poesie di fine giugno

LA PRESENZA INVISIBILE

Spira il vento, l’albero arioso muove
le sue pallide foglie, l’ora è alta
allo zenit, una nuvola vela
il sole, si fa zitta e quieta
la sua presenza invisibile al mio fianco.
Come una vertigine che passa
e dà alla gola, simile a un bagliore,
un guizzo nell’ombra fresca e profumata
sfiora appena il mio volto, e lascia un vuoto
di morte e una risata.
È passata di qua come un barbaglio,
come una scia di luce alle mie spalle,
grida il mio nome, un urlo, e poi scompare.

CHISSÀ PERCHÉ

Alto e solenne,
il sole indugia sulla strada.
Una viola nell’ombra di un’ortica
si abbevera beata di rugiada.
C’è una mosca che fa una capriola
sul mio naso, non mi va e la scaccio,
e se ne va via, discreta
fattemi le scuse. Se lo sai,
dimmelo perché abbia
quasi per forza, immancabilmente
e non di tanto in tanto,
sempre ogni volta luglio trentun giorni?
E’ la fantasia
che a volte gioca degli scherzi,
distorce la realtà e la camuffa
in zucchero filato. E la mosca?
Ah, quella, è sempre lì che ronza.
Beata lei,
altro non ha da fare
che ronzare.

NACQUI SENZA AVERLO MAI RICHIESTO

Nacqui senza averlo mai richiesto,
crebbi anni ed anni a mia insaputa,
tutto secondo il calcolo di un Dio,
ed imparai a muovermi, a parlare,
a fare questo e quello, a camminare
spontaneamente, senza mai impormelo.
Grazie alla mia mente, so pensare,
ma è lei che, senza ch’io intervenga, pensa,
io sono il suo pensato, e ciò che vedo
e ascolto, è lei che vede e ascolta,
come se dentro me ci fosse uno
che mi comanda e regola a piacere.
E me ne sto qui inerte a contemplare,
in non so quale parte del mio corpo,
tutto ciò che dico e faccio, e applaudo.

LIMEN

Le cose, oh sì, le cose: son caduche,
se ne vanno senza far rumore,
cessano per sempre d’esser cose,
scompaiono nel tempo e nello spazio.
Chissà se c’è salvezza o redenzione,
per esse. Qualunque fine facciano,
sono l’irreversibile finire
di tutti noi uomini, che siamo
inconsapevolmente il loro volto.

Le cose. Così nostre, così care
al nostro cuore, loro non lo sanno
di non essere eterne, di morire,
non lo sanno, perciò sono felici.

C’È UN QUALCOSA

C’è un qualcosa che spinge dal di dentro
l’uomo ad indagare sulle cause
dei fenomeni, sia quelli naturali
che quelli di altre origini,
un qualcosa
che lo spinge a cercare di intuire
ciò che non conosce, a domandarsi,
oltre a come, a perché, a dove e quando
ne traggano l’origine, e a dedurne
parametri di giudizio.
Ed è per questa
sua sete, – diciamo, – di sapere,
a spingerlo all’audacia di esplorare
mondi a lui diversi, a dar l’impulso
etico-conoscitivo che lo rende
unico tra tutti gli esseri viventi
a chiedersi s’esista o no, chi e dove,
uno, un Ente unico,
o un complesso,
un amalgama di Enti superiori,
una Tavola rotonda di un organico
fantastico
di più Dio, – sì,
diciamolo: più Dio, anche s’è poco
assai per definirlo, – e che sia in grado
di fare quel che vuole.
E che gli basti
pensarlo solo un attimo, e lo crea,
lo porta a compimento. Certo un genio
capace di ridurre all’essenziale
la vita, di spolpare
l’Universale, tutto fino all’osso,
un sommo straordinario Matematico
cui basta anche solo alzare un ciglio
e urlare: Fiat!
Un attimo, ed è fatto.

LA SEDIA STANCA

M’immagino una sedia, e mi ci siedo,
sono stanco, ed essa è ancor più stanca
con tutti quelli che ci si son seduti
sopra per anni ed anni di onorato
servizio casalingo. E mi ci siedo
più che volentieri, però piano,
piano dolcemente, ben sapendo
quanto la sedia è stanca di accettare
il peso della gente. Oh, se potesse
esprimere quel che pensa, certamente
lo so che mi direbbe: Per favore,
siediti s’un’altra sedia, mi fan male
le gambe e la spalliera. E me lo dice,
la sento, sì, dal cigolio del legno
che prima o poi ‘incrina. E sai che faccio?
Mi alzo, e poi mi siedo su d’un’altra.

La libera scelta

Dio non crea dal nulla, ciò che crea
già preesiste, c’è già, nella sua mente
suscitatrice di tutto ciò ch’esiste,
gioia e dolore, verità e menzogna.

La sua stessa volontà di Creatore,
ne è la sua straordinaria essenza
di Spirito Creatore. Nel crearlo,
Dio disse all’Uomo: A te la scelta
di fare o di non fare a tuo piacere:
qui c’è un melo, là un pero e un po’ più in là
un pesco, un fico, un’actinidia e un caco,
scegli a tuo giudizio…E l’Uomo scelse,
per sua sventura, un melo, una renetta
del Canada. E Dio lo mandò in esilio
in compagnia di Eva e del serpente.

E’ se Dio fosse un punto?

E SE DIO FOSSE UN PUNTO?

