Le poesie del 19 settembre

I BENPENSANTI DEL PENSIERO

Quando d’un tratto viene giù la sera,
e fai il conto del fatto e del non fatto,
resti inerme e assorto a meditare
come diventa tenero il silenzio
di ciò che t’è sfuggito all’attenzione
(il mesto gocciolio di un  rubinetto
che perde, il cigolio di un chiavistello ),
un conforto ch’è quasi un’occasione
di una fuga piacevole e discreta
dal rumore del tempo che ci assorda,
un fatto d’elezione da filosofi
professionisti benpensanti del pensiero.
Se la circostanza vuol che muori,
sei libero di farlo. Vedi tu,
Basta credere o no alla circostanza.

L’IDIOZIA DEL SAVIO

Lo stupido ha un qualcosa d’incrollabile:
la fede nella sua stoltezza
che crede intelligenza. Anche Flaubert
ha provato una certa sofferenza
per la stupidità che l’affliggeva
dandosi il patentino del genio.
Ma è una vocazione primordiale
la vanità dell’imbecille,
la cui stupidità si fa esclusiva
fino a erigersi a culto di sé stesso.
Ma a tanti piace, anche se contagia,
come una donna tisica e attraente,
l’immarcescibile  idiozia del savio.
Consoliamoci: savi od imbecilli,
poco o tanto, si è tutti dei cretini.

GLI OZI DI ROVERETO

Amico mio, mi spiace dover dirtelo,
ma oggi non ho fatto proprio niente,
niente di niente, assolutamente
davvero niente, e, quel ch’è più importante,
oltre a non aver mosso neanche un dito,
neppure quello mignolo, c’è il fatto
di non avere fatto scientemente
nulla d’utile o disutile. Fra tanta
e tanta gente intenta a far qualcosa,
non sempre a fin di bene, – anzi invece
càpita a fin di male,- è molto meglio
starsene bell’e comodi in poltrona.
A far che cosa? A oziare. Beh, sì, insomma:
gli ozi di Rovereto,e non di Capua.

DULCIS IN FUNDO

In un giardinucolo dietro casa
c’è il nonno che zappa via le ortiche,
nella torrida asprezza di un sole
rancido, che pare andato a male.
Nell’ammirevole armonia del giorno
che va verso l’occaso, le mimose,
gloria di Dio, sono in pieno fiore.
Una presa, un tocco, un granellino
che Dio, un buongustaio, ci ha donato
mettendoci del Suo, il tempo, il sole,
la zappa, il nonno, l’orto e le mimose,
e, dulcis in fundo, perché no?, le ortiche.

Dio, io ti ringrazio, e mi scappello

SFUMAVANO LE COCCOLE NEI PRATI

Un mattino di un sabato andavo
di corsa rincorrendo qualcosa.
Una foglia volava sospinta nel giovane vento,
volava danzando indifesa
tra piccoli refoli.
Volevo,
tendendo le mani, rincorrerla
e stringerla in pugno. Trepidavano al sole
e nel vento i lenzuoli distesi a asciugare
lassù, sui balconi.
Ed il cielo,
bluastro d’estate dopo l’ultima pioggia,
si tingeva di un vivo stupore
di luce. Correvo dietro la foglia,
e intanto scendeva la sera
ondeggiando nel vento.
Sfumavano
le coccole secche nei prati,
e tutto sfumava correndo nel tempo,
il sole, i lenzuoli, i balconi,  la sera,
i prati con le coccole bianche
di brina. Correvo
stremato dal gelo,
la fronte gelata da bave di brina.
Ma stringevo nel pugno il trofeo
della foglia straziata dal gelo.
E Dio intanto, sù in alto, nel cielo,
mi stringeva a trofeo
nel suo pugno.
Ondeggiavano nel sole i lenzuoli
di Dio, lassù, stremati dal sole.

Annunci

Italo Bonassi – Una sensazione straordinaria

Rebloggo la mia poesia Una sensazione straordinaria dal blog Ad alta voce, letta splendidamente da Luigi Maria Corsanico, che ringrazio di cuore.

Ad alta voce / En voz alta

Italo Bonassi
Una sensazione straordinaria ©

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Pyotr Ilyich Tchaikovsky
Le Stagioni, Op. 37
Marzo: Canzone dell’allodola
Harvey Lavan “Van” Cliburn Jr.

Immagini:
“Nuvole, cieli del Cile” di L.M.Corsanico
Mandorli, foto dal web

*************************************

Italo Bonassi
Una sensazione straordinaria ©

Oggi c’è un forte vento di scirocco,
e la gente che passa dice: Piove!
Penetra tra i rami e li percuote
nell’ostinata cavalcata solitaria
tra nubi e sole, una corsa folle
sui pascoli verdissimi del Baldo.
Il sole viene e va a tratti,
entra in un folto bigio nuvolame,
poi trova un varco, un attimo, e scompare,
tutto un entra ed esci, luci ed ombre.

Marzo ha panorami favolosi,
se guardi verso le campagne: i mandorli
in fiore, e i prugni e le rosate
splendide tamerici e i gelsomini
gialli paion vestiti per la festa.

