L’inezia

UN’ INEZIA

Un’inezia
il portone di una casa
in una via del centro, ed un’inezia
il battente e la targa con i nomi
di chi l’abita, un’inezia
il campanello
che ha come unico compito suonare,
un’inezia il suo suono
e un’altra inezia
i fiori dei gerani alle finestre
ed altrettanto quelli alle ringhiere
dei balconi che fanno primavera,
un‘ inezia, perché no?,
la primavera,
e pure il primo ed il secondo piano,
ed altrettanta inezia il terzo e il quarto,
e il quinto,
e gli abbaini e le mansarde,
e il tetto, e le grondaie ed i comignoli
che fumano e un’inezia
pure il fumo
che sale verso il cielo, e un’altra inezia
il cielo le nuvole
ed il sole,
e via via di questo passo anche la casa
in una via del centro, e un’altra ancora
il centro con la via, e pure io,
che non so
che cosa ci stia qui a fare.
Solo il coronavirus è un qualcosa.

17 marzo 2020 scritta nel bunker anti-coronavirus

L’ADDENTRAMENTO

È una sera come tante, eppure
c’è un qualcosa che alita qui intorno,
un non so che in cui via via mi addentro,
come se m’addentrassi
in un altro corpo.
E quanto più s’inoltra il mio passo
dentro di me, nello sperato
e temuto mio io innominato,
sento che via via
divento eterno,
– eterno forse no, ma quasi. –
Spirito e materia: l’immortale
contraddirsi di noi che siamo uomini,
l’infinito confondersi
in noi stessi
dell’effimero ed eterno, un labirinto
di cui ho in mano il filo, come Arianna,
per perdermi e morire, o uscire al sole.
Piano, pianino, cauto, retrocedo
passo a passo, col filo che mi scorre
lento, prudentemente, nella mano,
cammino come un gambero,
e intravvedo
lassù, in fondo al tunnel, il luminoso
sbocco dell’uscita. Pochi passi,
esco, e poi grido: Il sole, il sole!
Un Angelo mi fa:
No, è il Paradiso…

ESPIAZIONE

Forse è l’agnizione del dolore
che mitiga il sentimento di un sollievo
postumo, a dolore già compiuto.
Spossato dal silenzio delle cose,
sento una risacca dolorosa
nel buio del cervello. Un mal di testa
catartico, da indurre a un’espiazione
per non so cosa. Forse per la noia.
L’unica cosa allora ch’è da fare
è mettersi la cravatta e camminare.

ANCHE DIO FUMA LA PIPA

Lasciami una tirata, disse
l’Angelo a mio padre. Inaspettata
fu la richiesta, in ogni caso cosa
c’era da fare?
Dargliela, e lasciare
che l’Angelo si facesse una tirata?
Certo era sorpreso, non sapeva
che anche lassù si tabaccava.
Meglio, pensò,
non vado contro legge,
a dargliela, se ha voglia, la mia pipa.
Senti, poi chiese all’Angelo, e Dio,
cosa ti dice?
Se lo sa, s’infuria?
L’Angelo sorrise. Ma va là, anche Dio,
sappilo, se non lo sai,
fuma la pipa,
ogni tanto si concede una tirata
anche se sa che vìola la legge.
Poi bastano due Pater
e si autoassolve.

Lulù del Tabarin

UNA POSTILLA

Un passo, un passo ancora
e poi mi fermo,
mentre il tempo non smette di passare
né ha voglia di fermarsi e riposare.
Io sosto e tiro il fiato,
se son stanco
e temo di cadere, e lui prosegue,
scompare ad una curva.
E Là mi attende.
Certo cadrò, ma a tempo ormai scaduto,
dopo di lui. Oltre dopo ogni oltre.
Una caduta scaduta.
(Una postilla
da mettere a codicillo: beninteso,
coronavirus permettendo)
Amen.
12 marzo 2020 primo giorno di isolamento totale antivirus

LILLÌ MARLEN

Con un filo di canto nella gola,
piccola madre, io ti ricordo quando
di stanza in stanza andavi riassettando
qua e là e a bassa voce
canticchiavi tra te e te allegramente
Lillì Marlen.
Oh madre,
eri un piccolo squarcio tutto azzurro
nel mio cielo di ingenuo adolescente,
eri l’aurora
che precede il sole,
eri il sole che vien dopo l’aurora,
il mio piccolo sole di fanciullo,
piccola dolce madre che cantavi
gaia e serena da una stanza all’altra
Lillì Marlen.
Ed ora io ti penso
che vai lassù di stella in stella
rassettando e canticchiando spensierata
Lillì Marlen.
E gli Angeli, incantati,
ti ascoltano e ti battono le mani,
ammesso che ce l’abbiano. Se non l’hanno,
ti battono, se ce l’hanno, le ali.
13 marzo 2020 primo giorno di isolamento totale antivirus

IL VENTO NON LO SA D’ESSERE IL VENTO

Il vento non lo sa d’essere il vento,
di correre e sventolare i panni al sole,
ed i panni non sanno d’esser panni,
come il sole, che non sa d’essere il sole.
Dalla più grande alla più piccola creatura,
cara o non cara a Dio, nessuno
sa d’essere qualcuno o qualchecosa:
il cane, il gatto, l’oca, l’elefante
non lo sanno d’esser quel che sono,
come il broccolo, la rosa, il pruno, l’erba,
non hanno alcuna idea di quel che sono,
ossia un broccolo, una rosa, un pruno, l’erba.

Solo l’Uomo, l’unico, è cosciente
d’essere l’Uomo, e non ne sa il motivo,
il perché Iddio lo abbia fatto Uomo,
non broccolo, rosa, pruno, o erba.

LA FELICITÀ DELL’AMEBA

L’imperscrutabile felicità del tasso,
quando fa l’amore con la tassa,
è la felicità del granchio che s’accoppia
con la sua granchia, è anche la medesima
felicità del grillo che s’accoppia
con la sua piccola grilla, e via via,
scendendo dalla scala evolutiva,
è la stessa, medesima, dell’ameba,
quando distingue con chi far del sesso.