E se Dio fosse un punto,
una virgola, un accento circonflesso,
o una parentesi tonda oppure quadra
da mettere giù a giudizio, con estrema
cautela per non esagerare
perché il troppo stroppia, un’attenzione
chiamiamola risparmiosa, un puntolino
minuscolo, che a metterlo s’un foglio
in iscritto, risulti assolutamente,
oltre che incancellabile, eterno?
Allora scrivo: Dio. E ci aggiungo un punto.

IL DIO DELLE COSE

Taccio e penso, parlano soltanto,
sommessi, i miei pensieri, non disturbano
la gente a cui piace stare in pace,
taccio e ci tengo ad ascoltare,
pensando, a quello che mi dicono
le tante e tante cose che ci ho in casa,
le umili care cose d’ogni giorno,
le sento quel dicono parlando,
le cose, fra di loro, coi silenzi
che ospito nella mente, nella splendida
tacita armonia di questa sera.
Taccio e penso all’intima dolcezza,
del loro muto idioma, con cui parlano
le cose tra di loro, qui, da noi,
la mensola coi libri, le forchette,
le seggiole ed i tavoli, la cuccuma
del te, la caffettiera,
i piccoli comodini con la sveglia
e l’abat-jour, e tante e ancora tante
fragili e inascoltate altre cose,
utili ed inutili, che ci parlano
di tante, tante care
cose meravigliose, e, forse anche
di Dio, e come no?, del loro semplice
umile povero dio delle cose,
il dio dei letti e dei loro amici
cari e discreti, il dio dei comodini.

LO SFREGOLIO

Ma il grillo non lo sa d’essere un grillo,
di vivere tra l’erba e cantare
– canto? rumore, sfregolio di zampe
o d’altro, tutto fuorché canto, –
o sa, e si rende conto, non gl’importa
d’esserne cosciente,
è indifferente,
lo sa cos’è coscienza ed incoscienza,
ch’è solo puro istinto, e non ne prende
atto, non gliene importa proprio niente.
Sa, ma inconsciamente, senza manco
farci un ragionamento, e senza averne
un minimo di idea di perché farlo,
senza neppure anzi farci caso
che ha il compito di far lo sfregamento
che provoca il rumore – ma se fosse,
metti, un elefante, te lo immagini
che sorta di fracasso?, – così canta,
o meglio, rumoreggia.
– O n’è all’oscuro,
come il sasso scagliato da una mano
ch’è scagliato, e vola, e non si rende
conto che dopo il volo
cade a terra?
Penso così che a distinguere un grillo
da un sasso ci stia ben poca cosa,
lo sfrigolio che al sasso non gli riesce.

L’ORA LEGALE

Il vento muove solo un po’ le foglie
dopo una fresca alba di pioggia.
Le colline si stringono tra loro,
l’una accosto all’altra. Quant’è vero,
l’unione fa la forza, è là in fondo
all’ultimo lontanissimo orizzonte,
il cielo ora è sgombro dalle nuvole,
e una trama rosa-gialla sta annunciando
la nascita del giorno. Sistemata
la notte, Dio ora sta pensando
al mattino, – su ciò ha delle idee chiare:
dev’essere bel tempo,- e qua e là cancella
le ultime macchioline neropece
della tenebra. Oggi, ventun giugno,
ultime notizie: c’è il solstizio,
ora legale, hanno avvisato il sole,
e lui, come suo compito, sia adegua,
e si alzerà con un’ora di ritardo.

MI SIEDO S’UNA ROCCIA AGUZZA

Mi siedo s’una roccia aguzza,
dirimpetto alla memoria. Il buio
alle mie spalle, davanti a me la luce.
Un ricordo si agita lontano,
forse, chissà, vuole entrarmi in mente
e uscire dall’oblio. E tanti altri
mi s’affollano questuando anche solo
due attimi, o anche tre, nella memoria.

Schiavo dei miei ricordi, tento invano
di liberarmene, vorrei che mi lasciassero
prima o poi in pace, vorrei scendere
da questa roccia aguzza per scordare
quello ch’è stato, e metti sia impossibile,
se proprio è necessario, ricordare
non più di un qualcosina. Ecco, ho scelto:
incomincio a ricordare il mio futuro,
scendo dalla roccia e salgo su d’un’altra.

GUARDO IL MIO SGUARDO

Guardo con noncuranza il mio sguardo,
mente mi guarda con la stessa
medesima nonchalance, disincanto
od incanto starmene qui immobile a guardare,
lo sguardo nello sguardo, incrociando
gli occhi da uno sguardo all’altro sguardo,
o, s’è il caso, evitare d’incrociarsi
-pericolo di scontro. Sono l’occhio,
l’iride, la cornea, la pupilla,
il vitreo, le palpebre, le ciglia,
e sono, perché no?, le sopracciglia.
Son lo sguardo che guarda e che si guarda.

anche le api hanno il diritto di far sesso

SOLO DI PASSAGGIO

Sto per impizzare il fuoco quando
un tizio a torso nudo s’appropinqua
uscendomi strisciando
da un pensiero
dimenticato, e, come s’alza in piedi,
Lei non sa chi son io,
mi dice,
anche se tempo addietro mi ha pensato,
forse per caso, e solo di passaggio,
mi sono trovato
dentro un Suo pensiero…
Strizza gli occhi e si terge con la mano
la fronte. Sbuffa. Sgronda di sudore.
Lei non lo sa che caldo che fa a volte
dentro un pensiero,
se ha a testa al sole
senza un berretto. E senza un movimento
minimo d’aria. Un soffoco… Borbotta
dandomi la mano. Vado…
E s’allontana
portandomi via il pensiero. E intanto il fuoco
è un fuoco che ha smesso d’esser fuoco.
Prendo uno zolfanello
e lo impizzo.

