L’uomo che morde un cane

I MORTI NON BUONI

Il 10 febbraio: giorno del Ricordo delle vittime delle foibe

De mortuis nihil nisi bene
Oh, se i morti potessero parlare
– dico dei morti che non fanno cronaca,
sì, di quelli senza aureola, i morti
piccoli, di serie B, i contestati, –
invidierebbero di certo i morti buoni,
quelli di cui si parla e che si onora,
com’è giusto che sia, perfino a scuola.
Bastano anche pochi morti buoni,
morti per la libertà – e a cui m’inchino, –
per essere commemorati a Malga Zonta.
La fortuna di essere i morti buoni.
Ma dite ai giovani: i morti sono morti
anche senza un punto e virgola di storia.
Dite che onorino i morti che non contano,
quelli gettati vivi nelle foibe.
Li aggiungano a matita, a piè di pagina
nei testi scolastici di storia
che li ignorano perché non son morti buoni.

L’ATTIMO DELL’ETERNITÀ

Quante volte mi è mancato un qualchecosa
per non essere più niente…
Un soffio, un bah
di un attimo, un infinitamente piccolo,
il micron di un millesimo di un tempo
ridotto a una bazzecola,
e mi resta
un po’ come una straniante sensazione
di perdita, un mancato ottenimento
del Nulla niente.
E non c’è verso
di chiedere un qualcosa di ripiego
del Niente,
– che so, una mancanza
totale, un assoluto vuoto
del minimo del minimo, uno zero
seguito da una virgola e da un numero
di zeri all’infinito, –
in cui sedermi
comodo a contemplare trattenendo
il fiato, e non per servilismo
becero, né come
un’insaziabile ambizione,
l’attimo in cui Dio mi rende eterno.

L’UOMO CHE MORDE UN CANE

Un cane che morde un uomo non fa cronaca,
la fa l’uomo quando morde un cane.
Leggo s’un quotidiano: “Un pensionato
ha fatto a pezzi un tizio con un’ascia.”
Bene: la stampa è sempre lì, in agguato,
a descriverne i particolari,
il mostro di via Trento in prima pagina,
per vendere più copie, con la foto
della vittima, del mostro, della zia,
della nuora, del genero e dell’ascia.
Mai ho letto una volta sui giornali,
neanche un trafiletto in basso a destra,
di uno che non ha mai fatto niente,
né gli frulla l’idea di far qualcosa,
– non uno stupro, né un abigeato,
né due passi al centro verso sera
per un caffè o giocare a rubamazzo. –
Non un rigo di cronaca che dica:
“È andato al bar di sera con la moglie
per un caffè corretto con la grappa,
con un tanto di foto in prima pagina.”
Ovverossia che non ha fatto niente.

CON L’IMPRIMATUR DI DIO

Io non so dove Dio inizi,
né dove Dio termini. Mi affascina
il pensiero che inizi col mio inizio
e termini quando io termino. Un dio
piccolo, tutto mio particolare,
con l’imprimatur del papa. Ed un mio
piccolo paradiso personale,
con l’imprimatur di Dio, e non del papa.

(O sono io Dio, senza saperlo.)

OGGI O IERI

Com’è vuota di parole oggi la sera,
non una voce, un suono, un giro d’echi
di un vento tra le foglie…Indaffarato,
attimo per attimo, il tempo
avanza, mi supera, mi prende
le misure, mi sberleffa,
mi dà una vaga voglia di gridare.
E invece taccio. Un piccolo barbaglio,
frammento di una luce che trapela
dall’uscio semiaperto, mi ricorda
nel buio una fiorita
cascata di mimose. L’orologio
del tempo ora si ferma.
E non sai se sia oggi oppure ieri.

TEMPO E NUVOLE

Non ci rivedremo forse mai,
o, se sì, noi non lo sapremo;
ma il tempo è come queste nuvole che vanno
via, e non lo sai
quante vadan via e quante torneranno,
perché tu sei chi sei e chi non sei,
non ti rammenti più da quanto
tempo vai,
e i nostri nomi e i nostri volti
son nuvole che vanno o che ritornano
dal di là al di qua,
un unico eterno andirivieni.
E tutto invece pare fermo,
dolce, anzi dolcissimo, e i tuoi passi
scricchiano sulla ghiaia
della strada,
e anche tu, labile memoria fatta scala
in salita,
anche tu vai via e scricchi.

UN PICCOLO GRIDO NERO

C’è una rondine, alta, che vola
sopra i comignoli delle case.
Pare un piccolo grido nero
paragrafato in una mia parola,
un cielo senza nuvole. La vedo
in una dimensione nuova,
unica, un grido
di rondine, stupore
attonito di un attimo
che muore. Malinconia e gioia
di una mia parola che vola.

OH, AMICO FIUME

Malinconia della tua liquida voce
nell’incupire dell’onda.
Tu sapevi di monte, di erba,
di canne. Oh, amico fiume…

Danzavano lievi le folaghearli
nel sole d’autunno. Cantavano
donne, le donne odorose
di mele. Cantavano
e ridevano. Correvo,
gridavo e correvo
cantando
nel giallo silenzio del sole.

UNA BANDIERA NEI SOGNI

Talvolta una bandiera
sventola nei sogni,
colori in tripudio mi portano
reminiscenze di angeli.

Tempo d’autunno: il pianto
è nelle mie vene
calde di sole ancora.
Un volto (chissà quale!) evanesce
da lontananza ignote.

Notti dolcissime: a voi, elfi dei sogni,
io chiedo requie e immagini
di paradisi ancora miei.

