C’è sempre uno che va

C’È SEMPRE UNO CHE VA

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,
ombra non lascia e non lascia impronta,
va ma non sai dove, passa il vento,
– vento o filo d’aria, fa lo stesso -,
c’è sempre uno che va, che ha da passare,
ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,
guarda l’acqua che passa sotto il ponte,
lui pure è come l’acqua, e va, la segue,
si va un po’ dappertutto, dove il Tempo
gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,
che sia fragile allo stordimento della luce,
di uno che non ha il Tempo per misura
e non sente la necessità di andare avanti
– che sia necessità o costrizione -,
ma resta fermo al buio del Principio
dove il sole non entra nelle case
e non ci sono scarpe per andare.

L’UOMO IN SALITA

L’uomo camminava in un pensiero,
andava allontanandosi
in salita,
diventando via via sempre più piccolo,
piccolissimo, e sentivo
il suo fiato ansimare alle mie spalle,
e la via era deserta
e la campana
di una chiesa lontana ci annunciava
l’ora della compieta.
Era un mistero
iI suo passo che facevo camminando
e il suo alito uscirmi dalla gola,
ma l’uomo era lontano,
piccolissimo,
confuso nella bruma della sera,
ed il sole più grande di un melone
nel vampo e nello svampo dell’occaso.
Oh memoria
di quella lunga strada
in quel giorno prossimo al tramonto,
oh memoria
che ti vai rannuvolando,
amata ed invocata, non lasciarmi,
dammi il volto ed il nome di quell’uomo
che forse sono io, che me ne vado
di là, da dove venni,
una parola
sola, e so che sono eterno.

Dopo un recital poetico al Centro Cultura Rosmini di Trento

Viola, la bocca del tramonto,
alta, nella sommità del cielo,
oggi, lunedì di un sei dicembre
qualsiasi.
Un giorno come un altro:
uno di più o di meno cosa importa?
Questa sera in cui tutto
sta finendo,
nell’incedere quieto delle ore,
nell’allegro tinnire dei bicchieri
si fa festa in pizzeria
non so per cosa,
comunque sia, si chiacchiera e si ride
e si brinda alle parole dei poeti
dopo l’ultima recita
al “Rosmini”,
e la luna s’affonda alta in cielo
e, forse un poco stanca, s’addormenta.
Ma noi, qui, in pizzeria,
non ci si fa caso,
e si ride allo schiocco dei bicchieri
come a festeggiare
d’esser vivi,
presi dal tempo che ci fa premura
e ci incita ad andare col suo passo.
Ma nessuno che chieda mai notizie
dello sconosciuto
che gli siede accanto.
Oggi, lunedì di un sei dicembre
qualsiasi,
più qualsiasi degli altri.

Ora tocca decidere

Qui ci tocca decidere se Dio
Esista o non esista. E ci si infervora
con dotti paradigmi ed illazioni,
da anni, anzi, secoli
E Dio intanto
fa quello che ha da fare, e non ci degna
di un minimo suo sguardo.
Indaffarato
com’è di fare il Dio,
non se ne accorge
di noi che siamo intenti a fare gli uomini.
L’elefante non fa caso
alle pulci.

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I rimasti

Un’attesa di papaveri

Un rantolo leggero nella sera,
quasi l’alito di un bacio. Come
s’una terrazza con vista sul mare,
mi sporgo a guardare le ombre
lambire un’attesa di papaveri,
un rosso che sa d’allegrezza
rubata alla luce. Son groppi
di parole che si sciolgono in gola,
e una scia di profumo sulle scale.

Rientri a sera tardi, assente,
non lasci echi di voce né tracce,
unisci il buio con la luce.
Sogni effimeri, i miei, come le voci
dei ricordi custoditi con cura.
La felicità non è che da sfiorare,
come la bizzarria di questa sera,
una rondine che non fa primavera.

Cose da nulla

Cose da nulla, dici,
anche l’atto
di una mano che accorda una chitarra,
una nota, un respiro sussurrato,
una musica a capriccio,
come viene,
un’impronta di un piede, una stonata
sillaba di un non sai che di parlato.
Ecco, cose da nulla
ma immortali
per noi, che siamo nulla, noi forgiati
da un Dio che non sa se sia un Dio.
E anche il nulla
ci serve a qualchecosa,
e non sai se dirlo nulla o tutto;
tanto, non c’è, non c’è una differenza
tra Dio e noi,
è un cerchio che si chiude,
una bocca che si morde nella coda,
una realtà
che può essere un sogno.

