ECCOMI, SON QUI

La muraglia

Vado in auto, si è in tanti, e si procede
lungo il muro di un vecchio cimitero,
lenti, un poco quasi a passo d’uomo
dietro un autobus che avanza scodazzando
un metro, una fermata, e un altro metro,
una sosta, un metro, e via dicendo. –

Capita che a volte dia un’ occhiata,
quando son fermo in sosta, alla muraglia
ch’è apparentemente invalicabile,
grigia, con qua e là una finestrella
stretta, ad altezza d’uomo. E mi domando
a chi possano mai diavolo servire,
se a noi che siamo fuori, a curiosare
sui morti che stan dentro, oppure a loro,
che guardino da dentro a noi di fuori.
La fila delle macchine riprende,
avanza un po’ e poi sosta. E pure il muro
pare che avanzi, sosti e poi riprenda,
e seguo con lo sguardo il suo profilo
lugubre di muro divisorio.

Ma non scorgo una porta che sia una,
lo so che non è un parco né un giardino,
ma, data la sua ampiezza, è un cimitero,
ci stanno dentro in tanti, più che al parco,
e il muro è una barriera tra due mondi,
il qua e il di là, e di là ci stanno loro,
protetti dalla privacy, e si godono
l’eterno dell’effimero, o, piuttosto,
l’effimero dell’eterno. E chi vi entra,
lo fa perché costretto e, dopo, entrato,
voglia o non voglia, vi ci resta dentro,
effimero od eterno. A lui la scelta.
Il semaforo ora è verde, e si riparte:
un colpo al gas, e via, a tutta birra.

Si va a Gerusalemme….
( A piedi, naturalmente ( il tempo non ci manca )

Si va per la Crociata, il paradiso
certo e assicurato:
Dio è con noi,
e ci assolve peccato per peccato.di
Una massa innumerevole di gente

nobili, mercanti, contadini -,
se ne parte e va, la lancia in resta,
per il Santo Sepolcro.
Lascian tutto,
ferrano i buoi, li aggiogano ai carri
su cui caricano i propri famigliari
-donne, bambini, capre -,
e se ne vanno.
E ogni volta che scorgono un Castello,
i bimbi domandano curiosi:
Babbo, è Gerusalemme?
Pellegrini
in cerca di non sai quale conquista,
terrena o escatologica. O, forse,
solo dei poveracci allo sbaraglio.

Non era vero che Dio era con loro,
o forse non ci aveva fatto caso
ch’era con loro. Certo, era distratto.
Càpita anche al Papa. Un malinteso.

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PENSIERI SCRITTI

I senza tempo
Come se si potesse ammazzare il tempo senza
recar danno all’eternità. ( Thoreau, Walden )

Il vecchierello sta sulla panchina
nel sole dell’autunno. Pare stanco,
china sul petto la sua bianca testa,
come fa il passero sul ramo
che pone il capo sotto l’ala e dorme.
Dio!, com’è dolce e nobile il suo gesto,
quell’abbassare il capo a ciondoloni,
vinto dal sonno! Ed anche il vento dorme,
forse per non turbarlo. È mezzogiorno,
e sciamano da una scuola là vicina
un gruppuscolo di mamme e ragazzini.
Nulla fa mai nulla per invecchiare,
e neanche l’erba vuole farsi fieno,
e l’estate si fa autunno e poi inverno,
tutto avanza, tranquillo o no, e non sosta,
un unico ininterrotto camminare
passo a passo, mattino, giorno, sera,
e poi notte. E solo Dio è sempre fermo.

Il vecchio, desto, guarda i ragazzini,
impassibile. Gli basta un po’ di sole,
tossicchia: ha un po’ d’asma, non per nulla
è vecchio, tutti i vecchi hanno l’asma,
anche la gotta, a volte, ma che importa?,
eh sì!, s’invecchia, è vero, e vien la sera,
ma l’anima, quella no, è un’altra cosa!
I vecchi hanno, dentro, un ragazzino,
un nòcciolo di gioventù ancor viva,
un gorgoglio di acqua fresca e chiara
come una preghiera sotto il fango,
non hanno età, l’età l’hanno perduta,
chiamali i senza tempo, ma non vecchi.
Passano le mamme e i ragazzini
con un casto pudore, e gli sorridono,
passa la primavera con l’estate,
vanno a fare autunno, e uno di loro
gli dà un fiore perché lo dia a sua madre.
Anche i vecchi, si sa, hanno una mamma.