OCCHI DI DONNA INESISTENTE

Una tenda si muove ad una mano
che scosta appena il lembo, e a due occhi
che guardano giù in strada, dove io,
immobile, incantato, sto a guardarli,
sospeso a mezza via tra terra e cielo.
E sfuma, chimerica illusione,
quell’epifania che mi commuove,
quei begli occhi dolci che trascorrono
nel tempo e rimangono in eterno
a un aprirsi e rinchiudersi di tenda.
Il sole catturato da quegli occhi
è come un grido che si ammutisce
nel tempo taciturno. Mi rimane
una tenda, una finestra, un davanzale
e due occhi di donna inesistente.
Cerco un qualcosa in cui ancora credere,
un appiglio ove ancorare la memoria,
che mi riporti il sole di quegli occhi
mentre attendo incantato giù in istrada,
mentre è tutto nuvolo e già piove.

GLI ANGELI FANTASMI

Ricordo un focolare domestico
e il grembo di mia madre ove posai
il capo da fanciullo. Un paradiso
che non contiene altro più che il nulla,
un’irrealtà di cenere, di scorie,
una camera da pranzo disertata
e un corridoio con le luci spente,
dove più nessuno vi cammina,
solo mamma, e qualche angelo caduto.
Restan solo degli angeli fantasmi,
senza più ali, nell’oblio del tempo,
a costruirmi, al di là del limite,
un orizzonte nuovo, ma non vedo
né angeli né orizzonti, perché tutto
stagna confuso in un’entità di sogno.

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La mosca nella tazza

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio,
anche se però poteva farlo meglio.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

LA MOSCA NELLA TAZZA

Come fosse una questione di sensi,
o di pelle, di vista, oppur di olfatto,
preferire il sentimento alla ragione,
l’anima che mette sottosopra
il traffico dei pensieri, e li imprigiona
come gatti selvaggi nel cervello.
Si tratta di non esser prigionieri
dell’ignoranza del saggio, qui ci occorre
una tecnica per estrarre in qualche modo
una mosca ch’è caduta nella tazza
del latte col caffè, identificarne
il nome entomologico, l’età,
e mettici anche il sesso. E guai a illudersi
di giungere a risolvere il problema:
cerchi il punto che ti sfugge, l’aggancio
col dito o col cucchiaio l’esperienza
dei nostri limiti di spazio e di tempo
per un non sai se certo compimento
di libero pescatore senza lenza
né esca. Un pensiero debole,
ma una connessione intellettuale
tra me e lei, il senso della morte
e della vita, un vizio, una iattura,
una solidarietà tra uomo e mosca.
Io, sperduto in questo mio non tempo,
lei nella pietà di un caffelatte,
piccola cosa anonima tra il vuoto
e il nulla del suo indiscutibile
diritto di vivere da mosca.

VOLA LA RONDINE SUL PRATO

Vola la rondine sul prato
nella maturità del giorno,
mezzo pomeriggio se n’è andato,
larga parte del cielo è azzurrofumo.
Un volo, il suo, ch’è un volo senza ritorno,
o, s’è un ritorno, non ha dove posarsi;
ciò che c’era non c’è più, non un indizio
che indichi la via che porta al nido.
Forse viaggiar così, senza trovare
un nido è un volare senza ritorno.
Vola la rondine al tramonto
di uno spicchio di cielo rosafumo.

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre…E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre, ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
e senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare.

Un po’ più in là

PIC NIC DOMENICALE

Cestini sulle tavole,
e donne grasse e uomini in camicia
e ventagli e profumi e un chiacchiericcio
confuso sotto ombrelli parasole
e la smania delusa dei ragazzi
che attendono la torta con la crema
in un placido meriggio a metà estate.

Due violini strimpellano nell’ombra,
Sogna, Maria, sogna,
perché oggi è domenica e domani
un’altra settimana ci divide.

Screzia il sole lo scialle delle nuvole,
per noi, poveri cristi un poco santi
e un poco peccatori, un sole rosso
d’estenuanti pomeriggi tutti uguali
di domenica, a graffiare
la sacralità del tempo che s’invola.

GLI INESISTENTI

Mi mormora delle parole che non mormorano,
poi serra le labbra e ammutolisce.
Chiude la busta e ci scrive l’indirizzo
con una penna che non è una penna,
anzi, non c’è né penna né indirizzo.
Si alza dalla sedia e va alla finestra,
anzi, non c’è una sedia da cui alzarsi,
come non c’è uno straccio di finestra,
né c’è la casa, no, non c’è una casa
che abbia una finestra dove andare
alzandosi da una sedia. In due parole:
ci sono solo io, ma non esisto,
ma un giorno esisterò. Chissà. Forse.
la sacralità del tempo che s’invola.

L’IMPOETICO CANTO

Ho amato delle cose mai esistite,
che mai probabilmente esisteranno.
Me le creavo come fosser vere,
estraendole dall’oblio del Nulla.
Cose dai mutili orizzonti
dell’inesistere, ombre smarrite
in cerca di riscatto, come spighe
nel tacito granaio del silenzio.

Cose, vi amo perché non esistete,
e mai esisterete. Per voi scrivo
questo impoetico appassionato canto.

DIO È MORTO

A un metro o poco più dal cielo,
allungo, per toccarlo, un braccio;
sento che c’è del duro, spingo forte,
niente da fare, perché ci sta un muro.
C’è una voce, di là, che fa’: Che vuoi?
Titubo un po’, e poi dico: Cerco Dio…
Dio? mi fa’ l’altro, non c’è più, è morto.
È un angelo, affacciato a una finestra
alta del cielo, a dirmelo, e la sua
è una voce che sa di un Paradiso
perso, disabitato. Un sordo suono
lontano di campane sparpagliava
al vento un rauco miserere
di colpi di battocchio. Dio è morto…

INSANIA

Alzo una mano e poi l’altra,
e tutti gli altri le alzan tutt’e due,
volto il capo all’indietro, e tutti gli altri
lo voltano all’unisono all’indietro,
m’alzo e poi mi siedo, e tutti gli altri
fan come me, si alzano e si siedono,
e sempre tutti insieme ci mettiamo
contemporaneamente a fare un passo
lento di danza, un valzer, e ritorniamo,
e sempre tutti insieme, al manicomio.

