E COSI’ SIA

L’eterno Dio del Bene e del Male

Transumanazione dello Spirito,

dell’anima di un Dio imbalsamato

dal tempo, il nostro povero umile tempo

di uomini. In un futuro,

                               chissà se prossimo,

sperduto o non sperduto, forse,

disperato e illuminato da un Dio

dopo il baratro (una foiba),

di un tempo consumato

nella sperduta vastità della grandiosa

landa  del passato, chissà, o non chissà,

verrà, o non verrà, il Dio, nel plenilunio

d’una risuscitata nuova estate

da favola. E allora,

                         il fuoco e l’acqua

saranno per noi uomini il battesimo

d’un’altra meravigliosa vita senza Eden

né altre costrizioni,

                            e nessun Dio

ci punirà per i nostri meravigliosi

gravissimi peccati di uomini

tentati e tentatori, colpevoli

e incolpevoli, perpetuati

da un dio malizioso tentatore,

un Angelo-Diavolo. E non ci saranno

più dei nuovi Adamo ed Eva,

né un Eden né cacciate, tutti assolti

peccatori senza più peccati

da un Dio buono e generoso, sarà

Lui, l’eterno Dio                     

                    del Bene e Male

il benefico Dio del pane e vino,

l‘eterno nostro

                   Dio programmatore

di nuove nascite e nuove morti,

e non ci saranno più,

mai più, colpevoli o innocenti malintesi

tra Dio e l’Uomo,

                       il nostro Dio benefico

benefattore. E ci saranno

alla nascita dell’Uomo

il pane e vino benedetti,

                                  e non più

l’acqua e il fango maledetti

dall’unto del demonio,

all’inizio del Principio di una vita

eterna, e noi saremo i futuri eredi

del grande, grandissimo Dio buono

Incominciare a vivere

Da anni ed anni attendo

d’incominciare a vivere, ho cercato

più e più volte di farlo,

                                 ed è un’impresa

ogni mio tentativo, ho ipotizzato

che al gatto certamente gli ci riesce,

talvolta, sì, però senza saperlo,

e mi chiedo e richiedo che mai diamine

io debba o possa fare, è ossessionante

ogni volta tentare e ritentare

di vivere, ma, ahimè, non mi ci riesce

è l’ora di  piantarla, e proseguire,

per intanto, a finire

                          di morire.

Tutto qui

Quando tutto pare stato detto,

ecco, t’accorgi che non è detto nulla.

Forse era un abbaglio, od uno sbaglio,

– basta una “di” di più

                         ed è uno sbadiglio, –

vedi quindi quant’è facile l’errore,

ma una risata non puoi dirla pianto,

nuvole rade non è pioggia, è sole.

Ecco,

         In un giorno imprecisato,

fu come un grido senza grido, muto,

– pare che non l’abbiano gridato,

certi giurano di sì, ma nottetempo,

quando la luna

                  era lì a ascoltare. –

E tutto ciò ch’era stato detto,

lo ebbe detto una bocca inascoltata

– e l’alfabeto? Oh, quello sì, era muto,

e non c’erano bocche per gridarlo, –

quindi,

          come appena dianzi detto,

non c’erano bocche ciarlatane,

solo labbra ed occhi spenti e chiusi.

-Dateci qualcosa da parlare,

 Dicevano, 

Ma una bocca ciarliera

che non parli soltanto alla memoria,

ma possa dire almeno una parola

a noi sopravvissuti,

ma piccola, e che ci entri negli orecchi,

basta che gridi. –

                Tutto qui, dunque.

L’effimero vivente                                                        

Non per divertimento tra gli angeli

scoppia qua e là qualche rivoluzione.

Dio non ammette deroghe, non vuole

fare eccezioni. Dice:                  

                     Nel Creato

tutto ha una sua regola. Ha da essere.

Dio dittatore, Dio dei vivi e morti,

unico vero despota,

                   ma è giusta

la tua terribile grandezza? Tu  ami

solo tutto ciò ch’è grande, immenso,

come un gigante che ami il pari suo

e non il nano? Oppure in Te,

come per sbaglio, noi, un poco persi

nella tua grandiosità, riflettiamo

il nostro eterno effimero vivente?

Siedano con noi alla nostra mensa

almeno gli angeli! Sono come noi,

ci guardano invisibili e bonari

e ascoltano i  nostri piccoli problemi,

dunque, lo sanno,

loro, che un tempo furono uomini.

E COSI’ SIA

Rondini sulla gronda in un azzurro

pallido di cielo, ed una striscia

di nubi sopra i  tetti, dove annega

l’ultimo volo allegro di altre rondini.

Uno spasimo di vento che  accompagna

il breve passo del giorno che ci lascia.

Tra le vecchie basse case del paese

ora la sera si fa bigia. C’è una strana 

smania di andare, non so dove, andare

tra campi e orti e steccati in legno

come questo vento fresco che corre

e va avanti e indietro e non ha pace.

E il buio che s’insinua tra le case

già copre le legnaie e porta un sonno

fatto di viole, un sonno piccolo

ma dentro immenso, dove chi vi cade

s’incammina in un lungo viale d’alberi

senza pensieri. Dio, ti prego,

prendici tutti, tutti in tua custodia,

uomini, uccelli, orti, girasoli,

proteggici nel sonno. E così sia.

lIEVE CADE LA NEVE

Sente la neve che vien giù leggera

e fitta sulla strada e sul poggiolo,sS

la sente e non la vede come cade,

e pensa: È inverno. E fuori tutto è bianco,

e gli alberi frattanto hanno mutato

la veste a quella fitta nevicata,

han l’abito lungo e bianco di una sposa.

È un po’ troppo occupato a non far niente,

Piero, a sentir la neve come cade,

a leggere e non  leggere, a pensare

che ogni giorno di più è un giorno in meno,

un tribolo che va e uno che viene.

Non ci sono più le voci degli uccelli,

solo il rumore d’uno spazzaneve,

e le strade sono un candido ricamo,

e anche il vento non parla più, è zitto,

senza un solo tremito, e la gente

va col bavero alzato e con l’ombrello,

la sciarpa arrotolata stretta al collo.

E Piero intanto computa ed annota,

butta giù cifre, come uno scrivano

che segni s’un registro entrate e uscite,

quello che basta a giungere al pareggio.

Piero anche lui ha una storia da segnare,

un bel mucchio di cose da annotare,

e le raccatta tra le vecchio carte

perché l’eternità non è da poco,

anzi, ma ci vogliono bilanci

di piccole sciocchezzuole come queste.

E lascia che la neve intanto cada,

è l’inverno, e fa il suo mestiere.

L’infinito nel girasole

I vecchi muri delle case stanno

forse ascoltando ancora il suo richiamo,

come un’eco di secoli e millenni

della sua voce e il segno della mano

sua che si sofferma a salutare.

I muri non hanno più parole

da dire a chi li ascolta, mentre il croco

si perde nel morire del mio sguardo

e l’infinito è dentro il girasole.

Io li guardo, i muri, da un balcone

a due passi dal cielo, e forse penso

se desidero tutto ciò che non è stato,

e sui muri ci metto sù un balcone

e una donna che chiacchiera e sorride

agli occhi che non vedono. Signore,

rendimi cieco, e fa che non la veda,

rendimi sordo e fa che non la senta,

la vita è là, a portata della mano,

di là, su quel balcone,

ed io, qua in basso, tento il piede e salgo

con gli occhi in sù  e con un dito in terra.

Noi siamo tutto ciò che non è stato.

Lieve come la neve

Scendo alla fermata di un pensiero,

è tardi ormai, è tempo di spensare.

