Stanca non esistere

UNA PASSEGGIATA DOPOCENA

Passeggiava da anni ed anni dopocena
con la moglie, la suocera e i bambini,
quattro passi e una boccata d’aria fresca
e un cono di gelato all’amarena,
tranquillo, senza correre il pericolo
d’un borseggio o un scippo a mano armata,
come capita oggigiorno. Eran tempi,
oh sì!, beati, si poteva uscire
col buio, a tarda sera, con serena
sicura libertà di passeggiare
per via, tranquillamente, spensierati
con la moglie, la suocera e i bambini,
e un cono di gelato all’amarena.

Oggi non resta più neanche il ricordo
di quelle passeggiate dopo cena:
solo, senza suocera e bambini,
che son rimasti per prudenza a casa,
mentre cammini par sentirti addosso
l’occhio e il respiro ed un frusciar di passi
lieve e sospetto di chi ti vien dietro,
un’ombra buia ancora più del buio,
e allunghi i passi e acceleri, col cuore
in gola e la paura, e non vedi
l’ora di entrare e barricarti in casa,
due giri e più di chiavi e catenaccio..

Ma mentre ti godevi il dopocena,
c’è chi ha pensato di venirti in casa
con un tanto di suocera e bambini,
due giri e più di chiave e catenaccio.
C’è chi dice che un domani sarà peggio…

QUAGGIÙ

Quaggiù come
un colpo di vento
nel buio di vicoli claustrali,
per vie e piazze ed orti ormai scordati
da Dio e silenzi
di chiese ormai vuote,
senza più preci,
passò come un colpo di vento
tra parole di ombre affollate
e croci di miserie
e di lacrime.
Urlando
nella pace delle notti senza luna,
cresciuto nei più fondi sottoscale,
dove al pianto delle madri i figli
tendono le mani a un Dio che non sa amare.
Passò tra l’odore
dei fritti dei dopocena,
il tempo che non concede sconti né alibi
nel freddo inferno dei carruggi,
passò
con le zampogne di Natale
che suonano l’Alleluia
tra discariche e panchine con barboni
infagottati sotto un cielo di cartoni,
passò
nella carità dei lazzaretti,
tra gli sfarzi sontuosi dei palazzi
dei Re, tra le lussuose dimore
dei potenti,
passò
con la pietà di un bacio
di una Madre al suo Figlio morente.

NON FAR NIENTE

Solo, senza anche me, senza nessuno,
e la felicità di trovarsi soli,
come un non essere mai stato,
e vivere la mia vita senza viverla,
senza far niente, inerte,
come un tronco portato alla deriva,
neppure un’eco di una parola sola.
La felice malinconia di non far niente.

Seguo con l’occhio il volo di una mosca,
e penso: almeno fa qualcosa,
ronza, ed il ronzio è un urlo nel silenzio
di questo niente, e soffoca e divora
ogni cosa, e la invidio. Vorrei essere
anche una mosca – è corribile, – ma essere.

NOTTE DI MEMORIE

Ascoltò a lungo l’orologio a muro
battere nel cuore della notte.
Come le voci delle cose morte,
tentavano il silenzio della camera
i sospiri delle persone morte.
Fuori, pallida, lassù, la luna,
scialba, come scialbe erano le voci
delle ombre che chiamavano giù in strada.
Nella notte tornavano memorie
fresche di gola a lume di lanterna,
fiamme d’acetilene. Le ascoltava
come fossero sue, le sue memorie,
lontane, lontanissime, monotone
come un sommesso battere di pioggia.
Erano i suoi fantasmi, e se ne andavano
come il fumo che fuoriesce da un comignolo,
un povero fil di fumo senza storia.

DIO ERA STANCO

È ancora lì che lo racconta: un giorno,
andandosene a zonzo, incontrò Dio,
sì, Lui, seduto sopra un muricciolo
dell’orto della Gegia, e gli diceva:
Ho smesso di creare, e sono stanco;
ciò che ho fatto, ho fatto, tocca al Caso,
ammesso che lo voglia, proseguire
il mio operato. E sorrideva,
come uno che se ne va in pensione.
Ma era un sorriso triste. E l’Universo
sorrideva pure lui. Un sorriso triste.
Così, se ne andò. Ma era proprio il caso
che se ne andasse, e subentrasse il Caso.

LA STANCHEZZA DI NON ESISTERE

Stanca, sì, esistere, ma stanca
forse di più anche non esistere.
Stanca sapere di esser niente,
stanca alzarsi e stanca non alzarsi,
stanca non uscire sulla strada
a fare pomeriggio, e, dopo, sera.
Stanca, dopo la sera, non far notte.