Le cose perse

So che ho perso tante cose, e solo Dio
lo sa se siano tutte da contare
a perdita o guadagno, ma son cose
impossibili a tenere nella mente,
e forse ciò che ho perso mi appartiene,
perché io sono tutto ciò che ho perso.

Certo non è il caso

Ora che ti sento,
o forse no, mi pare,
madre, di sentirti,
(in ogni caso, sai, è una sensazione
dolcissima), ti sento
col tocco delle dita come un lieve
senso, un non so che, di polpastrelli.
Madre, sento
le tue magre dita,
o è un sogno, che mi toccano sul viso,
taccio e tu taci (o forse è però solo
un puro desiderio di sentirmi
da te accarezzare), ma lassù
certo non è il caso
e neanche il luogo,
quello, di provare desideri,
voi anime lo so che non pensate
a ciò che foste e siamo, troppo immensa
felicità di anime beate.
Io ora ho qui già pronta
la valigia
per l’aldilà (che importa s’è ancora presto?),
madre, madre mia, e ti prego,
darmi le tue giuste coordinate
senza dover dannarmi per trovarti
(ho il pregio, oppure il vizio, incontestabile
dei segni della Vergine),
e già penso
a una chissà che programmazione,
ch’è quella che ci vuole onde evitare
di giungere sù da te
impreparato,
ecco, dicevo, madre, ho la valigia
pronta, e in mente qualchecosa
da fare dove andrò, organizzare
un Premio di Poesia
in Paradiso.

I fuoriusciti del Passato

Malgrado il tempo,
è sempre là, eguale. Pronto
all’orecchio, ancor ne capti il suono
fesso, un mormorio indistinto,
un mugghio di un qualcosa come un’eco
che sale, scende, s’allontana, torna.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio,
è un dialogo di spifferi di echi
che parla con le foglie – non li senti?, –
son fibrillii, vibrazioni, scosse,
ronzii di mosche, d’api e calabroni.
Come dire cose che non vedi.
No, non è tempo di parole,
se non per le parole che non parlano,
non è tempo di poter parlare,
no, non c’è tempo per il tempo.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio
e ascolta: ora passano gli spettri
del tuo passato, tra uno sbadiglio e l’altro
e una risata s’allontanano
in un lunga e lenta processione
tra un salmodiare e l’altro di campane.
Resta un cane,
non più, a sfrugnare
col muso tra le foglie
e una cuccia senz’ombra di catena
e una fontana
che i bambini riempivano di ghiaia,
e noi, i fuoriusciti del passato,
a fare addio con gli occhi e con le mani.
Gli unici ancora vivi
a elucubrare.

I rimasti

Dici: Basta un niente
per restare
molto ci vuole invece per andare,
forse perché ci siamo abituati
a starcene, così,
indubitabilmente,
ci affascina, ci piace, ci seduce
starcene quaggiù fermi in santa pace.
Se mi si dice: Va’, tu dici:
Amico mio, mi spiace,
io rimango
fermo qui al palo, resto, non mi muovo,
anzi, mi siedo, mi metto giù, mi sdraio,
mi tengo stretto a dove sono, resto.
Su ciò nulla da dire, è fuor di dubbio,
per dirla in confidenza,
la plausibile
logica conseguenza di esser vivi,
oltre al fatto, tu sai, d’un’abitudine
di starsene quaggiù e poter fare
tutto quel che si fa quando si resta.
Ma se si fosse stati
sempre morti,
andati, ossia, di là ( ma a far che cosa?),
non per ironia, ma per amore
del logico, di certo
si godrebbe
il fatto incontrovertibile di essere
di là, da quelli andati, a non far niente,
le mani in mano, in ozio,
tutto il giorno
(ammesso e non concesso che vi siano
dei giorni da trascorrere), pensando
con logica sofferenza
e commozione, e spirito di carità,
a noi, i rimasti.