SE TI TOCCO CON UN DITO SULLE LABBRA

Ha ragione chi dice d’aver torto,
ed ha torto chi dice che ha ragione.
Non c’è nulla da dire né da fare
se uno che parte dice ch’è in arrivo:
la verità non è che sia sempre vera,
e la menzogna è a volte veritiera,
tutto dipende come la s’intende.

Se ti tocco con un dito sulle labbra,
prima controllo che ci sian le labbra,
poi vedo se ci ho il dito, ed appurato
che tu ci hai le labbra ed io il dito,
ti tocco e poi ti dico: Non parlare!

Càpita, sì, a volte, che tu intenda
che io ti dica: Parla! E allora taci.

DIETRO L’ANGOLO

Oggi, svoltato l’angolo, ho incontrato
Dio quasi per caso, ma era di spalle,
stava svoltando dietro un altro angolo
sfuggendomi alla vista. Affascinato,
presi l’aire e raggiunsi l’angolo
e lo svoltai, e lo rividi ancora,
sempre di spalle, un attimo, svoltare
anche stavolta dietro un altro angolo.

Quanti angoli mi toccherà svoltare
prima di raggiungerlo, e quanti
angoli Lui continuerà a svoltare,
sempre di spalle, e quante volte ancora
gli griderò: Dio fatti guardare!

NATALE ROVERETANO

Natale amico, giorno caro al cuore,
palpita nel vespro un mutevole
giro di vento, il guscio della luna,
alto sui tetti, pare una particola.
Porto con me, strizzata come un panno,
l’anima prima di recarmi in chiesa
– forse ha una macchia d’unto, – in ogni caso
ne sgocciolo lo sporco, e mi redimo.

Penso: Mio Dio, perdonami, non trovo
più le parole adatte alla preghiera.
Sento un respiro – o è l’aria della sera, –
passa qualcuno, ma non fa rumore,
mi lascia un segno, il lampo di un sorriso,
e se ne va, e saluta con la mano.

Come brontola il vento sul sagrato!
Un suo singhiozzo m’entra nella gola,
forse qualcuno piange, e sono solo,
non sono io che piango, perché prego
dentro di me. E mi sento strano…

UNA MANO AGGRAPPATA AL DAVANZALE

C’è una mano aggrappata al davanzale
di una finestra con le ante aperte.
Dal dentro della stanza s’odon grida
di chi tenta impedire al proprietario
della mano di lanciarsi giù nel vuoto.
Uno appoggia una lunga scala in legno
sul muro sottostante la finestra
con la mano aggrappata al davanzale.
L’urlo di una sirena in lontananza
dei vigili del fuoco. Troppo tardi.
Odo il tonfo della mano sul selciato.

UNA SEDIA PER DIO

Pensa come sarebbero felici,
i morti, se gli offrissimo una sedia:
dopo anni di una vita di sdraiati,
diamogli una sedia, e che si seggano
più comodi anche loro sotto terra.
Che si prendano quante sedie ne han bisogno,
e se ne stiano seduti a chiacchierare
di quello che si chiacchiera tra noi,
fino a quando non li chiamano sù in cielo,
com’è giusto che capiti, ed allora
ce la tengano occupata sotto terra
mettendoci sù il giornale od un cappello.

E date anche a Dio lassù una sedia:
in fondo, se la merita. E si segga
guardandoci finalmente un po’ più comodo.

UN PO’ PIÙ IN LÀ

Scosta la sedia un po’ più in là, e vedi,
sopra di te, il cielo, e, sotto, un grillo;
davanti, ci sta il monte, e, dietro, il muro
che delimita l’orto – poca cosa,
due melanzane e un cespo d’insalata.-
Tutto è di Dio, ed anche tu e la sedia,
tutta un’irrealtà che pare vera,
ed anche Dio, lassù, pare irreale,
veri e irreali il vento e la pioggia
e la gronda che gocciola tranquilla,
vera e irreale l’acqua che la bagna,
ed altrettanto il nonno sulla sedia
che chiacchiera più in là, e vero io,
che scosto un po’ più in qua la sedia,
ov’era prima, da dove non si vede
il sopra, il sotto, il davanti e il dietro,
dove la talpa dorme e il grillo tace,
e pure Dio, lassù, ci lascia in pace.