S’è proprio vero che pensare stanca,
assai di più stanca non pensare,
non star seduto e zitto, a mente vuota,
immobile, la testa tra le mani,
a non pensare. Stanca
lasciare alle leggi di natura
l’inerzia di far scorrere le ore
senza manco dovere intervenire.

E se per caso uno bussa all’uscio
e fa il tuo nome, lascialo bussare.
Apri a chi non bussa e non ti chiama,
e tutto scorra via, dentro e fuori,
tutto divenga un unico non-essere,
tutto un non aprire e un non-bussare.

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Il male fa bene

NEBBIA A UFA

Non ho mai avuto tanta voglia
di vivere come oggi che piove,
e fa freddo, e gli usci sono chiusi
e le vie quasi deserte.
Nebbia a ufa,
a folate fino ai quarti piani,
non una sola finestra che non sia
chiusa. Ricordo lei che mi diceva:
No, mi dispiace,
oggi non vengo.
La nebbia, al di fuori di ogni schema,
sale e scende rabbiosa, e Dio lo sa,
– oh se lo sa anche Lui! – quant’è noiosa,
biancovestita copre case e strade,
– nel caso che ci siano, anche i semafori,-
lascia solo qua e là qualche fugace
scorcio di verde – un orto od un geranio
in un vaso, – ed una piccola finestra,
un attimo. La sua. Ma è sempre chiusa.
No, mi dispiace,
oggi non vengo.

UNA MONETA SULL’ASFALTO

Ti attendo senza fretta, disse il vento.
Cercava un posto dove andare. Un refolo
appena percettibile sfiorava
l’abito della donna. Una parola
cadde come una moneta sull’asfalto.
Tintinnò nel silenzio della strada.
Oggi voglio combattere la noia,
disse lei. La luna non lo sapeva,
abbandonò nel buio uno sbadiglio
di luce un po’ annoiata. Il tempo
era senza una via d’uscita: Come a dire
che la brutta stagione era in anticipo.

NON SONO CHE STUPIDI VIOLINI

Non sono che stupidi violini
da saltimbanchi, maschere stonate
nel rumore di un pazzo carnevale.
E noi, affaccendati a camminare
in lunghe autocolonne tra le crepe
di un muro divisorio, li ascoltiamo
curiosamente, le punte degli orecchi
ritte, formiche rosse sentenzianti
pie giaculatorie. E nel passare
avanti e indietro, a completare
il giro della città di pietra, raccogliamo
le briciole di una vita passeggera
lungo infiniti punti cardinali.

IL MALE FA BENE

Coltiva le parole come fossero fiori
da agghindarsene i giorni di festa,
con insulti e infuocati sermoni
sull’uso del male.
Il popolo ha fame,
sentenzia, non dei soliti
luoghi comuni sul bene, ma di un’aura
di alati concetti metafisici
su assolute verità di parole
da piantare come chiodi
nei cervelli, e allora diciamogliele
gridando, è logico ed umano
gabbare con sottili sofismi ingannando
il popolo bue,
è il male,
ecco, è il male, il male che fa bene,
non il bene, alla gente,
è il peccato
che ci vuole, sì, il peccato, per redimerci
e renderci sommamente virtuosi.
Ma in nome di che cosa, e per quali valori
si va in paradiso? Di certo
non con parole d’amore,
non con opere odiose di bene,
filantropiche, ma solo con atti
e parole di odio, sia solo
l’inumanità il nostro etico saldo
irremovibile principio
di vita. Sì, odiamoci!
Applausi
entusiastici, coltellate e colpi di armi
da fuoco. Funerali e necrologi.
Risolta l’innaturale democratica
annosa soluzione
del controllo della specie. Ragazzi,
siamo in troppi, non dobbiamo invecchiare,
dobbiamo morire un po’ prima,
lo dicono da tanto oramai
le statistiche che dobbiamo affrettarci
a morire. E allora, che aspettiamo?
Moriamo!