E me ne resto qui, come la neve,

placidamente  silenzioso e lieve

tanto che mi par di non pesare

di più di un tulipano. E questa è l’ora

di non dire né ascoltare una parola,

ma solo di tacere, di danzare

lieve come un fiocco della neve,

lieve, ancor più  lieve della neve.

Vuoto di ogni minimo pensiero

( tutto spensato, nulla da pensare ),

leggero  più dell’aria  salgo, salgo,

e  a poco a poco m’avvicino al cielo,

dondolo salendo. Ma, sgomento,

vedendo il mondo piccolo, lontano,

sparirmi sotto i piedi, mi zavorro

con un pensiero, e scendo, e penso ancora,

e penso, penso e penso e più che penso

più mi zavorro e più discendo, plano.

Un ultimo pensiero, e sono a terra.

La pecheronza

Confesso

che ho un sacro terrore delle cose.

Tutta una folla unica di piatti,

dei lacci per le scarpe, due maniglie,

tre maschere,  un’ampolla,  un tirabaci ,

un ombrello per il sole, e poi stoviglie,

e scarpe senza lacci, e una  cipolla,

una boccia di acqua ossigenata,

ed un vaso con della marmellata.

Una folla davvero senza fine,

chilometri e chilometri di cose

che riesco a conservare in una teca

chiusa di vetro, per poter guardarle,

farne la conta, dire ad uno ad uno

i nomi che posseggono, felice

che a nessuno è lecito chiamarle

e dire piatto, laccio, ampolla, rosa.

Poi riporre la teca, e andar con Anna,

guardamela negli occhi e nominarla.

Io, Anna, un bignè e la pecheronza.

Provvisorietà

Ciò che dà fama e lustro alle cose

è l’attimo in cui le guardi o le senti,

l’attimo dopo non ci fai più caso,

altro oramai attira il nostro sguardo.

Tutto un corteo di cose provvisorie

fanno di te un teste momentaneo,

ma indifferente un istante dopo.

Anche la luce accesa nella camera,

t’accorgi quand’è luce, e non fai caso

che l’hai scordata quando torna il buio.

E una musica che ora ti commuove,

la dimentichi appena l’orchestrale

ripone il suo strumento e se ne esce.

Un attimo, non più, e anche tu escI.

Visse come un sonnambulo

Era condannato dall’insonnia

a vivere una vita-morte eterna,

un sognare di sognare ad occhi aperti

inchiodati eternamente a un oltre .

E leggeva sul suo cenotafio,

di un marmo bianco come lo è la neve:

Visse come un sonnambulo sognando

senza dormire di sognare un sogno

lungo come la morte, gli occhi aperti,

una rosa, un cero e una ghirlanda.

Visse così sognando di morire,

le braccia colme di genziane in fiore,

con un serto di luce sul pigiama,

una notte d’estate senza luna,

e sognava che anche Dio moriva.

Quando si svegliò un giorno, era già sera,

e le rose rampicanti si sporgevano

di là dalle lenzuola, a profumare

la morte della luce. Dio sognava,

accanto a lui, una morte sul cuscino.

Un’eternità immaginifica

Mi attraversa da cima a fondo un sogno,                                      

o più che un sogno un desiderio,

un’eternità immaginaria

dove appaiono e scompaiono gli attimi,

le ore, i giorni, i secoli, il tempo

con tutto il peso della sua memoria.

L’eternità del conscio dell’inconscio…

E sta alla  meraviglia farne uso,

metterla in un pensiero inarrivabile

perché nessuno l’oda né la gridi,

ma solo io la possa gridar dentro,

canto di levità e di tormento.

Giugno 2000

 

Un giro d’aria

L’incubo di un ricordo sfatto,

una memoria già una volta un grido.

Ora un silenzio – il silenzio buio

dei morti – e voci e passi

in una malinconia di strada vuota

come una preghiera silenziosa,

un giro d’aria e un uscio che sbatte.

Passi in punta di piedi e grida

dette, ma piano, sottovoce

nella deserta via del tempo

che torna con il fiato spento

di un giro d’aria che non sbatte

anta né uscio, ma tace.

Gli antropofagi dell’etica

Si argini il noioso inquinamento

catodico dei soliti senzienti

e autopromozionanti dei mass media,

si argini la sciocca

      “intellighentja”

dei filosofi maldestri intellettuali

di un chiacchiericcio a vanvera, e i baroni

impegnati nei massimi sistemi,

e i sociologi dell’ovvio e la babele

di calligrafiche autoriflessioni

sul vuoto.

  Sì, sul vuoto

degli antropofagi dell’etica, un blob

infinito di comici seriosi

della finta cultura, sacerdoti

della solita chiacchiera

    sul Niente.

Meglio prostituirsi nella massa

degli umili ignoranti pensatori,

umili, sì, ma

      con la U maiuscola,

meglio non dire nulla  ma bearsi

della sublimità dell’ignoranza.

Perché ci piace, anzi, ci seduce,

il buio,

è lì che c’è la luce.

La salita

Non l’altezza, ma il pendio è terribile,

ma è quello che più affascina e ci tempra,

l’abitudine all’asprezza del salire

ci offre a volte istanti deliziosi,

quelli di chi giunge sù, vicino al cielo.

Lassù, dove tutto sa di Dio,

anche il gracchio e il nibbio alto levato

a guardia degli abissi, nella sacra

calma freschezza della prima sera.

Poi, quando i raggi arrossano le crode,

dell’ultimo tenue sole moribondo,

si comincia a discendere, e il sole

ci pare nel morire un ostensorio

di vapori d’incenso. E, scesi in valle,

mettersi in ginocchio, gli occhi al cielo,

 per poi dirsi: Ero lassù. Dio, grazie.

IL TEMPO HA FATTO IL SUO TEMPO

Leternità ha le sue esigenze

Chi crede all’eternità si goda la sua felicità in   silenzio,

non ha nessun motivo di darsi delle arie ( Goethe )

Un lampo sfregia il buio, e un tuono

subito ne fa eco. Un temporale.

Scendo di fretta e sbircio

                                   verso un orto,

oltre il quale appena s’intravede

una casa – almeno sembra, – un uscio

e un paio di finestre

                             per aggiunta.

Non so come sia possibile, nel mezzo

buio  che a fiotti invade l’orto,

distinguere qualcosa, una topaia

pare, più che casa,

                          e c’è qualcuno

nell’orto, lo vedo mentre armeggia

intorno a qualche cosa che si nota

appena a malapena,

paiono fascine affastellate,

di quelle per far fuoco.

                              All’improvviso

gelida mi giunge una ventata,

un brivido sottile, e nella luce

di un lampo lo vedo a un primo guizzo

di fiamma,

               mi pare mio fratello.

L’ora è quella che suona la campana

di Maria Dolens,

                      e ne sento i tocchi

lenti e solenni, scendere dal Colle

di Miravalle.

                      Son le venti e trenta.

 C’è un silenzio difficile a spiegare,

e tutto pare fermo,

                              da una gora

lì appresso un fruscio si perde

tremulo nel buio,

                          è lì che armeggia

attorno al fuoco, e pare un po’ malcerto,

si fa da un lato, e il fuoco

si va vampa

e crepita con schizzi di scintille.

Dice:

        Ho fatto fuoco perché è freddo,

son qui non so da quanto, dentro un sogno

di un Dio addormentato che mii sogna.

Lo faccio anche per te…

                                       Non dice altro,

poi tace per un po’, come attendesse

da me qualche risposta.

                                     E poi di nuovo:

O Italo, com’è brutto essere morti!

E piange. E anche io ora vorrei piangere,

comprendo la sua angoscia.

                                           Tu non sai,

gli dico, ma è terribile vederti

sapendo che sei morto, e non toccarti,

né stringerti abbracciandoti e non darti

un bacio.

