alla mia terra,
vorrei poter portarti sulle spalle,
madre, e aver la gioia di danzare
con te, almeno
un solo giro di valzer,
con te che avevi amore e fantasia
e leggerezza di gambe per danzare.
Oh, lo faremo, madre mia, un giro,
lassù, di valzer, dove arriverò un giorno,
dove mi porteranno le mie gambe
– o le ali – lungo una via in salita,
dove si va, e indietro non si torna
– o forse, chissà, sì. –
E tu sai, madre,
porto dentro di me il mio destino,
sono il veliero
e il grido del corsaro,
e gioca e gonfia il vento il mio velame
tra misteriose nebbie e un’agitata
brezza di mare.
E ancora e ancora
tengo il timone fermo mentre avanzo
tra eteree trasparenze di cristalli
e luccicori d’ombre e cieli azzurri
con un corteo
di maschere grottesche
e risa di fantasmi, nell’incanto
di una vita che lievita silenzi
di passi di perduti pellegrini
ormai senza più età, eterni.
Lassù è la vita, lassù c’è la locanda
che ci concede alfine del riposo,
lassù c’è il posto
meglio di altri posti
per noi, camminatori senza patria.
Lassù è l’eternità di cui si parla:
godiamocela, dunque, madre.
È meritata.

NERO

Nella nera livrea del dopocena,
la coda di una rondine che guizza,
nera la coda, nero il guizzo e il volo,
bianca la pettorina della luna
e quella della rondine. Nessuna
cosa è più nera di cotesta sera.
Sorge dal sonno un lume spento, nero,
nella mia stanza ch’è ancor di più nera.
Laggiù, laggiù, verso Verona, neri
corrono sui binari neri treni
che portano passeggeri tutti neri,
tutta un’unica scia di luci nere.

LA CHAMPION

La Juve forse merita il paradiso,
od anche il Purgatorio. Non la Champion,
tanto per intenderci. Piuttosto,
metti che Dio lo voglia, anche l’Inferno.
Tutto, sì, tutto, non però la Champion,
la Coppa dei Campioni: non m’importa
chi la Coppa la vinca. L’importante
è che la vinca l’Inter. Non il Milan.

IN PRINCIPIO C’ERA IL BUIO

Il Creato è una cosa luminosa,
ma in principio Dio stava nel buio,
poi si stufò, e, pensa che ti pensa,
premé l’interruttore e fece luce,
e sparirono le stelle e venne il sole
consequenzialmente. E allora vide
che la luce era bella, e la divise
dal buio della tenebra. E si mise
comodo al sole per la tintarella.

LA VOLPE NELLA NEVE

Affondava i piedi nella neve
e la notte affondava fino ai piedi,
tutto un sospiro il fioco filo d’aria
tra i riccioli di bianca galaverna
sui cirmoli e i noccioli.
Ancora fresche
le orme di una volpe nella neve.
Il lago era di ghiaccio, le festuche
intirizzite dita di ghiaccioli
tutt’intorno alle rive, e non un grido,
un fischio, un chioccolio, solo un silenzio
di sonno, un non so che di arcano,
d’attesa di qualcosa,
e non sai cosa.
Una casa più in là, accanto al lago,
la neve alta quasi ai davanzali,
le inferriate infisse alle finestre
mezze sepolte, il ghiaccio come trine
penduli sulle gronde
e il cancelletto
in legno e lo steccato che delimita
il piccolo orticello, eran spettrali
mute testimonianze dell’inverno.
L’uomo camminava nella neve,
senza mai sostare, faticando,
a passi lenti e grevi, e ad ogni passo
sentiva alleggerirsi
e diventare
volpe, e i piedi farsi zampe,
zampe le mani e fulvo grezzo pelo
le vesti, e tramutarsi in coda
rossa e lunga le falde del giaccone.
L’alba filtrava
la sua prima luce
chiara, un gelido pulviscolo,
soffi di luce lievi come piume
sul candido guanciale della neve;
relitto della notte, una svanente
luna moriva tra gli abeti
e i cirmoli dormienti.
L’uomo volpe
rizzò gli orecchi. Un attimo. E scomparve.
Lieve il fruscio della sua lunga coda.
sulla neve, un non so che d’umano,
come di piedi. Non di zampe. Piedi.

Le poesie del lunedì mattina

UNA CARABATTOLA ESSENZIALE

Capita ci sia anche chi giudica
pure un ferro da stiro, e ne fa un uso
cauto ed acconcio per non deteriorarlo,
e ne discute a tavola o al bar
con moglie o parentame. E c’è chi ammira
e giudica con enfasi un fermaglio
(un’opera pregevole, un best seller
In quanto carabattola essenziale
per stringere e tener fermo un qualchecosa
che meriti di stringere). Di certo
tutto merita un’erma, un obelisco,
anche un filo di ferro ed un raviolo,
un piccolo capolavoro dell’ingegno
se al sugo od al ragù. Ma anche in brodo).
Anche perdersi in braccio ad una piovra
merita una medaglia. Alla memoria.