UN QUALCOSA

Ricordo la prima viola
in aprile con l’erba già verde
e il bosco ancora intatto
da passi e vocii di gitanti,
e una quiete, una pace, un silenzio
solo una polla d’acqua
che filtra respirando tra l’erba,
il niente di un singulto di una rana.

E un sentiero obliquo tra i rami,
e una fioca preghiera di requiem
nell’aria, un nonsoché che svanisce
e ritorna, poi piano si sgrana
in un’eco di rumore di foglia.

Trattengo il fiato nell’attesa,
è tutto un silenzio
di passi, sussurri, risate
a fiore di labbra, un qualcosa
di tempo sospeso,
un grido di parola
taciuta o pensata. E’ il giorno
del risveglio della rosa
selvatica, e si muove
già l’ombra e la luce, un incendio
che invade la rosa, che svampa
in niente e nasconde nell’ombra
il suo profilo nel muschio.

Uno stoppino bruciato, un qualcosa
di Dio che ci lascia e si perde
lontano, in anelli di fumo.

 

Aveva il coronavirus

SGRONDA DALLA GRONDA

Sgronda dalla gronda un’acquerugiola
calma, leggera, a cadenza musicale,
mentre il cielo continua a lampeggiare
di qua e di là, lassù, e sta spiovendo.
La bufera se ne sta ormai andando,
ed il sole curiosa tra le nuvole
ormai prossime al tramonto. Chi lo sa,
chi sa dirmi se anche lassù è maltempo
o nevichi o piova a Dio la manda,
se ci siano lassù anche le gronde
che sgrondano con cadenza celestiale
l’ultima pioggia prima del tramonto?

Lassù, dove si andrà a contemplare
quaggiù, in terra, la pioggia come cade
mentre il cielo continua a lampeggiare,
e piove e piove e piove, oh Dio, se piove!
10 marzo 2012 tutta l’Italia zona rossa Coronavirus

PENSIERI, AMICI MIEI FEDELI

Tutto un buio, non c’è neppure un lume
in questa stanza colma di memorie.
Solo un brusio di voci atone,
di passi avanti e indietro, un pesticciare
cauto, ma senza sgomitare.
Sono qui a buio, tutto solo,
coi miei pensieri, amici miei fedeli,
che attendono da me che stia a pensarli
seduto al bar, a un tavolino, a un lume
fioco di una lampada da muro.
Vivono da anni nella mia memoria,
come un Giona in pancia a una balena,
mi fan cenni di pensarli, motti e gesti,
mi gridano – ma tanto, non li sento, –
aspettano con la tazza del caffè
che fuma che gli dia ascolto ed entri
anch’io con loro al bar a chiacchierare,
e mi smaterializzi in un pensiero.
Poi se ne vanno uscendomi di mente
mentre il barista abbassa le serrande
portandomi via l’ultima memoria.

AVEVA IL CORONAVIRUS

Un Angelo gli disse: Non far tardi,
spìcciati, o non ti fanno entrare
causa il coronavirus, la legge
t’impone di rientrare a tempo debito
entro le sei di sera.
Era infettato,
a l’Angelo stava a debita distanza,
– a norma e termine di legge, –
di poco più di un metro.
Prima o poi,
tanto, si sa, si deve andare,
cosa per cui, evitando di rientrare
tardi, lassù,
e trovare tutto chiuso,
fatta la debita abluzione
con tanto di amuchina, data l’emergenza,
fu d’uopo farlo in fretta,
e morì prima.
Ma non gli si aprì: era senza mascherina.
10 marzo tutta l’Italia zona rossa Coronavirus

10 marzo 2020: da oggi tutta l’Italia è zona rossa Coronavirus

Da oggi anche lassù in cielo hanno cominciato a prendere
le precauzioni del caso. Non dispongono dell’amuchina,
ma hanno acqua santa in quantità. Ma per prudenza,
rimandano indietro chi arriva dall’Italia
(Dal Corriere della Sera del 10 marzo 2020)

Mio pane quotidiano

MIO PANE QUOTIDIANO

L’anima,
un selvatico locale,
una cella isolata ed uno striscio
di luce che barbaglia tra le ante,
un brusio indiscernibile, indistinto
di voci e di rumori sulle scale.
Ascolta,
il tempo par cessato,
l’ora degli orologi ora è ferma,
c’è tutto un vuoto torbido,
vacilla,
sembra incrinarsi, fuori, sulla strada,
il pianto di un bambino che ha perduto
il suo aquilone.
Appena inavvertibile,
c’è un flebile fruscio di foglie secche
che si raggruma in echi di sospiri,
in sussurrio di voci.
Immateriale,
la presenza di Dio a sublimare
l’ascesi del silenzio.
Parla,
parla, dì qualcosa, Dio ignoto,
tu sei il mio pane quotidiano,
anche non esistessi, esisteresti
sempre, comunque, in ogni caso,
sei l’esistenza dell’inesistenza,
ed io son ciò ch’esiste, corpo e anima,
miracolo dei miracoli, stupendo
Dio che m’hai creato.
Tu sei tutto
ciò ch’esiste e ciò che non esiste.
Ascoltami, Dio dell’Incredibile,
io grido la mia gioia di gridare,
ed anche tu, Dio, grida,
– e ch’io ti ascolti,-
Dio, col tuo silenzio, grida, grida
che pure tu esisti,
sì, Dio, grida!

LI SENTITE GLI ANGELI PARLARE?