IL TEMPO DELL’ORA STUPIDA

LA VOLPE NELLA NEVE

Affondava i piedi nella neve
e la notte affondava fino ai piedi,
tutto un sospiro il fioco filo d’aria
tra i riccioli di bianca galaverna
sui cirmoli e i noccioli. Ancora fresche
le orme di una volpe nella neve.
Il lago era di ghiaccio, le festuche
intirizzite dita di ghiaccioli
tutt’intorno alle rive, e non un grido,
un fischio, un chioccolio, solo un silenzio
di sonno, un so che di arcano,
d’attesa di qualcosa, e non sai cosa.
Una casa più in là, accanto al lago,
la neve alta quasi ai davanzali,
le inferriate infisse alle finestre
mezze sepolte, il ghiaccio come trine
peduli sulle gronde e il cancelletto
in legno e lo steccato che delimita
il piccolo orticello, eran spettrali
mute testimonianze dell’inverno.
L’uomo camminava nella neve,
senza mai sostare, faticando,
a passi lenti e grevi, e ad ogni passo
sentiva alleggerirsi e diventare
volpe, e i piedi farsi zampe,
zampe le mani e fulvo grezzo pelo
le vesti, e tramutarsi in coda
rossa e lunga le falde del giaccone.
L’alba filtrava la sua prima luce
chiara, un gelido pulviscolo,
soffi di luce lievi come piume
sul candido guanciale della neve;
relitto della notte, una svanente
luna moriva tra gli abeti
e i cirmoli dormienti. L’uomo volpe
rizzò gli orecchi. Un attimo. E scomparve.
Lieve il fruscio della sua lunga coda.
sulla neve, un non so che d’umano,
come di piedi. Non di zampe. Piedi.
L’eternità dell’ora stupida

Son saltate la valvole, e il bar,
all’improvviso, ora è quasi buio.
Quei volti della gente qui seduta,
ai tavoli, il tinnio di un cucchiaino
che cade, e quella luce impegolata
nel vano della porta – una vetrata
appena schiusa -, e fra volto e volto
i dettagli che via via si affievoliscono
nel nulla,
e ne resta una sfumata
malinconia, e degli occhi
la traccia grigio nera delle occhiaie,
un palpitio di battiti di tempie.
La congiura del buio…
Ed un silenzio
come di un ballo in maschera, e mi ridi
nel dirmi:
Prendimi!, e nessuno
di noi che s’alzi e inizi la sua danza,
ma tutti compiacenti che sorridono
nel dirsi: Prendimi!
Ogni volto
mano a mano si disfà nello scomporsi,
ed anche il mio, dissolto in un bagliore
d’eternità, e il bar, e la vetrata
dal vetro smerigliato, tutto esala,
sfuma, dilegua, e ridiventa eterno.
Non ti vedo, e anche il buio ti nega,
ed è un’ora qualunque,
un’ora stupida
per divenire eterni, ed io credevo
alla sacralità dell’ora convenuta,
non ad una sciocca congiuntura,
così, nel chiacchierare tra di noi,
un po’ ci si distrae e non si fa caso,
quando si è eterni,
a dove metti i piedi.


TEMPO ALL’INCONTRARIO

Quando il sole si alza verso sera
e le luci via via scendono a valle
e le cose si fan sempre più chiare
a inaugurare il giorno che ritorna,
Piero abbandona il sonno e si sveglia.

Lungo è stato il cammino della notte,
e lungo il buio che gli è andato dietro,
e Piero sai che fa? Riapre gli occhi,
poi guarda l’orologio, si stiracchia,
posa i piedi in un paio di pantofole
e ciabattando se ne va in cucina.