L’ETERNITÀ IN RITARDO

A lungo si parlò di Piero a casa
di Giacomo, e a casa poi di Piero
a lungo si parlò anche di Giacomo,
tanto per par condicio.
Ed i discorsi
caddero sul più e meno – soprattutto,
dicono, sul più, ch’era scontato
che nessuno parlasse più del meno,
per via di Anna. Ad Anna
si sa, il meno non aggrada.E piovve
per giorni e giorni,
e accaddero poi cose senza senso,
ma nessuno parlò di senso o cose,
era la volontà di Anna, sempre lei,
che dopo le devozioni della sera
ringraziò la platea e poi disparve
come un soffio che spegne la candela.
Passò poi di lì
un forestiero
e disse: Bah! E scacciò via una mosca,
e, già che c’era, un passero. Poi
qualcuno ne parlò, però non c’era
contradditorio o claque. Così, chi c’era,
si strinse nelle spalle, e disse: Amen.
E tutti in coro ripeterono: Amen.
Ma c’era un filo d’erba che tremava
dal gelo, ma era l’unico a aver freddo,
Noi no, avevamo il passamontagna
con un tanto di borsa d’acqua calda.
Del resto l’eternità era in ritardo,
come al solito. E allora ci sedemmo
comodi ad aspettarla. E, con noi, Anna,
anche se non c’era.
Ma c’è un’Anna ?

Anche Dio si adegua

MEZZOGIORNO ALLA MOIA DELL’ADIGE

Simula l’estate, ma è autunno,
un ottobre inconsueto più che tiepido,
e verdissimo è ancora il fogliame
ultrafrondoso, ed ora, mezzogiorno,
l’acqua dell’Adige divalla
la sua tranquilla acquosità di fiume
ambrato tra le rive. Io sono qui,
alla Moia, e tutt’intorno è zitto,
col cielo, lassù, alto, ch’è un cristallo
azzurro trasparente, e tutto pare
splendere in un unico lucore
di terra, fiume e cielo. Benedici,
sì, benedici, Dio, ti prego,
questo giorno che s’approssima alla sera
tra giubilo e mitezza, e che il silenzio
alto del mezzogiorno qui, alla Moia
dell’Adige, sovrasti ogni rumore
del giorno che si approssima al tramonto.
Ti prego che sia sempre
un mezzogiorno
di sole e di tranquilla azzurrità
di cielo e di accese fioriture
di tardi settembrini.
O quantomeno,
benedici almeno me, Dio, ti prego.

ANCHE DIO SI ADEGUA

I rintocchi delle campane elettriche,
è il suono trionfale della chiesa
che va coi tempi.
Addio, vecchie campane,
dolci rintocchi a muscolo di braccia,
dal lento e gaio suono dell’infanzia!
Anche Dio oggigiorno
si è adeguato
all’elettrico suono del batacchio,
e le donne che corrono al rosario
nelle piccole chiese di campagna
nelle sere di maggio, hanno un Dio
diverso da una volta,
un Dio moderno.
Non è più tempo di angeli e di santi,
ma di chiese che paiono palestre,
senza più croci e Sant’Antonio in legno
né Madonnine
a fianco degli altari.
Solo le vecchierelle di campagna
conservano gelosamente nei cassetti
dei comodini
un piccolo Vangelo.
Altro non si può. Dà fastidio agli atei,
e disagio
ai bambini mussulmani.

LA PICCOLA ETERNITÀ DELLE FORMICHE

Corrono indaffarate lungo il muro,
e, se avessero la voce, lancerebbero
tante piccole grida, le formiche
uscite con il sole. Van su e giù
senza una meta, a caso, in un frenetico
e stupido toccarsi con le antenne.
Forse, chissà, è un modo come un altro
per scambiarsi due chiacchiere di fretta,
come càpita a noi nell’ascensore,
o, chi lo sa, è un loro far l’amore
piccolo e breve, – amore di formica -.

Le guardo zitto da una panca all’ombra
nella canicola di una breve estate
mentre corrono, si toccano e si affannano,
non sai se tristi o liete. Non s’accorgono
di vivere di corsa, non lo sanno
che cosa voglia dire stare fermi,
stesi comodi all’ombra e meditare
sulla piccola eternità delle formiche.

O forse non lo sanno cosa farne.
La morte le porta via, e non sai dove.