Andare, oh sì, andare,
però dove?
Là dove stanno gli Angeli, oppure,
e chi lo sa?, altrove?
Se fate del silenzio, li sentite
i loro passi, qui da noi,
li udite,
gli Angeli parlare…
E tu mi dici:
Li sento, oh sì, ma, sai, però non parlano,
ma cantano, perché sono felici,
e sembra che sian tanti,
oh mamma, quanti!,
un esercito di Angeli invisibili.
E’ Dio che ce li manda, e stan discreti
e zitti qui da noi,
e fanno quello
che sanno che han da fare, chissà, forse
il compito di farci compagnia,
o forse no, Dio solo sa che cosa,
di farci da tutori.
E dici: Come?
Come, se non si fan neppur vedere?
E allora sai che dico? Neanche loro
forse lo sanno
che cosa debban fare,
e se ne stanno buoni, zitti zitti,
si siedono accanto a noi,
ci stanno accanto
ovunque noi si sieda.
Ma è un po’ strano,
illogico, il rapporto tra noi e loro,
forse, chissà, è perché
non siamo Angeli,
semplicemente uomini, un motivo
di certo comprensibile di starsene
da noi in incognito, onde evitare
ogni, – e chi lo sa?, –
contaminazione
possibile. Una semplice questione,
diciamolo, sì, igienica. E’ certo,
vedi, che sia così,
che Dio li ha fatti
volutamente pure loro eterni:
l’eternità è una cosa tutta loro,
è logico, non nostra, non per ora,
finché noi siamo uomini.
Ma un giorno
pure noi, oh sì!, saremo eterni,
lassù – o di là , – e li vedremo,
gli Angeli, finalmente, e scopriremo
d’essere anche noi Angeli,
e volare.

QUANDO TI DIRANNO DI TUO PADRE

Forse non hai da tornare indietro,
la tua lontananza è troppo grande.
Quando è l’ora e respiri già l’eterno,
dimentichi la collina dei ciliegi
e i glicini all’entrata del giardino
e vai lungo una strada luminosa
di là da ogni crepuscolo e ogni alba.

E segui una voce forte e chiara,
voce di amore e di letizia,
e come le rondini di mare
cerchi con gli altri un nido ove posare,
sullo scoglio più alto, in fondo, al largo.

Dio potrà far rifluir la vita
nel quieto grembo di un’altra madre,
nido benedetto di passione,
di evangeliche ansie e care gioie.

E quando ti diranno di tuo padre,
dì ch’è morto ma che sta nascendo
nel caldo grembo di un’altra madre.

TEMPO D’ADEMPIMENTO

L’attesa, l’assenza, la memoria,
pane azzimo della nostra solitudine,
dove l’indicibile ha la voce
orfica del silenzio.
Non parlate,
per carità di Dio, non dite nulla,
ciascuno gridi solo il proprio nome,
voce di chi non è, voce non voce.
È il tempo dell’adempimento
di tutto ciò ch’è effimero e fugace,
sta scritto sulla pietra.
Tutto taccia,
fuorché i nomi gridati nell’assenza
muta in un lucore d’acque morte
mentre d’intorno
il sole è alto
e il giorno si fa giorno
e anche la tersa azzurrità del cielo,
acme d’incommensurabile silenzio,
esce dal suo incanto primordiale
e si fa luce
e stempera il barbaglio
sui grani saraceni e sugli olivi
come un prana
d’eternità latente.
Attendo nell’attesa la memoria,
voce di silenzio dell’assenza,
e tornano le grida delle cose
perse e dimenticate,
ed anche i nomi
ora gridano più forte, i nostri nomi
escono di bocca in echi sordi.
Sono i nomi gridati
del commiato,
poche parole in fretta, e poi il silenzio,
un silenzio che pesa come il piombo.
Nomi, tutto un unico gridare.
E Dio lo sa che grida.
Anche Lui grida…

NON C’È MOLTO DA SPIEGARE

No, non c’è poi molto da spiegare,
qualsiasi cosa faccia o dica,
prende forma e vita nel momento
in cui la faccio o dico.
Proprio come
se la destassi da chissà che sonno
con una cenno di mano o con un grido,
creando o discreando a mio genio,
così, di punto in bianco.
Per capirci,
nell’attimo in cui lo dico o faccio,
chiudo gli occhi
e immagino la forma
di ciò che creo, e poi gli dò un volto,
un nome di battesimo, e una storia,
e ci metto
del sangue e della carne,
e una voglia di vivere e morire,
a prescindere che sia un guanto od una pietra.
Tutto poi torna
come prima,
ogni cosa pensata e non pensata,
detta e non detta, immaginata e vera,
tutto termina appena riapro gli occhi,
e ciò ch’è pietra torna a esser pietra,
immota, silenziosa
e senza vita.
Resta, nell’ombra, il vano della porta,
e la panchina, e l’orto, ed il muretto,
e i broccoli e la zappa e la legnaia
e tutto, ombra, vano della porta,
orto, panchina, broccoli, muretto,
zappa, legnaia,
tutto torna anonimo,
estraneo, indifferente, senza volto.
Ed anche io, che non son da meno
del vano della porta e del muretto,
dell’orto con i broccoli e la zappa,
eccetera,
anch’io ritorno estraneo,
anonimo e senza volto a chi mi guarda
nella mia piccola vita indifferente.

UNA SORPRESA CHE NON TI DICO

Una interpretazione
fantastica, una sorpresa
che non ti dico! È come
se uno, di punto in bianco,
senza un briciolo di cognizione
di causa, di tirare
a campare,
ti parlasse di storia della critica
o di filosofia dell’essere.
Figùrati gli applausi
di una moltitudine d’invalidi
senza mani né bocche…
Dunque è questa
esibizione inattesa
a prenderci in castagna?
A renderci spaesati
di fronte a questo suo filosofare
ridicolo? Ma lei,
– la Morte -, quando arriva,
ci fa filosofi, ci parla
di pentimenti, assoluzioni, debiti
con l’aldilà – e l’aldiqua -.
Ma vada a farsi friggere! Non noi,
ma lei ha molto da riflettere
sui suoi peccati,
da farsi perdonare
le tante malefatte che combina.
Ma quanto è vero Dio, è la lei la reproba,
non credi?