A PRESCINDERE DA TUTTO

A prescindere da tutto, anche a costo
di ripetere: a prescindere dal Caso,
( aggiungici, se vuoi:
dalla coscienza,
ammesso, ma ne dubito, che l’abbia ),
dunque, ammesso e non ammesso
tutto, e, perché no?, anche che piova
senza neppure un solo goccio d’acqua,
dunque, che dire?
mettici anche Dio
( vedi se ti ci riesce ), in quanto a questo,
penso che qui ci voglia qualcheduno
che conti da par suo, un avvocato,
un giudice o un notaio,
che approvi e metta giù a verbale
che se abbassi le palpebre, la curva
del tuo stomaco cambia prospettiva
e ti pare un po’ come
un promontorio,
o la prua di un piroscafo che navighi
in rotta per le Indie. A mille miglia,
di là dal tuo stomaco, lo scoglio
dell’angolo del tavolo s’incunea
tra il letto e la consolle. L’imbarcadero
è lì, a due passi.
Mettici anche Dio,
ed Eva che ti offre non la mela,
( errare humanum est ), ma una ciliegia.
Scusami,
ma è meglio non rischiare.

CARA, PRENDI UN TAXI

Cara, prendi un taxi, affretta
un poco il passo, muoviti o vien tardi,
andiamo
a dissipare in due il tempo
dell’ombra e del silenzio delle cose.
Cara, odori di menta e di fiori,
hai la bella età
che fa preziosi
e chiari gli orizzonti, l’innocenza
che tutto a sé avòca, e ridi e canti
e getti baci
come getti fiori.
Cara, sei presente e assente,
sei fiore alla tua gaia primavera.
Dammi la mano, dunque, e andiamo
io e tu all’eternità.
Sì, in due possiamo.

ANCHE LE API HANNO IL DIRITTO DI FAR SESSO

Ho in mente un torrentello che, impetuoso,
a zig a zag a bozzi, schizzi e balze
supera balzellando serpeggiante
Anghebeni, e irrompe con veemenza
alle Porte del Leno, dove compie
l’ultimo balzo e irrompe nella piana
di Rovereto a fondersi nell’Adige
che va verso Verona. Ce l’ho in mente,
eccome che ce l’ho, anche il profumo
delle acacie in fiore a primavera,
un profumo che m’inebria e mi stordisce,
e uno sciame di api che di maggio
inseguono vogliose la regina
per un atto bellissimo di sesso.
Com’è giusto che sia, anche le api
e i grilli e le formiche e le cicale,
eccetera, eccetera, hanno il dovere,
anzi il diritto, di poter far l’amore
– piccolo che sia, è pur sempre amore.-
E intanto il tempo passa, e, con il tempo,
gli attimi, piacevoli o spiacevoli,
ci restano allineati nella mente,
uno dietro l’altro, tutti in fila,
gli attimi che compongono la memoria,
e che nessuno manchi, dello sciame
delle api che vogliono far sesso.
Il che, si sa, è utile oltre che bello,
perché è lassù, e non qui, che l’han deciso.

La tegola

E LUI DORMIVA

Giaceva come giacciono i morti,
con gli occhi chiusi e rigide le membra,
Cristo, il corpo avvolto nel sudario,
come chi dorme e sogna ed è felice.

E tutti lo guardavano dormire,
pensando a tutto tranne che alla morte,
quasi come se non li riguardasse,
ma fosse una cosa sua, a loro estranea.

E intanto lui dormiva
solo nel suo sepolcro, e sognava
come chi dorme e sogna ed è felice,
perché la morte non lo riguardava.

CHE COS’È LA MELA?

Vedi: è una mela.
Ma cos’è la “mela”?
Dici: È il frutto di un albero, il melo.
No, non ti ho chiesto
chi è che la produce.
È un cibo commestibile. Insomma,
non ti ho neppure chiesto a cosa serva.
( Messo in difficoltà dal professore,
lo studente perde la pazienza
ed esclama: È un corpo contundente! )
Ma è un quiz che tormenta anche il filosofo,
che si domanda
cosa sia la “mela”.
Se si dice che non è che la sostanza,
dimmi che s’intende per “sostanza”,
è un termine illusorio, un poco vago.
Ecco, mi dici:
È un coso
fatto di certe cose ( polpa, buccia,
torsolo, peduncolo, eccetera ),
con forma tondeggiante, a mo’ di palla,
una somma di cose messe insieme
per fare un qualche cosa
detto “mela”.
Il quiz che si pongono i filosofi
e questo “che cos’è. “
E qual che sia
la differenza tra una rosa e un gatto,
hanno ambedue in comune la “sostanza”,
messa però in un modo non uguale,
onde evitare che non annaffi il gatto
e dai alla rosa
un piatto di frattaglie.
Eccoci dunque al dunque, al “ciò che siamo”:
siamo la “differenza.” E in ciascheduno
messa in un certo modo.
Punto e a capo

LA TEGOLA

Mentre Piero cammina per la strada,
gli piomba all’improvviso sulla testa
una tegola dal tetto di una casa.

Per chi crede, la tegola è caduta
per volontà di Dio, e per chi non crede
per volontà del vento che l’ha smossa
e fatta poi cadere. È stato il vento
a smuoverla da lassù, dice chi crede,
la volontà di Dio che ha smosso il vento.
L’ateo però insiste, per lui è il Caso
che ha fatto sì che il vento si muovesse
e facesse poi smuovere la tegola,
e ha fatto sì che Piero capitasse
di lì precisamente in quel momento.