Anche il mio cuore s’è cambiato d’abito,
mentre in silenzio vado…

View original post 104 altre parole

Se Dio apre la bocca

L’UNDICESIMO COMANDAMENTO

I Papi d’oggigiorno scrivono encicliche
contro l’uso, od abuso, dei telefoni
chiamati cellulari: fanno male,
soprattutto se si usano alla guida
di una macchina. Mosè ha dimenticato
d’inserire nella Tavola delle Legge
il peccato di guida col telefono.
Undicesimo comandamento: qui
ci vuole un aggiornamento sul maluso
del telefono. Pensaci, Bergoglio…

ROSE ROSSE

L’onda, calma, si rompe sulla riva
a un formicolio di vento appena mosso.
La sera non ha fretta, si fa lunga
l’ora del pomeriggio, e in fitti stormi
vanno come pregassero gli storni
nell’azzurra foschia dell’orizzonte.

Guardo e non parlo. L’afa si sfa in lampi,
zigzagano silenziosi sullo Stivo
sfregi di luce innocui senza tuono,
effimeri fuochi fatui. Il lago sciacqua
tutta l’acqua che riesce a far sciacquare,
un vieni e vai nel tempo che par fermo.

E pare ferma l’ora che si smèmora
calma nel cuore di un meriggio afoso,
pigro d’un’amorevole indolenza
che si stempera nel volo di un gabbiano,
lento e pacioso, al sole che l’accende
di una raggiera d’oro. Rose rosse
chiedono da un muricciolo un poco d’acqua,
come bocche che piangono la sete.

SE DIO APRE LA BOCCA

I garofanini nelle aiuole
sgranano i loro piccoli occhi
nell’allegria delle primule di bosco.
Ho serbato per te
le mie parole
in questa luce piena di letizia,
leggere come i pappi del soffione.
Mentre il grillo sonnecchia,
la cicala
recita il suo noioso abbecedario.
Tempo d’eternità. M’investe a fiotti,
fradicio di guazza – e mozza il fiato -,
un respiro di aria
foglia a foglia
a fianco del roseto dove attendo
di vivere la vita che ci resta.
Ho gettato la mia voce
al vento,
lieve bisbiglio senza più parole,
come uno sbadiglio, un frizzo d’aria.
Tempo d’eternità.
La disperata
rumorosa allegria delle cicale.
Se prima o poi Dio
apre la bocca
chissà cosa ne esce: se un sussurro,
un grido, una risata.
O uno sbadiglio.

L’INUTILITÀ DELL’INUTILE

Non so se sia più utile l’inutile
o più inutile ciò che credi utile,
né se valga la pena di discuterne
o di leggerne o almeno di pensarne:
l’utile è un po’ come l’inutile,
diciamo ininfluenti e relativi.

Io, da parte mia, son consapevole
che l’utilità possa trionfare
perfino sull’inutile, perché nulla
è più utile dell’inutile, ogni cosa,
ogni fatto, ogni vicenda, ogni persona
conta l’attimo che scocca, e poi si annulla.
E ci sorprende una sorta di stupore,
come un particolare smarrimento
di fronte al constatato Nulla storico
dello smarrirsi delle cose utili
che si mutano in inutili e svaniscono
nella fralezza del dimenticatoio:
l’unica cosa utile è l’inutile
inutilità di ciò che sembra inutile

LA GUFITA’ DEL GUFO

Con metodica insistenza
il gufo chiama dalla torre.
Ci dovrà pur essere un qualcosa
della dignità di un gufo
che gridi
un suo messaggio
di pena che ci eguagli
ed affratelli nel dolore,
e, comunque sia, che ci avvicini,
noi uomini e lui bestia,
un non so che di lui
che ci appartenga.
Ci siamo costruiti
recinti, che non si può violare
se non sentendoci umiliati,
tra noi e loro, gli animali,
e rimarchiamo ciò che ci distingue
sul metro dei meriti acquisiti
come un’esclusiva di sapienza
e ingegno,
e li teniamo a bada,
non senza qualche ambiguità,
perché non sono altro che animali.
E non ci sono ipotesi
diverse, impossibile ogni dubbio,
ad ognuno il suo,
a noi la nostra umanità,
a lui la gufità
che lo fa bestia.
E non si sa perché, insistente,
il gufo, ad intervalli regolari,
ci grida con metodica insistenza
il suo diritto
a chiamarsi gufo,
di cui lui solo può averne l’esclusiva.

@ Italo Bonassi

Il mal di testa

IL RITORNO DELLA PAROLA

La Parola cerca il Gran Ritorno
nell’etimo del Verbo, a fare luce
al nostro giornaliero colloquiare,
come una candela cerca il buio
a dare luce a ciò che non si vede.

Nella piatta monotonia del buio
nel cuor del sonno, silenziosa langue
in un lucore d’ore d’alba,
Parola nella bocca di chi dorme.

Parola cui noi si ridà voce
ch’esce in grido al trepido chiarore
sul far del giorno, meraviglia e gioia
Parola nella bocca di chi tace.

UNA SENSAZIONE STRAORDINARIA

Oggi c’è un forte vento di scirocco,
e la gente che passa dice: Piove!
Penetra tra i rami e li percuote
nell’ostinata cavalcata solitaria
tra nubi e sole, una corsa folle
sui pascoli verdissimi del Baldo.
Il sole viene e va a tratti,
entra in un folto bigio nuvolame,
poi trova un varco, un attimo, e scompare,
tutto un entra ed esci, luci ed ombre.