Ulisse è morto in Toscana

ULISSE NON È MORTO A ITACA MA IN TOSCANA

(Ipotesi non mie ma di diversi studiosi della vita di Ulisse)

Ulisse non è morto, come si apprende dall’Odissea, nella sua Itaca né venne inghiottito oltre le Colonne d’Ercole, l’attuale Stretto di Gibilterra, come riteneva Dante, ma in Italia, a Cortona, l’odierna Toscana, dove, dopo aver lasciato Itaca, ha passato gli ultimi anni della sua vita. Sconfitti i troiani e tornato a casa sua dopo un viaggio avventuroso nel Mediterraneo, scoprì che sua moglie Penelope, – non essendosi limitata a fare e disfare la tela, come descritto nell’Odissea, – non gli era rimasta fedele, Ulisse, come scrisse lo storico Teopompo di Chio, decise di veleggiare verso la Tirrenia (il Paese degli Etruschi, oggi Italia), e, arrivatovi, fondò Gortinea.
Là, come scrisse un altro storico greco, Ellanico di Lesbo, Ulisse (sotto il nome di Nanas) avrebbe incontrato il suo vecchio nemico di Troia, Enea, anche lui arrivato come profugo da Troia, e i due, riappacificati, avrebbero posto le basi per la futura alleanza tra i Latini di Enea e gli Etruschi di Ulisse, creando quindi i presupposti per la civiltà romana. Una supposizione che farebbe incontrare simbolicamente i due massimi poemi epici, l’Odissea di Omero e l’Eneide di Virgilio.
O forse lo sbarco di Ulisse sulla nostra penisola fu, si ipotizza, non il tradimento di Penelope bensì l’amore di Ulisse per la nostra terra, che aveva ben conosciuto durante il suo peregrinare, scegliendola come luogo dove andare a vivere e morire.
E’ bello pensarlo leggendo l’interessante libro dell’archeologo Maurizio Harari, dal titolo Andare per i luoghi di Ulisse (Il Mulino, euro 12), che ripercorre le tappe italiane dell’eroe omerico, soffermandosi nell’area tirrenica, dove ci sono numerose tracce del suo leggendario passaggio, tra le quali urne funerarie, tombe ed anfore presenti nelle località dell’antica Etruria, a Volterra, a Cortona, a Orvieto, a Tarquinia, oltre a dipinti, ritratti, bassorilievi, frammenti riferiti al ciclo di Ulisse, legati soprattutto a due celebri episodi mitici: la trasformazione dei compagni di Ulisse in bestie per via di un sortilegio di Circe e l’accecamento da parte di Ulisse del ciclope Polifemo.
Secondo la mitologia Ulisse, sbarcato nel golfo di Gaeta, si sarebbe imbattuto nel Lestrigoni, giganti antropofagi residenti a Formia, prima di arrivare sul promontorio del Circeo, dove abitava la maga Circe.
Dopo aver goduto le gustosità erotiche della maga avrebbe liberato dal sortilegio i suoi compagni, e, sepolto l’amico Elpenore nei pressi di Terracina, si sarebbe diretto più a sud, prima verso il lago di Averno, nell’attuale Campania per la discesa negli Inferi, e poi nel golfo di Napoli, dove avrebbe affrontato le Sirene, le famose donne col corpo di pesce che incantavano i marinai con dolcissimi canti d’amore. E quelli, affascinati, si buttavano scomparendo tra le onde.
E’ noto che l’astuto Ulisse, ce lo spiega l’Odissea, per ovviare al problema, colò della cera nei suoi orecchi e in quelli dei compagni. Così, non potendo sentire il canto melodioso delle Sirene, non ebbero alcun motivo per gettarsi in mare.
Arrivato a Scilla, in Calabria, avrebbe avuto a che fare con una creatura mostruosa, di nome Scilla, che abitava i fondali dello Stretto di Messina, e i poveracci che lo attraversavano facevano la stessa fine delle vittime delle Sirene.
Qui, in Sicilia, altre avventure, tra le quali il famoso incontro col ciclope Polifemo che, come anzi detto, imprigiona Ulisse e i suoi compagni in una grotta ai piedi dell’Etna e il suo accecamento da parte di Ulisse.
Ma, oltre che terra di mostri, la Sicilia fu per Ulisse anche terra d’amore, perché là si trovava l’isola di Ogigia, identificabile con l’odierna Pantelleria, dove si fermò a lungo, vivendo sette anni in compagnia della bellissima ninfa Calipso.
Per concludere, memore di quel lunghissimo viaggio tra meraviglia e orrore, tra bellezza e tormento, come è tipico della nostra penisola, Ulisse decise così, finita la guerra con Troia, di tornarvi, approdando prima a Spina, nei pressi del lago di Comacchio (quindi nell’Emilia-Romagna di oggi) e stanziandosi poi definitivamente a Cortona, nell’attuale Toscana, dove morì.
Così, dove non poté la nostalgia di Itaca, riuscì infine la nostalgia.
(da: Quaderni, bimestrale del Gruppo Poesia 83, gennaio 2020)

Etimologia del nome Italia

Etimologia del nome Italia

Una mia breve ricerca sull’etimologia del nome Italia. Come e perché e quale origine questo nome, anche se si tratta solo di supposizioni, alcune anche non prive di fantasia.