Piero non sa a che volontà credere,
non sa che volontà predominasse,
quella di Dio, del vento oppur del caso.
Fra tante volontà, la più colpevole,
forse, è piuttosto quella della tegola:
è lei che s’è arrangiata a far da sola,
a smuoversi da lassù e cadergli in testa,
non Dio né altri, è lei che ha fatto tutto.

In principio ero io

IL FUMATORE

Piero è un forte fumatore, ed ogni giorno
si dice tra sé e sé : Domani smetto.
Lo spaventa il pericolo del fumo,
per cui si dice:
Oggi no, domani…
Non è che sia deciso, ma lo spera,
e si dice: Si sa, ci vuole tempo,
non posso farci nulla se non smetto
subito,
ma lo farò domani.
Piero è un uomo schietto e generoso
verso di sé, e non vuole incrudelire
verso la sua persona,
e ha l’opinione
che sia meglio attendere il dì dopo
per decidere, e non farlo contro voglia.
Dunque pensa: Domani…
E il giorno dopo
però è di cattivo umore, e non smette,
e il dì dopo, al contrario, ha il buonumore,
e men che meno. E il giorno dopo ancora
dubita che il fumo faccia male,
anzi, fa bene al fegato e ai polmoni.
E qui sorge il problema:
s’egli sia
libero o no di non voler fumare,
se può o no convincersi di smettere
o vivere anni in meno, ma gustare
la voluttà del fumo.
Ad ogni modo,
lo sa che ha già perduto la battaglia:
s’accende una sigaretta e vi si adegua.

ANNA, LA ROSA E L’ORTICA

La ventata che ha sconvolto il viale
con un via vai di polvere e di foglie,
girato l’angolo della vecchia casa
è passata di furia tra le rose
di Anna.
Sì, Anna, con amore,
– e sai quanta pazienza -, è sempre lì,
che piova o tiri vento, in dolce attesa
a porgerti un sorriso od una rosa.
Dice la gente:
“ Anna è sempre Anna,
la vedi accanto al muro delle viole
a porgerti una rosa e ti sorride,
Anna che non ha età
– oh, non invecchia,
vive senza saperlo, e chiede scusa
se le rose d’inverno non fan fiore…- “
Anna non sai s’è vecchia o s’è bambina,
bellissima od orrenda.
Premurosa,
col suo sorriso dallo sguardo miope,
sguscia lieve dall’ombra e dal cancello
dell’orto sempre chiuso, ti regala
una rosa infilata nel suo seno.
Sembra la fantasia
di un poeta,
l’Avemaria di un Calendimaggio
nel tremolante evaporare d’aria
– grilli, campane, voci innamorate
e tenere d’amanti –
e ti offre un bacio,
complice tenerissimo. Avvampa
la sua estate di rose, il suo sorriso,
le sue curve graziose, il suo seno,
il suo fascio di tremiti in attesa
con cui si offre docilmente, Anna,
e il breve lampo di un attimo, e il fiore
che cogli dal suo seno pudibondo
è tutto tuo. Ma in sogno, solo in sogno
non è un fiore di rosa
ma d’ortica,
e tutto attorno a te si sfa, dilegua,
orto, cancello, muro, ortiche, viole
e resta lei, mio dio!, lei sola, Anna,
ma un’Anna che non c’è
e non è mai stata,
Anna mio amore andata via col vento
e che mi lascia, un’Anna che non cerco
d’una stagione gelida, incolore,
senza una rosa.
Il bianco della neve
mi lascia echi di campane rotte.
Tenue come il pianto dell’allodola,
il battito del cuore sofferente
di un’Anna
paradiso di memorie.

IN PRINCIPIO ERO IO

In principio ero io,
io sono stato
io, tu, lui, voi, noi tutti,
tutto indistinto, voce, gesto,
palpito, afflato, pianto, riso,
io di me memoria,
io certezza
ed incertezza, verità e menzogna.
Io nel deserto del mio cuore,
promiscuo di tempesta e cielo azzurro,
mero, fugace anfratto
di sensi e di emozioni,
foiba di voluttà
e tormento,
io, fastidio di mosca e di zanzara,
io che non so perché
si debba andare,
io che non ho più voce per pregare.

SCUSATEMI SE MUOIO

MAGNIFICAT

Quando passeggio solo lungo l’argine,
mi prende un’infinita tenerezza
per tutto ciò che vedo, e mi commuove
il sapere che i passeri, le nuvole,
il sole, il fiume, gli alberi qui intorno,
tutto è un unico disegno
di un dio che non si vede. E guardo
con più curiosità ciò che mi attornia,
come se lo scoprissi solo allora,
e mi stupisce, e quasi mi par d’essere
come uno che passi là per caso,
un estraneo qualunque. E vado
piano, senza rumore,
per paura, che so, di disturbare,
di essere un intruso. E intanto il cielo,
l’acqua del fiume, gli alberi, e le case,
tutto è un incanto, tutta una poesia
meravigliosa, un unico magnificat
di qualcuno nascosto non so dove.
E vorrei piangere, vorrei ridere,
così, non so perché, vorrei gridare
tutta la mi gioia e il mio dolore,
come un povero clown. E non saprei,
mio cuore, se morire
o vivere di questa mia felicità
che non comprendo. E rido
camminando stordito lungo il fiume,
trattenendo il respiro. Ma lo so
ch’è un nascere e un morire senza fine.