IL GIUDICE MONOCRATICO

Veda, mi fa il giudice, qui, in Italia
non serve che ci sia o no un reato:
tanto, si è noi i garanti della Legge,
e tocca a noi soltanto interpretarla
e scegliere con sobria oculatezza
colpevole e reato. A dirla chiara,
si prosciolgono gli amici e si condannano
gli altri. Tanto, hanno l’avvocato,
che vogliono di più? Lei, per esempio,
a proposito, mi dica per chi vota!

…corro subito a cercarmi un avvocato.

UNA BISACCIA VUOTA

Si trasfigura in angelo di luce
e lo vedo, così, a faccia a faccia,
il mio futuro. E’ la mia memoria,
non del passato,
ma dell’avvenire,
che mi ricorda come sarà un giorno
l’altro di me, l’io che sarò stato
nel mio futuro.
Ed allora, eccolo,
faccia a faccia, lo vedo con la mano
aperta ad un congedo. Sù, mi dice,
raccogli gli anni fatti, la tua storia,
e va là dove tutto è da venire!
Sì, sono abituato a morire,
– quanto alla vita,
io ne sono immune,-
ma cosa vuoi che porti?, non ho nulla
del mio passato, e niente del presente,
tutto è una bisaccia vuota, senza peso,
sono come una rosa
in sfioritura,
e il mio cuore non è che un rogo spento.
Brillano i vetri di una luce fioca,
oltre, c’è l’al di là,
il mio futuro:
basta squarciare il tempo con un grido
e son di là, ed oggi è già domani.
Grido, sì grido ancora.
Ed è il futuro.
Ora di là, a perdita di sguardo,
c’è il tempo da venire. Si fa luce
l’alba del mio piccolo avvenire,
un viottolo ove potere camminare
nella foto di famiglia
di domani.

LE GAIE PAROLE DELLA SERA

Ecco, in questo attimo
ti penso, ti dico una parola
– un attimo, non più, – mi basta l’attimo
che un attimo necessita
a esser attimo,
e getto nel silenzio del pensiero,
tra un attimo e l’altro, la parola
che basta a che tu l’oda come voce.
Oh, le gaie parole
della sera,
ch’escono dalle bocche delle donne
che chiacchierano sui balconi! Sono attimi
di parole evaporate coma aria…
Ecco, ora il mondo
è nelle tue pupille,
e anche le rose – le ami, tu, le rose, –
odorano di tutto ciò che ami,
ti danno l’allegria
di un maggio in fiore.
Cogline una, so che mi vuoi bene,
anche se non ci sei, però è come,
per me, se tu ci fossi. Ed io ti penso,
e, se ti penso,
tu lo sai ch’esisti.

CHISSÀ SE

Chissà se sia stato mai pensato
contemporaneamente un mio pensiero,
lo stesso medesimo pensiero
fatto da me, identico, da un altro.
Uno ci fosse, ecco, sì, vorrei
conoscerlo per fare io e lui un patto
ieratico, solenne un gemellaggio
cerebromentale di pensiero.

UNA FOTO DI FAMIGLIA

Ti avevo vista un giorno in una foto,
penso, chissà, un ritratto di famiglia.
Poi tutto è accaduto in modo strano,
e t’ho rivista in strada, e te ne andavi
camminando a passi rapidi e leggeri,
e non potevi certo immaginarti
che ti avevo già vista in quella foto.

La via era deserta, ed eri sola,
non sapevo se raggiungerti e parlarti,
ma non sapevo quale nome darti
mentre un fil di vento fresco e gaio
ti alzava un po’ la gonna con malizia
e ambigua timidezza. Ti chiamavo
Anna, Maria, Teresa, Elisabetta,
nomi di donne che non conoscevo,
ma tu non ti voltavi e proseguivi
per via leggera come una farfalla,
ed io avevo altri nomi nella bocca,
e li gridavo: Norma, Clara, Lilia,
Paola, Barbara, Virginia,
ma più che ti chiamavo e più tu andavi
di fretta, irraggiungibile chimera
sparivi in lontananza. Oggi ho aperto
l’album col ritratto di famiglia,
ma il tuo posto era vuoto, eri sparita,
te n’eri andata via anche dall’album.
Marta, Giovanna, Bice, Antonia, Anita,
dimmi dove sei, dove sei andata.

Ora la via è deserta, e son qui solo,
non ci sei nell’album e neanche in strada.
Franca, Cecilia, Gemma, Giulia, Rita,
non so dove tu sia, ma torna, Chiara!