               Sono vent’anni

o più che non ti vedo,

terribile non dirti:

                        Vieni, andiamo,

babbo e mamma ci attendono.

                                                   Piange,

e l’acqua della gora fa un rumore

strano di pianto.

                        E il fuoco sta morendo.

Dà un segno di fastidio – come un tremito

convulso, od un singhiozzo,

forse. –

            Vado, mi fa’, ho tanta strada

da fare,

          ora abito sù in cielo,

ad anni ed anni luce di distanza

da qui. Ma il tempo non mi manca,

e, poi, l’eternità

                       non si misura

in metri né in chilometri, è a due passi

da me, ma non da te.

                          Un anno luce,

un passo: sto a casa nell’Eterno.

Difficile spiegarti,

                         ma che importa?

Ti attendo, son con me

                                anche mamma e babbo.

Lo vedo come fosse a una diversa

altezza, in una luce nuova

– forse, chissà,

                           è la luna che gli schiara

il volto, –

e lo distinguo appena,

immagine di un angelo fantasma,

o forse solo angelo,

                                o chissà,

io non conosco gli angeli, li immagino,

non so come sian fatti….

                                Una ventata

lo porta via, all’improvviso. Giusto

così, l’eternità lo vuole,

chissà, ha le sue esigenze…

                                     S’è per quello,

si adempia tutto ciò che deve adempiersi,

anche per me,

                         che sono qui ed attendo.

Li sentite  gli Angeli parlare?

Andare, oh sì, andare,

                                     però dove?

Là dove stanno gli  Angeli, oppure,

e chi lo sa?,

                  altrove?

Se fate del silenzio, li sentite

i loro passi, qui da noi,                     

                                         li udite,

gli Angeli parlare…

                                E tu mi dici

Li sento, oh sì, ma, sai, però non parlano,

ma cantano, perché sono felici,

e sembra che sian tanti,

                                              oh mamma, quanti!,

un esercito di Angeli invisibili.

E’ Dio che ce li manda, e stan discreti

e zitti qui da noi,

                           e fanno quello

che sanno che han da fare, chissà, forse

il compito di farci compagnia,

o forse no, Dio solo sa che cosa,

di farci da tutori.

                          E dici: Come?

Come, se non si fan neppur vedere?

E allora sai che dico?

                                 Neanche loro

forse lo sanno

                           che cosa debban fare,

e se ne stanno buoni, zitti zitti,

si siedono accanto a noi,                   

                                       ci stanno accanto

ovunque noi si sieda.

                                       Ma è un po’ strano,

illogico, il rapporto tra noi e loro,

forse, chissà,  è perché

                                     non siamo Angeli,

semplicemente uomini, un motivo

di certo comprensibile di starsene

da noi in incognito, onde evitare

ogni, – e chi lo sa?, –

                                    contaminazione

possibile. Una semplice questione,

diciamolo, sì, igienica.  E’ certo,

vedi, che sia così,

                                  che Dio li ha fatti.

Basta un pensiero

Basta un pensiero, disse. Rosicchiava

nervosamente il lapis. In un segreto

angolo della memoria risentiva

le note di una musica lontana.

In quel silenzio logorroico il tempo

si concedeva a lui come una donna

dai capelli già grigi, senza amore.

Inventare la vita, disse ancora,

mi basterebbe il filo di un ricordo

per cucire il passato all’avvenire.

Ma era esausto. E il tempo se ne andava,

lasciandolo così là tutto  solo.

E le vie erano deserte e le case vuote.

La presenza invisibile

Spira il vento, l’albero arioso muove

le sue pallide foglie, l’ora è alta

allo zenit, una nuvola vela

il sole, si fa zitta e quieta

la sua presenza invisibile al mio fianco.

Come una vertigine che passa

e dà alla gola, simile a un bagliore,

un guizzo nell’ombra fresca e profumata

sfiora appena il mio volto, e lascia un vuoto

di morte e una risata.

È passata di qua come un barbaglio,

come una scia di luce alle mie spalle,

grida il mio nome, un urlo, e poi scompare.

La catarsi

La catarsi, la purificazione,

dell’anima, o del corpo, o di entrambi,

avviene o non avviene? E in che consiste?

Forse, chissà, il punto in cui si avvita

la vita, la vampa che s’accende e t’avvicina

a Dio? La lama che ti taglia

e ti divide in due, di qua il tuo corpo

e di là l’anima? E non sei  più te stesso,

t’allontani da te e ti avvicini

a Dio, così com’eri, anima e corpo,

A che serve la morte?

Qualche volta io penso

l’impossibile, un rogo che non arde

perché gli manca il fuoco,

e l’unica possibile è la morte,

che non crede di darti del disturbo,

perciò viene senza che la inviti,

poi, se ci pensi sù, chissà, è possibile,

se ammetti che ce l’hai, anche la vita.

E tu, Dio, perdonami,

se talora mi sorge qualche dubbio

che tu sei Dio ed esisti per davvero,

perdonami, ma è una riflessione

basata sulla logica e un po’ meno,

a volte, sulla fede. Dimmi allora

perché ci dai la vita e poi la morte.

come la neve che si scioglie al sole

La morte, ma morte, a cosa serve?

IL SOGNO DELLA BARCA

Mi hanno detto che c’è una sedia in cielo,

una sola, e ch’è per me, e che mi aspetta,

anzi, mi spetta, gli altri che si arrangino,

se la vogliono occorre prenotarsela,

altrimenti lassù si resta in piedi.

Ma m’han detto che l’hanno posteggiata

in divieto di sosta, per la qual cosa

me l’hanno trasferita giù in inferno.

Pur di non stare per eterno in piedi,

lassù, in paradiso, a malavoglia

ho deciso d’andarmene in inferno.

Una salutare dicotomia

Esce di casa solo con il corpo,

mentre l’anima la lascia a casa,

comoda, sul canapè, distesa,

stanca com’è, tranquilla, a pisolare

nel tranquillo tran tran del pomeriggio.

Ed è un fatto davvero straordinario,

uscirsene da solo, senza l’anima

tra i piedi, per lui una salutare

dicotomia andarsene per strada

libero, senza vincoli morali,

e nessuno degli amici ci fa caso,

al bar, per il caffè, e per il solito

giro di rubamazzo e la consueta

chiacchiera sul calcio e sulle donne

Il sogno della barca

Forse è un segnale incomprensibile

solo per me, un fischio e una risata.

Penso: non è un  fantasma, è un  qualchecosa

di strano, lo sento e non lo vedo.

Ma tu chi sei? Che vuoi? gli chiedo. Ride

Mi volto, dietro me

                          non c’è nessuno,

guardo giù dal ponte sulla riva

delle barche legate e ferme ai pali,

dentro ci sta qualcuno che non vedo,

ne sento solo i gridi e le risate.

Poca è la luce, è sera e sono solo

qui sul ponte, non so come sia giunto,

né so perché né quando, tutto è assurdo,

pare e non è un sogno, e qualcheduno

certo verrà, un angelo o chi altro,

non dubito.

              E’ il tempo dell’annuncio,

e attendo con non sai che titubanza

l’attesa tra l’insonnia e il dormiveglia

di un non so che del dopo che m’aspetta.

Esito un poco prima di decidere

se scendere e pagare anch’io il pedaggio,

le barche stanno ancora ferme ai pali,

non c’è nessuno a bordo, o quantomeno

nessuno che si veda, ed è una sera

straordinariamente limpida e serena,

e c’è un vagito d’acqua lieve e chiaro.