Piero poi qui, come fosse un rito,
carica di caffè la caffettiera,
e, come bolle, s’empie la tazzina,
la zucchera e poi mescola e trangugia
la calda nera ambrosia mattiniera.

Ma Piero ha fame: apre uno sportello,
ne prende fuori un pane, e col coltello
lo taglia bene al mezzo, e poi lo imburra,
vi mette anche un po’ di marmellata
e morso dopo morso lo divora
placido e sorride. È pomeriggio,
e intanto il tempo avanza all’incontrario,
e man mano s’avvia verso il mattino,
quando il sole tramonta. E allora Piero
si rimette il pigiama e va a dormire.
Buffo, no?, un sorriso, senza bocca.
Mi getta un bacio. Un bacio inesistente
di bocca d’Incompiuto. E se ne va,
portandosi via con sé il naso, il mento,
l’abbozzo della fronte. Ed il sorriso
appiccicato al margine del mento.
Ma non il bacio, quello me l’ha dato
e me lo tengo, bacio d’Incompiuto,
inesistente. Ma pur sempre un bacio.
(settembre 2012)

La scommessa

LA SCOMMESSA

Piero si sdraiò e cominciò a morire
con tutte le cautele necessarie
perché la cosa gli venisse bene
( come del resto lo si fa nascendo
piano, con cura, perché riesca al meglio
senza traumi da parto ), dunque Piero,
gli occhi ben chiusi, il capo sul cuscino
comodo e ben messo, l’aria lieta,
anzi ridente e gaia di chi affronta
un viaggio di piacere nelle Antille,
cauto, di buzzo buono, con pazienza
e somma cura incominciò a morire,
o a tentare se almeno gli riusciva
perché è una cosa che non sempre riesce.
Aggiustatasi ordunque la cravatta
e messo via ogni accenno di sbadiglio
( forse perché morire è un po’ noioso
con quel mettersi a pancia in sù, tranquilli,
senza nulla pensare che a eseguirlo
il meglio del possibile ), sì, Piero,
Piero scherzoso, gaio, Piero pronto
da sempre a far bagordi, scanzonato
allegro dongiovanni, dunque Piero,
tosto e spensierato a far l’amore,
Piero mai serio, ora consapevole
che prima o poi si muore, piano piano
con cura ed attenzione e trattenendo
la voglia di saltare sù e gridare
la voglia della vita, a poco a poco,
messosi di buzzo buono, piano piano
si fece uscire l’anima
lieve e leggero come una farfalla
( od una mosca: entrambe hanno le ali
e volano da par loro ). Dunque Piero
vinse la sua scommessa e si beccò
una cena al Danieli. E fu sua moglie
a prendere il biglietto per Venezia,
una domenica al mare con l’amico.

PIETRO ALLA FINESTRA

Se la vita è un dono, dimmi, cosa
mai è la morte? Non se lo chiedeva,
Piero, allorquando si trovò a che fare
col dono della vita; gli pareva
più che un dono una cosa sciocca,
e lo disse a sua moglie, che ne rise.
Ogni mattina andava alla finestra
a scrutare l’arrivo dell’estate,
o almeno almeno della primavera,
ma spaziando lo sguardo nell’azzurro
di un cielo senza rondini, sentiva
l’aria gelida dei giorni dell’inverno
infradiciargli gli ossi ed i pensieri,
e la natura con andava mai in fiore.
Fuori, in istrada, i volti della gente
imbacuccata e avvolta dalle sciarpe
avevano i sorrisi esangui dell’inverno,
e, sospese al filo delle voci,
leggere ballonzolavano parole
di pena e di rimpianto. Ora Piero
nella luce dell’attimo fuggente
percepiva l’immoto scomparire
di un Tempo senza tempo, un infinito
trascorrere di albe e di tramonti
senza vari né approdi, un insondabile
equilibrio di estasi di morte
ed estasi di vita, un’emozione
e un afflato poetico di un mondo
nascosto nel suo essere, immortale
nel limbo dell’inconscio, sconosciuto
figlio del l’Assoluto. Ma era Piero,
Piero che
inebriato camminava
con gli altri per la via, e lo guardava
di sott’in sù, e guardandolo muoveva
a un cenno di saluto una sua mano,
Piero, che attonito, osservava
l’altro – e che altro? – l’altro Piero
che in strada, sotto lui, lo salutava
un bacio sulle punte delle dita
e un lontanante addio di un fazzoletto -,
era Piero che salutandolo spariva
lontano, tra la folla, assieme agli altri
cento, duecento, mille come lui,
un infinito andare via di Pieri?