Il Paese dalla laurea facile

Italo Bonassi
Il Paese dalla laurea facile
L’Italia è il Paese dei dottori, tale titolo lo si dà anche come atto di furbo ossequio (si pensi ai posteggiatori: indietro, dottò, più a destra, dottò), ma quello che non mi va, è il malcostume delle lauree “ad honorem”, di cui si fa a volte un improprio e anche ridicolo abuso, conferendo il dottorato a chi magari non è andato oltre le Elementari.
Le nostre Università sono assai prodighe a distribuire lauree ad honorem nei più disparati settori dell’attività umana. L’ultima, sempre che nel frattempo non ne abbiano inventata qualcun’altra, è la laurea in Musicologia conferita a Moni Ovadia, quello strano tizio frequentatore delle tivù con tanto di papalina e vestiti sgargianti e quella, ma in questo caso pienamente meritata, di laurea in Patrimonio artistico ad Alberto Angela. Dottore in sociologia è stato fatto don Luigi Ciotti, non perché abbia conseguito la Laurea, ma perché si distingue per il suo impegno a favore degli immigrati, così come una laurea in Scenografia l’ha ottenuta l’attore Fabrizio Bracconieri, il Bruno del Ragazzi della Terza C, e un’altra, in Linguaggio giornalistico, è andata all’inviato di Striscia la notizia, Luca Abete, per non dire poi del bottino di nove lauree, appannaggio di uno che non si è mai laureato, Roberto Benigni, che ha fatto incetta di lauree ad honorem in Lettere, in Filosofia, in Psicologia, in Diritto. Fruitori di dottorati sono cantanti ed atleti (non certamente scrittori né poeti). Cito, fra gli altri, Vasco Rossi (laurea in Comunicazione), Valentino Rossi (dottore in Pubblicità), il calciatore Francesco Totti (laurea in Business dello Sport), Luciano Ligabue (plurilaureato senza una sola tesi), dottore in Editoria e Musica, Claudio Ranieri, allenatore di squadre di calcio dottore in Scienze Motorie, il cuoco Massimo Bottura laureato non in Scienza del Cotechino ma in Direzione Aziendale. Una laurea ad honorem addirittura è andata a Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, anzi al dottor Mimmo Lucano, fresco laureato, non è non scherzo, in Utopia, per il quale l’utopia è diventata dunque realtà. Roberto Saviano, mai laureatosi, è stato proclamato dottore in Giurisprudenza.
C’è poi la Ministra dell’Istruzione del Governo Renzi che si era dichiarata dottoressa, pur avendo fatto solo le Medie, e che, scoperto l’inganno, non è stata sollevata dall’incarico, ma ha continuato ad essere la responsabile dell’istruzione, cadendo, come si poteva immaginare, un paio di volte in ingenue gaffe. Il fascino della laurea…
Ed io, povero stupido, che con grandi sacrifici economici, mi sono fatto un mazzo per cinque anni a Padova, dormendo in uno stanzino in soffitta pieno di ragnatele insieme ad altri tre stupidi come me e mangiando alla mensa della POA, in compagnia dei barboni della città. Ma almeno la mia è stata una laurea vera, con 35 esami, tesina e tesi. Con i chilometri che macinavo per raggiungere l’Università dovei essere anche dottore in Scienze Motorie
Da: QUADERNI, giugno-luglio 2019