Una voce mi dice:

                        Qui è scalo

per il futuro,  qui ci si avvia o si resta,

le barche sono pronte, ed un brusio

di voci di voci sussurrate ora si leva,

e vedo appena appena in trasparenza

un ventaglio di luci chiaro e lieve.

E’ il tempo del dicibile indicibile,

lo so. Non ne conosco il dove,

né il come – e neanche il quando,

                                             – ma comunque

occorre qui decidere: se scendere

nel sogno della barca

anch’io verso il futuro, oppur restare.

Nel prima o poi del tempo che m’è dato

per vivere o morire, basta poco

a scendere e montare s’una barca,

ma esito, il viaggio è lungo e greve,

e resisto, non cedo alla chiamata.

Poca cosa, lo so,

                     per non morire,

vivere da sveglio, faticare

portando via con me, alla spicciolata,

anno per anno ciò che mi rimane,

qualche anno di più,

                             ma quanto basta

alla pietà del dopo  che m’aspetta. 

Non c’è un punto del poi che non sia eterno,

un prima o un dopo che non m’appartenga,

anche il tempo non mio che sto vivendo

è mio.

        E Dio me lo conferma.

Le nobili ragioni di piovere

Oggi il rubinetto pare fatto

in modo che non possa

                                   dare acqua,

e anche l’accendigas, che non si degna

di fare le scintille, pare ignori

il compito di fare il suo mestiere

di accendigas.  Ma sia reso grazie,

– e gli  dedico parole laudative, –

a Dio o a chi per Lui per il piacere

di starmene vivendo senza sforzo

sul comodo sgabello qui in cucina,

mentre fuori non fa altro

                                         che piovere

di brutto da più giorni senza sosta,

una musica di acqua che ossessiona.

Forse non piove, e forse io non vivo,

ma è solo tutta un’unica illusione

anche l’accendigas e lo sgabello,

oppure esiste solo questa pioggia

incessante, ed oltre ad essa non c’è nulla

ch’esista,

                esiste il non-esistere,

il non-accendigas e il non-sgabello.

Cerco di capire ed  apprezzare

le nobili ragioni della pioggia,

l’unica ch’esista, ed ogni cosa

che penso e che non penso mi consola

esistere in tutto questo  non-esistere.

C’è sempre uno che va

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,

ombra non lascia e non lascia impronta,

va ma non sai dove, passa il vento,

–  vento o filo d’aria, fa lo stesso  -,

c’è sempre uno che va, che ha da passare,

ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,

guarda l’acqua che passa sotto il ponte,

lui pure è come l’acqua, e va, la segue,

si va un po’ dappertutto, dove il Tempo

gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,

che sia fragile allo stordimento della luce,

di uno che non ha il Tempo per misura

e non sente la necessità di andare avanti

–  che sia necessità o costrizione  -,

ma resta fermo al buio del Principio

dove il sole non entra nelle case

e non ci sono scarpe per andare.

LE POESIE DEL MERCOLEDI’

 

C’è sempre uno che va

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,

ombra non lascia e non lascia impronta,

va ma non sai dove, passa il vento,

–  vento o filo d’aria, fa lo stesso  -,

c’è sempre uno che va, che ha da passare,

ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,

guarda l’acqua che passa sotto il ponte,

lui pure è come l’acqua, e va, la segue,

si va un po’ dappertutto, dove il Tempo

gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,

che sia fragile allo stordimento della luce,

di uno che non ha il Tempo per misura

e non sente la necessità di andare avanti

–  che sia necessità o costrizione  -,

ma resta fermo al buio del Principio

dove il sole non entra nelle case

e non ci sono scarpe per andare.

Un suono ticchettante di speroni  

Seduto accanto al caminetto,

ascolta il suono dei treni nella notte,

spenta la luce e aperta la finestra,

a dispetto dell’afa dell’ estate.

Dall’orto, arriva sù una zaffata

di fragole ormai guaste.

Volge l’occhio attento all’orologio

a pendolo, mormora qualcosa,

sonnecchia in atteso dell’arrivo

di chi non sa, ma sa che arriva

a un suono ticchettante di speroni.

Ora anche i morti possono dormire
La luna, lassù, più cenere che brace,

pare un volto di donna addormentata.

Ora anche i morti possono dormire,

in pace, son stanchi d’esser morti,

spengono i lumicini ai loro piedi,

s’appisolano in attesa

di un suono ticchettante di speroni.

Un santuario su misura

Cielo di primo aprile,

solo un corrugamento passeggero

di nuvole vagabonde senza pioggia,

leggiadre silhouette di primavera.

E non poco mi conforta

stamattina

il volo lento, ad ali quasi ferme,

del gheppio, alto sopra il bosco.

Va in ordinata schiera

una lunga fila di formiche,

come in pellegrinaggio

ad un santuario

di resine e di aghi di pinacee,

smaniose tra sussurri e fremiti di foglie,

di api e di farfalle.

Marzo ha camminato svelto

a lungo tra germogli messi a nuovo,

e ora aprile cova in uno strascico

di giorni già più tiepidi

i primi frulli delle cince

in un lucore d’aria viva

tra vertigini e verzure,

respiro d’una limpida risata

di acqua di un ruscello.

Oh, non così aprile

mi vive nelle vene,

ma s’infrasca

in una fradicia opulenza,

lucore d’acque morte di uno stagno,

e mi perdo in una trama di fogliame

di un bosco nel silenzio da stupore

di un sole che ottenebra i barbagli

di spenti girasoli. Come un prana,

un dono, che mi affascina e confonde,

di anima e materia,

di umano e di divino,

l’origine dell’origine del tempo,

miraggio in lontananza che intravedo

e inseguo anch’io come formica

in fuga, o avanscoperta,

in cerca di un santuario

su mia misura.  Oh vita,

meraviglia di chissà che Dio,

felicità dolore, redenzione,

ne capto con gioiosa tenerezza

l’attimo primario della nascita,

come un bimbo nel grembo di sua madre.

oh vita,  perpetua transumanza…

Alfabeti di memorie

Neve a Trento 

Trento, dopo cena. Siamo

in una via del centro, nevica e fa freddo,

un  bianco fitto dondolio di falde

che paiono d’ovatta,

un  agghiacciare

lento e quieto di neve che ci serra

tra le sue esili maglie di bambagia.

Un non so che d’eterno, intemporale,

che via via ci prende anima e corpo,

e noi, amici, trepide creature

all’uscita dal bar,  noi compagni

con spirito d’avventura, si è sospesi

anche noi come falde tra acqua e neve

in questo nostro breve itinerario

tra battesimo e congedo,

                                          e ce ne andiamo

senza tracce né echi alle nostre spalle

con angelica perizia, cauti, lenti.

Nevica un dicembre corrucciato,

una smania di un bianco sfarfallare

che tutto rigenera e purifica,

ci porta dalle mille lontananze

di cieli azzurri senza vento e neve

– vergini di bianchi inverni solstiziali

che sanno di presepe – , una poesia

di angeli di luce.

                            E ce ne andiamo,

cauti, calcando i piedi a terra,

– si sdrucciola e facile è l’inciampo -,

in questo guazzabuglio neve e fango,

e si chiacchiera al riparo degli ombrelli

tra muri bigi, anonimi, e cancelli

chiusi ed una neve che sfarina

sugli abiti, e i gridi e le risate

di alcuni ragazzetti che fan d’eco

agli echi del silenzio.

                                   Ce ne andiamo

via anche noi, tra i ruderi di un anno

ormai diruto, ceneri e macerie,

dicembre che ci offri a profusione

un  alidore fervido di mosto

e caldarroste,

e neve e fango,

noi, presi in questo candido annottare,

reticolo di neve di bambagia,

dicembre che soccombi senza infamia

né gloria, noi si tira avanti

in cerca di una chiave per aprire

l’uscio che dà

                  sul paradiso,

e intanto che si è qui, si tiene duro,

come chi sa di terra e sogna il cielo.

