Il pane di segala

DATEMI UN’ALTRA VITA

Vedo la luna che si accomiata,
anatre e galline intanto dormono.
Penso alla vita che non ho fatta,
e, anche se non granché, alla non fatta.

I camini fumano contro vento,
unica loro incombenza è fumare,
non si fanno sfuggire l’occasione,
oggi, per farlo. Il nonno è già nell’orto.

Guardo le nubi come sono sfatte
e lacere dopo il temporale.

Non chiedo molto, solo un po’ più di niente,
oggi mi basta un accappatoio
e un paio di pantofole. Non altro.
Datemi un’altra vita. Ed una biro.

IL PANE DI SEGALA

Ti ho incontrato nel sonno,
e dormendo
sedevo con te a tavola, eri vivo,
e forse non sapevi ch’eri morto,
come non fosse
mai successo niente,
eri con me a tavola, sì, vivo,
a spezzare il nostro pane quotidiano,
quello che ti piaceva, il pan di segala,
quello duro, col kümmel.
Ti parlavo
come si parla, senza voce, in sonno,
mentre ponevo mano alla forchetta,
ma il piatto era vuoto
– non si mangia
quando si sogna – e si beveva l’acqua
– l’acqua che c’è nei sogni, quella buona
e fresca dello Spino -, e tu tacevi,
e benedicevo Dio per ciò che eri,
piacevolmente vivo,
anche se in sogno.
Poi, m’indicasti l’orologio a pendolo:
era l’ora del rientro,
e te ne andasti,
solo – l’eternità non mi si addice,
era una cosa sua, – e a me restava
la mia stupida intenzione
di invecchiare.

NOI E IL CUCCHIAINO

Di un’unica materia siamo fatti
noi uomini e le cose, stessi atomi
d’idrogeno e carbonio il sottopiatto,
il vaso di terraglia e il cucchiaino,
il loro azoto è il nostro, stessi identici
l’ossigeno e il magnesio. Ci apparenta
la chimica, la nostra madre putativa.

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non si dice chi sia,
ma chi era
Hanno posto una lampada
sul tavolo, hanno stappato
un fiasco di vino,
hanno spezzato un pane
e hanno bevuto e mangiato.
Oscilla l’incensorio
– il rituale col parroco
e il chierico, – e una voce
fuori campo invita alla preghiera.
Tutto appartiene alla vita,
ma lui non appartiene a nessuno,
c’è, ma è come non ci fosse,
segue distratto i passi
lenti del tempo che piano
vanno man mano lontano,
ma senza di lui, che resta
fermo, la lampada accesa,
il fiasco svuotato,
il pane smozzicato.
Non si dice chi sia ma chi era.

UN’INTERESSANTE BANALITÀ’

Un’interessante banalità,
la vita,
e certo ci è voluto
– come dire? – uno straordinario
incredibile geniaccio ad inventarla,
ed è indubbio che ci voglia
del coraggio
per prenderla di petto e assaporarla
salvo poi, gustatala,
sputarla.

MA NON LO SI SAPPIA

10 febbraio, Giornata del Ricordo
delle foibe e dell’esodo degli istriani

Vorrei che fosse un sogno, mi dicesti,
ed io guardai laggiù,
verso i miei morti.
Noi si era sulla soglia dove il tempo
ristà, e le cose profumano di viole
con gli occhi dolci e tristi della morte.
Sulla terra di pruni e di susini
che tutta sa di sangue, distillava
a una luce di lampade il fiato
greve d’una notte
senza stelle.
Pollini ed acheni di taràssaco,
fragili balletti dove il vento
accarezzava i corpi martoriati
estratti dalla foiba.
Terra e sangue,
terra benedetta e maledetta,
qui anche le stelle hanno perso l’oro,
Golgota senza croci e senza pianto.
Ma che nessuno parli,
acqua in bocca,
i morti hanno il torto d’esser morti,
colpa loro s’erano istriani
e parlavano italiano e non lo slavo,
quindi fascisti,
buoni per le foibe.
Gli hanno buttato una pietra sopra,
così hanno deciso, e non si sappia.,
E non si accusi il boia,
o si offende.

Un esodo di 350 mila italiani dimenticati in nome della pace tra i popoli. Si può ricordare la diaspora degli ebrei, la strage degli armeni e di altre etnie vittime di soprusi, ma non degli istriani. Cancellati perfino dalle carte geografiche italiane. E nella Giornata del Ricordo, le solite violenze deli anarchici e dei centri sociali.

NON ERA MORTO DEL TUTTO

Era morto, però non del tutto,
ma in parte, e tornò e l’abbracciammo.
Per non so quali mai indecifrabili
motivi lassù si erano scordati
di metterlo a registro. E così accadde
che la morte gli finì in prescrizione.

LA CACCIATA DALL’EDEN

L’albero meraviglioso dell’Eden,
in fono in fondo era solo un melo.

Spesso descritto alto fino al cielo,
ammantato di stelle, il favoloso
albero dopo il fatto fu abbattuto.