VIVA LA POESIA

La pioggia senza acqua

Piove tranquillamente senza acqua,
perché non ci stanno nuvole ed il cielo
è d’un azzurro mai visto tanto azzurro,
soltanto, a quanto pare, in Paradiso
hanno un azzurro ancor di più azzurro, –
ma capita che ogni tanto possa piovere,
se il caso lo richiede, senza acqua,
una pioggia asciutta e non bagnata,
che asciuga e non bagna. E nessuno
s’accorge che sta a piovere, nessuno
che apra l’ombrello e corra a ripararsi
per non bagnarsi o non asciugarsi.
Piova o non piova, non è Dio a decidere,
se piovere bagnato oppure asciutto,
ma è la pioggia, è lei, la proprietaria
unica dell’acqua, che sa piovere
asciutto oppur bagnato, è lei a decidere
se noi si debba aprire o no l’ombrello.

La tempesta

Vibra alto nella sua bianca incandescenza,
l’arroventato scombussolato cielo,
esplode con lo squillo ed il furioso
spasimo di un ventoso temporale,
grida, fiero travaglio, col boato
di un tuono, ed altre, e tante, sfide
urlanti di boati, un dopo l’altro
esplodere di tuoni. Il cielo, lassù, alto
sullo lo Stivo, che domina la valle
di Rovereto, oggi è incavolato
e grandina come solo lo sa fare
un cielo a mezza estate, e tuona
con brividi di lampi. Chissà forse
anche lassù, in Paradiso, piove
o grandina, e gli Angeli,
quando escono, per non bagnar le ali,
fan come fa Dio, aprono gli ombrelli.

Tra attesa e meraviglia

Questo, sì, certamente,
senso tra attesa e meraviglia,
d’una cosa che forse è già accaduta,
non sai perché, né come, dove e quando,
un forse non ancora manifesto,
pensabile o credibile evento,
né sai se sia accaduto o da accadere,
uno stupore inatteso d’attesa.
Di che parlo? Ma sì, della vita,
che non sai se te la stai vivendo,
o t’illudi di viverla, ti mancano
le prove, i testimoni che assicurino
che sì, la vivi, oppure non la vivi,
ma attendi che ti capiti di viverla.
Transiti così, mentre l’attendi,
da un’inesistenza a un’altra, un’incerta,
virtuale, vita senza vita, immaginaria,
quaggiù, o lassù, sperando
in un raggiungimento provvisorio,
chissà o definitivo,
quaggiù, nel mondo degli uomini,
o in quello di lassù,
angelo tra miliardi di altri Angeli.

Un giorno ci diranno

Un giorno ci diranno
se ci dovremo togliere di mezzo
per necessità od usura,
spegneremo la fiamma sul tripode
del giorno e rapida sui monti
l’ombra dilagherà a fare sera.
Una sera incolore, forse amara
o no, o tenera soltanto
come un sudario d’echi malinconici,
un cocente sgolarsi delle voci
che irromperanno sparute dalle bocche
mute dei morti.
Si torceranno sui tripodi le fiamme,
vampe di un incendio non più fuoco,
furia ridotta a brace, simulacro
di ciò che fu. Il tempo di turbarci,
di sì, che ce ne andiamo.