Al pianoterra  

Fin che si sta qui, anima e corpo,

ci è impossibile salire

agli alti appartamenti della casa,

lassù, dove si vive accanto al sole

e il vento si sparpaglia in mille echi

di rondini e gallinelle. Da qui in basso,

si odono di notte solo i grilli,

magra compagnia del pianterreno,

i grilli che scantonano nel buio.

Salire a una terrazza in faccia al sole,

in una luce che azzurra e che s’infiamma

nella sera ancora calda e ariosa

del fuoco dell’estate, un’illusione

come ben sa chi è in basso e guarda in alto,

come chi sa di terra e cerca il cielo.

Qualcosa accade

A rischiarare gli angoli segreti

nell’orto, dove crescono le ortiche

e i romici infestanti, un po’ di luna

basta ogni tanto a accontentare l’occhio

nel ventre della notte.

E mi avventuro,

colmo di curiosità e paura

al muto appuntamento con le stelle.

Lunga è l’estate e le notti calde

profumano di spigo e maggiorana.
Spente le luci delle case,

ma un grillo qui nell’orto dà di piglio

al solito concerto.

Dici: Ascolta,

ora qualcosa accadrà od accade.

Forse nasce una stella

o muore un grillo.

Un lunedì d’inverno

L’esile filo di una ciminiera

pare il rantolo di un vecchio che dorme.

Guardo il fiume dal ponte come corre,

trasalgo al suo respiro che sa d’acqua

e nevi di montagna. Il cielo è grigio,

e la pioggia picchietta sull’ombrello.

È lunedì, un lunedì d’inverno,

e le strade son vuote e nevicate,

e fredda è l’aria e punge sulla gote,

frizza una carità di tramontana

e il termometro segna sottozero

sulle rose stremate in galaverna.

Un brivido di aria   si smarrisce

tra muro e muro e pizzica la pelle

di noi, diseredati, in quieta attesa

di un non sai che di grande, anzi d’eterno.

Alfabeti di memorie

 

Tornatemi, inverni, nel sangue,

nevicate sulle rose del cuore,

un respiro di neve sommesso,

come le parole che sussurro,

sillabe spezzate a mezza gola.

Vivo

       come un giunco di carne

e germino alfabeti di memorie,

fiori d’inchiostro per un bianco foglio,

mille parole uscite dalla mente,

voce per non udenti.

           Un canto nebbia,

bozzolo d’alba sgangherata, illune.

Scrivo, e la parola

      mi si sfa in pioggia,

lacrime che m’escon dalla penna,

un ritmo monotono di gronda

come il soliloquio di una gola

perso in un lungo freddo inverno

in borbottio di pianto di una gora.

Il tempo non ci basta

  a dire fine

a questa sera che gli è figlia:

lieve, per essere irreale,

scrivo il mio nome e lo metto in fila

tra mille altri nomi che mi suonano

storditi negli orecchi, nomi e nomi

che squarciano

 il dejà-vu della memoria,

e il silenzio mi s’aggruma nella gola,

reliquia immacolata di parole

vergini di voce. Dico:

Vedi,

solo un velo di niente mi divide

da un futuro scambiato con due pani

e due pesci, e intatto è l’alfabeto

che recito come fossi un sacerdote,

e la memoria è una bocca senza voce,

ma sa scaldare il cuore,

                                    e la si ingoia

come una medicina a mente vuota.

E intanto ogni ricordo mi s’ammaglia

tra le spine e gli aculei del passato;

una truffa, per me, che so che bara.

Grida, memoria, grida, sono sordo.

Poca cosa

Poca cosa la luna questa sera,

Anna, la vedi ?

 Dici fa impressione,

pare ischeletrita, pelle ed ossa,

smunta, e ci ha le occhiaie buie e fonde,

fioca la luce, e pensa che già annotta,

più che una luna sembra

    una ferita,

uno squarcio, un colpo di rasoio

nel ventre della tenebra.

      E mi dici,

Anna, ch’è vecchia, e ha gli anni che dimostra,

e basta solo un soffio perché voli

da là: attenta a non soffiare,

che non ci cada addosso.

                                        Anna, andiamo,

che cada dove vuole. E che i poeti

la smettano di parlarne: è pelle ed ossa

uno sgorbio di luna brutta e vecchia.

Odori di colline

Il pendolo ora è fermo e solo il gallo

alza la cresta in cima al campanile

e canta.  È domenica, ed il vento

ci porta vaghi odori di colline

in fiore.  Cipressi silenziosi,

bocche senza voce. Tra folate

calde di föhn, inondazioni

di nuvole e d’azzurro in cima al poggio

a spettinare qualche rara palma

e un giallo appassionato di mimose.

Luglio sorride ai falchi terraioli

ed allaga di verde la vallata.

L’edera s’intrica alle murate,

l’aria sa di spigo ed il bramito

del cervo è simile al lamento

dell’albero nella tempesta. Pare eterno

il gallo che ha fermato l’orologio.

Patto d’eternità

Non mi attendo simpatia da nessuno,

e non ho altro che te nel cuore,

vita mia amata  e odiata, quasi un mito

druidico. Per te io appendo il sacro

vischio a far suggello al nostro

patto d’eternità, non pace.

Di là, dove si va nel Nulla,

la tua autentica radice, la tua essenza

a immagine di Dio. Di là la squilla

gaia di una campana che fa festa

a chi parte e a chi torna

ed a chi resta.

LE POESIE DEL SABATO

Pronta la mente ed i bagagli

per un lungo viaggio che ha da fare

nell’aldilà, e fatti tutti i debiti scongiuri

che tutto vada liscio,

senza intoppi e problemi di sorta,

e data poi un’ultima occhiata ,

perché non si sa mai, al passaporto,

chiude la porta a chiave a due mandate

e corre alla stazione. Lì lo attende

il rapido per l’aldilà. C’è un problema

urgente da risolvere: morire.

Presto fatto: si getta sotto il treno.

Una foto di famiglia 

Ti avevo vista un giorno in una foto,

penso, chissà, un ritratto di famiglia.

Poi tutto è accaduto in modo strano,

e t’ho rivista in strada,

                                e te ne andavi

camminando a passi rapidi e leggeri,

e non potevi certo immaginarti

che ti avevo già vista in quella foto.

La via era deserta,

                           ed eri sola,

non sapevo se raggiungerti e parlarti,

ma non sapevo quale nome darti

mentre un fil di vento fresco e gaio

ti alzava un po’ la gonna con malizia

e ambigua timidezza.

                            Ti chiamavo

Anna, Maria, Teresa, Elisabetta,

nomi di donne che non conoscevo,

ma tu non ti voltavi e proseguivi

per via leggera come una farfalla,

ed io avevo altri nomi nella bocca,

e li gridavo:

                  Norma, Clara, Lilia,

Paola, Barbara, Virginia,

ma più che ti chiamavo e più tu andavi

di fretta, irraggiungibile chimera

sparivi in lontananza.

                            Oggi ho aperto

l’album col ritratto di famiglia,

ma il tuo posto era vuoto,

                                      eri sparita,

te n’eri andata via anche dall’album.

Marta, Giovanna, Bice, Antonia, Anita,

dimmi dove sei, dove sei andata.

Ora la via è deserta,

                             e son qui solo,

non ci sei nell’album e neanche in strada.

Franca, Cecilia, Gemma, Giulia, Rita,

non so dove tu sia, ma torna, Chiara!