Marzo ha panorami favolosi,
se guardi verso le campagne: i mandorli
in fiore, e i prugni e le rosate
splendide tamerici e i gelsomini
gialli paion vestiti per la festa.

Anche il mio cuore s’è cambiato d’abito,
mentre in silenzio vado verso il centro;
e il vento che mi sguiscia tra le dita
mi dà una sensazione straordinaria
di esser tutto in fiore come un mandorlo,
tutto un bianco di fiori a non finire.
Dio, ma che bello, che fortuna vivere!

Al Dio del sole e della luna chiedo
che anche i mandorli vadano sù in cielo
e fioriscano ogni anno in paradiso,
perché anche là ci sia la primavera
e tiri un forte vento di scirocco,
da far gridare agli angeli: Oggi piove!
Questo io chiedo, e attendo una risposta.

Quindi silenzio, trattenete il fiato,
che non voli una mosca, o non la sento!

L’UOMO CHE ASPETTAVA

L’uomo si barricò un giorno a casa,
tappate le finestre e, chiuso l’uscio,
si mise con pazienza ad aspettare,
spenta la luce, zitto, s’una sedia.
Tutta una vita una lunga attesa,
senza sapere chi e perché attendere,
affranto, il cuore in gola, e non sapere
che non c’era nessuno da aspettare.

O forse era venuto, e poi andato
via, perché anche lui non lo sapeva
quale motivo avesse per venire.
E tutti e due restarono in attesa,
spenta la luce, zitti, s’una sedia,
senza sapere se e perché aspettare.

IL MAL DI TESTA

Piero ci ha il mal di testa,
Anna ci ha invece il mal di capo.
Ecco ciò che hanno, insomma,
penso di non errare, han l’emicrania.
Ma io, che non so che cosa sia
questo ronzio di api nella testa,
mi domando che sia, se l’emicrania
o il mal di testa oppure il mal di capo.
Nulla di tutto ciò, perché è tutt’altro
che mal di capo o testa od emicrania,
è tutta un’altra cosa: è cefalea.

@ Italo Bonassi

La poesia e la barbabietola da zucchero

Italo Bonassi
LA POESIA E LA BARBABIETOLA DA ZUCCHERO

Jack London, nel suo racconto fantastico “Il primo poeta”, immagina la nascita della poesia come un momento di trasgressione verbale, un atto di ribellione a una primordiale società politica-culturale.
In questa società primitiva le parole coincidevano esattamente con le cose: la luna era la luna, il mare era il mare, le pietre erano le pietre, e così via. Questo dominio della parola sulla natura era imposto da un tiranno, ma un giorno fu coraggiosamente messo in discussione da un giovane componente della tribù, che, emozionato dal pianto di una ragazza, scrisse, ispirandosi a lei, una frase con la quale sconvolgeva il significato delle cose con una metafora, a quei tempi assolutamente sconosciuta.
Questa sovversione semantica infuriò il tiranno, che prima cercò di far ritrattare al giovane le sue parole, poi, di fronte al suo diniego, lo fece decapitare (manco fosse uno dell’Isis: questo lo dico io, e non Jack London).
Così, da quella impensabile e commossa trasgressione linguistica, da quella primordiale metafora poetica, nacque la poesia.
Così eccoci ancora qui con le nostre trasgressioni linguistiche, metafore, ossimori, tautologie e quant’altro caratterizza la parola poetica. E senza tiranni che vogliano farci ritrattare, caso mai ci sarà chi tra voi ci prenderà per gli ultimi sognatori, come gli ultimi militari giapponesi che continuavano a combattere non sapendo della fine della guerra..
Per noi del GRUPPO POESIA 83 è una conquista celebrare quest’anno i nostri trentacinque anni di vita associativa, con tutto un bagaglio di soddisfazioni e delusioni. Non è facile oggi il cammino della poesia in un mondo mal globalizzato, snaturato e robotizzato, e se ci dovesse per ipotesi essere il tramonto della poesia, si è scritto, esagerando, che provocherebbe una mutazione straordinaria, paragonabile a quella che ebbe dato origine alla nascita delle lingue.
L’ultimo uomo che sopravviverà sulla terra sarà un poeta, hanno scritto, e, come Nerone con la cetra di fronte alle rovine di Roma, canterà l’ultima poesia alla vita.
In attesa che arrivi l’ultimo poeta, ecco una simpatica definizione di Flaubert: Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo alla canna da zucchero, ora se ne estrae anche dalle barbabietole e quasi da ogni cosa: lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo perché è dappertutto.
Ed io aggiungo: Anche nelle barbabietole da zucchero

La caffettiera

LE NOBILI RAGIONI DI PIOVERE

Oggi il rubinetto pare fatto
in modo che non possa dare acqua,
e anche l’accendigas, che non si degna
di fare le scintille, pare ignori
il compito di fare il suo mestiere
di accendigas.
Ma sia reso grazie,
– e gli dedico parole laudative, –
a Dio o a chi per Lui per il piacere
di starmene vivendo senza sforzo
sul comodo sgabello qui in cucina,
mentre fuori non fa altro
che piovere
di brutto da più giorni senza sosta,
una musica di acqua che ossessiona.
Forse non piove, e forse
io non vivo,
ma è solo tutta un’unica illusione
anche l’accendigas e lo sgabello,
oppure esiste solo questa pioggia
incessante, ed oltre ad essa non c’è nulla
ch’esista,
esiste il non-esistere,
il non-accendigas e il non-sgabello.
Cerco di capire ed apprezzare
le nobili ragioni della pioggia,
l’unica ch’esista, ed ogni cosa
che penso e che non penso mi consola
esistere in tutto questo non-esistere.