Non serviva ormai più. Esautorati,
Eva ed Adamo, visti i precedenti
del serpe ingannatore, non mangiarono
più mele, ma solo broccoli e patate.

Oltre la siepe

QUANDO INCOMINCIO A CONTARE LE STELLE

L’incantevole e fragile mistero
di una placida estate come questa,
il prodigio incredibile di un cielo
notturno con quel tanto di stelle
e di luna, ogni volta che mi sporgo,
spenta la luce, incantato, al poggiolo,
a saziarmi di spazio e di tempo,
e incomincio a contare, pian piano,
le stelle, e una brezza leggera
mi sfiora con tocco impalpabile
la fronte e carezza i capelli,
ecco allora che m’entra negli occhi
e nel cuore un dolce tremendo stupore
di gioia e paura per chi accende
in cielo, lassù, la luna e le stelle.

OLTRE LA SIEPE

Nella quieta stagione dell’autunno,
m’affascina l’infinito oltre la siepe,
l’ampia profondità di là da quella,
tanto da darmi l’ali per volare,
senza più il peso inutile del corpo.

Oltre, di là non ci sta che l’anima,
mentre di qua il corpo. Ma, al pensarci,
dopo, però, mi metto il cuore in pace,
e mi commuove questo povero mio corpo,
questa mia cosa semplice e devota
alla vita e all’amore, e son felice
di starci tutto dentro, come un seme
piccolo di prezzemolo o di rapa.

NONOSTANTE L’ETERNITÀ

Mi piacerebbe avere un cellulare,
anche vecchio, magari, e un po’ scassato,
per potere qualche volta invitare
mio padre, ch’è lassù, a far due passi
con me quaggiù, in terra, a Rovereto,
e a prenderci un gelato e chiacchierare
di sport, – di calcio, – no, non di politica
(l’abborro), come un tempo, al bar Padova,
a Merano. Ma so che nonostante
l’eternità, – è incredibile, – è ben raro
aver del tempo libero, c’è sempre,
almeno così dicono, un gran daffare,
lassù, con gli Angeli a dirigere
il traffico sempiterno delle cose.

LA MONACA

Sogno
o non sogno. In ogni caso vado
come in trance in questa via deserta
questa mattina placida d’inverno
dopo la nevicata di iersera.
Vado, ed è come fossi in ferie,
col cuore che batte a suo piacere,
e mi piace restare ad ascoltarlo.
Tutto d’intorno è bianco per la neve,
anche l’autobus che passa, la fontana,
la gente, il marciapiede ed i veicoli
in sosta da ancor prima di iersera.
Solo la monaca che incontro è tutta nera,
una rondine che non fa primavera.

GLI MANDARONO A DIRE

Gli mandarono a dire ch’era morto,
perciò che si sbrigasse. Lo aspettavano
in tanti, in camposanto, ed anche il prete,
la vedova e le ghirlande. E poi gli dissero:
Sbrigati, fa’presto, non tardare,
sono tutti già pronti in cimitero,
non è giusto né bello farli attendere…

Quasi che la vita fosse un male
cui non valgano scuse né rammarico,
lui si sentì colpevole di vivere,
e andò di corsa al proprio funerale.
Tutti erano davanti alla sua fossa,
quando arrivò. Applaudirono. L’attesa
era stata un po’ lunga. Tutti in nero,
uomini e donne. E in nero anche il prete.
Lui s’appressò alla fossa, e cautamente,
con devozione, scoperchiò la bara,
giunse le mani e vi si stese dentro.

Una lunga ovazione scosse l’aria.
Una donna commossa gridò bravo!
Dio fu pietoso e lo accettò sù in cielo,
assolto dai peccati. Lo annunciò,
nel benedirlo, anche il prete. Tutti,
se ne andarono felici. Anche il morto.

Un salto a casa mia

UN SALTO A CASA MIA

Grappoli di case, tetti aguzzi,
bianche e basse, a picco lungo l’orlo
d’una foiba, e, in lontananza, il mare,
questa è la mia terra non più mia,
ma, e la penso, è come se lo fosse.
Io non ho radici, non ho una casa
paterna, né colline gialle
di spigo e di forsizie, la mia terra
è straniera, ed io la amo e l’odio,
terra paterna, me l’han tolta
gli slavi, laggiù, oltre Trieste,
oltre Muggia, mia terra immaginosa,
d’infinita bellezza, aspra e dolce,
lontana e non più mia, lontana e persa.

Vorrei un giorno riposare in quella
terra non mia, vorrei le zolle
sotto cui dormire tutte in fiore
di genzianelle e di viole mammole,
vorrei sentir rinascere e fiorire
sopra il mio corpo in fiore e profumare
l’eternità del sonno. Ma non dite
che non ci sono più, semplicemente
che me ne sono andato oltre Muggia,
in Istria, a rivedere la mia terra,
un salto a casa mia, un salto, e torno.