Ottobre 2018

L’eternità del bruco        

Dice il bruco alla chiocciola: Io credo

all’eternità, i miei mi hanno insegnato

che il paradiso

                  è un poco come l’orto,

e ci si sta a bell’agio. Ma confesso

che, a mio giudizio,

                            l’orto mi par meglio,

dato che non si sa se in paradiso

ci si trovino i broccoli e le rape.

Disse così,

                ed addentò una foglia

di un sedano; che fosse o no eterno,

non gli importava,

                        pur che fosse un sedano.

L’eternità, caso mai,

                              vien dopo…

Il compleanno

Viene ogni anno

                      allo stesso giorno,

bussa piano alla porta di servizio;

l’apro, e lui entra, è bene educato,

si siede sempre al suo posto a tavola.

Dico: Babbo,

       oggi hai il compleanno,

mamma t’ha preparato il pan pepato

col lardo e col prezzemolo, e ha posto

tre rose rosse, sono lì, nel vaso,

quello di ceramica.

                          E’ un rituale

che si ripete – mamma, sai, ci tiene, –

anno per anno. Babbo non risponde,

e come può?, non c’è,

                                non c’è mai stato,

c’è solo un buon aroma di tabacco

da pipa,

           oh sì, quello è rimasto,

il fumo e non la pipa. Mi riscuoto,

è il tredici di luglio, e fuori piove,

e qui, in casa,

                  son solo con mia moglie,

e se le parlo del pane pepato

col lardo e col prezzemolo, mi prende

forse, chissà, per matto,

                                 quindi taccio,

non apro bocca. E resto ad ascoltare

il ticchettio del vento e della pioggia,

Babbo,

          vado a chiudere la porta

a doppio giro, è bene, sai, stia chiusa

fino al tredici di luglio

                            di un altr’anno

Ma io no  

C’è chi sbadiglia insonnolito ed entra,

sordo a qualsivoglia appello,

grado a grado nel sonno. E vi rimane

lì comodo e recalcitra al pensiero

malvisto del risveglio. Ma io no,

io me ne vado al di là del sonno,

dove non m’addormento né mi sveglio

e l’uomo d’oggi è quello di domani.

Dove gli altri dormono ed io veglio.

Hanno ammazzato la morte 

Hanno ammazzato la morte,

sta scritto sui giornali. Una notizia

sensazionale, sì, da prima pagina,

e la gente va in strada a festeggiare.

La morte è morta! Non capite quale

fantastico avvenimento? Tutti eterni,

Anna!, un evento mai supposto

prima, non servono più orologi,

tutto, anche il tempo, resettato,

tolto di mezzo…Resta solo Dio,

Lui, lassù in cielo e noi qui in basso,

in terra. E lei, la morte sotto terra.

Buona per far macero, monnezza

da plastica bruciata  e riciclare.

LE POESIE DEL SABATO

DI UNA MANCIATA DI CIELO

Oh sì, lo han veduto,

o solo immaginato,

o visto solo in parte, di sghimbescio,

sfumato, sì, ma era quello,

era lui,

      ridotto a un puntolino

tra mille e mille altri puntolini

identici, era lui, ne son sicuri,

lo giurano, e faceva cenni e gesti,

era lui, sì, che si sbracciava

per dire: Sono qui, non mi vedete?

Ditelo che son qui, ci sono, esisto

ancora più di voi!

                              E lo giurava,

come sanno giurare i puntolini.

Sembravano formiche in un enorme,

grandioso formicaio, e tutti intenti

a fare cenni e gesti di saluto,

a urlare i loro nomi, a supplicare

di andare a raccontare che son vivi,

ch’esistono, ci sono, che stan bene

lì dove stanno, e a loro non importa

d’essere non più che dei ridicoli

buffissimi puntolini.

                                Sì, era quello,

quello che voi chiamate Paradiso,

vi basta di morire, solo quello,

un attimo, non più,

                           e sempre riesce,

per divenire poi dei puntolini

identici a noi,

                     è il Paradiso,

questo, che chiamate formicaio,

è qui l’eternità di cui si parla

a vanvera da vivi, e se vi pare

comica o grottesca, a noi, buffissimi

ridicoli puntolini,

qui, aggrappati

sull’orlo dell’Eterno, per noi è invece

un qualcosa che a voi sfugge alla logica,

l’attesa dell’Eterno.

                           Basta entrare,

e diventi pure tu un ridicolissimo

minuscolo puntolino dell’Eterno.

L’addio

Devo dare l’addio a qualchecosa,

ma non ho ben chiaro a che cosa.

Forse, e chi lo sa?, è un qualcosa

che non m’importa, o non ci faccio caso,

forse il passato (quel ch’è stato è stato),

non di certo il presente né il futuro.

L’ultima neve di questo inverno,

ci ha dato l’addio ch’era già marzo,

col calicanto in fiore. Oh, come anch’io

vorrei trovarmi in piena fioritura

come il calicanto a metà marzo

e dar l’addio ai petali al primo

vento di primavera! Ma purtroppo

non sono un calicanto, sono solo

un qualunque come voi Italo Bonassi

che ha da dare l’addio a un qualchecosa

ma non ha ben chiaro a quale cosa.

Sediamoci, amici, a meditare 

Sediamoci, amici, a meditare

sull’eternità, se esista o non esista,

e di che sia fatta, se di spirito

oppure di materia, se abbia spazio

come qui da noi, spazio e tempo,

passato, presente ed avvenire,

grande quel tanto che vi ci si perde.

Forse un giorno mi ci sentirò di casa,

quando vi andrò, e mi metterò seduto

s’una sedia anche lassù a meditare

s’un’altra eternità ancor più eterna.

Di una manciata di cielo 

Di una manciata di cielo non rimane

che il buio della sera dopo cena.

C’è una grande quantità di stelle

fuori della finestra, lassù, in cielo,

che pian pianino vanno illuminando

il buio di un silenzio nero pece.

C’è una mano che bussa alla mia porta,

l’apro: hanno lasciato una valigia

sullo stuoino, come a dirmi: E’ l’ora.

Ma non ho il biglietto per partire.

In principio ero io 

In principio ero io, io sono stato

io, tu, lui, voi, noi tutti,

tutto indistinto, voce, gesto,

palpito, afflato, pianto, riso,

io di me memoria, io certezza

ed incertezza, verità e menzogna.

Io nel deserto del mio cuore,

promiscuo di tempesta e cielo azzurro,

mero, fugace  anfratto

di sensi e di emozioni,

foiba di voluttà  e tormento,

io, fastidio di mosca e di zanzara,

io che non so perché si debba andare,

io che non ho più voce per pregare.

Il pensato 

L’essere, l’esistere, il vivere:

cèrcane un senso valido, un motivo

per sapere se fai parte della vita,

se sei caduco e fragile od eterno,

una rondine nel vento della gronda,

fantasia o sogno di un Dio che dorme.

E se fossi un pensiero nella mente

di un’Entità , un “coso” nel suo inconscio

che vive nello spazio di un ricordo,

un non so che d’immagine pensata

e che torna ogni tanto alla memoria

a vivere la sua vita di pensato?

Riemergere affiorando nella mente

di un Dio pensante, effimero e sospeso

nella precarietà di chi è un pensato,

come colui che affiora dalla nebbia

col suo volto, il suo nome e la sua storia,

e uscirsene poi con lui per un pertugio

per incarnarsi in un Italo Bonassi.

Muore col vestito buono 

Muore mentre gioca  a fare il morto

in un giorno che non ha mai vissuto,

perché glielo hanno detto, e le sua mani

stringono un fiore, ed è ormai già maggio,

l’aria profuma di uno svolìo di api

e di  sorrisi di corimbi in  fiore.