LA CAFFETTIERA

La molta acqua caduta stamattina
ha riacceso l’allegra dei girasoli
stremati dalla sete. Ed è un’estate
anomala, un po’ arida e piovosa.
Sul balcone che dà sulla cucina
c’è un rosso di gerani. La sapienza
della natura ha preso il sopravvento,
canta un cincia, e ne capto il canto
come una cosa mia. La caffettiera
indocile alla fiamma, ha incominciato,
anche se a modo suo, a cantare.
Sgronda il suo nero gurgito di schiuma
fuori dell’orlo il suo piccolo cratere
domestico. E’ pronto alla bisogna,
spengo la fiamma e mi riempio all’orlo
la solita tazzina. Il quotidiano
eucaristico rituale mattutino
del pane con del burro, il sacerdozio
a fior di labbra, lieve, voluttuoso,
del solito caffè, in un silenzio
rotto non più che dallo sciaguattio
di tazze di mia moglie nel lavello.
Una musica sacra di cucina.
Sempre la stessa identica battaglia
contro la quotidianità che uccide
ancora più dell’ISIS. E senza applausi.

LA CREPA NELLO SPECCHIO

Un lavandino in una stanza vuota
di una piccola pensione al mare,
e uno specchio con una lunga crepa
che mi attraversa e taglia in due il volto.
Sono o non sono io? Non lo conosco.
Ha la faccia tirata, un po’ nervosa,
di uno ch’è stanco e ha la barba lunga.
Lo guardo
mentre apre il rubinetto
come un automa e lascia l’acqua scorrere
limpida e tranquilla, benedetta
acqua di rubinetto, fresca, chiara.
Lo guardo, e pare l’uomo del mio inconscio,
il mio dirimpettaio speculare,
ha un colore uniforme, vitreo, chiaro,
il mio occhio sinistro
è alla sua destra,
e non lo so dove gli batta il cuore.
Forse anche lui è come me, e scrive
nel suo piccolo mondo solitario
d’immagine incrinata da una crepa,
prigioniero di un attimo o di un secolo.
M’allontano dal vetro,
ma lui resta,
magari un po’ discosto, fuori sguardo,
non so se per pigrizia o disciplina.
Getto un’occhiata appena di tralice:
lo specchio senza me
è tornato vuoto,
ma so che c’è, lo sento, fuori quadro.
Lo ritroverò domani,
a un’altra barba.

NELL’ANTISALA DEL CINEMA

L’antisala del cinema è strapiena,
e c’è un monotono vocio irritante.
Fuori, c’è un gelo, e sta per nevicare,
e qui si sta al caldo, infagottati,
le mani sprofondate nelle tasche.
Pure Piero attende il proprio turno
davanti allo sportello, ed ogni tanto
batte un po’ di piedi per scaldarli,
e guarda, mentre attende, indifferente,
le mille evoluzioni di una mosca,
con la mano che cerca il portafoglio.
Tra noi, che siamo qui per riscaldarci,
e che del film
non ce ne sbatte niente,
c’è chi sbuffa, o sbadiglia, e chi si soffia
con noncuranza il naso, altri ancora
si scrollano di dosso un po’ di gelo,
il tempo per sghiacciarsi
e poi uscire.
E pure io son qui che cerco il caldo,
un paio di minuti, e sono in strada,
a un soffio di nevischio che mi ghiaccia.
Tutti di corsa verso un altro cinema

IN ATTESA CHE CAPITI

Vivo la vita attimo per attimo
con lucida coscienza e raziocinio
perché, si sa, la vita è cosa sacra
e a volte anche un peso che tormenta.

E ogni giorno che passa è un passo avanti
con la libertà del compromesso
tra il viverla con onestà di critica
o prenderla viene come viene
in attesa che ci capiti qualcosa.

Striscia sul muro della casa,
rapida, una lucertola, va in cerca
di una piccola fessura e un po’ di sole
per goderselo tranquilla in una crepa.

Mi fa di sì, che anche lei la gode,
con lucida coscienza e raziocinio
con la libertà del compromesso
tra il viverla celata in una crepa
o il mettersi a panciolle in pieno sole
in attesa che non capiti qualcosa.
E poi, se non capita, pazienza…

IL COSO

E’ qui con me, e ne ignoro la funzione,
non so se lo si possa o no usare,
lo guardo e non lo tocco, non mi fido
a prendermelo in mano, è un marchingegno
strano, un coso senza senso.
E non so quale sia la sua forma,
difficile individuarlo: è un coso,
un coso che non sai se vivo o morto,
se maschio oppure femmina: si perde,
guardandolo, nell’occhio scrutatore
come una luce che qua e là si spegne.
E io non so, Anna, cosa farne,
se prenderlo con cautela e poi gettarlo,
attento a non incorrere in un guaio,
o metterlo sù ritto sopra il tavolo
pomposamente, come una reliquia,
e lasciarlo là in vista ed adorarlo.
Nell’apparente bonomia del tempo,
Anna, mi siedo e guardo cosa accade:
attendo che la gente gli dia un senso,
un nome, una qualunque dimensione,
una forma di vita o anche di morte.
Un coso. E forse anch’io, sì, sono un coso.