IL PECCATO ORIGINALE DELLE COSE

Un dado, un temperino, un tritacarne,
uno spillo da balia, un cavatappi,
tante piccole cose indispensabili
e utili alla bisogna…Sì, ogni cosa
ha chiusa dentro sé una redenzione
d’anima peccatrice, che cancella
il suo piccolo peccato originale.
Perché ogni cosa ha un suo Adamo ed Eva

FORSE PIOVE ANCHE IN PARADISO

Me n’esco che è incominciato a piovere
(ma che triste febbraio quando piove!),
gli alberi sono in gemma, mezzo spogli,
e solo il calicanto s’è azzardato,
ed ha già fatto fiore (già, senz’altro
ci vuole del coraggio,
e lui ce l’ha, fa freddo),
ed i termosifoni fanno a gara
a chi più scalda (son dolori,
quest’anno la bolletta…).
Beh, comunque,
entro in un bar e siedo a un tavolino
per il solito ginseng in tazza grande,
mentre intanto che la pioggia cade
(meglio pioggia che neve).
E’ quasi marzo.
Penso che piova pure in Paradiso,
e gli angeli se ne vanno con l’ombrello
perché non gli si bagnino le aureole.
Bello, e come no?
pensar cretino,
ci libera dal dovere d’esser seri.
(Non ho voglia di ridere, ma rido)

NON SO CHI SARÒ

Io non so chi sarò un giorno,
nei secoli che verranno, se diverso
da quel che sono oggi, o se tal quale,
medesima mentalità e coscienza,
se ligio alla legalità o criminale.

Vorrei essere eguale, corpo ed anima,
con tutte le mie gioie e i miei dolori,
le certezze, le ansie, le passioni,
i dubbi, le sconfitte e le vittorie,
perfettamente identico a codesta
meraviglia di quel che sono oggi,
un Italo Bonassi da clonare
nel prossimo futuro. E voi, scusatemi,
ma credo d’aver fatto, se non sbaglio,
un ottimo lavoro, quanto basta
per darmi l’assoluzione e dirmi: Bravo!

L’ALBERO DEL VENTO

Come gettata un’ancora, il vento,
nuvola d’aria stanca piena d’echi,
or sonnecchia docile e tranquillo
in mezzo ai rami d’un’albero azzurro.
Dice la gente:
È l’albero del vento,
è l’albero che muove suoni d’aria,
una musica che pare una preghiera…
Ma voi, voi non suonate?
Non pregate?
Non la portate anche voi nel cuore
un po’ di malinconia di vento,
un po’ di suono che ci incanta e muore,
che porti in grembo voci di memorie,
le piccole nostre storie senza storia?

IL RIFUGIO

IL RIFUGIO

Dopo tanto salire, si è al rifugio,
alto, sul precipizio del ghiacciaio.
Sopra quegli aerei abissi,
nuvole a frotte ci spalancano
squarci d’un azzurro galoppante,
e tutt’intorno cuspidi altissime
dove, chissà, solo agli dei
è data la dimora.
Una perfetta indifferente
cosmica immensità
lo sconfinato mare di silenzio
di nuvole e montagne
e un cielo che par quasi addormentato
ora che il tardo pomeriggio
è un nido d’ombre a picco sui dirupi.

Sembra arrampicato sulla roccia
il piccolo rifugio. Lassù in alto,
il vento pare lo divori.
Obbediamo all’invito del gestore
che fa cenno d’entrare:
una stretta di mano ed un sorriso
burbero. Dentro,
un bugigattolo abbuiato,
un banco per la mescita e dei tavoli.
Beviamo con sollievo qualche cosa
di caldo, chi un tè e chi una cioccolata.
Sentiamo gli occhi di una vecchia
che ci seguono curiosi
dall’ombra di una stufa: non sai gli anni
che ha, ma è tutta bianca
nel viso e nei capelli, un fazzoletto
nero, di lana, e gli occhi grandi e tristi. Entra
dall’uscio semiaperto una folata
fredda di aria: il vento del ghiacciaio.

Chissà da quanto qui non viene gente,
e quanti giorni ancora passeranno
senz’ombra di gitante in questa casa
ombelìco della terra
librata a nido d’aquila nel vento,
con gli occhi fissi a un lume di lanterna
e voci che non escono di gola
ma restano silenziose nella mente
a far discorsi di pensieri…
Spazi che non lasciano altri spazi,
quassù – più oltre non si sale
che rado -,
qui chi arriva non va in nessuna parte,
ma chiede da mangiare e un materasso.

Il cielo e la montagna
s’incontrano così, a mozzafiato.
Il vento, a forza cinque,
a volte può sembrare un po’ scherzoso
d’estate, se porta via il cappello
e nitido e lamentoso
è il gracile gracchiare delle grolle.
Qui la gente che arriva non si ferma
di solito che il tempo di una bibita
e un pane col salame e poi discende,
scattata qualche foto, sacco in spalla,
prima che annotti e faccia buio pesto.

L’ocra delle luci in fondovalle
avvisa ch’è già tempo di discendere.
Qui, dove finisce il mondo,
al valico di frontiera con il cielo,
con il vento che ha il gelo del ghiacciaio,
ora si saluta chi rimane
e si va giù, per una mulattiera
ripida, a zig zag tra forra e forra
su rocce montonate in mezzo a pascoli
e larici sofferenti per l’altura.