AL DI QUA DEL CIELO

Il Libro mastro

Piero se ne andava per la strada
libero e felice. Era sereno,
nessuno quanto lui era cosciente
di starsene lì a vivere, e sentiva
il fluire dell’aria nei polmoni
e il via vai del sangue nelle arterie.
Camminava ascoltando il prodigioso
ritmico pulsare del suo cuore
tra un costola e l’altra, e gli pareva
d’avere un orologio misterioso
che gli battesse le ore, i giorni e gli anni,
chissà quanto per mai, forse in eterno.
Ogni cosa e ogni atto che faceva
lo faceva sapendolo di farlo,
a ogni passo in avanti era cosciente
d’averlo appena fatto, e lo contava,
aggiungendolo via via ai passi fatti,
così come il respiro: ed ogni fiato
che gli usciva di bocca, lo assommava
mettendolo a registro nell’ attivo.
Ma un giorno nell’andare, verso sera,
sentì un nonsoche venirgli meno,
non sapeva che cosa e dove e come,
ma contando ogni passo e ogni respiro,
s’accorse che non erano più quelli:
il bilancio del conto era in passivo.
Gli mandarono un angelo a avvisarlo
del responso del giudice: condanna
causa bancarotta fraudolenta,
con confisca dell’anima. Sorrise:
Pagò il dovuto, e se ne andò con lei.
era il pedaggio, il ticket per l’eterno.
Uno, lassù, lo conteggiò nel grande
Libro del cielo, ma in attivo.

LETTERA DA QUASSU’

Un frammento d’eterno

Intanto che faccio? Resto qui,
paziente e attendo qualcosa
che viene, che ha da venire,
volente o nolente, occorre aspettare
così, sì, tanto per fare qualcosa
da vivo (non so che farò da morto),
e intanto che faccio? Attendo,
mi metto la giacca e il cappello
uscendo di casa. Il futuro
mi dirà quando viene, né prima
né dopo, perché tutto è fasullo,
solo il Niente è qualcosa: è un frammento
d’Eterno un qualcosa
di Dio in miniatura.

A un metro dal cielo

A volte si è a un metro dal cielo,
quasi quasi lo tocco col dito
ed entro festoso tra gli angeli
e le anime beate, a osannare
alla mia nobile esistenza
fortunata e a festeggiare
con loro. Oh, anch’io t’assomiglio
e anche Tu per intanto mi attendi
a un bar di là, per offrirmi
un caffè ed un crapfen. Perché pare
che ance lassù a volte si ha fame.

Il calabrone

Fuggevole come il mio pensiero,
va sull’acquitrino addormentato
un refolo di vento fresco e breve.
Basta che io
trattenga un poco il fiato,
e, solo e senza meta, giunge lieve
l’eco di un ronzio
di un calabrone.
Le esili movenze delle ali
sublimano la levità del volo,
bisbigliano gli eterni interrogativi
di chi porta dentro di sé la morte.
Ravvivo i miei capelli spettinati
a un brivido più forte.
Come assorto,
tengo d’occhio il suo volo radente.
La vita è tutta qui,
nel Niente.

La vaghezza dell’estate

Sazia di bellezza, l’ape,
sinfonia di nettare, ha ali
che suonano la dolcissima romanza
del polline che va di fiore in fiore.
Bello e pudico il gioco
sul vellutato morbido cuscino
dei petali di rosa. Una mollezza
di polline s’impania
sul dorso bruno giallo che s’invola,
quasi a chiedere scusa, a un altro fiore.
S’attorciglia su di un’esile colonna
un convolvolo ad offrire all’ape
la vergine dolcezza del suo amore.
Ma se ne va, sola,
sazia di vita, nella triste morte,
l’ape che ha compiuto il suo viaggio
nell’azzurra vaghezza dell’estate.
Domani un altro fiore, un’altra ape.