Perché poesia

Elena Albertini
PERCHÉ LA POESIA?
Bombardati, come siamo quotidianamente, dalle brutture della vita, vedi omicidi-suicidi, violenze di baby-gang, ruberie, scandali politici e non, può apparire una provocazione o peggio una fuga dalla realtà, parlare di una associazione che, in maniera tanto sommessa quanto autorevole, tesse una rete di significative relazioni extra regionali: Il Gruppo Poesia ’83, condotto e animato con passione da Italo Bonassi e Giuliana Raffaelli. Realtà tanto ammirevole se pensiamo che, in un momento storico dove sembra vincere la sub-cultura, ha il coraggio di coltivare e produrre non solo pensiero ma addirittura pensiero poetante: poesia. Ha, cioè, il coraggio di proporre una forma di linguaggio che presuppone silenzio, lentezza, ascolto, intelligenza, riflessione, profondità. Emozioni. In pratica tutto il contrario di quello in cui siamo immersi e di cui siamo nutriti ogni minuto.
Ora, se è importante sostenere l’attività del Gruppo Poesia, altrettanto fondamentale è, però, arrivati a questo punto, rispondere alla domanda di più ampio respiro che ne consegue: ha ancora senso la poesia?
E’ aderente al principio di realtà chiedersi dove stia il senso della poesia quando tutti i giorni, per dirla con Heidegger, ci scontriamo con una povertà che è “nuova” perché è destinata a diventare sempre più povera, non essendo consapevole del livello di povertà a cui è giunta e, dunque, per questo, non in grado di mettere in campo gli anticorpi necessari a guarire e risalire la china?
In altre parole, può la poesia ancora parlare al mondo contemporaneo sempre più avvinghiato nella superficialità e nell’ignoranza o deve rinchiudersi fra le quattro mura asfittiche abitate da pochi nostalgici?
La prima risposta che convintamente dò è che la poesia è oggi necessaria per il semplice motivo che produce quella forma di cultura che sa raccontare la verità.
Ossia mette a disposizione, di chi non si accontenta delle apparenze e delle falsità, il linguaggio per capire la realtà, per “intelligere” il mondo che ci circonda, per andare dentro le cose e scavare nelle loro profondità, permettendo una relazione non con le ombre o i falsi miti ma con il vero.
In questo senso la poesia è una delle poche possibilità che ci sono ancora concesse di andare oltre la schiavitù dei social, di prendere le distanze dalla dipendenza virtuae, di discernere fra il bene e il male, di
rifiutare ciò che ci costringe a pensare e vivere entro un mondo che non c’è ma è tanto potente da uccidere piano piano la nostra stessa razionalità.
Aprire, allora, uno spazio in cui i poeti, dialettali e non, possono incontrarsi e dare memoria alla poesia diventa un’opera della massima attenzione quale spazio entro il quale il pensiero continua a produrre pensiero libero.
In questa ottica la seconda risposta che dò è che la poesia non solo è necessaria ma è salvifica perché preserva quella particolare forma di cultura che è la speranza.
Simon Weil scriveva che la poesia è l’incarnazione della dolcezza e della grazia per cui nel mondo dominato dalla forza e dalla violenza essa porta il miracolo del dono e del perdono, dell’amore e della bellezza. Porta l’uomo a riconoscersi come persona che senza paura sa chi è, ricorda da dove viene e guarda a dove va.
Al proposito Yves Bonnefoy, nella sua opera “Nella sfida occidentale della poesia” scriveva che il rischio a cui l’uomo contemporaneo va incontro dopo aver ucciso con Dio ogni fondamento a cui ancorare il proprio essere nel mondo, è certamente rimanere sull’orlo dell’abisso ma cosa ancora più tragica è lasciare che le cose svaniscano.
Che vinca l’oblio e con esso la perdita delle nostre radici.
E una società che produce solo il “qui ed ora”, che dipende dal clic di un selfie, che sa usare solo parole ridotte a sillabe o emoticon, è una società che inevitabilmente vive e coltiva solo una delle tre categorie del tempo, ossia il presente, dimenticando il passato e il futuro.
La poesia, allora, è salvifica perché ha il merito di opporsi a questo processo di nullificazione in atto, ridonando colore alle giornate grigie e forza alla parola di produrre un nuovo linguaggio e, dunque, un nuovo mondo di speranza.
Schopenhauer, non a caso, ricordava che la poesia è potenza rammemorante che canta, è musica che sa arrivare alle corde più profonde del cuore, che sa farle vibrare al ricordo di ciò che pensavamo di aver dimenticato ma che, alla lettura di un verso, entra nel nostro presente con una forza dirompente tanto da sorprenderci e colpirci come un pugno nello stomaco.
Allora la poesia ha senso perché è parola che come la nota di una canzone ci fa rivivere ciò che non possiamo dimenticare, o ciò che credevamo di aver dimenticato o volevamo dimenticare ma che in realtà è sempre lì, quale eterno ritorno delle emozioni che uniche segnano la vita di ognuno di noi: l’amore vissuto, il volto del padre e della madre, i figli.
Emozioni che uniche aprono gli orizzonti del tempo e ci fanno intuire il senso della vita, dilatando il tempo sull’arco lungo che va dal passato al futuro, guardando il presente senza fermarsi ad esso.
Diamo allora il giusto merito a Italo e Giuliana che ancora producono archi armati di frecce d’amore e proteggono un cuore non più di pietra cosicché la bellezza abbia ancora la speranza di salvare il mondo e la poesia possa continuare a costruire il tempio “a che il cammino di una vita non sia un vagare sperduto ma una meta.”