L’origine del nome Italia è sempre stata oggetto di controversie, prevalgono solo supposizioni, tra le quali una si riferisce all’esistenza di un re di nome Italo. Quello che è certo è che il termine Italia indicava solo il territorio più meridionale della penisola, ma anche ci sono forti discordanze. Tra i significati della parola Italia abbiamo quello di “terra dei tori”, perché coloro che provenivano via mare da ovest pare vedessero delle forme taurine nelle penisole Brezia e Japigia. Scrive Aristotele: “Divenne re dell’Enotria un certo Italo, dal quale si sarebbero poi chiamati , cambiando nome, Itali invece che Enotri. Pare che questo Italo abbia trasformato gli Enotri, da nomadi che erano, in agricoltori, e che abbia anche dato ad essi delle leggi, e per primo istituito i sissizi ( riti religiosi ). Per questo ancora oggi alcune delle popolazioni che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune sue leggi.” ( Aristotele: Politica, VII, 9, 2 )
E ancora: “ Italo, fu re degli Enotri, e da lui in seguito presero il nome di Itali e Italia l’estrema propaggine delle coste europee delimitate a nord dai golfi di Squillace e di Santa Eufemia.”
Aristotele parla dunque di Italo re degli Enotri, che presero da lui il nome di Itali, che si stanziarono nell’attuale istmo di Catanzaro nell’omonima provincia delimitata ad oriente dal golfo di Squillace, nello Ionio, e ad occidente , nel Tirreno, dal golfo di Santa Eufemia.
Antioco di Siracusa nel V secolo a. C. così scriveva: “ L’intera terra tra i due golfi, quello Nepetinico ( di Sant’Eufemia ) e quello Scilletinico ( di Squillace ) fu ridotta sotto il potere di un uomo buono e saggio che convinse i vicini, gli uni con le parole, gli altri con la forza. Quest’uomo si chiamava Italo, che denominò per primo questa terra Italia. E quando Italo si fu impadronito di questa terra dell’istmo, ed aveva molte genti che gli erano sottomesse, subito pretese anche i territori confinanti e pose sotto il suo dominio molte città.”
Un’altra ipotesi del nome Italia lo fa risalire a quello dei Taliani, genti provenienti da una città africana chiamata Tala. Questi Taliani, non potendo resistere agli assalti delle orde numidiche, furono costretti a riparare in Sicilia ( dove si trovano tracce delle loro celle sepolcrali ), poi in Calabria e sù sù fino in Tuscania.
C’è poi un’ipotesi greca: i Greci avrebbero dato il nome Italia a una vasta regione della nostra penisola, prima che cadesse sotto il dominio di Roma. Il nome Italia verrebbe dalla parola greca Aithalia, composta dalla parola aith che si riferisce al fuoco, e ciò per via del vulcano Etna, che in greco era chiamato Aitna.
Abbiamo poi un’origine etrusca del nome Italia, e un’altra latina, del tardo latino, che vorrebbe che il termine Italia sia un prestito linguistico della parola Viteliù, ( terra di vitelli ) di origine osca, che dal greco sarebbe poi passata al latino con la perdita del, lettera v. Pare che le popolazioni meridionali della nostra penisola si opponessero all’avanzata dei Romani, che avevano come simbolo di animale una lupa, e loro il vitello.
Ultima origine supposta è quella semitica, contestata, secondo la quale Italia deriva da Atalu, che significherebbe “terra del tramonto”.
(da: QUADERNI, bimestrale del Gruppo Poesia 83 trentino, maggio 2010)

La piccola madre

L’UOMO DEL GETSEMANI

Ci recammo quel giorno di domenica
all’orto di Getsemani. Gli ulivi,
colmi di una malinconia autunnale,
erano inquiete ombre tra le braccia
fresche di un vento che stormiva
da Gerusalemme al monte.
Discendeva
dalla strada sopra di noi per Bètfage
un’insolita fila di automobili.
Era il rientro della sera, e il traffico
tutto un unico ingorgo. Eravamo
paghi di un’inconsueta tenerezza,
e lo spirito di Dio dentro di noi
era una luce ardente
più del sole.
Quando si giunse all’orto, venne un uomo
con una bianca veste monacale
e un serto in capo di spinosi rami
di rose in fioritura, e avvicinatosi
un poco accanto a noi che, inginocchiati
e affranti, pregavamo,
sorridendoci,
La pace sia con voi! ci disse.
Ma nessuno di noi lo riconobbe,
nessuno alzò la testa a salutarlo.
Solo Pietro, voltatosi, gli diede,
uno sguardo distratto, e brontolando,
poi borbottò: Che vuoi? Lasciaci soli…
C’era una luna grande, quella sera,
ed il volto
dell’uomo sconosciuto,
dolce e malinconico, ora sfumava
in una bianca luminosa aureola.
Era un tipo un po’ strano, non comune,
con quell’abito bianco e con quel serto
di rose insanguinate. Pregavamo,
non avevamo occhi per guardarlo,
né orecchi per sentirlo.
Eppure il tizio
se ne stava lì immobile, in attesa.
Marco s’alzò per guardarlo meglio,
poi gli batté una pacca s’una spalla,
così, amichevolmente, e disse:
Amico,
lasciaci in pace, siamo soli e tristi:
hanno ammazzato il Figlio del Signore,
l’Unto di Dio…Inginòcchiati, e prega.
Tanto eravamo presi dall’angoscia,
da non avere gli occhi per guardare,
ed egli era lì, simile ad un sogno,
come uno spettro uscito dall’oblio
di una rivelazione a noi ignota.
Cristo, pietà…
disse Pietro. Poi,
con gli occhi chiusi e il capo in giù, tornammo
ancora ciechi e sordi alla preghiera.
L’uomo levò il disturbo, e se ne andò
piano, in silenzio, e sparì nel buio,
come una bianca luce vespertina.
Ora il traffico di macchine
assordava
come il rombo di un tuono in lontananza.
Ma solo noi eravamo ciechi e sordi.

Questa è la vita

Guardo, ma non vedo,
il confine che c’è tra me e Dio,
lo cerco lassù in cielo, verso il sole,
oltre di me, in un vago marezzare
d’oasi d’azzurro.
Come fosse un’ombra,
mi copre col sorriso di uno sguardo
quello che un giorno, vivo, fu mio padre:
suo quel sorriso, buono come il pane.

Guardo giù in basso, sotto me, la piana
di Rovereto, il colle e la campana,
– tutto il mondo che amavo e ch’era mio, –
e inarcato là in cima, sopra il lago,
il lungo ardito becco dello Stivo.
Ora laggiù diranno che son morto,
che ho raggiunto
mio padre e mio fratello,
mi piangeranno disperato e solo,
andato chissà dove, triste e ignoto,
dove i vivi non vanno. E nel pensarmi,
di me diranno:
Anche lui è andato!
Non ti dispiaccia, amico che mi leggi,
dire alla gente dove ho già vissuto,
a Rovereto e a Trento, che son vivo,
vivo, quassù, in cielo, più di loro.
Questa è la vita, gente,
e lo si sappia.