Corre veloce il tempo, senza sosta,
un’unica discesa in fondovalle,
sereno il cielo e serena l’anima,
lieve di cuore e affanni. E anche la vita
pare da quassù una discesa
a valle, un unico calare
di un dipanarsi d’ombre serotine
dolci come una sopita veglia
che ci ripaga dell’ultima fatica.

Così noi si discende a valle
con l’alfabeto muto dei ricordi
lungo i tornanti stretti della china,
cauti, in silenzio, per non far rumore.

Perché nessuno sappia che si scende,
si ricordino di noi che si saliva.

La pioggia non lo sa di piovere

DISQUISIZIONI FILOSOFICHE SULLA PIOGGIA.

Piove. E non posso farci niente.
E’ cominciato a piovere, così,
tanto per far qualcosa, e tra l’altro
senza preavviso.
Vado alla finestra,
c’è un correre frenetico di ombrelli
per la strada, e gli alberi del viale,
infastiditi, van sgrondando acqua:
giocoforza, perché son senza ombrelli
od altri parapioggia. Beh, comunque
è pomeriggio,
ma è come fosse sera,
è quasi buio, e continua a piovere.
Penso: che fare? E allora, sai che faccio?
guardo e sospiro, e non faccio nulla,
guardo la pioggia come cade, fitta,
cento per cento d’acqua distillata,
penso: mi sta bene, è il suo dovere
piovere, è liquida e bagnata,
forse non è un granché, però è qualcosa,
è solo lei, la pioggia, che sa piovere,
io no di certo.
E intanto piove,
a Dio la manda (e forse lui è l’unico,
lui, Dio, che sa come si fa). Ordunqe,
come dicevo, piove, piove, piove
maledettamente, beh, pazienza,
fa quel che può, altro non le riesce.
Comunque sia, a dirla schietto e chiaro,
m’estasia come piove, di sghimbescio,
col vento che la sferza. Sai che dico?
Cos’altro fa la pioggia?
Di sicuro
non nevica né grandina né fulmina
né tuona, sa solo far la pioggia,
è poco, ma è qualcosa. A dire il vero,
lo fa alla perfezione, è quel che conta.
S’arrangia. Sì, si merita l’applauso.

DOMENICA MATTINA A LIZZANELLA

Uno scorcio veloce di domenica
al mio rione. Lizzanella. Gente
per via, i bar pieni, anche la piazza
di Sant’Antonio è colma, com’è giusto
che sia una domenica mattina.
Fa caldo, ed è quel caldo che deve
esserci di giugno, e i gelsomini in fiore
profumano come sanno profumare
di solito i gelsomini. Tutto giusto,
logico che sia, prima di pranzo.
Giusto, e lassù anche Dio è giusto.

IL DOVUTO QUERIMONIOSO

Arzigogolare, eccolo, il problema,
per quagliare le cose,
acciarpare
parole da rifare e scantonare
eventuali possibili truculenze
e laide beceraggini, evitando
inutili ironie e bofonchiamenti
di tizi schifiltosi, esecrabili
tedofori di acredine o livore,
ebetudini e follie da postriboli.
Scegliere il dovuto querimonioso
di onorificenze da millantare,
blandizie di vocali, generosi
strabuzzamenti d’occhi, e non badare
a chi alligna zizzania o miete miasma,
ma all’arrendevolezza mielosa,
dolcigna, di chi ha una cornucopia
di sbrodolanti smoccoli d’assenso

LA PIOGGIA NON LO SA di piovere

Acqua di pioggia, viene giù piovosa,
umida, bagnata, liquida (ossigeno
e un poco più d’idrogeno, null’altro),
viene giù cadendo,
è suo dovere,
suo compito, è per quello, appunto,
che il cielo annuvolato lo ha deciso:
piovere quaggiù da noi, e non soltanto
per innaffiare gli orti ed i gerani
nel caso che gli serva, ma pur’anco
per farci uscire armati di un ombrello
e aprirlo, s’è del caso.
Dunque piove,
la pioggia non lo sa che deve piovere,
è logico, ma piove per istinto,
di getto, così, per fare qualchecosa,
tanto perché lassù ci stan le nuvole
con l’acqua in forte esubero, e, bene
o male, gli tocca liberarsene
facendo sì che piovano.
Ordunque,
piove, o, s’è freddo, viene giù la neve,
s’è il caso, oppure grandina, del resto
qualcosa è d’uopo, giocoforza, fare,
di certo, sì,
per svuotar le nuvole,
ma poi, si sa, la pioggia sa cadere
quaggiù da noi, che apriamo i nostri ombrelli,
e non in sù, la gravità lo vieta
(si cade solo in basso). Dunque piove,
lasciamola perciò che, quando piove,
la pioggia, cada, dato che chi cade
cade all’ingiù, e lo faccia a suo piacere,
così come sa fare, e piova, piova,
piova finché n’è stufa agra,
e spiova.