IL NONNO DELL’ORTO

Guardo da questa piccola finestra
la bianca adolescente primavera
del mandorlo ch’è in piena fioritura
nell’orto. E tu mi dici: Resta,
è questo il paradiso. Qui c’è un’aria
di brezza, e mite è la frescura
dell’ombra che accarezza
il nonno ch’è sceso per zappare
la terra pronta al seme. Peperoni,
prezzemolo, indivia e cavolfiore.

Guarda, ti dico, su per la collina
il vento di maestro va sferzando
le rose saracene, e nella quiete
dell’orto, da noi, riposa la cicala,
e il bruco vagabondo è pronto al morso.

Vieni, io qui sono di casa,
qui è un piccolo universo dove Dio
vive come noi, alla giornata,
tanto per dir d’assolvere il suo impegno
di Dio equiparatore, perché tutto
ha un suo marchio con tanto di matricola,
anche le cose stupide e banali,
oltre che quelle serie. Ecco, sì,
ringraziamolo per questo, in umiltà
di spirito ed orgoglio di materia.

Ringraziamolo, sì, anche per l’orto,
per il nonno, il prezzemolo, l’indivia,
il bruco, il cavolfiore e la cicala,
e anche perché è Dio. Anche per quello.

@ Italo Bonassi

Irrevocabilmente deferente

VIENE LA NEVE

Troppo presto l’inverno ha gelato
le foglie dei broccoli. La brina
nei silenzi delle notti ha imbiancato
l’erba del prato e i fiori delle aiuole
dove il sole ormai arriva ch’è già tardi.
Oggi, poi, son vestiti d’abbandono
gli alberi del viale e intanto nevica
e i silenzi sono pieni di memorie
ch’empiono la malinconia di questa neve
sulle soglie del buio, e già fa sera.
Seguo col fiato in gola
Il mio piccolo oggi e l’infinito
Immensamente grande mio domani

I SEPARATI IN CASA

Forse è meglio affidare il nostro dialogo
a dei fogli, e scriverci ogni tanto
quattro o cinque righe, per sapere
ciò che si fa: poche righe bastano
per i nostri silenzi quotidiani
a metter giù quel po’ che si ha da dire.

Prendo così una carta dal cassetto,
mi siedo s’una seggiola e ti scrivo,
anche se sei di là, nella tua stanza,
indaffarata alla macchina da scrivere,
e poi caccio lo scritto in una busta,
ci metto sopra un bollo e l’indirizzo.

Esco di casa senza salutarti
(tanto, sei indaffarata e non rispondi,
immersa come sei tra tue carte),
vado alla Posta e imbuco la mia lettera,
bevo al bar il caffè e torno a casa
senza salutarti, indaffarato
come sono alle tante mie faccende,
e risprofondo anch’io tra le mie carte.

Ho fatto il mio dovere di marito:
rispondimi a tuo agio, appena ha il tempo.
Attendo una tua lettera. (Ammesso
che ti ricordi d’essere mia moglie).

HO PAURA DEL MIO CORPO

Sento a volte, dentro me, profonda,
una non so che voce che mi parla,
un’incredibile essenza extracorporea,
ma non lo so in che parte del mio corpo,
e, se non parla, sento il suo respiro
che mi si muove dentro e sale in gola.

Pare un insieme di grida soffocate,
ma non sono grida di parole
è un alfabeto afono e arrochito
di lettere che non danno più che un suono
sordo, un mugugno, od anche di risate,
come di un condannato all’ergastolo.

Oh voce del mio muto soliloquio,
sei come un soffio d’echi che si desta
a ventilare il buio del mio cuore,
un alitare appena alla frontiera
tra saviezza e follia. Ed ho paura,
dio mio!, paura del mio corpo.

QUANDO HA INCOMINCIATO A VIVERE

Quando ha incominciato a vivere,
era oramai già morto. Meglio tardi,
dicono, che mai. Si è sempre in tempo
a vivere, basta anche un attimo,
non più, a coglierlo e goderselo
come se fosse, che so io, un gelato
al kiwi o alla vaniglia. E per gustarselo
con somma voluttà. E poi, mollarlo,
lasciandolo leccare a qualcun altro.

IRREVOCABILMENTE DEFERENTE @

Dico grazie alla vita che mi han dato,
senza aver fatto nulla per averla
– ce l’ho e me la tengo, –
per cui sono
irrevocabilmente deferente
– merita rispetto e devozione –
a Lui che me l’ha data, senza manco
minimamente scomodarsi a chiedermi
s’io fossi o no d’accordo.
– Però pare,
lo dicono i biologi, una pura
e semplice congiunzione di gameti. –
Bene, che dire?
Certo che lo sono,
non so però in che modo possa dirglielo:
bello sarebbe avere il suo indirizzo,
nome, cognome,
e il CAP del Paradiso,
per scrivergli s’un lettera, o un biglietto,
il mio ringraziamento. Basterebbero
non più di quattro righe,
e uno svolazzo
di firma, od anche un enne enne.
Essendo Dio, mi riconoscerebbe,
certo, lo so.
Sennò, che Dio sarebbe?