SCUSATEMI SE MUOIO

Quanto di me da vivere mi resta,
poco m’importa: lo vivrò morendo
piano, in punta di piedi, tra la gente
che non s’accorgerà della mia morte.
E poi dirò, venuto il tempo, agli altri,
con umiltà: Scusatemi se muoio….
Sarò una foglia che non fa rumore,
all’insaputa delle altre foglie.
Praticamente attore e spettatore
nel gran silenzio di un teatro vuoto,
uno che recita a memoria
la vita e la morte consumando
la parte di respiro che gli spetta
a gloria e compimento del suo ruolo.
E veramente noi non ci conosciamo,
per dirci addio. Siamo soli al mondo,
un soliloquio in una platea deserta
la nostra vita e la nostra morte.

L’ANNEGATO

Dovevi vedere
come l’acqua mi sommergeva,
piano,gradatamente,
mentre il mio corpo scendeva
leggero come
una foglia o una piuma nell’aria,
come sprofondava
inerte
nella morte che via via
mi penetrava,
senza odori, senza suoni,
dovevi
sentire come il mare
a poco a poco mi abbracciava,
il mare, fratello mio in attesa
del mio corpo che piano
piano scendeva, dovevi
udire
come il mio corpo
moriva.
Gli ho dato il mio corpo,
al mare, con tutto il mio amore
e il mio dolore, gli ho dato
i miei capelli spettinati e gli occhi
e gli occhiali,
astigmatici. Ho fatto
fatica, però: a morire
– non lo sapevo,
no, – si fa fatica,
ancora più che a vivere. Ed ora
son qui, oltre la morte,
e vivo come posso
la mia eternità, sfiorando,
quasi fosse un gioco
di dita, il mio corpo,
rinato,
– a sfida con la morte, –
d’annegato.

NOI E GLI ANGELI

In nessun caso mai nessuno
tra gli Angeli che vivono tra noi
viene meno al patto col Creatore.
Sempre stanno in incognito, discreti,
mai una volta ci dicono chi sono:
sempre pronti a sorridere, non dicono
una sola parola che dia adito
al minimo sospetto. E loro sanno
di noi cose che loro solo sanno.
Forse non possono essere felici
finché vivono tra i vivi, ma hanno fama
di Angeli alla mano, bonari,
ci seguono dove andiamo per proteggerci
e farci compagnia. Ma non sappiamo,
noi, che sono Angeli.

LE SETTE STELLE DELL’ORSA

Le sette Stelle dell’Orsa – il Carro –
risalgono lentamente la collina.
Lontana, verso sud, la nave Argo
esce dagli abissi della tenebra
e naviga tranquilla verso l’alba.
Bianca, la regina della notte
pare un batuffolo di neve,
un giocattolo di ovatta. Ci vorrebbe
che uno la tagli in due, un pezzo al cielo
e l’altro a me, che me la metto in tasca.

TUTTO DA COPIONE

Giunge dalle aie lontane
e dalle baite perse tra gli erbai
di erba medica e grano saraceno
come una fievole musica gitana
del solito grillume che non manca
mai nelle poesie, un trepestio
di una banalità che non ti dico,
figùrati in questi versi.
Non bastasse
il solito refrain da quattro soldi,
la notte se ne va tranquilla
e zitta a fare alba e poi aurora.
E la luna, lassù, sta a imperversare,
una luna mezza marcia, gobba,
mentre i morti
se ne escono a frotte
dal piccolo camposanto di montagna
e se ne vanno in lenta processione,
a spasso, un Angelo per guida
a far da cicerone.
Dalle aie,
lontane, e dalle baite
perse nel buio, il solito uggiolio
del solito cagnetto alla catena.
Tutto da copione,
ed anche Dio,
sempre il solito, a dirigere alla brava,
il caro vecchio Dio di tutti i giorni.

Basta un pensiero

IO SONO IN TE

…e allora, corri, vento,
soffia sulle bacche di cerfoglio,
tra alberi e farfalle;
mi è nato un Dio, e lo battezzo figlio,
eppure lo so padre e mi fiorisce
dentro in una tunica di luce
di aculei a far ghirlanda all’anima.

A ricomporre insieme la sua genesi,
guardo al di là di me: c’è un qualchecosa
che mi brucia nel sangue delle arterie
(“io sono in te e in ogni dove…”). Il vento
si abbandona alle ali del silenzio.
Grido, ma non mi riesce di ascoltarmi.

Cinquanta uomini camminano tutti insieme

Cinquanta uomini camminano
tutti insieme
per la strada ch’è tutta piena zeppa
di decine e decine di cinquanta
altri uomini che camminano
tutti insieme.
Si fermano ogni tanto a rastrellare,
tutti insieme, le mille e mille foglie
che cadono di notte mentre lenta
e bianca già s’approssima l’aurora,
ed il gallo,
ormai stufo di cantare,
rientrato nel pollaio, si addormenta.
Ma che bella la città quand’è mattino,
con le aiuole che profumano di menta,
e le rondini strimpellano gaie
mentre gli uomini, via via, nel camminare,
puliscono, in cinquanta,
tutti insieme,
ogni tanto le foglie sulla strada…
Passa a fatica il camion della frutta,
è senza ruote e senza guidatore.
Ma che importa?
Ci basta immaginarlo.
Provalo. E vedi se ti riesce
una qualche storiella,
anche se brutta

BASTA UN PENSIERO

Basta un pensiero, disse. Rosicchiava
nervosamente il lapis. In un segreto
angolo della memoria risentiva
le note di una musica lontana.
In quel silenzio logorroico il tempo
si concedeva a lui come una donna
dai capelli già grigi, senza amore.