L’UOMO CHE URLA SOPRA UN PONTE

L’uomo di Münch che urla sopra un ponte,
dove ha scordato da dove viene
e dove va, e rimane
sospeso come in preda alla vertigine,
non sapendo se andare o se tornare,
è l’emblema dei giovani di oggi,
sfiduciati e insicuri del domani.
Si credono dei Leopardi, ma non sanno
che Leopardi è ben tutt’altra cosa,
lui viveva in una casa pensile all’aria,
sospesa con le funi ad una stella.

Giacomo Leopardi: Lo zibaldone, 1 ottobre 1820:
una casa pensile all’aria sospesa con funi ad una stella.

IL SURRAFFREDDAMENTO

Poca gente in piazza a ascoltare,
a Torino, il lungo pistolotto
di una certa orchestata ragazzotta
di nome Greta sul raccapricciante
suggestivo pericolo apocalittico
del surriscaldamento del pianeta.
Sono rimasti tutti al caldo a casa,
mentre giù, in piazza, dove sproloquiava
la piccola svedese, c’era un gelo
terribile da surraffreddamento.
Dicembre 2020

Piero lo sapeva

PIERO LO SAPEVA

Siamo negli anni 1943-47, anni di terrore nell’Istria, gli istriani in balia della ferocia degli slavi, che man mano avanzano occupando tutta la Venezia Giulia, puntando su Trieste e Udine, con una perversa tattica di intimidazione verso l’inerme popolazione istriana: le foibe sono uno dei tanti orribili strumenti di morte applicati appositamente per terrorizzarla e indurla ad abbandonare quelle terre. A Pisino, città d’origine della mia famiglia, una corriera, chiamata la “corriera della morte”, passa per mesi e mesi a notte fonda di strada in strada, fermandosi qua e là davanti a un uscio, ne scendono alcuni esagitati, lo sfondano e ne prelevano chi ci abita, lo caricano sulla corriera e lo portano al Castello di Montecucoli, alto sulla foiba. I giorni seguenti verrà gettato vivo nella foiba.
Le mie zie, non appena si udiva, ancora lontano, approssimarsi la corriera, correvano subito a sprangare l’uscio e a chiudere bene le ante delle finestre.
In un terrorizzato silenzio ascoltavano le urla della soldataglia slava, i colpi contro gli usci, il loro sfondamento, i lamenti delle vittime, gli spari. E poi, con sollievo, il rumore della corriera che si allontanava col suo carico di morituri verso il castello. Anche per questa notte ci è andata bene…dicevano. Ma per quante notti ancora sarebbe potuto andare bene?
In questa mia poesia identifico nella morte che viene a portarsi via Piero la “corriera della morte”, con lo sfondo della gente terrorizzata tappata in casa, che, al sentire il rumore della morte che si allontana, riapre le finestre con sollievo ed applaude Piero, la vittima predestinata. Anche stavolta è andata bene. Ma per quanto ancora?

Piero lo sapeva che veniva
prima o poi a bussare alla sua porta,
un giorno, dopocena.
Non sapeva
però, sotto che spoglie se di donna,
con l’abito tutto nero, o di lucertola,
di diavolo, di strega, o di civetta;
difficile immaginarlo, solo ipotesi
come quando si attende una notizia
spiacevole, o un pericolo imminente,
e si pensa ad un essere irreale,
che cresce mano a mano avvicinandosi
fino a quando lo vedi, ma è ormai tardi.
Venne così un giorno
dopo cena,
allargandosi su di lui come un’ameba,
una macchia invisibile di vuoto,
che lo inglobò come fanno i polipi
succhiandoselo nel seno. Fuori, in strada,
era rimasto solo il metronotte
e un po’ di pipistrelli e un barbagianni.
Piero però
non lo sapeva
– come non stesse accadendo niente, –
non aveva più occhi per guardare
né una bocca per gridare qualche cosa,
chiuso dentro il ventre, rannicchiato
come un feto nel grembo di una madre.
Ora, con lei tutt’intorno, come
un abito cucito sulla pelle
dalla parte di dentro, si sentiva
come il gheriglio chiuso nel suo mallo,
un essere non essere mostruoso,
vivo di dentro e morto nel di fuori.
Piero però
non lo sapeva,
lo sapeva però la gazza ladra
con l’oro stretto in becco, e il barbagianni
col suo grido lamento dalla torre
diruta sopra il colle,
lo sapeva la vecchia merlettaia
che leggeva l’oroscopo. Era giunta
e i fuochi nei camini delle case
ardevano tranquilli, e le finestre
tenevano le imposte bene chiuse,
e gli usci a doppio giro della chiave
Dunque
era venuta,
piano, suadente, e Piero lo ignorava,
e la gente origliava, chiusa in casa,
e vedeva la morte camminare
portandosi via Piero, ed i suoi passi
rintronavano leggeri sulla strada.
Sapevano ch’era lui il predestinato
ne ascoltavano i passi allontanarsi
bisbigliando il suo nome:
È lui, è Piero….
Di Piero erano i passi, e non i piedi,
i passi erano di lei, e scalpicciavano
all’unisono, leggeri, piedi e passi
fino a allontanarsi e scomparire
portandosi via Piero.
E il barbagianni
dalla torre diruta, d’improvviso,
gridò tre volte. Placida la luna
sbucò dal buio ed imbiancò la strada
e Piero e lei, un lontano puntolino.
Le finestre spalancarono le imposte,
e la gente s’affacciò
ad applaudire
Piero che se ne andava, tutto solo,
col suo abito cucito sulla pelle.
Quella era l’eternità.
E lo sapeva.