Farò un salto a trovarti

Anche se non sei più, ti scrivo
come se tu esistessi, e ti saluto
pensandoti lassù
con mamma e babbo
e tanti amici per giocare a carte
al bar, o passeggiare al parco
a crogiolarti s’una panca al sole.
Farò un salto a trovarti lassù,
un giorno,
tempo permettendo, e parleremmo
e rideremmo allegramente insieme
come due vecchi amici d’avventura,
e scalderemmo
le nostre ossa al sole
come tortore o cornacchie infreddolite
fino alla sera, e il parco sarà vuoto
e il buio vestirà parole e foglie
Quando sarà poi l’ora del rientro,
un ciao e un a dopo,
e torneremo,
io quaggiù e tu lassù, al nostro posto,
come non esistessimo, ignoti.

La pipa del babbo

Ora dalla tua pipa il fumo
s’alza senza più odore, e vieni
piano a me incontro, e sento
stringermi in un abbraccio. Ma sei aria,
sei refolo col volto di mio padre
e ti siedi qui a tavola e attendi
il tuo solito caffè con il giornale.

Sei aria, sì, sei il Nulla, e sei mio padre,
e non mi riconosci, son diverso,
ma i miei mattini sono sempre uguali,
e dentro, santo dio, mi sento aria
anch’io, un angelo di aria.

Va, pòrtati via la pipa,
è sempre qui che attende che la fumi,
portati via il giornale. Siamo aria,
angeli d’appendice. Siamo aria,
aria il tuo caffè, il tuo giornale,
e forse anche Dio lassù fuma la pipa.

La piccola madre

O madre mia, in questa
calma di luna il tuo corpo scarno
giace s’un bianco letto d’ospedale
e gli occhi sono chiusi e forse dormi.
Madre, lo so,
sei vecchia, un’orgogliosa
piccola vecchia quercia sofferente,
porti i tuoi anni
– tanti, quasi cento! -,
con nobile dignità, e nel tuo alito
assopito io sento la stanchezza
della foglia ch’è lì lì che cade.
Sei nell’eternità del tempo,
eterna,
col barbaglio dell’ombra dentro gli occhi;
fuori, la luna, pallida, sorride
in cima ai monti,
– è sera, sera tarda -,
maschera di pallore tu e la luna,
e il tempo vi divide e vi accomuna.

O madre, t’accarezzo sulla fronte,
– o dio, che fredda! -, e intanto mi ricordo
nonna che agucchiava nel tinello,
una lampada sul tavolo
e tu, gaia,
intenta a risciacquare le stoviglie
e a canticchiare un vecchio ritornello.

Ora non hai la forza di cantare
né di chiamarmi figlio.
Gli occhi chiusi,
taci ed ascolti e forse dormi e sogni,
dormi, piccola vecchia madre, dormi.

Io ero il vostro figlio

Anche questo forse era nel conto,
sepolto e ritrovato, e torna a galla
il passato a spezzoni di memoria
come un dilapidato patrimonio
di anni ridotti a un misero rottame.

Ricordi vaghi, incerti pellegrini,
passano sfilando riportandomi
le immagini e le voci a me più care,
tremano come lucciole sbiadite.

Madre, ti rivedrò lassù un giorno?
E tu, padre, avrai lo stesso volto,
ed io come sarò, con che mai voce,
con che volto mi potrò presentare
a voi, e dirvi: Io ero il vostro figlio?

Padre che sei in cielo

Sto all’ombra di un ricordo
nel fuoco di un crepuscolo d’estate
che nel silenzio rinnova la paura
del buio.
Fermo la memoria
al giorno in cui t’ho visto andare via
e scrivo
per combattere il dolore
parole di un poetico glossario,
ma sono inutili granelli di un rosario
che recito come fosse una preghiera.
Padre che sei in cielo,
dico,
ricordati di mio fratello, è sù, in cielo,
digli che preghi per noi vivi,
che sia un tramite, un ponte tra Te e noi.
Ricordati di dirglielo…
Inutili
e insipidi bocconi,
parole in punta di vaghezza.
Nulla di serio, sai,
solo parole,
giochi di penna a togliermi l’angoscia.
Scherzo, lo sai, ma di controvoglia.
Fratello, sei il mio tramite,
l’angelo
nel tempo immemore, e tu aspettami:
ho ancora tanto qui da fare, aspettami
lassù,
anche se farò tardi.

Il ciclista

MERAVIGLIOSITÀ DELLA FORMICA

Ogni volta, guardandola, m’incanta
la sobria operosità della formica:
senza mai proporsi
grandi cose,
ha la meravigliosità dell’operaio
che svolge i propri semplici lavori
con lena e accanimento,
e, se fatica,
lo sa ch’è suo dovere affaticarsi
anche per una briciola.
E spinge
a morsi, strappi, zampe e antenne,
detto prosaicamente, la razione
di cibo giornaliero al formicaio,
col fine della massima concordia
d’intenti con le altre.
Una sapiente
individualità all’umile servizio
del popolo dei mìrmici. A lei,
piccola formica, il mio amicale
e rispettoso
ossequio di poeta.

IL ROVERETIZZATO

Abito in una città
non tanto male
– come un figlio adottivo con sua madre, –
in una valle che via via digrada
con il suo fiume, l’Adige, e trabocca
nella Pianura veneta
a Verona,
tra estesi appezzamenti di vigneti,
paesi, paesucoli, orticelli,
città e campaniletti veneziani
e, alti sui dossi,qua e là castelli,
ed un vento che corre senza affanno
– vento del Garda, – e solo quand’è sera,
senza più fiato, si riposa e tace.
Il tempo qui non ha
molte incombenze,
tanto che tranquillo, senza fretta,
lascia che ognuno faccia il suo da fare
e goda del piacere casalingo
del pane fatto in casa,
la fragranza
dei giorni che pian paiano se ne vanno
come strappati a un album di famiglia.
E’ il caso che mi ha dato l’occasione,
sì, grazie a Dio,
di roveretizzarmi,
sennò sarei un guinzaglio senza cane
in cerca del suo cane e del padrone,
e, ora ch’è fatta sera, data l’ora,
esco in balcone e ammiro sopra il Baldo
un angolo tutto carico di stelle,
mentre mia moglie,
armata di paletta,
è in cucina, vigile, in attesa,
lì in agguato, e con la mano ferma,
con sol colpo
spiaccica una mosca.
E’ la poesia di un sabato di sera.