La dott.ssa Elena Albertini è scrittrice, storica e naturalmente poetessa, e ricopre posti importanti nella cultura roveretana, tra i quali ricordo quello di consigliera del direttivo della Fondazione Opera Campana dei Caduti e di presidentessa dell’Associazione Culturale Conventus.
Il Gruppo Poesia 83 la ringrazia per questo bell’articolo sulla poesia che è stato pubblicato con una certa evidenza sul quotidiano trentino Adige il 14 maggio scorso.
Alle interessanti citazioni di Elena vorrei aggiungerne tre, tra l’altro anche bizzarre:
Boswell: Allora, signore, che cos’è la poesia?
Johnson: Beh, signore, è molto più facile dire che cosa non è. Tutti sappiamo che cos’è la luce, ma non è facile spiegarla.
(James Boswell; La vita di Samuel Johnson)
Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché la si trova dappertutto.
(Flaubert: Corrispondenza)
E per terminare:
Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole.
(Leopardi: Zibaldone)

La luna nella scarpa

GLI ADORATORI

Piero adora i broccoli e i radicchi
come gli Inca adorarono il sole
e gli antichi Maori
le formiche.
C’è una grande fantasia nell’adorare
le cose che non contano e ignorare
l’infinta Sapienza di chi conta.
L’homo sapiens,
l’istinto di adorare
tutto ciò che gli passa per la mente,
dal sole alle formiche.
Ma voi, gente,
accendete dei piccoli lumini
nel buio della vostra ignoranza
e guardatevi tranquilli invecchiare,
perché il Tempo non cambia idea,
vi attende
alla fine della strada.
Ed è un disastro.

L’INGUARDATO

Vedo Piero davanti a me fissare
immobile l’Inguardato
che ha di fronte
Io non lo guardo, forse fa paura
guardare ciò di cui non s’ha misura,
il Nulla che nessuno può guardare,
l’Inguardato
di cui non si sa nulla.
Piero non sa né saprà mai cosa
diamine ci sia di là del nostro sguardo,
l’inguardabile Inguardato:
nessun occhio
abbia in animo sfidarlo con lo sguardo.
Dicono che ci sia di là
un muro,
e, oltre, una luna algida e bianca
e una solitudine di anime in attesa
di ritornare
al di qua del muro,
dentro l’al di qua del nostro sguardo,
nel mondo dove stiamo noi Guardati,
dove anche Piero guarda ed è guardato.
Piero si alza
e chiude la finestra
e lascia fuori il muro e l’Inguardato,
l’orto coi broccoli ed il nonno,
l’occhio di Dio che guarda e non si guarda,
quello che noi non siamo
ma saremo.

Datemi un’altra vita

Vedo la luna che si accomiata,
anatre e galline intanto dormono.
Penso alla vita che non ho fatta,
e, anche se non granché, alla non fatta.

I camini fumano contro vento,
unica loro incombenza è fumare,
non si fanno sfuggire l’occasione,
oggi, per farlo. Il nonno è già nell’orto.
Guardo le nubi come sono sfatte
e lacere dopo il temporale.

Non chiedo molto, solo un po’ più di niente,
oggi mi basta un accappatoio
e un paio di pantofole. E non altro.
Datemi un’altra vita. Ed una biro.

L’occhio di Dio

Gli alberi si piegano nel vento
nel declinante giorno di settembre.
Le nuvole sono stanche di correre,
sbocciano come grandi fiori bianchi.
Muta è la campagna, gli alberi
offrono la loro ombra a chi la chiede,
non possono, oltre all’ombra, darci nulla.

L’occhio di Dio in un triangolo
vigila sul traffico del tempo,
povera carta straccia che va al macero.

Se credi di avventurarti nell’Eterno,
pensalo come uno slancio ascensionale
od un colpo di coda del Futuro.

E intanto, avventùrati pure a piedi,
una sera qualsiasi, a tua scelta.
Tanto, ce ne hai di tempo. Senza fretta.

La luna nella scarpa

Alta la luna vola sopra il prato,
sfiora il campanile.
Guardo fuori
gli alberi che s’incurvano nel buio,
forse s’inginocchiano al respiro
delle ultime folate. Sono un uomo
ch’è in grado di calzare
le sue scarpe,
mi vanno ancora bene anche se lise,
e me le infilo e scendo sulla strada.
E anche gli alberi si son messi le scarpe
e scendono pure loro
a camminare.
Sogni, sono sogni di bambino,
ma ora che son grande metto indietro
tutti gli orologi, ché ritardino,
basta il tempo
a fare il suo dovere,
mi dice che se cambio, resto uguale,
lui m’autorizza ancora di sognare.
Dico il mio nome al tempo,
e che lo gridi
che son io che metto indietro gli orologi.
La luna ora è entrata
in una scarpa
lasciata a piè del letto: forse spera
di mettersi anche lei un giorno a camminare.
Perché a nessuno
piace restar fermo.
E la scarpa con la luna è tutta bianca.