Lettera a mio padre

LETTERA A MIO PADRE

CARO BABBO,
ti scrivo, e so che tu mi stai leggendo; sono sicuro che voi anime potete vederci e sentirci come foste qui con noi, l’eternità non contempla né tempo né distanze, anzi, ne è lo zero assoluto. Ti scrivo, ed è difficile non commuovermi, non provare come un vago senso di spaesamento, come se mi mancasse l’orientamento giusto per tenermi in contatto spirituale con te, eppure ho la sensazione che sei qui accanto, sento che sorridi leggendo man mano queste mie righe, e forse anche tu ti stai commovendo come me, ammesso che voi anime possiate provare le stesse sensazioni di noi quaggiù, come la commozione, la trepidazione, la tristezza, la gioia, l’allegria, la frustrazione, ed altro ancora.
Sei qui accanto a me, e magari guardi con meraviglia e curiosità questo complesso aggeggio che si chiama computer, con tanto di video, tastiera e stampante, quando tu eri quaggiù ancora non c’era, è tanto che te ne sei andato, e nessuno più va con quella specie di Vespa antidiluviana di cui eri fiero, e con la quale siamo anche andati a sbattere contro il ponte di ferro, quello in fondo a via Manzoni, ricordi?, eravamo seduti sull’unico sellino, io dietro di te che mi tenevo stretto avvinghiato a te, per non cadere, con la gamba destra ingessata, e abbiamo sbattuto contro la spalletta del ponte, perché la mia gamba ingessata ti aveva impedito di andare col piede sul freno mentre curvavi per attraversare il ponte. Ricordi, babbo, il volo che hai fatto giù nel torrente Passirio, per fortuna nell’acqua, altrimenti ti saresti spaccato sulla roccia, ed io, a terra con la mia gamba di gesso, a vederti portato via dalla corrente, ammutolito dal terrore, e una donna lì vicino che mi gridava: Ma che fa lì?, si butti giù e lo salvi! Ricordi, babbo, come sei riuscito a cavartela, a portarti a riva con poche vigorose bracciate e a risalire il muro inclinato che faceva da argine, la testa insanguinata ma salvo? Ricordi che siamo rimontati sulla sella e siamo andati all’ospedale, la Vespa un po’ ammaccata, io per farmi togliere il gesso e tu per farti medicare? Che testa dura che avevi, babbo! Bisogna avere la testa dura quando si va in Vespa, altro che casco! E chi portava il casco in quegli anni? Altri tempi, sì, altri tempi…
Ma babbo, sto scrivendo un po’ a vanvera, così come mi assalgono man mano i ricordi pensando a te. E ho anche scritto due poesie, lo sai, su te e la tua Vespa. Eri come un Centauro, l’uomo-Vespa.Scusami, babbo, ma mi accorgo che adesso tu ti stai commovendo, sì, mi pare di sentirti anche piangere, in silenzio. Il pianto dei babbi…Ma ridiamoci sù, tanta acqua è passata, forse è passata anche tutta quella del Passirio, compresa quella in cui sei
caduto dentro. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, quell’acqua che ti ha portato via per una decina di metri c’ è ancora, non nel più nel Passirio ma nell’Adriatico, con l’acqua di tutti gli altri fiumi che vi vanno a morire. Ma se potessi coglierne in una brocca anche solo mezzo litro, quell’acqua che magari porta ancora qualche goccia di sangue della tua dura capoccia, me la metterei in un’ampolla, e me la conserverei con amore sul tavolino accanto al computer, e direi agli amici: Questa è l’acqua benedetta che porta le stigmate di mio padre.

Tuo figlio Italo

P.S. Ti invio questa mia per posta aerea, così ti giunge prima. Sperando che non ci sia un altro sciopero dei piloti. Ti prego di confermarmi il recapito come sempre fai per via onirica.

( DAI QUADERNI DEL GRUPPO POESIA 83, MAGGIO 2016 )

Le poesie di Capodanno

L’UOMO CON L’OMBRELLO

Piove. Sì, piove dappertutto,
la pioggia fa quel che può, e piove
sulla città, sulle vie, sugli orti,
piove sui colloqui dei piccioni
nel parco di via Dante, piove, piove,
tumultuosamente sulle case
(quelle che ci sono), sulle bici,
sui taxi, sui lillà e sulle ambulanze,
piove sulle gronde, sui comignoli,
compresi gli abbaini e le cimase,
piove dappertutto, o almeno pare,
però non sulle stelle, troppo alte,
e la pioggia discende ma non sale.
Va col passo lento un uomo.
Non piove su di lui, perché ha l’ombrello,
perciò su lui non piove. Lo contemplo
con simpatia. Mi pare di conoscerlo.
Ma sì, son io! Son l’uomo con l’ombrello.
Mi dà un’occhiata, e fa: Ma sì, son io!
Poi caccia una risata e scompare.
Ma solo lui. A terra c’è l’ombrello,
l’unico che resta Sì, l’ombrello,
chiuso, perché è ritornato il sole.

GIOSUÈ E IL SOLE

Il sole si è fermato lassù in cielo,
come per ammirare l’universo.
Povero sole, tutto fuoco e luce,
solo uno una volta ti ha fermato,
solo una volta. Chi ti ha fermato
è un certo Giosuè. Pietrificato,
fermo, in attesa di un suo grido,
il sole della Bibbia si è fermato.

Io no sono Giosuè, tento lo stesso,
forse mi riesce. Chissà che non riparta.
Va’, gli urlo, cammina!, e lui riprende
il lungo suo celeste itinerario,
ed io sotto di lui, esterrefatto,
fermo, quaggiù, a domandarmi
se mi prenda per quello della Bibbia.

DI LÀ SI RIDE MEGLIO

Forse non ci convincono a priori
le ipotesi
s’una resurrezione
del corpo, il solito battibecco
sull’eterno ritorno delle cose,
e ogni volta, puntuali,
i risolini
e le repliche di chi non ci crede
e ci taccia di pura fantasia,
o, al limite, d’ignavia.
Ma chi crede
a una nostra possibile avventura
di uomini transeunti, giunta l’ora,
intraprende il cammino all’incontrario
che lo porta di là,
perché ci crede.
E lascia che gli ridano alle spalle,
perché sembra che di là si rida meglio.

CE NE USCIAMO MALE

L’unica differenza macroscopica
tra me e la cicala,
è quella che lei dìssipa, e io pure,
il tempo che a lei e a me Dio ha dato,
ma io vorrei vivere cantando,
cosa che a lei, e non a me, riesce,
ed ambedue ce ne usciamo male
dal gioco della vita che ci eguaglia,
solo che io lo so e lei lo ignora.
Lei canta anche se muore. Poi, varcato
il limite del poi, noi si riprende
la nostra eternità, lei col cantare,
ed io col mio stonato elucubrare.

ROTTI GLI INDUGI

Da voci di bottega si sentiva
dire che non ci si capiva niente.
Una precisazione, un caso a parte
da evitare di dire, in quanto l’ora
era l’ora una volta convenuta
per dire di star zitti. Ed allora,
rotti gli indugi e sciolta l’assemblea,
e il popolo festante, tutti a casa
per far parte del miracolo del sonno.