IL CICLISTA

Rampica faticosamente
un ciclista
sù per l’erta d’un monte, nel vederlo
da dove sto mi pare che lambisca
una nuvola nel cielo.
Un aeroplano
passa di cosa e lassù in alto
lascia una lunga sporca scia di bianco,
come una lumaca lascia la sua bava.
Sacro il momento
della siesta,
di un caldo ferragosto. Terra e cielo
sono un unico abbraccio, e tutt’intorno
il silenzio di un Dio che non conosco.
Io voglio prepararmi per salire
anch’io la sommità del monte,
ma oggi no, non posso,
non ho tempo,
domani però sì. Ed ho già un piano
tracciato, e mi auguro più tosto
di quella bianca sporca scia di bava
d’aereo o di lumaca.
Basta dunque
fare le prove e mettersi al computer
e battere alla tastiera il mio progetto
d’eternità
– una bici per salire
l’erta della montagna, però prima
che tutto sia in ordine e perfetto,
– Il nodo alla cravatta,
un’aggiustata
del bavero, una buona spolverata
all’abito, le scarpe lucidate
ed altrettanto pure la coscienza
tirata bene a lucido, e via
di questo passo.
Esista o non esista
qualcosa all’aldilà, sia un’esistenza
pura e schietta di spirito, magari
fors’anche con un poco
di materia,
quel tanto per poterci riconoscere
di là, con tanto di memoria
che s’era stati uomini
– il volto,
oh, il volto sì, almeno solo quello,
spiriti sì, ma spiriti col volto
– splendido davvero!, – mento, fronte,
orecchi, bocca, naso, nuca, collo,
e tutto il resto spirito,
ed esistere
portandoci con noi i nostri nomi
lassù, e perché no?, anche i cognomi,
ma sì, che vuoi di più?
Ed abbracciarci
tra noi, e farci i complimenti
– Piero, sei tu? – e toccarci per provare
che siamo vivi e veri, San Tomasi,
increduli e felici che sia vero.
E Tu, lassù,
gran Dio dell’Esistenza,
perdonami se dico cose sciocche
di piccolo uomo illuso, ma me basta
pensare che sia vero,
e son felice.
M’illudo? Sì, ma illudersi fa bene,
dato che non ci costa
proprio niente.

Sostanza e antisostanza

SOSTANZA E ANTISOSTANZA

Poco di tutto un poco, però poco,
solo la sua deserta eternità
di anima, l’ho qui, ma senza tempo
né spazio, ( l’anima non ha anni
né ingombro ), e non voce ( o che segreto idioma
il suo? Quale alfabeto,
che lettere – vocali e consonanti –
compongono il suo linguaggio? )
Oh, sarà,
( lo è ) che non necessita
di voce né d’idioma
gestuale,
eppure si fa intendere e si esprime
non sai in quale modo, e non ha bocca
né mani, e non la senti, non ne capti un’acca
E lei ti chiama, sì, ti segue,
ovunque, ti dà la sua testimonianza,
lieve o triste che sia,
di vita extracorporea,
come un tizzo bruciato che ancor arde.
Solo segni, sì,
d’eternità, barbagli,
che da chissà che luogo
ancestrale, chissà da quale punto
ignoto, da che perduta terra,
ti giungono spaesandoti
con un confuso suono
di gente che si sbraccia e ci fa cenni
d’addio.
L’anima? Sì, forse, ma non senti
che un’invisibile presenza
di vita che dissona dal suo essere
sostanza
o antisostanza di chissà che Dio
o chi per Lui. Saperla
in te, è terribile.
Terribile.

L’INFINITÀ DELLA FINITUDINE

C’è un punto oltre il quale non si può procedere,
termina ogni inizio e l’infinito diventa finito.
Avanza, un piede dietro l’altro, piano,
tanto, la via è lunga e non ha senso,
pensa, andar di fretta
– e poi la fretta,
dicono, è una cattiva consigliera, –
quindi non corre, anzi se la prende
comoda assai,
e ogni tanto si riposa.
Potrebbe, se volesse, essere arrivato,
ma chi glielo fa fare? A suo giudizio,
l’unica cosa che non è da fare
è correre: stanca e porta via il fiato.
E così fa come fa
la lumaca,
o la chiocciola – quella con la casa , –
tante sono le cose che ha da fare,
e solo andando piano può eseguirle,
dare un’occhiata a destra e salutare,
e una a sinistra, o, per non perder tempo
né fare gesti inutili e stancanti,
far come fan gli strabici. Un occhio
guarda a sinistra
e l’altro sbircia a destra
senza girare il collo né la testa.
Solo se non fa sforzi e non si stanca,
uno può procedere tranquillo
passo a passo, lentamente, attento
a dove va, evitando
degli ostacoli,
una buca, un tombino, un qualchecosa
d’aggirare. – a aggirare si fatica,
si muove troppi muscoli e va via il fiato. –
Quindi procedendo lentamente,
però con attenzione, non forzando
il passo né la mente, finalmente

DOVE INCOMINCIA IL CIELO

Io non so dove incominci
il cielo,
se al di sotto o al di sopra delle nuvole;
forse solo le rondini lo sanno,
le rondini, che san dove volare,
se al di sopra o al di sotto.
O forse il cielo
è assai, chissà, più in sù, sopra le rondini,
oppure ancor ancor più sù,
là dove gli Angeli
intrecciano festosi i loro voli,
ammesso e non concesso
che ci siano.