Le poesie del 19 settembre

I BENPENSANTI DEL PENSIERO

Quando d’un tratto viene giù la sera,
e fai il conto del fatto e del non fatto,
resti inerme e assorto a meditare
come diventa tenero il silenzio
di ciò che t’è sfuggito all’attenzione
(il mesto gocciolio di un  rubinetto
che perde, il cigolio di un chiavistello ),
un conforto ch’è quasi un’occasione
di una fuga piacevole e discreta
dal rumore del tempo che ci assorda,
un fatto d’elezione da filosofi
professionisti benpensanti del pensiero.
Se la circostanza vuol che muori,
sei libero di farlo. Vedi tu,
Basta credere o no alla circostanza.

L’IDIOZIA DEL SAVIO

Lo stupido ha un qualcosa d’incrollabile:
la fede nella sua stoltezza
che crede intelligenza. Anche Flaubert
ha provato una certa sofferenza
per la stupidità che l’affliggeva
dandosi il patentino del genio.
Ma è una vocazione primordiale
la vanità dell’imbecille,
la cui stupidità si fa esclusiva
fino a erigersi a culto di sé stesso.
Ma a tanti piace, anche se contagia,
come una donna tisica e attraente,
l’immarcescibile  idiozia del savio.
Consoliamoci: savi od imbecilli,
poco o tanto, si è tutti dei cretini.

GLI OZI DI ROVERETO

Amico mio, mi spiace dover dirtelo,
ma oggi non ho fatto proprio niente,
niente di niente, assolutamente
davvero niente, e, quel ch’è più importante,
oltre a non aver mosso neanche un dito,
neppure quello mignolo, c’è il fatto
di non avere fatto scientemente
nulla d’utile o disutile. Fra tanta
e tanta gente intenta a far qualcosa,
non sempre a fin di bene, – anzi invece
càpita a fin di male,- è molto meglio
starsene bell’e comodi in poltrona.
A far che cosa? A oziare. Beh, sì, insomma:
gli ozi di Rovereto,e non di Capua.

DULCIS IN FUNDO

In un giardinucolo dietro casa
c’è il nonno che zappa via le ortiche,
nella torrida asprezza di un sole
rancido, che pare andato a male.
Nell’ammirevole armonia del giorno
che va verso l’occaso, le mimose,
gloria di Dio, sono in pieno fiore.
Una presa, un tocco, un granellino
che Dio, un buongustaio, ci ha donato
mettendoci del Suo, il tempo, il sole,
la zappa, il nonno, l’orto e le mimose,
e, dulcis in fundo, perché no?, le ortiche.

Dio, io ti ringrazio, e mi scappello

SFUMAVANO LE COCCOLE NEI PRATI

Un mattino di un sabato andavo
di corsa rincorrendo qualcosa.
Una foglia volava sospinta nel giovane vento,
volava danzando indifesa
tra piccoli refoli.
Volevo,
tendendo le mani, rincorrerla
e stringerla in pugno. Trepidavano al sole
e nel vento i lenzuoli distesi a asciugare
lassù, sui balconi.
Ed il cielo,
bluastro d’estate dopo l’ultima pioggia,
si tingeva di un vivo stupore
di luce. Correvo dietro la foglia,
e intanto scendeva la sera
ondeggiando nel vento.
Sfumavano
le coccole secche nei prati,
e tutto sfumava correndo nel tempo,
il sole, i lenzuoli, i balconi,  la sera,
i prati con le coccole bianche
di brina. Correvo
stremato dal gelo,
la fronte gelata da bave di brina.
Ma stringevo nel pugno il trofeo
della foglia straziata dal gelo.
E Dio intanto, sù in alto, nel cielo,
mi stringeva a trofeo
nel suo pugno.
Ondeggiavano nel sole i lenzuoli
di Dio, lassù, stremati dal sole.

Italo Bonassi – Una sensazione straordinaria

Rebloggo la mia poesia Una sensazione straordinaria dal blog Ad alta voce, letta splendidamente da Luigi Maria Corsanico, che ringrazio di cuore.

Ad alta voce / En voz alta

Italo Bonassi
Una sensazione straordinaria ©

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Pyotr Ilyich Tchaikovsky
Le Stagioni, Op. 37
Marzo: Canzone dell’allodola
Harvey Lavan “Van” Cliburn Jr.

Immagini:
“Nuvole, cieli del Cile” di L.M.Corsanico
Mandorli, foto dal web

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Italo Bonassi
Una sensazione straordinaria ©

Oggi c’è un forte vento di scirocco,
e la gente che passa dice: Piove!
Penetra tra i rami e li percuote
nell’ostinata cavalcata solitaria
tra nubi e sole, una corsa folle
sui pascoli verdissimi del Baldo.
Il sole viene e va a tratti,
entra in un folto bigio nuvolame,
poi trova un varco, un attimo, e scompare,
tutto un entra ed esci, luci ed ombre.