Colui che viene e che non viene

Colui che viene e che non viene
avanza, e non cammina, non ha piedi,
si muove lentamente e non ha ali,
né scivola né striscia, e non è serpe,
è ciò che non è
e non è mai stato,
lo sento un po’ irrequieto che mi sfiora,
è il mai udito e visto,
è il mai parlato,
bocca non ha né voce, eppure dice,
lo ascolto e non comprendo il suo alfabeto,
lo dice senza voce, e nel passarmi
pian piano accanto,
è come fosse il vento,
mi sfiora e non mi tocca, è turbamento
d’alito inesistente. E non è voce
quella che dice,
è movimento d’aria,
è refolo di pianto, è un sillabare
di un canto senza voce,
è il mio Nessuno
purissimo inessente, io inesistente,
è il mio Colui che viene e non ho voce
ma movimento d’aria.
E ci tocchiamo
sfiorandoci, movenze di fantasmi ,
frusciando come ombre al sole mite
del giorno tramontante,
svicoliamo
tra muro e muro e fumi di fascine
in questa strana sera che pian piano
ci porta via
anche l’ultimo sospiro.

Lettera da lassù

Non più che inutili apprensioni,
le nostre:
si sta
come un punto e virgola s’un foglio
tracciato dalla mano
abile di Dio.
E non c’è gioia
né pena, non più domande
né dubbi.
Sfarfallano
memorie dalla Terra.
Ci è sfuggito
di mano il senso del cammino
eterno,
si ha poche cose qui da fare
togliere i rami secchi, falciare
l’erba delle aiuole, rassettare i fiori,
eccetera -.
E non si trova
posto però quassù
si sta in eterno in piedi -,
non una sedia, un letto, una panchina,
né un’ombra di sgabello
né un telo di trapunta,
solo una lunga linea cilestrina
eternamente tutta sole,
e tu, a non sapere l’anno
non dico il mese o il giorno, e neanche l’ora -,
seduto accoccolato s’un’aiuola
e a non far altro che guardare
gli angeli sorridere e camminare, o i ragni
che tessono svogliati per l’eterno.

LE POSIE DEL 10 AGOSTO

Dopo l’ultimo Allah achab

Tutti hanno il diritto alla vita,
anche il più feroce terrorista,
non quello però di toglierla agli altri
gridando che Dio è grande. Mostruosa
l’idea di un Dio che premia gli assassini,
il diabolico Dio di certa gente,
che istiga a ammazzare. Fosse il mio,
lo rifiuterei, e mi farei ateo.

La voce immaginosa

Il suono
di una voce immaginosa,
non so se mia, a volte mi sussurra
flebile, impercettibile, profonda
dentro di me, la sento nel silenzio
della mia stanza quando nelle
buie sere dei lunghi dopocena,
in piena libertà di spirito e di mente,
poltrisco sul divano. Ed è una
voce talora mia,
tal’altra estranea,
a volte pare quella
cara di mio padre, o d’un amico
che ho perso per la strada, immaginosa
voce di un ignoto
interlocutore
che parla la mia lingua, il mio dialetto,
non voce di coscienza o di pensiero,
ma come fosse
un flusso di parole
in transito di passaggio, percezioni
difficili a captare, nei fondali
bui del mio subconscio, o dell’inconscio,
spontanei e irrazionali,
non pensati
suoni disomogenei, ma pensanti
impulsi di un profondo interlocutore
estraneo alla mia mente, un dialogante
interno elucubrare che si spegne
appena riapro gli occhi.
E mi par d’essere
un Lazzaro risorto dal suo buio
mondo di ombre, e allora m’alzo,
mi annodo la cravatta e mi sistemo
la cinghia che mi regge i pantaloni,
controllo l’orologio
e il calendario,

La moda

Io non sono un omofobo, ma quando
vedo due tizi maschi stropicciarsi,
appiccicati, in pubblico, m’indigno,
non per omofobia, ma per decenza.
Lo facciano, se gli garba, a casa loro,
se poi proprio non sann0 farne a meno,
ancheggino come fanno certe donne
nelle buia periferie dei dopocena.

Mi dici ch’è una moda, una tendenza
ch’è degna di rispetto. Una fuorvianza
prevista dalla legge. Beh, speriamo
non divenga prima o dopo obbligatoria.