Semplicissimamente

PADRE MIO MERAVIGLIOSO

Padre, indugio sulla soglia
dell’uscio della casa,
sei tornato,
forse hai suonato il campanello,
però non l’ho avvertito, od hai bussato
magari qualche tocco, però piano,
piano per me che non tì ho sentito.
Ma gli angeli
non bussano agli usci,
né hanno nocche che possano bussare,
né mani con le nocche, han solo ali,
e t’ho sentito in sonno
camminare
a passi lievi e lenti, e che non fanno
rumore, ma solo un leggerissimo scricchiare
che scricchia come scricchiano le foglie
al vento che le muove,
e m’hai destato,
t’ho visto camminare coi miei passi,
guardarmi coi miei occhi, e non parlavi,
parlavi a bassa voce con la bocca
mia che mi parlava.
Oh padre, padre
mio meraviglioso, in me esisti,
ho in me la tua figura, il tuo tacere,
il tuo chinarti
a prendere la pipa,
il tuo impaziente stringere le mani
al figlio che ritorna, e ha fatto tardi.
Perdonami se parlo e non ti vedo,
se non ci sei
perché non sei venuto,
ti parlo come fossi vivo e vero,
ti do un abbraccio in sogno, e non t’abbraccio,
ti dico, come in sogno, di aspettarmi,
di rivederci un giorno
lassù in cielo.

SEMPLICISSIMAMENTE

Le mosche che affollano la camera
passano il loro tempo a non far niente,
ronzano e basta. Tra le mille cose,
è la sola unica cosa che san fare,
ossia ronzare senza fare niente.

Una presenza, la loro, dignitosa,
a volte, quando ronzano, solenne,
tranne quando fanno le indiscrete
camminandoti sul naso. Lentamente
salgono silenziose la parete
e discendono altrettanto lentamente.
Non parlano, non pensano, ma esistono,
semplicissimamente. Sono mosche.

Al di là dell’ultima parola

L’AUTOBUS PER MARCO

L’autobus che va a Marco
è in ritardo,
e, come arriva davanti alla stazione
di Rovereto, salgo, foro il biglietto,
trovo un posto accanto al finestrino,
l’ultimo, e mi siedo.
Stamattina
l’autobus è strapieno, c’è chi torna
a casa e chi ha affari da sbrigare
fuori di città, e scende prima,
al bivio per il Garda od a Lizzana,
la strada non è molta e le fermate
tante, è un autobus di linea,
e ferma su richiesta.
Un contadino,
in piedi, alla mia destra, ci ha uno zaino
carico, e a ogni curva della strada,
a ogni balzo, barcolla, par che cada,
s’appoggia al mio schienale e resta in piedi.
Siamo in tanti, e c’è un fitto chiacchierare,
davanti, ai primi posti, ci stan donne,
massaie,
e qualche contadina
col fazzoletto in testa ed un borsone,
di quelli per la spesa, ed alle curve
tra Marco e Rovereto,
c’è chi pensa
ai tempi della piccola Seicento
in sosta dirimpetto alla pineta,
dove anni fa ci stava una piazzola
al bordo della strada,
e, dentro la Seicento,
la Luciana,
più che donna, una virago, una donnona,
grossa e grassa quel tanto che pensavi
come ce la faceva a starci dentro.
Erano i tempi in cui Berta filava….
Chissà quando ha finito di filare,
e quanta tela, quanta!
Oggi forse
s’è messa in quiescenza – TFR, –
fine rapporto. Lei e la Seicento
Chi si toglie il cappello per rispetto,
e chi sogghigna.
Povera Luciana,
anzi no, Lucianona, per gli amici.

VIENI NELL’IMMORTALITÀ

Vieni nell’immortalità, mi dice.
Siede a me di fronte, e pare eterea
come un fantasma o un angelo, ammesso
che gli angeli o i fantasmi siano eterei.
Vieni, mi fa’, ed altro non aggiunge,
e un brivido mi corre per la schiena.
Viene da un altro mondo,
e pare stanco,
affaticato, è tanto che cammina,
ed io mi sento un po’ in impaccio, in colpa
con lui, il tempo non cancella
tutto, ma lascia l’essenziale,
un tizzo di memoria a far da brace.
E’ un mattino rigido, Natale
quasi alle porte, e un soffice lenzuolo
di neve riveste il davanzale,
e c’è un odor di brace ancora accesa,
ed una luce piatta,
un mezzo albore
a vampe brevi i tizzi di castagno
che gemono spegnendosi tranquilli.
Per anni non ci siamo detti nulla
fuorché con gli occhi, solo pochi sguardi
per dirci tu non sai
quante parole,
quante!, nella quiete quotidiana
dei nostri dopocena, lui e la pipa,
e i soliti cruciverba, e io e la biro,
di quelle che ti macchiano le dita,
e un foglio quadrettato di un quaderno
per metter giù parole su parole
al poco fuoco acceso
a far memoria.
Ormai non c’è più tempo per tornare
ai nostri dopocena, si dilata
e si contrae il respiro della sera,
è la partita
dell’Inter – ricordi? – di Mazzola,
Burgnic, Tagnin, Facchetti, ed altri ancora,
tanti, e che Dio li abbia in gloria
saecula saeculorum.
Muti fotogrammi
di vecchie scolorite sensazioni
che la pietà del tempo ci rinnova
e stempera in idillio di memoria.
Vieni nell’immortalità…
Non oggi,
oggi è Natale, un giorno di sicuro,
tutt’al più domani, non mi piace
l’idea di un gettone di presenza