LA VERITÀ NEL FONDO DELLA PENTOLA

L’idea di un qualcosa in embrione,
come un ritmo in discesa silente,
una fibrillazione appena vaga
di una luce che sì e no trapela
tutt’intorno a una sagoma sospesa
tra orto e tetti, un niente,
un punto appena appena a mezza altezza
oltre la verde linea che disegna
l’ acrobata profilo della siepe,
che evanescendo segue una parabola
lenta in discesa e via via si sfiamma
come un piccolo sole che si spegne
sopra i broccoli, dimmelo, è un miraggio?
Un qualchecosa tra realtà e sogno?
Ciò che non distingui, impercepito,
provoca in noi solo supposizioni
gratuite, inverosimili, riflessi
d’immagini storpiate in uno specchio,
di quelli concavi. E allora
l’unica vera verità è nel fondo
della pentola.
E sta a noi grattarla.

LA CHIAVE

Meglio una peccatrice che una santa
con tutti i suoi incubi e complessi,
con cui poter discutere e permettersi
di tanto in tanto
qualche barzelletta
e perdere e lasciar perdere
chi ci angustia e stomaca la coscienza.
La vita?
Ogni giorno si perde e si ritrova
la chiave, che poi, in fondo, non ci apre
nessuna porta,
o perché lunga o corta.
Di là, la stanza del silenzio,
dove chi entra non disturbi
il piccolo dio che vi sta dentro.

Così, ogni giorno noi ci si consuma,
un nostro pezzo d’anima, un qualcosa
di noi che se ne va.
E non si sa
se stare inerti, mani in tasca, oppure
gettare via la chiave e lasciar fare.

UN’ORA ANONIMA

Era un’ora qualsiasi, anonima,
di un qualunque martedì di agosto.
Sentivo il vento correre per via
( era il solito vento d’ogni giorno,
vecchio di anni ed anni, senza suono,
asmatico e acciaccato ), e nel passare
davanti alla bottega del lattaio,
la sua lieve irrequietezza si sfiniva
in un congedo d’aria piano e fioco.

Quieto era il vento, era quieto e roco,
come l’ultimo saluto di una mano
che ti carezza come a dirti addio.
Un addio qualunque in una sera
qualsiasi di un martedì di agosto.

Volsi la testa e risi dietro quella
ultima ventata. Un riposa in pace.
Un silenzio qualsiasi, una non-eco
di un gracidio a pelo di uno stagno.

L’eterno ritorno delle cose

Il DIAVOLO RIUSCITO

L’Uomo non è un Dio mancato
(vedi Sartre), ma un diavolo riuscito
anche assai meglio dell’originale.
Nel suo dar da farsi per essere Dio,
più che un Don Chisciotte è un Sancio Pancia,

È, in fondo, solo il Dio del suo destino.
Dio sta lassù, e ha altro per la testa….

ANCHE DIO HA SONNO

Vado alla finestra, e penso
se quando vado a letto per dormire
anche Dio ci vada perché ha sonno
se siamo in due, io e Lui, a sognare,
io qui, e Lui lassù, dove ci vanno,
con Lui, pur’anco gli angeli ed i santi,
e dormono magari pure loro
a bocca aperta e russano. E allora,
vinto dal sonno, ne vado a letto,
spengo la luce, chiudo gli occhi, e dormo.
Ed anche Dio lassù, vinto dal sonno,
spegne la luce, chiude gli occhi e dorme.

L’ETERNO RITORNO DELLE COSE

Dopo un certo numero di anni,
tutto ritorna
al Caos originario
per riformarsi nello stesso ordine,
e pari pari
con le stesse cose,
i medesimi episodi e accadimenti,
e le stesse medesime persone
che l’ebbero popolato anni ed anni,
e non solo una volta, all’infinito,
forse, chissà, in eterno.
E noi uomini
si ripercorre mille e mille volte
tutte le tappe della nostra vita,
con tutte le sue gioie e le sue pene,
d’affrontarsi ogni volta con coraggio,
cura, solerzia ed abnegazione.
È l’eterno
ritorno delle cose,
l’eterna ripetitività dei fatti,
l’eterno rivedere Gianni, Piero,
Giacomo, Maria, Anna, e tutti gli altri,
e ogni volta ripeterci le stesse
strette di mano, e dirci:
Ciao, è tanto
che non ti vedo, come va? E Mario,
dimmi, dov’è? E che ne è di Anna?
Nel cosmico
avvicendarsi delle cose,
noi si rivive con lo stesso corpo,
la stessa voce e stesso anche il nome,
la stessa vita e gli stessi amori,
normali e clandestini.
Un sempiterno
monotono ritorno delle cose,
ma non per me, perché sarò diverso,
io, ogni volta, Achille, Antonio, Gianni,
Girolamo, Hanspeter, Anna, Piero.

DOVE TUTTO È RIDOTTO A NIENTE

Forse una storia, una non-storia questa
mia pagina ancora bianca di memoria,
forse un buio di cose dove stare,
forse un rebus da sciogliere. Una fioca
voce mi parla, dice le parole
che non comprendo, cose mai udite,
perché entrino in gola e anch’io le dica.

Qui, dove tutto è ridotto a niente,
l’incanto è il rosa tenero del pesco
dietro il muro muscoso che nasconde
le cose che non parlano, il brusio
delle tante e tante vite tra gli anfratti
delle foglie, miriapodi e formiche
cui la pietà di Dio non dà una voce
ch’esca di bocca, – e neanche gliene importa -.
Hanno la non-storia di chi tace,
di chi vive e non sa della parola,
e, se lo sa, non gli va d’averla.

Il Dio decodificatore

BASTA CHE TU SIA DIO

Io ti vedo in ogni cosa creata,
ed anche in me, Dio dell’Universo,
in me, che sono una tua piccola parte,
umile e transitoria. Chiunque sia,
che Tu sia o no cristiano,
basta che Tu sia Dio, il Dio che amo.

IL SOLE È GIALLO E ALLAH È GRANDE
(L’Italia nel 2050)

Il sole è giallo e la strada è bianca,
la chiesa, in alto, ha una grande croce
e una campana che ogni tanto tace
e la piccola canonica sbilenca
ha mezza scorticata la facciata.
Vola il tempo e volano le rondini,
e le memorie rompono gli indugi:
malinconicamente fan ritorno
da una ormai lontana primavera.
Parlano di com’era chiaro il giorno
nel filo degli anni, ed il tuo cuore
faceva ancora rima con amore.