DOVE VOLANO LE FOGLIE

Disvuotata di sé, della sua anima,
la linfa, involcro smangiato,
gracile esistenza materiale,
strazio di foglia accartocciata,
secca d’autunno, penzola sul ramo.
Povero arso spicciolo di foglia,
non sa neppure d’esser stato seme,
tronco, ramo, gemma e foglia,
appetitoso pascolo di un bruco,
ed ora è là, che attende una folata

Relitti di memorie

ANNA, ANDIAMO
Il senso del perduto

Nel fresco alito dell’ora
che via via si sgretola in luce,
Anna, non cogli
il senso del perduto ?
Tu ti siedi qui quieta e indifferente
al rito del mattino: pan burrato,
la cuccuma del caffè, la cioccolata,
la pillola per la pressione, la tivù
con le solite notizie quotidiane,
stupide ma anche atroci.
Ecco, è l’ora,
Anna, e mi metto la cravatta,
oggi è novità,
perché è domenica,
e già immagino le tappe del cammino
che ci porta fin là
dove fa sera,
a rimettere in sesto le promesse
che via via abbiamo abbandonato
per scarsità di tempo
– è sempre il tempo
col bisturi, che taglia e non ricuce. –
Vibra intanto l’aria nell’attesa,
e tu ti senti volo e canto,
la tua vita potrebbe
esser un’altra,
ma ciò non osta che non ti divertirebbe,
Anna, ed io non saprei più riconoscerti
diversa, non più pura e chiara
così come ti vedo, naturale
e allegra, intatta
fuori e dentro.
Anna, mi son messo
anche la giacca
ed il cappello, quello di mio padre,
non perché mi piaccia,
perché devo,
perché si deve ciò che non ci piace,
a volte, perché
è nostro desiderio
metterci la giacca ed il cappello,
reliquia del passato.
Dunque, Anna,
mettiti le scarpe e usciamo, calpestiamo
l’asfalto pure noi dei marciapiedi,
– a volte ci si marcia calpestando
le strade da non fare, –
girellando,
anime girovaghe, a lenire
la sete che ci prende
del domani,
fragili creature, e ad onorare
un debito di vita
da pagare.

Il tempo ci si sfarina tra le dita

Il tempo ci si sfarina tra le dita
a mano a mano, ed a lungo andare,
resta di noi non più che la memoria,
rotto l’oblio, che ci ricompone
di qua dal confine tra la vita
e la morte. E si rivive
nel ricordo di chi ci ama e pensa
sia quaggiù che lassù, dove si torna,
nel mondo dello Spirito, eterni,
nella gloria di un Dio che ci è ignoto.

Un’ insospettata rivelazione

Un non so che di strano, d’ improvviso,
un’insospettata rivelazione
di un non so che: un grillo, un elefante,
una monaca, un orto o un posacenere,
una insomma magnifica visione
di un qualcosa di onirico, un miraggio
visibile ed udibile, un’evidenza
epifanica, spettrale,
una pura inapparenza materiale.
Forse è l’eterno che mi si disvela
con le sue mille e mille facce,
l’incredibile che si fa credibile:
basta crederci, e si diventa eterni.

Gambe

Gambe, dove andate, dove andate,
gambe, di corsa o trotterellando,
o passo a passo, caute, lentamente,
instancabili per un lungo itinerario,
chissà mai dove? L’importante è andare,
andare, andare, e sempre solo andare
per viottoli, scorciatoie, mulattiere,
rotabili o tracce sperse in mezzo ai rovi
che scorticano a sangue gambe e piedi.
Gambe, che andate con il vento in poppa
In cerca di una felicità lontana,
verso l’infinito spazio azzurro
dove il cielo s’inarca all’orizzonte
nel fuoco del tramonto, là è il luogo,
la meta ove poter deporre un giorno
i nostri corpi stanchi, per volare
là dove gli angeli e noi si ha le ali.

IL BREVETTO DI DIO

L’uomo non è solo uomo, ma è certo
un po’ di più, un qualcosa di divino:
non c’è un solo essere vivente,
oltre a lui, che sappia programmare,
costruire, creare, calcolare
e via dicendo.
Infatti non risulta
un altro sulla terra che sia in grado
di far quel che fa l’uomo, che sia onesto,
equo o perverso.
A parte poi il fatto
ch’è l’unico capace di distinguere
ciò ch’è il bene da ciò che invece è il male.
Dicono che, nel crearlo, l’abbia fatto,
Dio, a sua immagine e somiglianza,
destinandolo a vivere da uomo
e nel contempo
come un Dio vivente.
A forza di pensarci ora son certo
che Dio è il creatore, e l’uomo il suo brevetto.

IN LEVITÀ DI SPIRITO

Ogni giorno che passa faccio un segno
di lapis sopra un foglio. Nell’attesa
della calma del vento quand’è sera,
sottolineo ogni segno con un rigo
come per dire: Anche questo è andato!
Poi, mentre spira il vento della sera
e viene buio e l’aria si fa fresca,
m’immagino di mettermi al tuo fianco
in levità di spirito. Illusoria
e magica irrealtà di chi è poeta.

E nell’ora che ancora qui è afosa
anche s’è sera, io ti parlo, amore,
come se tu ci fossi, e non mi senti,
tu non mi vedi accanto a te, ma resti
tacita e indifferente, non un gesto,
non un sorriso in quest’afa stagna.

Sorridimi in ispirito, stasera,
fingi che io ci sia, e non andare,
resta qui con me anche se annotta,
lasciami pensarti mia, resta, amore,
un attimo mi basta, basta un poco,
e il vento se ne va, e il mio cuore tace.

RELITTI DI MEMORIA

Non so in quanti e quanti sogni,
da quando nacqui ad oggi abbia vagato
in migliaia e migliaia di chilometri
di sonno, ed ogni sogno
ogni volta diverso, e quante volte
vi ho incontrato mio padre e mia madre,
come fossero vivi. Oh dio, che gioia
trovarmeli lì ancor vivi,
una vita immateriale, onirica,
il tempo e lo spazio d’un sogno,
relitti di memoria, e poi vederli
svanire, un po’ come tornassero,
ogni volta, risvegliandomi, a morire.