Inventare la vita, disse ancora,
mi basterebbe il filo di un ricordo
per cucire il passato all’avvenire.
Ma era esausto. E il tempo se ne andava,
lasciandolo così là tutto solo.
E le vie erano deserte e le case vuote.

L’UOMO E IL RAGNO

Pensavo che la stanza fosse vuota,
così ho spinto la porta e sono entrato.
Dentro, c’era un tavolo e una sedia
senza schienale, e sulla sedia un uomo,
e sul tavolo un bicchiere e nel bicchiere
un po’ di vino. L’uomo mi guardava
come chi guarda un bruco od una mosca.
E una mosca ronzava, e il suo ronzare
era una sfida a un ragno lì in attesa.
L’uomo poi s’alzò, ed era il ragno,
orribile, ed incominciò a guardarmi
fisso e piano piano s’avanzava
come solo un ragno sa avanzare
verso una mosca, ed io, inorridito,
urlai, e feci un balzo e fui sull’uscio,
lo spinsi ed uscì e così fui salvo
dalla sue grinfie. Lui il ragno, ed io la mosca,
salvo. Libero e felice di ronzare.

La città della memoria

FORSE SONO GLI ANGELI

Tutto un via vai di vocaboli
il non dicibile, il non detto, il taciuto,
e mi si affolla intorno,
si sforma, si riforma e si sfalda
in mille e mille coccole di lemmi,
e ne sorgono bisbigli,
tutto un fibrillare d’echi stagni.
Forse sono gli Angeli a parlare
(gli angeli bellissimi dell’infanzia),
e non sai se siano voce o canto
o musica (una musica-sussurro).

Angeli? Forse, non lo so,
Angeli certo in fìeri, e vanno e vengono
un po’ come le nuvole d’estate
che portano non sai se sole o pioggia,
si occultano e si scoprono ogni tanto,
ne vedi un lembo (azzurro) di sottana.
Angelo è anche Piero, il Piero-Angelo
seminascosto nella tarda luce
di questa imperturbata afa estiva,
un Angelo che lassù si chiama Piero,
il non-Angelo quaggiù del non-Piero.

QUANDO MAN MANO SI FA SERA

Quando man mano si fa sera,
e tutto a poco a poco si fa zitto,
c’è solo un grillo, uno solo, al buio
nell’orto dietro casa che parlotta
non so con chi, con lui ci son le rape,
le bietole e i piselli e qualche asparago.
Forse è con loro, penso, che discute,
un dialogo tra un grillo e degli ortaggi,
in una lingua grillo-vegetale.
Peccato che non abbia un dizionario
apposito per capire
di cosa stian parlando, son senz’altro
chiacchiere di cose sere, dotte, colte,
di loro competenza. E solo Dio,
penso, ch’è poliglotta, li comprende.

E VIEN GIÙ TUTTO

Basta un poco di ruggine, Piero,
nel congegno che regola il cervello,
un bruscolo di polvere nel naso,
una scheggia nell’unghia, e vien giù tutto,
e chi pensa alla morte
e chi a far l’amore.

LA CITTÀ DELLA MEMORIA

Ancora la rivedi,
sì, ancora, la città della memoria
spaventosamente persa, la rivedi,
città triste, silenziosa, gaia, urlante,
eccoti qui tornato a lei in un sogno,
Italo, e tutti gli Italo esistiti,
tutti in fila in un filo di memoria
di tanti e tanti Italo mai esistiti.

MATTINATA A LIZZANELLA

Muore il mattino. Attendo
sulla panca assolata
tra voci di donne e risate
di bimbi all’asilo. La piazza
cela ancor l’ultimo sprazzo
di luna. Empio il mio vuoto,
santifico il mio Nulla.
Si spegne l’incendio del giorno
che nasce, il cielo rosato
piano s’azzurra. Il mattino
mi pesa, mi fiacca le membra,
nasconde parole e risate: il Presente
è l’assurdo esser Niente. Assurdi la gioia,
la pena, il tempo e il non-tempo.

Come fossi al centro del mondo,
respiro un piccolo straccio di nuvola,
mi sparpaglio qua e là nell’azzurro,
fresco e lieve nel gioco del vento,
un sapore che pare d’eterno.
Il Presente è qui, che scompare,
lo sento dalle ultime voci
delle donne che tornano a casa,
del profumo delle rose che irrompe
come un trillo di gola d’allodola.

Povera è la mia vita: attendo
l’arrivo di cose mai giunte,
deluso di quelle arrivate. Il resto
è uno scorrere d’anni, un vanire
di roghi lontani di vento.

ANNA, MA CHE IMPORTA?

Il tavolo, la sedia, il video. Fogli
qua e là scarabocchiati ( il solito
disordine quotidiano dopo cena
tra libri, carte, schede, dizionari,
e un andare sù giù come per caso
sulle pagine di Luzi ).
Dalle scale
salgono le voci delle donne
affaccendate a ridere e parlare.
Sbircio s’un album alcune foto
con le didascalie: ecco,
c’è Anna,
Anna, che prende corpo nel silenzio
del mio album. Anna petulante
con un sorriso con i denti finti
(l’età glielo concede).
Beh, d’accordo,
ma Anna è un nome facile da scrivere,
bastano due sole sillabe, e mi piace,
ecco, mi piace pronunciarlo adagio,
scandendolo concentrandomi: An – na.
Costa poco, anzi niente,
dire un nome
facile e breve: meglio a bassa voce,
ma che il tono e l’accento siano giusti.
( Eppure, Anna,
so che non esisti,
ma che importa? T’immagino di sghembo,
accavalli le gambe sulla sedia,
mi guardi di tralice.
Oppure, Anna,
affiori nel tepore profumato
dell’acqua saponata di una vasca,
con un sorriso Durbans tutto denti. )