nell’aldilà, il tempo già ci accredita
dolori e privazioni, e, se verrà
qualcosa che verrà, irrevocabile
sarà il silenzio
imposto alla ragione.
L’eternità è un piccolo dettaglio
per chi non crede,
un punto e accapo
per chi crede.

AL DI LÀ DELL’ULTIMA PAROLA

Al di là dell’ultima parola
tento uno spiraglio donde uscire,
saggio il vuoto intorno, accatastando
ai lati le parole da evitare
per non correre il rischio d’inciampare.
Poco oltre,
c’è un abisso, un baratro,
Dal ciglio,
una nebbia si alza sù dal fondo,
invade tutto ciò che c’è d’attorno.
Non un punto, una virgola. Un fonema
balugina nella foschia.
– Od è un lessema. –
Fermo sull’orlo del silenzio, sosto
celato in un pensiero.
È giunta l’ora
che il gallo canta in sul far dell’alba
mentre il cielo s’incendia dell’aurora.
Sento la mia vita
allontanarsi,
eppure io resto fermo, ed è un tacere,
un fluire, un andar via piano
piano, senza un saluto, un addio di labbra.
Non ci stanno più bocche, solo occhi
che guardano,
e se mi provo a urlare
l’ultima parola, silenziosa,
senza voce, la sento rotolare
come un sasso nel fondo di una foiba.
Qualcuno corra a prenderla! Un’eco
come un suono che si spezzi in mille echi.
Oltre l’orlo, come un vuoto d’aria,
il respiro del tempo che s’invola
con il suono dell’ultima parola
urlata col mio nome.
E poi, il silenzio.
Caporale di giornata,
suona la tromba della ritirata,
e nessuno
che faccia qualche cosa.
Sono come chi ha portato pietre
in sù e in giù da mattino a sera,
stanco del mio non avere fatto niente.
Ma ora qui le ore sono eterne…
Caporale di giornata!
Presente!

La bambola rotta

A TAVOLA

Porta una veste bianca e siede a tavola,
non sai chi sia né da dove venga,
ha il pallido biancore della luna,
povera è la cena che si sfredda.
Dure le patate, pochi i piselli,
di carne solo un po’ attorno a un osso.
Sì, è un pasto frugale, ed un bicchiere
di vino rosso, metà vino ed acqua.
Forse, chissà, è giunto da lontano
ed ha l’aspetto di chi non è mai stato,
o, se lo è stato, lo è stato in sogno.
Mangia e non parla, e pare un non sai cosa,
un indizio di ciò che non accade,
ciò che si può vedere e non spiegare,
un sogno, un ectoplasma, od un fantasma.
E’ un qualcosa che non riesce a farsi scena,
messo lì per far palco al tuo passato,
non lo vedi di volto ma di spalle,
la sua veste è d’un bianco immacolato.
Cerchi di avvicinarti e di toccarlo,
e il tempo si sdipana e ridipana
e piano piano, silenzioso, sfuma
come un sogno che esce dal tuo sonno.
Resta sulla sedia il suo cappello,
come un segno per dirti ch’è venuto,
ch’è lì che si è seduto. Solo quello.

L’OMBRA SULLE SCALE

Senza proferire una parola
nel vano della porta, mi dà un bacio.
Sono confuso. Sale dalle scale
un trepestio di passi così lievi
che paiono i passi dei fantasmi.
Ombra, non è che un’ombra, eppure viva,
diafana, eterea, evanescente,
cerco il suo volto, ne distinguo gli occhi,
sento il suo respiro, non la voce,
è solo l’eco delle perse cose,
non m’è concesso il dono dell’ascolto.
Se mai la rivedrò, la rivedrò al sole,
che impicciolisce o allunga il suo profilo
nero di ombra, basta un po’ di sole
a rammentarla oppure a smemorarla,
piccolo silenzio d’ombra che discende
piano le scale, e senza
un pesticcìo di passi, e poi chiude
l’uscio alle spalle a fondersi col sole.