SIA CONCESSO ALLE ROSE

Come divenni Dio

Stamattina sono entrato nel Niente,
prima col pensiero e poi col corpo.
Un Niente un po’ gualcito ma impeccabile,
come lo sa essere il Niente,
dentro il quale si vive senza fare
nulla di nulla, uno stato di nirvana,
presso a poco come quello degli angeli,
che altro non san fare che far gli angeli.
E, immerso in quel fantastico esser niente,
come una cosa che non è mai esistita,
spensi le luci ed entrai nel Tutto,
padre del Nulla, e divenni Dio.

Merito di vivere

Vorrei un motivo per essere un Uomo
e poter dire: Merito di vivere!
Una ragione valida per dire:
Prenditi i tuoi stracci, e va’ tranquillo,
e goditi quel poco che ti è dato!
Quando il vento riporrà le ali
e i tuoi piedi non toccheranno terra,
ti crogiolerai nel sole del Domani
con la mesta allegria di chi non vive
che d’ombre e d’echi persi in lontananza
nei sogni e nei ricordi di chi vive.

Ritorno in periferia

Ripercorro a ritroso la strada
fatta, quasi in punta di piedi,
perché non si sappia che rientro.
Solo qua e là qualche spruzzo d’acqua,
questa povera pioggia di periferia,
tra sprazzi di sole e nuvole di fumo
di vecchie arrugginite ciminiere.

Nel vento un poco freddo dell’inverno
sbatacchiano le ante alle finestre.
Attimi disperati nel fragore
del tempo che va via, e non fa rumore
Un rivestimento para-materiale

Ma Gesù e gli Apostoli credevano
all’immortalità dell’anima, oppure
che anche l’anima morisse, e poi, morta,
risuscitasse
intatta come prima?
Penso che forse Dio, lassù, un giorno,
faccia risuscitare i nostri corpi,
dando però all’anima
non la vita

tanto, ce l’ha, non muore, – ma donandole
una sorta di veste materiale
o para-materiale, e chi la chiama
rinascita dei corpi e chi altro
rinascita del morti,
il che è lo stesso.
Ma il corpo di chi è morto e poi risorto,
come spiega San Paolo, che non è il corpo
morto e sepolto
– un corpo corruttibile, –
ma se ne acquista uno incorruttibile,
eterno e immarcescibile. Se dunque
ora quaggiù si ha una vita psichica,
e un giorno, lassù, una vita spirituale,
che n’è del DNA?
Ce lo riavremo
intatto pure quello, dopo morti?
Un giorno, s’è così, io, per eterno,
anche lassù
sarò lo stesso identico
irripetibile Italo Bonassi,

almeno me lo auguro, – di oggi


L’Angelo al crocevia

Tutto un calvario senza croci. Canta
la terra un oro d’aranceti,
e tra le pietre avite del sentiero
si annoda e snoda il mio stupore
tra nembi e cumuli di rose
in fiore, che non ho mai visto altrove.
Scavo nel folto e m’apro uno spiraglio
a mani nude, e mi graffio a sangue

geroglifici a forma di una croce, –
e vado quasi andassi ad occhi chiusi
– so la vita a memoria, e non mi perdo. –
Lassù, in alto, tra grappoli di stelle,
la luminosa scia di una cometa.
A un crocevia, c’è un Angelo che attende

L’incubo

L’Angelo mi ha preso per la mano
nel tormento dell’anima – un deserto
senza un’ombra né un grido. – L’ossessione
di un qualcosa tra thanatos e athanatos
col fascino di un quasi paradiso,
termine di chi crede e si dispera
di non credere il dovuto. Ed una voce,
voce di un dio minore, rintronava

o era il vento in quella mezza luce
di una splendida aurora – e mi chiamava
con parole di un dolce rapimento.
Padre, gridai, tu che stai nel cielo,
dammi l’acqua per spegnere la sete,
pago il debito dovuto, fammi bere
la Verità….Le palpebre abbassate,
scivolavo via via fuori dal sonno
della morte. E mi ritrovai sveglio.
L’Angelo era sparito, e non c’era
che l’orma di un suo piede, ed una piuma
bianca d’ala d’angelo a terra.