Poesie per finta

POESIA

Entri a piccoli passi nel mio cuore
in quest’ora struggente di memorie
– una tristezza-gioia, un qualchecosa
che turba e dà allegria -, ed un mattino
come un’ostia di luce che germoglia
alla finestra un tormento tutto sole.
Non c’è nessuna cosa per me al mondo,
cara come te, che m’empi
di felicità e di gioia
l’ora del giorno quando si fa sera.
Mi piacciono gli alberi, le case,
le noci che cadono ancor verdi,
mi piacciono i gerani ai davanzali,
mi piacciono le tue mani, la tua voce,
i tuoi occhi da sogno, tutto insomma,
tutto di te mi piace. E io ti creo
e ti do vita ogni giorno nel pensiero.

TRA UN VASO DI MARMELLATA ED UNA ROSA

Era estate, ricordi?, e ti guardavo,
camminando con te, la mano in mano.
E anche adesso ti guardo, nella foto,
il tuo volto stampato sulla carta,
un simpatico volto carta kodak.

E ti carezzo appena con un dito,
ma è come porre un dito dentro un vaso
vuoto di marmellata, o voler cogliere
una rosa sbocciata sotto vetro.

Basta che ci sei, e anch’io in ispirito
entro, amore mio, nella tua foto,
col mio volto stampato in carta kodak
tra un vaso di marmellata e una rosa.

L’ANGELO MI HA DETTO: RESTA

Mettiti qui seduto, e ascolta:
altro non v’è da fare che ascoltare.
Ebbi vita dal grembo della terra,
crebbi e ancor cresco ascoltando il vento,
sono come un rogo senza fiamma
una stella spenta nella notte.
So di appartenere alla non-morte,
da quando l’Angelo mi ha detto: Resta.

Sgomento, ho abbassato la testa,
perché pareva scrivere il mio nome
sull’acqua, un’acqua che dà sete.
Ho in me la terra, il vento e ho in me l’acqua,
ho in me la vita e ho in me anche la morte.
Ecco, ora che ho detto, non v’è altro
che il tempo che non muore, eterno.
Io amo quel che ho, e ciò mi basta.

HA FATTO TANTA STRADA

Il Tempo entra a passettini,
come si vergognasse, nel giardino
dove, seduto, medito. Lieve
come un’ombra si mette giù seduto
a me di fronte. Gli esce uno sbadiglio,
non so se per stanchezza o per noia.
Ho fatto tanta strada, si confessa,
e poi, dove andare? È mezzo autunno,
e la gazza ormai non fa più il nido,
né l’ape va per nettare. Ora dorme
la cicala in mezzo alle foglie secche…

Brontola qualcosa, e non gli bado,
intento alle mie cose. Non ho voglia
di dirgli che sì, in fondo, è un po’ invecchiato,
e ha fatto tanta strada…Non desidero
sentirmelo col fiato alle mie spalle,
vada pure avanti, io non lo seguo.

Non c’è nessuno che mi corra dietro,
e oggi ho da fare. E mentre tiro il fiato,
che riprenda la sua solfa giornaliera,
macini i suoi chilometri. Lui, certo,
non può prendersela comoda, vada,
e non rompa le scatole… Lo sappia:
non ho tempo da perdere, non posso
andarmene con lui, e mi lasci in pace.

Il Cristo del monte Pipel

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre… E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.
– Ma Dio non s’inciampa a quel gradino.-

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
a senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare

Poesie per scherzo

UNA RIUSCITA OPERAZIONE DI MARKETING

Stamattina, svegliandomi, ho scoperto
che mio padre non è morto, ma vivo:
i giornali che avevan dato la notizia
della sua morte, avevano orchestrato
una ben riuscita operazione
di marketing coi finti funerali,
come quelli di anni fa di Umberto Eco,
in buon ritiro a Monte Cerignone.

Oggi, così, come sempre, andrò,
a trovare mio padre sù a Merano,
e lo vedrò comodo in poltrona,
quella sua gialla, a legger sul giornale
la notizia d’esser morto e ridacchiare.

E allora penserà: Oggi, quando,
verrà mio figlio, gli darò il giornale
con la cronaca fasulla, e gli dirò:
La morte non esiste. Dì ai giornali
che io e il Padre eterno si è da anni
in ottimi rapporti. Detto questo,
s’addormenterà e riprenderà a morire.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza
ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio
(certo, però, poteva farlo meglio).