Marzo ha panorami favolosi,
se guardi verso le campagne: i mandorli
in fiore, e i prugni e le rosate
splendide tamerici e i gelsomini
gialli paion vestiti per la festa.

Anche il mio cuore s’è cambiato d’abito,
mentre in silenzio vado…

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Se Dio apre la bocca

L’UNDICESIMO COMANDAMENTO

I Papi d’oggigiorno scrivono encicliche
contro l’uso, od abuso, dei telefoni
chiamati cellulari: fanno male,
soprattutto se si usano alla guida
di una macchina. Mosè ha dimenticato
d’inserire nella Tavola delle Legge
il peccato di guida col telefono.
Undicesimo comandamento: qui
ci vuole un aggiornamento sul maluso
del telefono. Pensaci, Bergoglio…

ROSE ROSSE

L’onda, calma, si rompe sulla riva
a un formicolio di vento appena mosso.
La sera non ha fretta, si fa lunga
l’ora del pomeriggio, e in fitti stormi
vanno come pregassero gli storni
nell’azzurra foschia dell’orizzonte.

Guardo e non parlo. L’afa si sfa in lampi,
zigzagano silenziosi sullo Stivo
sfregi di luce innocui senza tuono,
effimeri fuochi fatui. Il lago sciacqua
tutta l’acqua che riesce a far sciacquare,
un vieni e vai nel tempo che par fermo.

E pare ferma l’ora che si smèmora
calma nel cuore di un meriggio afoso,
pigro d’un’amorevole indolenza
che si stempera nel volo di un gabbiano,
lento e pacioso, al sole che l’accende
di una raggiera d’oro. Rose rosse
chiedono da un muricciolo un poco d’acqua,
come bocche che piangono la sete.

SE DIO APRE LA BOCCA

I garofanini nelle aiuole
sgranano i loro piccoli occhi
nell’allegria delle primule di bosco.
Ho serbato per te
le mie parole
in questa luce piena di letizia,
leggere come i pappi del soffione.
Mentre il grillo sonnecchia,
la cicala
recita il suo noioso abbecedario.
Tempo d’eternità. M’investe a fiotti,
fradicio di guazza – e mozza il fiato -,
un respiro di aria
foglia a foglia
a fianco del roseto dove attendo
di vivere la vita che ci resta.
Ho gettato la mia voce
al vento,
lieve bisbiglio senza più parole,
come uno sbadiglio, un frizzo d’aria.
Tempo d’eternità.
La disperata
rumorosa allegria delle cicale.
Se prima o poi Dio
apre la bocca
chissà cosa ne esce: se un sussurro,
un grido, una risata.
O uno sbadiglio.

L’INUTILITÀ DELL’INUTILE

Non so se sia più utile l’inutile
o più inutile ciò che credi utile,
né se valga la pena di discuterne
o di leggerne o almeno di pensarne:
l’utile è un po’ come l’inutile,
diciamo ininfluenti e relativi.

Io, da parte mia, son consapevole
che l’utilità possa trionfare
perfino sull’inutile, perché nulla
è più utile dell’inutile, ogni cosa,
ogni fatto, ogni vicenda, ogni persona
conta l’attimo che scocca, e poi si annulla.
E ci sorprende una sorta di stupore,
come un particolare smarrimento
di fronte al constatato Nulla storico
dello smarrirsi delle cose utili
che si mutano in inutili e svaniscono
nella fralezza del dimenticatoio:
l’unica cosa utile è l’inutile
inutilità di ciò che sembra inutile

LA GUFITA’ DEL GUFO

Con metodica insistenza
il gufo chiama dalla torre.
Ci dovrà pur essere un qualcosa
della dignità di un gufo
che gridi
un suo messaggio
di pena che ci eguagli
ed affratelli nel dolore,
e, comunque sia, che ci avvicini,
noi uomini e lui bestia,
un non so che di lui
che ci appartenga.
Ci siamo costruiti
recinti, che non si può violare
se non sentendoci umiliati,
tra noi e loro, gli animali,
e rimarchiamo ciò che ci distingue
sul metro dei meriti acquisiti
come un’esclusiva di sapienza
e ingegno,
e li teniamo a bada,
non senza qualche ambiguità,
perché non sono altro che animali.
E non ci sono ipotesi
diverse, impossibile ogni dubbio,
ad ognuno il suo,
a noi la nostra umanità,
a lui la gufità
che lo fa bestia.
E non si sa perché, insistente,
il gufo, ad intervalli regolari,
ci grida con metodica insistenza
il suo diritto
a chiamarsi gufo,
di cui lui solo può averne l’esclusiva.

@ Italo Bonassi