Non sei morto

No, non sei morto. Anche se scomparso
dal campo d’esistenza dei sensi,
tu vivi ancora, ma non qui, altrove,
non in questo, ma in un altro Universo.
Fisico o metafisico, che importa?
chiamalo al di là, non trascendente,
dato che lo si è noi, i trascendenti,
sta qui, nel di qua, l’altra Dimensione.
ma lui, mio padre, non è morto, è vivo,
più di quanto sia io
in carne ed ossa.
Fuori intanto nevica e fa freddo,
soffio sulle braci e le riattizzo.
Da lui, lassù, fioriscono le viole.

LA POESIA DEL MERCOLEDI’

Le sedie vuote

Domenica mattina. I figli,
com’è logico che sia, sono già usciti
e il marito fa i turni.
E c’è lei sola,
oggi, in casa, una casa silenziosa
e grande. Giù in strada, poco traffico.
Mancano di domenica i rumori
soliti della casa: l’ascensore
ore e ore su e giù, la portinaia
in cortile con la scopa di saggina,
ed il getto dell’acqua della canna
che abbevera le piante.
Oggi, invece,
un unico vociare di campane,
leggero, in lontananza, e un trepestio
di donne che s’affrettano a onorare
il giorno del Signore. Silenziosa,
siede al computer, scrive. Sul tappeto
Fido, il cane, placido, dormicchia.
Salta agile con un balzo sul computer
il grosso gatto rosso e struscia il muso,
dolce, s’una sua spalla.Con le zampe
tocca inavvertitamente la tastiera,
ne sillaba uno zzzufff…zuff…
Un messaggio,
forse, per lei cifrato. Incuriosita,
guarda negli occhi verdi del suo gatto,
lo interroga. Che vuoi ? No, non risponde,
lui, il gatto, e pigramente s’acciambella
crogiolandosi al sole del mattino,
appena appena tiepido.
Un giorno
di domenica quant’anni mai invocato
Oh, il tempo di tanti anni indietro,
quando i figli, piccoli scendevano
presto, alle sei o sette del mattino:
Mamma, dove andiamo? E, nel vestirli
cambiandogli i pannolini, si chiedeva
lambiccandosi che cavolo mai fare
quel giorno di domenica di pioggia
col marito che placido dormiva
il sonno dei mariti.
Una domenica,
oggi, tranquilla, a lungo l’ha sognata
quando passava ore e ore ai bordi
di un fangoso campetto fuori mano
perso non sai in che mai periferia,
e intirizzita per il gelo, stava
lì a guardarli correre, un manipolo
di bimbi affaccendati ad azzuffarsi
tra una pedata e l’altra.
Ed oggi, ecco,
è proprio una domenica pacifica
di maggio. La figlia da un’amica
e i figli, l’uno a Padova e l’altro
a Bergamo dai nonni. Così ora
la casa è troppo grande e silenziosa,
e solo lei la empie, ma è un po’ poco,
gli strilli la riempivano fin quasi
a farla esplodere. Ed il corridoio
esageratamente lungo e vuoto,
e la sala da pranzo che galleggia
placida nel silenzio e la cucina
col tavolo e le sedie adesso vuote
che paiono in attesa di qualcuno
che più non viene. Ma è come quando i figli
crescono, è un’altra gravidanza,
li devi fare uscire, com’è giusto
che sia, si stacchino da te,
e comincino ad andare soli al largo,
in alto mare.
Resta però il fatto
che questa casa è vuota e tutto tace,
tace con un rumore insopportabile,
e quelle sedie vuote nel soggiorno
sembra debbano attendere chi torna,
Ed anche lei, forse, ora che i figli
ormai son grandi anche lei, che nasce
di nuovo, un’altra volta, ma da vecchia,
è come Nicodemo cui fu chiesto
da chi andò a trovare nottetempo,
perché non lo vedessero, perché
di lui si vergognasse, lei adesso
ora lo sa, n’è certa, perché osava
chiedere una speranza troppo grande,
impossibile.
Le sedie non più vuote.