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

La banalità del sublime

FORSE LASSÙ SI STA MEGLIO

Poco dopo essersene andato,
giunto alla prima svolta della strada,
si ferma e guarda verso me, rimasto
solo sull’uscio, e mi fa un gesto,
come per dirmi:
Ciao, ci rivediamo.
Qui, dove sto, mi pare di star bene,
ed anche lui, mio padre, n’è sicuro,
se qualche volta torna, ma, in effetti,
di là, là dove va,
ci sta sua moglie
– mia madre, – ed anche Gian e, da non molto,
Viviana, ch’è arrivata dall’America:
son anni ed anni che non si vedevano,
babbo, mamma e lei. E lui, mio padre,
scende ogni tanto qui da me a trovami
e mi porta notizie di mia madre
e degli altri che stan là.
Se qui sto bene,
forse lassù, di là, si sta ancor meglio;
oh dio!, senza tivù né quotidiani,
né libri, né caffè, né il Marzemino,
e neppure, così, per ingannare
il tempo, che lassù dicono sia eterno,
gli amati cruciverba,
per non dire
la pipa, sì, la pipa, perché a mamma,
e forse anche agli angeli, il fumo
mi pare dia fastidio, a mala pena
sopportano la pipa.
Oh babbo,
sai bene quant’io sia alquanto pigro
a muovermi, ci stan troppi chilometri
tra qui e voi, e inoltre, se non guido,
mi viene il mal di macchina.
Perdonami,
babbo, perciò, e dillo pure agli altri
che, fin che posso, resto.
Caso mai
ti mando una e-mail quand’ho deciso.

LA BANALITÀ DEL SUBLIME

Vorrei rendere eterno
ciò ch’è effimero, caduco,
vorrei lo spazio circoscritto,
ambito, limitato
da linee infinite,
vorrei la sublimazione
dell’Errore,
il rantolo dell’Assoluto.
Vorrei il cerchio di Giotto,
dove si cela il Compiuto,
il limite del banale del Sublime.

NEVICATA

È arrivata così, senza clamore,
in un silenzio inaspettato, la neve,
come la nostalgia di un sogno
– forse neppure i sogni
sono più lievi e più leggeri -,
come il fremito fugace dell’aurora,
un battito di ciglia.
S’è posata
nell’ora del respiro mattutino
sui fili d’erba fragili e gelati
nella piacevole attesa della luce.
Stamattina,
con l’ultima nevicata, così lieve,
così candida, furtiva, passeggera,
il gelsomino giallo
ha aperto i fiori
– forse credeva che ci fosse il sole -.
Mi sento anch’io un fiore, ho la sua luce,
l’anima di un gelsomino color oro,
e mi scrollo di dosso la paura
di aver coraggio,
ed esco
con la prima campana del mattino.
Fuori, nella neve, ardito annaspa
zampettando il primo pettirosso.
Ora sì che quasi quasi son felice.

BRINDISI

Brindo a tutto quello che la vita
non mi vuol dare, ai mai colti incanti,
alla gioia di chi coglie nel sublime
ciò che non ha, al passato prossimo,
al gerundio del tramonto delle cose,
alla mia anima che ha il sapore
delle aringhe sott’olio andate a male.

IL DIO DEI PESCI

Quando suonano le campane della sera,
esci di casa e va fino giù, al lago,
a Torbole del Garda. E là vedrai
che anche i pesci si recano a pregare
il loro Dio, il Dio dei pesci. Pregano
in una piccola cala fuor di mano
tra Torbole e Tempesta il Dio dei pesci
che li tenga a una debita distanza
dal pericolo famelico degli ami
che gli squarciano la gola e le budella.

Ma non sono che dei poveri pesci,
che non contano né possono sperare
d’aver lo stesso Dio che hanno gli uomini,
il loro è un piccolo dio da niente,
e ci ha la d minuscola, mentre
il Dio di chi gli strappa le budella
è un Dio che la D ce l’ha maiuscola,
grandiosa. E’ inutile pregare,
meglio stare alla larga ed invitare
il loro piccolo dio senza pretese
che non gli salti in testa di abboccare.

LA PERFEZIONE DELL’IMPERFEZIONE

Vorrei poter rendere immortale
ciò ch’è caduco
e caduco tutto quello ch’è immortale.
Vorrei per me lo spazio circoscritto,
ambito, limitato, di un futuro
prossimo – o almeno un congiuntivo -,
vorrei che fosse mia la perfezione
dell’imperfezione dell’Errore,
il rantolo del mio assoluto.
Vorrei il cerchio di Giotto,
in cui si cela il Sublime
per rendere compiuto il mio Incompiuto.