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

IGNOTO

Anna, tu mi dici sempre cose
che io non so, non ci capisco niente,
meglio non credere ch’io ti possa credere
quando mi punti un tuo dito addosso
per farmi credere ciò ch’io non credo.
Anna, io non credo, no, a ciò che sono,
fammi credere che ciò che sono è vero.
Prima o dopo mi appuntano sul petto
una piccola targa con sù scritto: Ignoto.
Anna è proprio così, non mi conosco.

LA BAMBOLA ROTTA

La bambola di Anna che esibisce
ai nostri occhi stupefatti
il suo impudico ventre immacolato
aperto ad uno squarcio, ci sorride
irriverente sul cuscino, il suo lettino
sfatto, in disordine, mostruosa
piccola nudità, come una cosa
rotta nel mezzo, con un antro oscuro,
gola di foiba, abisso virginale
di bocca immacolata di vagina,
immobile in attesa
muta e malinconica di un brivido
d’amore, straziante illanguidito
crepuscolo morente fine autunno
di un non so che di bambola, bellezza
diafana di un tempo ormai perduto,
del senso del “mai più”. E ci sorride
con gli occhi esterrefatti di bambina,
glabra la pelle, bianca porcellana,
il ventre in sù, squarciato
e tramutato in urlo di dolore
l’osceno del suo corpo denudato
di muta bamboccina, ci sorride,
ed estasi ed orrore son tutt’uno,
inferno e paradiso di vagina.

Cominciamo dalla formica

LA CURVA DEL QUADRATO

Sono qui solo e strano, indifferente,
come assopito, alla realtà del Caso
che regola le cose, nel languire
lento e solenne del Futuro,
né m’importa il tempo che non muove
foglia che l’albero non voglia,
e tutto, intorno, è indefinito, assorto,
anche i cavoli broccoli nell’orto,
e pure Dio mi pare un Discordante.
Come chi cammina e non si ferma,
arriva, mi saluta e s’allontana,
la Vita, con l’urgenza di lasciarmi,
e non mi lascia il tempo che mi occorre,
così mi fermo e resto a contemplare
la curva del quadrato che ci vuole
per aprire una porta senza chiave.

L’INIZIO DELLA FORMICA

Era l’inizio di una formica:
inizialmente, il vuoto,e poi un’antenna,
quindi, procedendo, un paio d’occhi,
e, via via, l’altra antenna, la mandibola,
le tre paia di zampe e il capo.
Nel progetto
ci sarebbero stati anche i piedi,
poi, ci si è pensato, e si è concluso
che, per essere una formica,le bastavano
sei zampe senza i piedi, più una spinta
per farla camminare. Una fatica…
Figurati se fosse stato un elefante,
lo spreco di materia! Non è mica
facile dar la spinta a un pachiderma.
Era dunque l’inizio di un elefante…

LE SCARPE VUOTE

Tutta una lunga fila di scarpe
dietro di me, ormai alle mie spalle,
scarpe vuote che han calzato i morti,
tante, che bastano e avanzano ai vivi,
tante le scarpe, l’una dietro l’altra,
tanti i piedi che vi hanno camminato,
tanta la strada fatta con le scarpe,
tante le orme fatte e cancellate.

E, con le scarpe, restano nell’aria
lungo le strade voci a mezza gola
di tutti quelli che ci hanno camminato,
che il vento ci riporta a mulinello,
echi e voci di chi non ha più scarpe.

Ed io cammino, io che ci ho le scarpe,
faccio la strada vivo insieme ai vivi,
e ho nella gola un canto da cantare
e nelle scarpe passi ancor da fare,
canto di chi cammina e ci ha le scarpe.

DENTRO E FUORI

Era l’alba, e la collina
si allungava per raggiungere il mare.
Marzo, o forse aprile: primavera
rivestiva qua e là i ramoscelli
di gemme che si aprivano a far fiore.
Uscii dall’Universo. Era facile,
come un batter di ciglia. E mi trovavo,
fuori, comodo, a mio agio,
c’era una luce ma non era il sole,
e, dopotutto, lì, dove ora stavo,
era un piccolo, piccolissimo pensiero
di Dio. Un usignolo
gorgheggiò sul mio capo. Era già l’ora
del mio rientro. Dentro, era l’aurora,
dunque così ripresi a camminare.

IL CAMERIERE PACHISTANO

L’altr’ieri, verso sera, in centro vecchio,
mentre stavo seduto a un tavolino
del mio solito bar, il cameriere
( mi pare, se non erro, pakistano )
portandomi il caffè, mi ha confessato
d’avermelo servito già altre volte,
in quarantacinque vite precedenti.

Dopo di che mi ha detto di un puntino
minuscolo che originò il creato,
e che il creato tornerà puntino
come in un big bang all’incontrario,
e riesploderà ancora nuovamente
per ricreare un altro universo.

Così, mi aveva detto, all’infinito,
e a ogni nuovo big bang un altro cosmo,
e a ogni cosmo io e lui e il tavolino
e il bar, e lui che mi serviva
il mio solito caffè, e mi parlava
d’avermelo servito già altre volte,
quarantasei o più, e facevamo,
io e lui, la stessa strada, eternamente,
lui a servirmi il caffè ed io a berlo.