Ma il sole è giallo e la strada bianca
ora è diventata un’autostrada,
e la chiesa sta chiusa e il prete è morto,
non ci sono più preti per aprirla.

Però ci sta una moschea e una torre
chiamata minareto, ed un muezzin
che grida Allah è grande. Non un prete
che gridi che anche il nostro Dio è grande.

TUTTO VA BEN, MADAMA LA MARCHESA

Siamo nella stagione dell’estate,
ed è già giorno, il giorno del Signore,
– saranno sì e no le sette e mezza, –
e l’erba è tutta pregna di rugiada.
La rondine ha ultimato il primo volo
e s’è posata sopra la grondaia.
La lucertola è mezza accoccolata
sul muro a prenotarsi un po’ di sole.
Il bruco è in cima a un filo d’erba
E la chiocciola ha addentato la lattuga.
E il gatto ha già fatto le sue fusa.
Dio è misericordioso lassù in cielo,
e non si sa se lo sia qui in terra.
Ma tutto va ben, Madama la Marchesa.

LE IDI DI MARZO

Gemito di vento, e, dopo, sole.
Fumi a pennacchi sopra i tetti
confusi in un cielo troppo azzurro
per dire che poi piove.
Anche oggi
le ore a poco a poco se ne vanno,
una pena che non dico andargli dietro,
vanno ad un non so quale eremitaggio
a prendere possesso della sera.
Il nonno intanto è lì
che vanga l’orto,
ci ha appena messo del letame fresco,
pensa alle rape rosse e all’insalata.
È felice, e mi pare un ragazzino.
Dietro, nell’ombra, c’è la prima viola.

A VOLO D’AEROPLANO

Per quanto sembri prossima la meta,
resta però incolmabile un abisso
che c’è tra noi e Dio, come una fonte
inesauribile dell’insaziabile
sete di conoscerlo. E più pare
a due passi da noi, e più è lontano,
inaccessibile, a volo d’aeroplano.

IL DIO DECODIFICATORE

La ragione che regola l’Universo
forse è affine alla ragione dell’Uomo,
ma incommensurabilmente più grande.
Perché noi non si è frutto del caso,
dato che si è decodificati
da un altopensante Codice cosmico,
prodigio e meraviglia
di un Dio decodificatore. E noi si è come
le parole che escono dalla bocca
di un muto, le immagini non vedute
di un cieco. Ce lo dice l’illusione
decodificata della ragione.

E SE DIO FOSSE UNA PERSONA?

E se anche Dio fosse
più o meno come noi una persona
in carne, ossa e sangue, in un lontano
mondo materiale,
eterno ed immanente, ma invisibile
a noi, che lo si crede immateriale?
Dio, una materialità, come un impasto
fatto come noi, di carne, sangue e spirito,
di una intelligenza straordinaria
oltre qualsiasi nostra conoscenza,
Dio, un genio costruttore di materia
fattosi da sé, immenso, eterno.

Gli occhi degli angeli

SFUMAVANO LE COCCOLE NEI PRATI

Un mattino di un sabato andavo
di corsa rincorrendo qualcosa.
Una foglia volava sospinta nel giovane vento,
volava danzando indifesa
tra piccoli refoli.
Volevo,
tendendo le mani, rincorrerla
e stringerla in pugno. Trepidavano al sole
e nel vento i lenzuoli distesi a asciugare
lassù, sui balconi.
Ed il cielo,
bluastro d’estate dopo l’ultima pioggia,
si tingeva di un vivo stupore
di luce. Correvo dietro la foglia,
e intanto scendeva la sera
ondeggiando nel vento.
Sfumavano
le coccole secche nei prati,
e tutto sfumava correndo nel tempo,
il sole, i lenzuoli, i balconi, la sera,
i prati con le coccole bianche
di brina. Correvo
stremato dal gelo,
la fronte gelata da bave di brina.
Ma stringevo nel pugno il trofeo
della foglia straziata dal gelo.
E Dio intanto, sù in alto, nel cielo,
mi stringeva a trofeo
nel suo pugno.
Ondeggiavano nel sole i lenzuoli
di Dio, lassù, stremati dal sole.

MA NON È UN EMIGRANTE, È UN ITALIANO.

Nel lungo viale delle luminarie,
sento il profumo delle caldarroste.
Grida di bimbi e auguri di Natale.
L’aria fredda fa sì che m’imbottisca,
di ogni ben di Dio per non morire
stecchito per il gelo. Un po’ più avanti,
all’angolo di un bar, c’è un mendicante,
tende la mano. L’unica. E’ monco.
Ha dato la delega ad un cartone
a riporre le sue piccole miserie.
Ma non è un emigrante, è un italiano.
Più in là, un altro povero mi tende
una mano. L’altra ce l’ha, intatta.
Non gli dico però ch’è un fortunato.
Ma non è un emigrante, è un italiano.
Papa Bergoglio, prega anche per loro.
anche se non sono degli africani.

ANCHE DIO HA SONNO

Un monotono singhiozzo di rana
nella malinconia di un dopocena.
Vado tra lo sbandare dei fari
delle auto che vanno via veloci.
Il cielo pare uno stampo buio
di stelle che si fanno e si disfanno.
Accordo il mio passo alla tranquilla
stanchezza della sera, e un indolente
tremulo squittio di pipistrelli
pare risponda al borbottio dei grilli.

La luna, lassù, una torcia spenta,
naviga in cima al campanile,
naufraga vagabonda in un blu nero
mare di cielo, lenta, senza meta.

Un’albedine lattea, vaporosa,
indugia sfrangiandosi sul Baldo
come un sorriso che via via si spegne.
Ora anche Dio ha sonno, e dorme.

IO ERO IL VOSTRO FIGLIO

Anche questo forse era nel conto,
sepolto e ritrovato, e torna a galla
il passato a spezzoni di memoria
come un dilapidato patrimonio
di anni ridotti a un misero rottame.