SALIRE, SALIRE, SALIRE

Salire, salire e salire,
pian piano, cocciuti, silenti,
attaccati ad un cavo, sospinti
all’insù, e ogni tanto sostare
premendo un bottone, e aspettare
chi entra o chi esce, e tornare
di nuovo a salire, salire, salire,
pian piano, pian piano, pian piano.

Poi, giunti sù all’ultimo piano,
col cielo vicino, pian piano
discendere cocciuti in silenzio
laggiù fino a terra, e di nuovo
salire ostinati, silenti, e sostare
quel tanto che basta a schiacciare
un bottone, e di nuovo vedere
chi entra e chi esce, e tornare
a salire pian piano, pian piano
sù, all’ultimo piano. Salire, salire,
pian piano, pian piano, pian piano.

C’è sempre uno che va

C’È SEMPRE UNO CHE VA

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,
ombra non lascia e non lascia impronta,
va ma non sai dove, passa il vento,
– vento o filo d’aria, fa lo stesso -,
c’è sempre uno che va, che ha da passare,
ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,
guarda l’acqua che passa sotto il ponte,
lui pure è come l’acqua, e va, la segue,
si va un po’ dappertutto, dove il Tempo
gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,
che sia fragile allo stordimento della luce,
di uno che non ha il Tempo per misura
e non sente la necessità di andare avanti
– che sia necessità o costrizione -,
ma resta fermo al buio del Principio
dove il sole non entra nelle case
e non ci sono scarpe per andare.

L’UOMO IN SALITA

L’uomo camminava in un pensiero,
andava allontanandosi
in salita,
diventando via via sempre più piccolo,
piccolissimo, e sentivo
il suo fiato ansimare alle mie spalle,
e la via era deserta
e la campana
di una chiesa lontana ci annunciava
l’ora della compieta.
Era un mistero
iI suo passo che facevo camminando
e il suo alito uscirmi dalla gola,
ma l’uomo era lontano,
piccolissimo,
confuso nella bruma della sera,
ed il sole più grande di un melone
nel vampo e nello svampo dell’occaso.
Oh memoria
di quella lunga strada
in quel giorno prossimo al tramonto,
oh memoria
che ti vai rannuvolando,
amata ed invocata, non lasciarmi,
dammi il volto ed il nome di quell’uomo
che forse sono io, che me ne vado
di là, da dove venni,
una parola
sola, e so che sono eterno.

Dopo un recital poetico al Centro Cultura Rosmini di Trento

Viola, la bocca del tramonto,
alta, nella sommità del cielo,
oggi, lunedì di un sei dicembre
qualsiasi.
Un giorno come un altro:
uno di più o di meno cosa importa?
Questa sera in cui tutto
sta finendo,
nell’incedere quieto delle ore,
nell’allegro tinnire dei bicchieri
si fa festa in pizzeria
non so per cosa,
comunque sia, si chiacchiera e si ride
e si brinda alle parole dei poeti
dopo l’ultima recita
al “Rosmini”,
e la luna s’affonda alta in cielo
e, forse un poco stanca, s’addormenta.
Ma noi, qui, in pizzeria,
non ci si fa caso,
e si ride allo schiocco dei bicchieri
come a festeggiare
d’esser vivi,
presi dal tempo che ci fa premura
e ci incita ad andare col suo passo.
Ma nessuno che chieda mai notizie
dello sconosciuto
che gli siede accanto.
Oggi, lunedì di un sei dicembre
qualsiasi,
più qualsiasi degli altri.

Ora tocca decidere

Qui ci tocca decidere se Dio
Esista o non esista. E ci si infervora
con dotti paradigmi ed illazioni,
da anni, anzi, secoli
E Dio intanto
fa quello che ha da fare, e non ci degna
di un minimo suo sguardo.
Indaffarato
com’è di fare il Dio,
non se ne accorge
di noi che siamo intenti a fare gli uomini.
L’elefante non fa caso
alle pulci.

I rimasti

Un’attesa di papaveri

Un rantolo leggero nella sera,
quasi l’alito di un bacio. Come
s’una terrazza con vista sul mare,
mi sporgo a guardare le ombre
lambire un’attesa di papaveri,
un rosso che sa d’allegrezza
rubata alla luce. Son groppi
di parole che si sciolgono in gola,
e una scia di profumo sulle scale.

Rientri a sera tardi, assente,
non lasci echi di voce né tracce,
unisci il buio con la luce.
Sogni effimeri, i miei, come le voci
dei ricordi custoditi con cura.
La felicità non è che da sfiorare,
come la bizzarria di questa sera,
una rondine che non fa primavera.

Cose da nulla

Cose da nulla, dici,
anche l’atto
di una mano che accorda una chitarra,
una nota, un respiro sussurrato,
una musica a capriccio,
come viene,
un’impronta di un piede, una stonata
sillaba di un non sai che di parlato.
Ecco, cose da nulla
ma immortali
per noi, che siamo nulla, noi forgiati
da un Dio che non sa se sia un Dio.
E anche il nulla
ci serve a qualchecosa,
e non sai se dirlo nulla o tutto;
tanto, non c’è, non c’è una differenza
tra Dio e noi,
è un cerchio che si chiude,
una bocca che si morde nella coda,
una realtà
che può essere un sogno.