UNA SERA DA NIENTE

Una sera da niente, e ancor di nuovo
torna alla stessa ora, puntuale,
il conto della serva, e tutti noi
fermi in ascolto, accanto all’uscio, in piedi,
si parla sotto voce e ci si scambia
addii o arrivederci, e c’è chi arriva
e invece chi va via, e non dice dove,
e chi rimane si compiace o piange,
comunque ci si adopera a far fare
un fascio d’ogni erba, a commentare
e a calcolare il tempo che ci resta
da vivere, o che altro che si tace,
del resto tutto sembra in santa pace,
ma s’è questione solo d’ore, basta,
vi dico, è meglio che si aspetti
che i bimbi siano a letto addormentati,
ché i muri hanno orecchi e ogni parola,
anche se sussurrata, ha mille voci.

Meglio stare fermi e contemplarci
vivere di speranze e di nevrosi,
– tante! – e toccarci con le mani,
farci i complementi per la pelle
lucida e ancor liscia, senza rughe
né altro, neppure un reumatismo
né un piccolo doloretto, e rallegrarci
e sorridere se il vento urla più forte,
fuori, in istrada. Urli, se gli piace,
se altro non ha da fare o da gridare,
Noi, che siamo noi, si sorride e tace.

L’albero dei fiammiferi

L’ALBERO DEI FIAMMIFERI

Non so se sia orgoglio o commozione,
o tutt’e due, comunque è inverosimile
che un albero, o un’erba, abbia il mio nome.
Italus bonassiensis. Sembra buffo,
ridicolo, inattendibile e desueto
o una strana pietà, una speranza
di diventare un corpo vegetale,
un albero dal duro ceppo – un noce,
o, che so io, un pero o un palissandro.-
Non è una cosa assurda, ma una fortuna,
morire uomo e nascere poi pianta,
magari di una specie in estinzione,
un albero adatto a far fiammiferi ,
ed essere strofinato e dare un tenue
barbaglio delicato per accendere
una piccola candela a un Sant’Antonio.

LA CAREZZA DI DIO

Io non ho mai capito chi mai fosse,
Dio, cotesto Dio di cui si parla.
Ma un giorno girellando l’ho incontrato,
m’ha detto ch’era lui. M’ha accarezzato,
un attimo, – e la mano era pesante,
una mano di Dio -, e se n’è andato,
ed io mi son sentito tutto nuovo,
con un rinato aspetto, non più uomo
ma uomo-Dio. E sono andato
in giro accarezzando
coloro con i quali m’imbattevo,
e tutti si sentivano più nuovi,
diversi. E accarezzavano
tutti quelli coi quali s’incontravano.
Tutti eravamo Dio senza saperlo.

UN NOME

Due o tre sillabe, non più.
Ed era un nome,
di uno mai incontrato e mai veduto,
era per me come fosse morto,
un nome ed una croce. E l’ho pensato,
ecco, l’ho visto dentro un mio pensiero,
lo ammetto, e poi se n’è parlato
anche tra noi, ma il nome l’ho scordato,
od è il mio originale,
e io il fac-simile.
Il nome poi l’ho scritto su d’un foglio,
quale non mi ricordo, e chissà quando,
o forse l’ho buttato nel cestino,
quello delle cartacce.
Ma cos’è un nome
senza una storia, un volto, un proprietario?
È solo due o tre sillabe. E questo è quanto
resta di lui (di me): non più che un gesto
di una mano che butta via un foglio,
o una spezzata sillaba.
E va bene:
ora son qui che attendo un altro nome,
per scriverlo sul biglietto
e poi gettarlo.

IL VENTO RISALIVA LA COLLINA

Nelle ultime luci della sera,
uscì da un tabernacolo di rose
libera, sfiorando l’erba,
una farfalla. Il cielo,
basso, da sentirne quasi il peso,
ecco, ad un tratto si riempì di stelle.
Io mi sentii come una farfalla,
libero anch’io, e sfioravo l’erba
e volavo, e la vita era un momento
di sincronia col cielo,
ed io un gioco bizzarro della sorte,
come un dado tirato già a caso.
E il vento risaliva la collina,
mentre io intanto sfioravo il cielo,
cercavo il mio non io, la mia assenza
di là da individuare, anch’io farfalla,
appena schiusa, a cercare il sole.
Ma non trovavo altro che lumache.

IL NOME DI DIO

La Cosa preesistente ad ogni cosa,
cosa sortiva della conoscenza,
chiarissima nel suo essere il Nonsocosa,
mantra di silenzio, cosa-ombra
nell’ombra rintanata nella luce,
Spirito della nostra grande Madre
sacra e originaria, la Parola.
A ogni cosa pronunciata ad alta voce
baritonale, oppur solo pensata,
il mistico abracadabra di un Nome,
battesimo fonico, un nome
il cui etimo si perde nel sacrario
del Tempo, e non si sa chi sia il creatore,
o chi l’abbia per primo pronunciata.
Tutto, anche la non-cosa, ha dentro sé
il nòcciolo del non-detto o non-pensato,
il non-nome che battezza la Parola
per essere pronunciato, come il Nome
sacro e originario senza etimo
di Dio, di Dio che non ha un nome
ma solo un lemma, un appellativo
che indica grandiosità: quello di Dio.
Non sappiamo però il suo vero Nome.