Ricordi vaghi, incerti pellegrini,
passano sfilando riportandomi
le immagini e le voci a me più care,
tremano come lucciole sbiadite.

Madre, ti rivedrò lassù un giorno?
E tu, padre, avrai lo stesso volto,
ed io come sarò, con che mai voce,
con che volto mi potrò presentare
a voi, e dirvi: Io ero il vostro figlio?

GLI OCCHI DEGLI ANGELI

Nella brevità del giorno che ci lascia
l’ultima cheta luce del crepuscolo,
rompe il silenzio un tocco di campana
della piccola chiesa di San Rocco.
Scende su noi come una cosa cara
la malinconia della luna piena.

Tutta una pace negli orti desolati,
del tardo autunno, cavoli e radicchi
straziati dalla brina. Via via in cielo
s’affollano le stelle. Sono gli occhi
curiosi degli angeli. Anche Dio
s’affaccia su di noi con un’occhiata.
Ci dà la buonanotte. E va a dormire.

FORSE ANCHE DA DIO FA FREDDO

S’annuvola il mattino
d’inverno (febbraio è di passaggio)
e i giorni se ne vanno
in lenta processione verso marzo.
Forse, chissà, si mette a nevicare,
c’è un silenzio che anticipa la neve,
poca la gente, a passo svelto, il gelo
pizzica le nari, è un sabato festivo,
il tempo non invita a uscir dagli usci,
e chi, potendolo, s’intabarra in casa.

Forse, chissà, anche lassù fa freddo,
e Dio, che può, sta tappato in cielo.
Chiedilo agli angeli, se non è vero.

PAPA BERGOGLIO, PREGA ANCHE PER LORO

Papa Bergoglio, tu sei grande e buono
e io sono piccolo e cattivo,
ma esistono anche i nostri poveri,
ma han la disgrazia di essere italiani,
senza un casa o un letto ove dormire,
vivono da barboni di elemosina,
e senza un’ Oennegì che li protegga.

Papa Bergoglio, prega anche per loro,
prega anche se non sono mussulmani,
benedicili, e agli altri, i tuoi pupilli,
quelli per cui preghi, gli emigranti,
scusami, sì, ma pensaci un po’ meno.

La dentiera fascista

IL DISCORDANTE

Sono qui solo e strano, indifferente,
come assopito, alla realtà del Caso
che regola le cose, nel languire
lento e solenne del Futuro,
né m’importa il tempo che non muove
foglia che l’albero non voglia,
e tutto, intorno, è indefinito, assorto,
anche i cavoli broccoli nell’orto,
e pure Dio mi pare un Discordante.
Come chi cammina e non si ferma,
arriva, mi saluta e s’allontana,
la Vita, con l’urgenza di lasciarmi,
e non mi lascia il tempo che mi occorre,
così mi fermo e resto a contemplare
la curva del quadrato che ci vuole
per aprire una porta senza chiave.

NON PER CASO

Non per caso io sono qui a pensare
a mille e mille verità supposte
nel fuoco sacro della conoscenza,
ma è come andare dietro le formiche
che corrono allocchite tutto il giorno
senza neppur sapere dove vanno.

E mi trovo in uno stabile squilibrio:
di qua l’abisso e di là il deserto,
e allora scelgo, e vado avanti dritto
silenziosamente, e non vi dico dove.

IL PAESE DEL VENTO

Qualcuno entra dentro il mio silenzio
e mi porta un crogiolo di memorie.
Parla, e l’ascolto, e non gli rispondo,
lo sento all’altra parte del pensiero
– un cielo tra me e lui,- un fiotto d’echi
che piovono come piovono le stelle.

Ritrovo la memoria del suo viso,
lo spettro che tuttora mi ossessiona.
Vado in cerca del mio corpo di una volta,
di ciò che ero, come un pellegrino,
vado verso di lui che dorme
nel Paese lontanissimo del Vento.

Ma è come in un’oasi, lontana,
irraggiungibile. Una fata morgana.

INCONTRO AL TEMPORALE

(a mio fratello Giancarlo con tutto
il mio amore e la mia malinconia)

Non sei più nulla, voli tra le nuvole,
alto, come una rondine in fuga.
È finita l’estate in un sudario
di un cielo azzurro e nella fresca morte
dell’equinozio cade già la brina
nei mattini d’autunno senza vento.
La splendida età già se n’è andata,
e non m’è dato d’inseguirla: vado
come chi va con calma e senza affanno
incontro ad un lontano temporale.

Addio! Mi volto e la guardo andare
come un’ombra che lascio alle mie spalle
nel balenìo di un lampo. E poi ripiglio
il mio cammino. E già intanto piove.

GLI MANDARONO A DIRE

Gli mandarono a dire ch’era morto,
perciò che si sbrigasse. Lo aspettavano
in tanti, in camposanto, ed anche il prete,
la vedova e le ghirlande. E poi gli dissero:
Sbrigati, fa’presto, non tardare,
sono tutti già pronti in cimitero,
non è giusto né bello farli attendere…

Quasi che la vita fosse un male
cui non valgano scuse né rammarico,
lui si sentì colpevole di vivere,
e andò di corsa al proprio funerale.
Tutti erano davanti alla sua fossa,
quando arrivò. Applaudirono. L’attesa
era stata un po’ lunga. Tutti in nero,
uomini e donne. E in nero anche il prete.
Lui s’appressò alla fossa, e cautamente,
con devozione, scoperchiò la bara,
giunse le mani e vi si stese dentro.

Una lunga ovazione scosse l’aria.
Una donna commossa gridò bravo!
Dio fu pietoso e lo accettò sù in cielo,
assolto dai peccati. Lo annunciò,
nel benedirlo, anche il prete. Tutti,
se ne andarono felici. Anche il morto.