Le cose perse

So che ho perso tante cose, e solo Dio
lo sa se siano tutte da contare
a perdita o guadagno, ma son cose
impossibili a tenere nella mente,
e forse ciò che ho perso mi appartiene,
perché io sono tutto ciò che ho perso.

Certo non è il caso

Ora che ti sento,
o forse no, mi pare,
madre, di sentirti,
(in ogni caso, sai, è una sensazione
dolcissima), ti sento
col tocco delle dita come un lieve
senso, un non so che, di polpastrelli.
Madre, sento
le tue magre dita,
o è un sogno, che mi toccano sul viso,
taccio e tu taci (o forse è però solo
un puro desiderio di sentirmi
da te accarezzare), ma lassù
certo non è il caso
e neanche il luogo,
quello, di provare desideri,
voi anime lo so che non pensate
a ciò che foste e siamo, troppo immensa
felicità di anime beate.
Io ora ho qui già pronta
la valigia
per l’aldilà (che importa s’è ancora presto?),
madre, madre mia, e ti prego,
darmi le tue giuste coordinate
senza dover dannarmi per trovarti
(ho il pregio, oppure il vizio, incontestabile
dei segni della Vergine),
e già penso
a una chissà che programmazione,
ch’è quella che ci vuole onde evitare
di giungere sù da te
impreparato,
ecco, dicevo, madre, ho la valigia
pronta, e in mente qualchecosa
da fare dove andrò, organizzare
un Premio di Poesia
in Paradiso.

I fuoriusciti del Passato

Malgrado il tempo,
è sempre là, eguale. Pronto
all’orecchio, ancor ne capti il suono
fesso, un mormorio indistinto,
un mugghio di un qualcosa come un’eco
che sale, scende, s’allontana, torna.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio,
è un dialogo di spifferi di echi
che parla con le foglie – non li senti?, –
son fibrillii, vibrazioni, scosse,
ronzii di mosche, d’api e calabroni.
Come dire cose che non vedi.
No, non è tempo di parole,
se non per le parole che non parlano,
non è tempo di poter parlare,
no, non c’è tempo per il tempo.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio
e ascolta: ora passano gli spettri
del tuo passato, tra uno sbadiglio e l’altro
e una risata s’allontanano
in un lunga e lenta processione
tra un salmodiare e l’altro di campane.
Resta un cane,
non più, a sfrugnare
col muso tra le foglie
e una cuccia senz’ombra di catena
e una fontana
che i bambini riempivano di ghiaia,
e noi, i fuoriusciti del passato,
a fare addio con gli occhi e con le mani.
Gli unici ancora vivi
a elucubrare.

I rimasti

Dici: Basta un niente
per restare
molto ci vuole invece per andare,
forse perché ci siamo abituati
a starcene, così,
indubitabilmente,
ci affascina, ci piace, ci seduce
starcene quaggiù fermi in santa pace.
Se mi si dice: Va’, tu dici:
Amico mio, mi spiace,
io rimango
fermo qui al palo, resto, non mi muovo,
anzi, mi siedo, mi metto giù, mi sdraio,
mi tengo stretto a dove sono, resto.
Su ciò nulla da dire, è fuor di dubbio,
per dirla in confidenza,
la plausibile
logica conseguenza di esser vivi,
oltre al fatto, tu sai, d’un’abitudine
di starsene quaggiù e poter fare
tutto quel che si fa quando si resta.
Ma se si fosse stati
sempre morti,
andati, ossia, di là ( ma a far che cosa?),
non per ironia, ma per amore
del logico, di certo
si godrebbe
il fatto incontrovertibile di essere
di là, da quelli andati, a non far niente,
le mani in mano, in ozio,
tutto il giorno
(ammesso e non concesso che vi siano
dei giorni da trascorrere), pensando
con logica sofferenza
e commozione, e spirito di carità,
a noi, i rimasti.

Guardi che non scherzo

Ei, dico a Lei, mi fa, ha mai fatto caso
d’esistere?
Sì, insomma, in modo serio,
( e guardi che non scherzo ),
ispezionandosi
dentro e fuori, con occhio introspettivo,
( s’è mai accorto del fegato, o, che so,
dell’ileo? ) e con somma precisione,
e metodo, e accurata oculatezza
da capo a piedi,
e che nulla manchi,
ogni parte del corpo sia al suo posto
giusto che gli compete.
Ed anche il naso,
la sua presenza: lei ha mai fatto caso
di avercelo? Tra tante e tante mille
cose e non cose che ci tocca fare fare,
raro che salti l’estro
di toccarselo,
di stringerlo tra due dita, di sentirselo
sporgere tranquillo e prominente
tra occhio ed occhio a sommo della bocca
e dire:
Ecco, esiste! E se esiste,
esisto pure io ( non mi risulta,
oggi come oggi, l’esistenza
di un naso senza il corpo ).
Sì, ci vuole
cura e classe a saperselo gestire,
e spirito, e tatto e metodo onde avere
una certa e inopinabile conferma
d’esistere, e cercarne
la prova ontologica
nel polso,
che tutto sia al suo posto, anche il cuore,
se batte o se non batte, e poi è d’uopo
dare un’occhiata agli occhi ed agli orecchi,
ch’esistano pure loro E, controllato
che tutto sia al suo posto che gli è dato,
metterlo giù in iscritto,
timbro e firma,
con vidima del sindaco, e, s’è il caso,
del parroco ( va bene anche il prevosto )
o un rògito a comprova d’esistenza
di tutto il corpo.
Certo, anche del naso.