Muore così, col vestito buono,

quello della domenica,

perché non sia mai detto in cielo

ch’è un morto trasandato,

ed è lì in attesa della solita

domanda se sia pronto per l’Eterno.

Eppure ero là 

Eppure ero là,                                                  

tra i roveri tremolanti al tocco fresco e morbido

del vento,

rosseggiava sui muri la vite americana

con le api avide di sole nel mutevole scompiglio

della brezza.

Il fischio lungo e monotono di un merlo nel silenzio

di un radura minuscola di un prato..

Eppure ero là,

                    sono stato là,

e lei, mia madre, curva sui mirtilli

e i ramoscelli d’eriche e i lamponi,

coglieva nella macchia qua e là le bacche

dolci del sottobosco..

                              Scricchiavano i fuscelli

e gli aghi di pino e il muschio al calpestio

di un agile cerbiatto. E c’era lui,

mio padre, chinato sopra i rovi

carichi di more, e le coglieva

riempiendone un cestello.

                     Ero di là,

il mio corpo disteso sotto i pini,

tra campanule azzurre e rododendri

e un acre odore di un larice squarciato,

i rami secchi, stroncati, tra ceppaie

di larici morenti. Silenzioso,

io li guardavo salutarmi

 e scomparire

tra le macchie rosso acceso delle rose.

Oltre i larici, protesi all’infinito,

scomparivano in una sepoltura d’eriche

di rovi e rododendri in fioritura,

nel ruvido ronzio dei bombi, silenziosi

sparivano tra ombre aggrovigliate

di pini e ceppi marcescenti

Confuso, stupefatto,

                             li guardavo

di là dell’orizzonte del crepuscolo,

li guardavo sparire nella morte

come fa il vento, quando vien la sera

e tutto torna calmo e quieto e solo

i grilli hanno ancor voce e cantano

a una nebbia di luna

                             che va e viene.

La creazione 

C’ero pur’io, – eccome no! –  quel giorno

che Dio si svegliò e creò la luce.

Ero in disparte, dietro le sue spalle,

e, dalla posizione in cui sedevo,

vidi la luce accendersi al suo grido.

Poi, visto ch’era bella, si compiacque,

tanto che chiamò la luce “giorno,

mentre al buio dette a nome “notte”.

Venne la notte il buio, e poi il mattino

di lunedì,

             il primo della Storia, 

– è certo lo ricordo, poco o tanto

è per me, sì, come fosse ieri, –

così creò la terra, ed anche l’acqua,

e, soprattutto, già che c’era, il cielo.

Venne la notte, e poi venne il mattino

di martedì, e Dio creò l’asciutto,

ed all’asciutto

                      dette il nome “terra”,

ed al bagnato dette il nome “acqua”,

e vide ch’era bello e creò il verde,

e il verde chiamò erba, foglia, ortica,

e fu di nuovo notte e poi mattino,

– mercoledì, – e Dio creò le stelle,

e gli anni, e i giorni, e i secoli, e i millenni,

e vide ch’eran belli, e tornò notte,

e poi mattino – giovedì, suppongo, –

e Dio creò le bestie, ed eran belle,

e il giorno dopo, venerdì,

                                 anche l’Uomo.

Poi, sabato, rifinì il suo lavoro

– qua e là una modifica o un ritocco

per completare l’opera, – e fu notte,

e ancora poi mattino, una domenica

di sole, un suono di campane

a festeggiare il giorno del Signore.

Dio incominciò allora a riposare,

le mani in mano, a non far più niente,

comodo s’una nuvola.

                              Era stanco,

perché anche Dio, si sa, si può stancare.

Io, in silenzio, dentro la sua ombra,

lo contemplavo intanto alle sue spalle

nell’incanto di un giorno di domenica

mattina tutto sole. E, nel frattempo,

Adamo ed Eva mangiavano una mela.

IL SILENZIO DI DIO

Il silenzio di Dio  

Piano si sale il monte. Il vento

ora borbotta. Si tagliano i tornanti

in mistico silenzio. Piero in testa,

lento addipana i passi sulle balze

del ripido pendio. E forse

non crede più di farcela, e affonda

all’inguine le ginocchia dentro un mare

di romici ed ortiche. Poi riemerge

oltre il cotico erboso della malga,

si fa più sù, solleva il passo, sbuffa,

poi siede a fare sosta  a un capitello..

Lenti i rintocchi sù da Zuèl, e gravi,

di una campana. Un fischio. Colgo

come un  fruscio di rami appena smossi,

voci e sospiri. Non mi volgo.  Il Pelmo

svetta lassù, sul Passo, oltre Somforca.

Sosto con gli altri tra la menta in fiore

e il mistico profumo della dafne.

Vesce, soldanelle, fior di cucco.

Fermi, incantati, – attimi od ore,

non so, forse non ore. ma millenni –

fino a che, in inconscio, ci si smilza

le gambe e le ginocchia. Ci si cerca

le mani: sono in tasca,

forse le si è messe lì per caso,

o forse per tenerle più al sicuro.

Vento, quassù, e rospi e barbagianni,

e grolle e cavallette, e caldo – afa, –

more e ginepri. Pungono, ti strappano,

ti attaccano con bacche tutte spine.

È là, sulla forcella

della Puìna, all’ombra di un abete

che incontrerò mio padre.

( Vieni, mi aveva detto, non temere,

io ci sarò lassù tra i rododendri

che infiorano l’estate  alla Val d’Arcia.)

Siamo però vicini al cielo. E posso

discorrere assai meglio con gli Angeli

e con mio padre.  Chiedi di me agli Angeli. 

mi conoscono da anni

e san di noi che siamo  padre e figlio.

Non sai, si è vecchi amici,

mi aspettano, lo so, per presentarmi

a Dio. Vedrò  di non far tardi.

Ci sarà  una luce, un tuono, una vampata.

Poi, solo il silenzio, il grande

mistico silenzio di chi è Dio.

Ecco, chiudo gli occhi, e prego. E poi un tuono,

lungo, potente. Incomincia a piovere,

una pioggia ch’è un’acqua di battesimo.

So che ora muoio uomo e nasco Dio.

San Lorenzo  

Batte lenta e tranquilla sulla roccia

al cadenzato battere del tempo

lento e solenne, l’acqua,

    goccia a goccia,

della piccola polla che zampilla

gelida e silenziosa dalla cengia

nel buio ventre di una notte illune.

Dirti non so

      perché questo prodigio,

codesto buio tempo stuporoso,

dirti non so perché come un assillo

di stelle – mezzanotte ormai è vicina –

in questo mio arcipelago remoto

di cielo;

             San Lorenzo, di consueto,

illumina di sciami incandescenti

il chiosco del giardino qui a due passi,

un brulichio di passi, di risate,

qua e là dei tentativi di parole

di chi non c’è ormai più,

    ma che ha lasciato

voci appiccicose negli orecchi:

le senti che s’invischiano col gaio

stridulo sommesso ciangottio

del merlo insonnolito.

E intanto l’ora

batte lenta e solenne come goccia

al cadenzato battere dell’acqua

della piccola polla, che diroccia

lenta e tranquilla,

    fresca ed armoniosa

come le dita sopra una tastiera

che accendono di morbidi languori

la tranquilla impazienza dell’attesa.

Il grillo non lo sa perché canta

 

Il grillo non lo sa perché canta,

non n’è cosciente, e vive del suo canto,

ignora i fini per cui vive e canta:

indifferente.

     Vive alla giornata,

e non gli va di andare alla ricerca

di quello che non trova, né gl’importa,

– l’istinto trova ciò che non si cerca,

e, se lo trova, è un caso -.

Dunque il grillo

s’addentra nel mistero della vita

inconsciamente, e canta e s’accontenta

di vivere la sua vita onestamente.