LE GAMBE DELLE DONNE

Stanno sedute con le gambe aperte
le donne non più giovani – anzi anziane –
e paiono partorienti un po’ attempate
sulle panche del parco, dove stanno
intente ad un cordiale cicaleccio
a prendere l’ultimo sole dell’estate.
Le mamme, rosse per l’affanno,
spingono carrozzelle carri armati
nell’ombra amica e fresca dei tigli.

Decifro l’età delle donne
dalle gambe, appena che si siedono
sulle panche: le giovani le serrano
a valva d’ostrica, le anziane
le spalancano alla pietà del sole.

TUTTO A POSTO

Bene, gli dico, anche oggi è fatta.
Tutto riposa come in un sacrario
di lapidi di sonno, silenziose
cose che attendono le chiami,
come faccio da anni, all’adunata,
cose che spesso attendono il turn-over
in fila, diligenti, e non han pace
fino a quando non dico il loro nome.
Sasso, muretto, ghiaia, marciapiede,
palo della luce, chiodo, legno,
truciolo, fil di ferro, segatura,
rete di cinta, nomi che pronuncio
e faccio come fece il Dio di Adamo
quando lo destò dicendo. Adamo.
Lento e paziente è il mio cammino,
e vado nominando questo e quello,
se odo una voce ascolto e dico voce,
e dico ombra, suono, grido, luce,
e dico bianco al bianco e nero al nero,
polvere alla polvere, e ogni volta
ciò che nomino risponde col silenzio
di Dio al grido dell’appello.

LA DENTIERA FASCISTA
Vietata la detenzione di tutto ciò che ricordi il regime fascista

Tutta un’esecrazione
sulla stampa e alla tivù la notizia
che il nonno di Giacomo è fascista,
dato che il reo detiene in biblioteca,
sù, in cima all’ultimo scaffale,
un qualcosa che pare la dentiera
del Duce. Malandata, ma del Duce

Per fortuna ci stanno i magistrati
che si occupano del caso! Un certo Fiano
(dicono che sia un ministro) ha provveduto
al sequestro del corpo del reato.
Scongiurato il pericolo fascista…

( Pare che in una Procura a Pisa,
appeso a una parete ci stia un drappo
con un tanto di pugno insanguinato
ed un “Lotta Continua”: sono innocue
bazzecole, vuoi mettere la grave
pericolosità di una dentiera?)

L’anima mercenaria

BIZZARRIE

Il primo Congresso Nazionale
sull’assenteismo ha fatto fiasco:
fra tutti i convenuti erano assenti,
oltre al pubblico, pur’anco i relatori.

Subito dopo l’incidente, Piero
era corso a cercare i testimoni.
Fra tanti che avevan visto, solo uno
si presentò, però era di Geova.

La fodera! È il di dentro del vestito.
Il vestito! È il di fuori della fodera.

Ma la miseria è una cosa buona:
ci libera dal pericolo dei ladri.
E’ il salvacondotto di chi è povero

PAOLO E FRANCESCA

Sulla storia di Paolo e Francesca
che, sposata con il di lui fratello,
messer Cianciotto, è stata poi scoperta
a letto con il Paolo (galeotto
fu il libro e chi lo scrisse… ), e quinci uccisa,
c’è da dire che ai tempi d’oggigiorno
a una storia del genere, i giornali
ci marcerebbero per mesi, e forse anni.
“Paolo scoperto a letto con Francesca:
scandalo a Rimini. Leggi Dante:
Le ultime notizie dall’inferno.”
Con un garante all’informazione
sulla privacy, Dante condannato
per via della violazione della privacy.

LE COSE IMPENSABILI

Impossibile pensare proprio a tutto,
ci sono cose che non si può pensare,
dato che tutto ciò che noi si pensa
ha un nome, o, se non l’ha, una dimensione,
una forma, un aspetto da tenere
a mente, per potercelo pensare.

Ma le cose impensabili e impensate
sono tante e tante più delle pensate,
tante, come le stelle in firmamento
o le gocce negli oceani, e forse
anche più, e, potendole pensare,
noi si dovrebbe vivere migliaia
e migliaia di anni, o, chissà, in eterno.

Solo Dio, se lo vuole, può pensarle.

DOVE S’ANNIDA IL GRILLO

Dove s’annida il grillo – o chi per esso –
in un buco nel prato, c’è il silenzio
tipico dei buchi dove stanno i grilli
nei prati. Dorme, non sa perché, il grillo
d’inverno, e non sa chi glielo fa fare,
né sa perché se n’esca a mezzo aprile
e a mezzo autunno rientri sotto terra.

Ha la pazienza tipica dei grilli,
e vive e fa l’amore sotto terra,
non sa perché lo faccia, però sa,
l’istinto glielo dice, che ha da farlo,
non sa però sia bello o riprovevole,
lo fa senza pensarlo. In ogni caso,
salta, e mentre salta, scricchia e salta,
non sa perché lo faccia, però scricchia.
Non sa nulla di nulla, e n’è felice,
non come noi che pare si conosca
tutto di tutto, e quindi si è infelici.
Perché sapere tutto può fa male

UNA DOPPIA VITA

Cerco lontano ciò che sta vicino,
cerco vicino ciò che sta lontano,
non vedo quello che si può vedere,
ma solo quello che nessuno vede.
Dopo morto, vivrò una doppia vita:
la mia anima, ammesso che sia mia,
in alto, lassù, in cielo, ed il mio corpo,
con l’anima di un altro, quaggiù, in terra.

L’ANIMA MERCENARIA

Faccio di tanto in tanto qualche ipotesi,
se l’anima che ho si trasferisca,
quando son morto, dentro un altro corpo,
dato che pare dicano sia eterna,
dopo di cui da un corpo passi a un altro,
indifferente che sia maschio o femmina,
anima immacolata multiuso,
senza sesso né età. E allora penso
che non sia che una semplice illusione
crederla tutta e solamente mia
quest’ anima puttana mercenaria,
e solo provvisoria, di passaggio.