I cinque atti

IO NON ESISTO

Tutto oggi trabocca inesistenza,
non un abbrivio o un guizzo di memoria,
non una voce o un suono, non c’è tempo
né spazio o chicchessia a far rumore.
Sento come un peso d’infinito,
d’immenso, e mi piego riluttante
e docile. E’ come un movimento
d’aria, un fremito di ombre,
e ogni cosa che nasce si fa luce
mentre sulla mia via deserta
bassa e lenta discende silenziosa
la malinconia del buio che ritorna.
Tendo le mani a un desiderio,
titubo e trattengo il mio respiro
in questo luogo che non ha un ritorno,
carico di un’attesa senza attesa,
in cui nulla si muove e lento torpe
il brivido sonnolento del mio cuore.
Avessi almeno te
a toccarmi l’anima,
a far nonnulla
dell’alito d’agonia di questa sera.
Guardo l’ora del distacco
del giorno che va a perdersi lontano
come un male incurabile che sfibra.
Avessi almeno te nel cuore…

I CINQUE ATTI
La ripetitività

Pazienza, oh sì, un’infinita,
indicibile pazientissima pazienza:
atto primo: alle sette del mattino,
il rito della sveglia, uno sbadiglio,
la fatica
di scendere dal letto,
pantofole e vestaglia, e ciabattando
mezzo assonnato, il solito rituale
(atto secondo)
di uno sciacquo appena
di bocca, occhi, collo, fronte, mani,
e poi subito in cucina, per il rito
(atto terzo) piacevole e consueto
del solito caffè.
L’accendigas,
la fiamma sulla piastra, quella piccola,
la cuccuma approntata il giorno prima,
di sera, e il roco borbottare
bollente della miscela.
Con cautela
l’attento e coscienzioso versamento,
scottandosi le dita, nella tazza
con dentro già lo zucchero. Una girata
o due col cucchiaino
nel liquido che fuma.
Una spalmata
(atto quarto), sul solito panino,
di burro e marmellata, la salvietta,
lo sciacquo ed il risciacquo
nel lavello,
di tazza, cucchiaino e di coltello,
un pulita al tavolo e al vassoio,
le briciole e quant’altro nel secchiello
dell’umido – la legge me lo impone, –
(atto quinto),
e, ligio come sono,
da segno della Vergine, eseguo
col massimo di cura,
e differenzio.
Pazienza, oh sì, un’infinita,
indicibile pazientissima pazienza
ogni giorno, ogni mattino,
ma lo faccio
per la mia piccola azienda famigliare
di padre, madre e figlio,
e tocco ferro
che, Dio non voglia, un giorno, non mi tocchi
fare anche lassù tutti i cinque atti,
la sveglia, lo sbadiglio, le ciabatte,
il solito caffè, lo zucchero, il panino,
il burro, la salvietta, la spalmata,
fino all’ ultimo,
ossia la differenziata.

UN FIORE S’UN ALTARE

Oggi mi appresto a vivere di dentro,
lascio il mio corpo vivere di fuori
e l’accompagno passo passo a letto
perché vi ci stenda sopra e dorma.

Sono da sempre attento al mio di fuori
e a ogni sua parola gli ubbidisco
premurosamente, come fossi un figlio.

Stendo il mio corpo, piano, come un fiore
che poso s’un altare e m’allontano
da lui – da me – in un caduco esilio,
come uno che attenda la sua morte.

UNA VOCE

Sento una voce,
o pare sia una voce,
nel gran silenzio di una sera estiva.
Oh, se sapessi da dove mai viene,
direi ch’è forse quella
di mio padre,
o di un altro che amo e se n’è andato
e che cerca la strada per rientrare
perché s’è perso, e fa il mio nome,
o è il vento che mi chiama,
forse è il vento
è sua la voce. Ecco, è qui, vicino,
mi sfiora s’una spalla, ed esitante
sento una mano che mi sfiora il volto,
come a cercarmi, – è il vento, che mi tocca,
il vento che mi tocca con un dito
sopra le labbra,
come a dirmi: taci,
son io, non mi conosci? No, non vedo
nulla, son solo, no, non c’è nessuno,
e non mi rendo conto di chi sia
il fievole respiro sul mio viso,
è il vento, chissà, forse, è il suo respiro,
è suo il sommesso lieve biascicare
un ciao a fior di labbra.
O forse è il Nulla,
ecco, sì, non può essere che il Nulla,
il Nulla che mi cerca
e fa il mio nome.

UN’APORIA

Era un’aporìa: l’aldilà del merlo,
o di un gambo di sedano o di un grillo,
– mettici l’ortolano o la fioraia -.
Piero, d’altronde, s’era già approntato
a credere di aver preso le misure
dell’aldilà – lui, se ben ricordo,
stava da tempo in attesa di qualcosa,
non sapeva però dire di che cosa,
non di un’ aporia, che la ignorava.

Ed il tempo via via si allontanava
con il suo arrivederci giornaliero.
Via Rosmini era tutta sotto il sole,
tutta una dolce noia spirituale.
Piero non era Piero, era il pane,
il lievito, la farina ed il mugnaio,

aporia: ciò che è indimostrabile, perché qualsiasi sua interpretazione è già in partenza una contraddizione