Vive l’attimo, ma non lo sa, e canta,

e non si cruccia

                     perché il tempo vola,

non sa del tempo, vive, salta e canta,

e non lo sa neppure di cantare,

non sa di nulla. E forse n’è felice,

ma non lo sa neppure ch’è felice.

Io non ti conosco   

Io non ti conosco, ma ti scrivo

come se tu esistessi, e ti saluto

augurandoti di essere anche tu vivo,

e non importa dove e come e quando,

basta che tu ci sia e ci si incontri

al bar, a casa di amico o al parco

a crogiolarci s’una panca al sole.

E parleremmo e rideremmo insieme

come due vecchi amici d’avventura,

e scalderemmo le nostre ossa al sole

come tortore o cornacchie infreddolite

fino a sera, e il parco sarà vuoto

e il buio vestirà parole e foglie.

Poi, senza nulla dire e nulla fare,

ci guarderemmo in faccia e rideremmo,

io di qua e tu di là, invisibili,

come non esistessimo, ignoti.

IL DAFFARE

Ripetitività  @

Entro, e chiudo l’uscio con la chiave,

abbasso le serrande alle finestre,

giro l’interruttore e faccio luce.

Ogni volta  che rientro è sempre questo

chiudere, abbassare e fare luce.

Poi mi distendo e non penso a niente,

– come faccio ogni volta  che non penso, –

ma ad occhi aperti – inutile dormire,

tanta è la notte e poco il tempo. – E quanti,

quanti come me ripetono all’unisono

sempre le stesse cose, chiudon l’uscio,

abbassano le serrande, fanno luce

si distendono a letto e poi non pensano.

Quanti? Non so, milioni su milioni,

miliardi.  Pensa quante

le porte e le finestre chiuse,

quante le luci accese nelle stanze,

quanta la gente stesa sopra il letto

così, senza pensare, ad occhi aperti.

E nessuno che pensi a quanta gente

fa come lui, che apre e chiude l’uscio,

che abbassa le serrande e che fa luce,

la spegne e poi non pensa di  pensare

di distendersi sul letto e non pensare…

Il pane sul tavolo @

E chi mai saprà chi fu che prese

quel pane sul tavolo in tinello?

Venne da me e pareva avesse fame,

in sogno, notti fa, una creatura

mai prima vista in sogno né da sveglio.

Nel suo triste sorriso un’ombra, lieve,

di tenerezza.

                    Disse: Ho fame.

Il vento entrò da una finestra aperta,

m’alzai e andai a chiuderla. Il cielo

minacciava grandine e tempesta.

Un attimo, non più, e scomparve

come un pensiero fuori da un pensiero,

vaga entità fantastica da sogno.

Dicono che abbia la memoria corta,

ma non è vero:

                         da quel giorno lascio

qualche fetta di pane sopra il tavolo

prima di prender sonno. E stamattina,

alzandomi, il pane era sparito.

             Come un segno,

una sorta di messaggio di mio padre,

come a dirmi che là si sente vivo

come di qua. Il tempo e non lo spazio

è quello che separa questo lembo

di terra dall’Eterno. Padre,

se hai ancora un po’ di fame,

fa’ come in sogno, vieni,

lascio la porta aperta.

                                 C’è del pane…

La bella vita @

La salvia, la mentuccia e il rosmarino

fanno oramai già quasi primavera.

Questa è la bella vita,  la si vive

passo a passo come i  vagabondi

che camminano per vivere. Amici,

andiamocene camminando pure noi

tra sedani, basilichi e cipolle

in questa vita insulsa, però eterna,

Eterni noi, i broccoli e  le rape,

poi, se vi va, eterni anche i radicchi.

Quanto dista l’eternità @

Non ho mai misurato quanto dista

l’eternità dal corpo. Non è facile

il calcolo, mi sfugge

il senso di ciò ch’è la lontananza,

cedo alla sproporzione.

E la contemplo, là, così lontana,

confusa, irraggiungibile, estranea

come una stella che si accende e spegne

a cadenza di ritmo. Per fortuna

ho l’anima – mi dicono – da tramite

da qui all’eternità.  La mia garante.

Dormi @

Ancora ieri era pieno inverno,

e tu dormivi. E intanto nevicava

sui cipresseti, e c’era solo un gatto

e due passeri spauriti nella neve.

Ora, sul muro vanno le formiche

in fila, sotto il fuoco delle stelle,

e il gufo e i pipistrelli fanno festa

tra i cipresseti, ma tu dormi,

dormi, fratello mio, ed è già estate.

Dove volano le ombre @

Nell’ora della sera le campane

suonano l’Angelus e le ombre

si sdraiano in silenzio sulla strada

e sognano di non essere più ombre.

Formano un lungo scendiletto nero

su cui noi ci s’inginocchia devolti.

Viene il vento, soffia e le fa volare

e vanno via, senza meta, aeree,

in un’azzurra infinità di cielo.

C’è una danza di ombre vagabonde

e una luce impossibile a guardare,

sù  sù, oltre il palpito del vento,

dove volano cercando un po’ di sole.

Finis corporis@

Io non so dove inizi l’anima

e termini il corpo. Se mi addentro

oltre il mio limite corporeo,

sento una voce, dentro,

                                     che mi dice:

Entrami, ti attendo, sto qui dentro:

sono la via, la verità, la vita.

Mi affascina ascoltare quella voce,

voce di verità, di vita,

e piano piano mi entro con cautela,

come un ladro che cerca chissà cosa.

Scriveranno di me domani sui giornali:

Uno è scomparso

                              entrandosi nell’anima.

L’han cercato coi cani da valanga,

scandagliando qua e là tra le macerie

del suo povero corpo inanimato,

Dell’anima, nessuna traccia.

                                                Nulla.

Una vecchia vi depose sopra un fiore

come un atto dovuto,

                                  e una preghiera.

E’ tanto santo  @

E’ tanto santo, che anche le parole

e i pensieri profumano d’incenso,

e se prega, ha l’odore della cera

delle candele dell’altar maggiore.

Ha gli occhi del colore che ha il cielo

nel mese dedicato alla Madonna,

maggio strepitoso di colori

e d’armonie di luci. In un profumo

di mirra e di sandalo e fragranza

di mirto e di corbezzolo la morte

fu il suo capolavoro: un pezzettino

di cielo azzurro scese una domenica

mattina a un suono di campane

a festa, e lo azzurrò portandolo

lassù, dove non volano né rondini

né aerei, ma a volte

solo un po’ di angeli e qua e là un santo.

Il daffare  @

Ognuno ha il suo daffare, anche l’albero,

che ha il compito di alzare i rami al cielo,

e  anche l’acqua, che deve farsi bere,

l’erba e il ghiaino di farsi calpestare,

e il vento, nel suo assiduo andirivieni,

che ha il compito di correre e far aria,

oltre a quello di scuotere i lenzuoli:

ognuno, lo si sa, ha il suo daffare.

A ognuno il suo strazio e la sua gioia,

all’occhio la sua lacrima e il suo sguardo,

l’eco all’orecchio e alla parola il grido,

alla mano lo schiaffo e la carezza,

alla bocca il pianto e la risata.

E alla foglia il daffare di cadere,

e lo fa perché sa che deve farlo.

Padre e figlio @

Mi hanno sfiorato una mano.

Non so chi sia. Mi volto,

sento un sospiro in una gola,

l’alito di non so chi, e  forse è un ombra.

una paura, un desiderio,

forse è mio  padre, che mi ha inciso

una ferita nella carne, un qualcosa

di gioia e di dolore. Taccio.

Tace. Un duo di cui son parte

io, che mi sono padre e figlio.