LA RISATA DI PIERO

Piero incominciò una sera a ridere
subito dopo cena. Era di maggio,
e dalla finestre aperte si sentiva
fin sulla strada il suo convulso ridere.
La gente si stupiva e non sapeva
donde venisse quel chiassoso riso
che a volte assomigliava a una risata
d’asino o di pecora, e altre volte
il rumore assordante di un tuono.

Piero comunque continuava a ridere,
e tutt’intono a lui era silenzio,
solo il ronzio di un paio di cicale,
le ultime, s’udiva, un po’ beffardo,
e un vento che portava via ogni voce,
cui qua e là ogni tanto s’inciampava.

E a poco a poco incominciò a ridere
ogni cosa che stava lì d’attorno,
gli orti, le case, i muriccioli, gli alberi,
i pali della luce e le grondaie
a scivolo dai tetti, ed anche i morti
nel piccolo cimitero lì dappresso,
un ridere basso e rauco di morti.

Qui si dice che abbia riso pure il cielo
con gli angeli e le anime dei santi,
alto sonante come un temporale,
ma allegro, ed uno scoppiettio di tuoni,
e intanto solo Dio lassù era zitto,
un Dio come si deve, sobrio, serio,
com’è giusto che sia, un Dio ammodo.

La cacciata dall’Eden

LA CACCIATA DALL’EDEN

L’albero meraviglioso dell’Eden,
in fondo in fondo era solo un melo.

Spesso descritto alto fino al cielo,
ammantato di stelle, il favoloso
albero dopo il fatto fu abbattuto.

Non serviva ormai più. Esautorati,
Eva ed Adamo, visti i precedenti
del serpe ingannatore, non mangiarono
più mele, ma broccoli e canederli.

UN’INTERESSANTE BANALITÀ

Un’interessante banalità,
la vita,
e certo ci è voluto
– come dire? – uno straordinario
incredibile geniaccio ad inventarla,
ed è indubbio che ci voglia
del coraggio
per prenderla di petto e assaporarla
salvo poi, gustatala,
sputarla.

IL VIDEODIPENDENTE

Disteso s’una comoda poltrona
a due passi dal frigo e dal video,
stringe il telecomando
nella mano,
abbozza uno sbadiglio e stancamente
dà sul pulsante. Un attimo gli basta
al cambio di canale.
Un po’ di luce
illumina il suo volto insonnolito,
scialba immagine di un giorno di noia.
Con le palpebre basse,
un po’ schifato,
celebra il suo rito giornaliero
di telespettatore indifferente
a qual che sia il programma:
Bruno Vespa,
Pippo Baudo, Bonolis: barbiturici,
buoni senz’altro a conciliargli il sonno.
Il gatto dorme sopra i suoi ginocchi,
e anche il canarino
è lì che dorme,
tutta la città certamente dorme,
anche i piccioni sopra il davanzale
e i broccoli nell’orto ed i radicchi,
se potessero, starebbero a dormire,
compresi i pipistrelli
e le formiche.
Guarda di tralìce la finestra,
come se aspettasse chissà cosa,
una mano che gli dia
la buonanotte
di un angelo, o la coda di una stella
che gli indichi la via che si ha da fare
per raggiungere la camera e dormire.
Poi afferra la bussola e il sestante
e lemme lemme
se ne va a sognare.

LA MERAVIGLIOSITÀ DELLA FORMICA

Ogni volta, guardandola, m’incanta
la sobria operosità della formica:
senza mai proporsi
grandi cose,
ha la meravigliosità dell’operaio
che svolge i propri semplici lavori
con lena e accanimento,
e, se fatica,
lo sa ch’è suo dovere affaticarsi
anche per una briciola.
E spinge
a morsi, strappi, zampe e antenne,
detto prosaicamente, la razione
di cibo giornaliero al formicaio,
col fine della massima concordia
d’intenti con le altre.
Una sapiente
individualità all’umile servizio
del popolo dei mìrmici. A lei,
piccola formica, il mio amicale
e rispettoso
ossequio di poeta

IL SERPENTE DELL’EDEN

Il serpente dell’Eden, il dissidente
contestatore del Vecchio Testamento
che abbindola due sciocchi creduloni
offrendogli una mela, m’è senz’altro
simpatico. E poi, degno di nota
è il fatto che la Bibbia non ci dice
che fine che abbia fatto dopo il fatto
spiacevole il serpente, se abbia avuto
anche lui, oppure no, lo sfratto.

BEATO DI SPAZIO

Beato di spazio, guardo le nuvole
correre svelte avanti e indietro in cielo.
Il giorno è neutro, un po’ nuvole e un po’ sole,
e c’è un vento nevrotico che riempie
di sé gli alberi che immoti e silenziosi
accompagnano il viale. Meraviglia
di questa sera d’estate che non muore.
Dammi la mano, andiamo a far l’amore.

L’ANGELO CUSTODE

E forse questa è l’ora di non vivere,
e tutto qui è immoto, silenzioso,
il gatto fa le fusa sulla seggiola
e un fil di luce scivola tranquillo
e illumina il bicchiere sopra il tavolo.

O vita, catturata dal silenzio,
non tieni più…Ti riconosco appena
in un giro di voci sulle scale;
trovo in me la forza di celare
in queste ore di vuoto la paura
del bambino che suona il campanello
all’uscio, mentre fuori è buio e piove.

Appare per un attimo e scompare,
e più è lontano e tanto più è vicino;
accendo e spengo il lume e lo riaccendo:
è lui, lo so, il mio Angelo.
Dicono che si aggiri per cercarmi.