Guardi che non scherzo

Ei, dico a Lei, mi fa, ha mai fatto caso
d’esistere?
Sì, insomma, in modo serio,
( e guardi che non scherzo ),
ispezionandosi
dentro e fuori, con occhio introspettivo,
( s’è mai accorto del fegato, o, che so,
dell’ileo? ) e con somma precisione,
e metodo, e accurata oculatezza
da capo a piedi,
e che nulla manchi,
ogni parte del corpo sia al suo posto
giusto che gli compete.
Ed anche il naso,
la sua presenza: lei ha mai fatto caso
di avercelo? Tra tante e tante mille
cose e non cose che ci tocca fare fare,
raro che salti l’estro
di toccarselo,
di stringerlo tra due dita, di sentirselo
sporgere tranquillo e prominente
tra occhio ed occhio a sommo della bocca
e dire:
Ecco, esiste! E se esiste,
esisto pure io ( non mi risulta,
oggi come oggi, l’esistenza
di un naso senza il corpo ).
Sì, ci vuole
cura e classe a saperselo gestire,
e spirito, e tatto e metodo onde avere
una certa e inopinabile conferma
d’esistere, e cercarne
la prova ontologica
nel polso,
che tutto sia al suo posto, anche il cuore,
se batte o se non batte, e poi è d’uopo
dare un’occhiata agli occhi ed agli orecchi,
ch’esistano pure loro E, controllato
che tutto sia al suo posto che gli è dato,
metterlo giù in iscritto,
timbro e firma,
con vidima del sindaco, e, s’è il caso,
del parroco ( va bene anche il prevosto )
o un rògito a comprova d’esistenza
di tutto il corpo.
Certo, anche del naso.

I cinque atti

IO NON ESISTO

Tutto oggi trabocca inesistenza,
non un abbrivio o un guizzo di memoria,
non una voce o un suono, non c’è tempo
né spazio o chicchessia a far rumore.
Sento come un peso d’infinito,
d’immenso, e mi piego riluttante
e docile. E’ come un movimento
d’aria, un fremito di ombre,
e ogni cosa che nasce si fa luce
mentre sulla mia via deserta
bassa e lenta discende silenziosa
la malinconia del buio che ritorna.
Tendo le mani a un desiderio,
titubo e trattengo il mio respiro
in questo luogo che non ha un ritorno,
carico di un’attesa senza attesa,
in cui nulla si muove e lento torpe
il brivido sonnolento del mio cuore.
Avessi almeno te
a toccarmi l’anima,
a far nonnulla
dell’alito d’agonia di questa sera.
Guardo l’ora del distacco
del giorno che va a perdersi lontano
come un male incurabile che sfibra.
Avessi almeno te nel cuore…

I CINQUE ATTI
La ripetitività

Pazienza, oh sì, un’infinita,
indicibile pazientissima pazienza:
atto primo: alle sette del mattino,
il rito della sveglia, uno sbadiglio,
la fatica
di scendere dal letto,
pantofole e vestaglia, e ciabattando
mezzo assonnato, il solito rituale
(atto secondo)
di uno sciacquo appena
di bocca, occhi, collo, fronte, mani,
e poi subito in cucina, per il rito
(atto terzo) piacevole e consueto
del solito caffè.
L’accendigas,
la fiamma sulla piastra, quella piccola,
la cuccuma approntata il giorno prima,
di sera, e il roco borbottare
bollente della miscela.
Con cautela
l’attento e coscienzioso versamento,
scottandosi le dita, nella tazza
con dentro già lo zucchero. Una girata
o due col cucchiaino
nel liquido che fuma.
Una spalmata
(atto quarto), sul solito panino,
di burro e marmellata, la salvietta,
lo sciacquo ed il risciacquo
nel lavello,
di tazza, cucchiaino e di coltello,
un pulita al tavolo e al vassoio,
le briciole e quant’altro nel secchiello
dell’umido – la legge me lo impone, –
(atto quinto),
e, ligio come sono,
da segno della Vergine, eseguo
col massimo di cura,
e differenzio.
Pazienza, oh sì, un’infinita,
indicibile pazientissima pazienza
ogni giorno, ogni mattino,
ma lo faccio
per la mia piccola azienda famigliare
di padre, madre e figlio,
e tocco ferro
che, Dio non voglia, un giorno, non mi tocchi
fare anche lassù tutti i cinque atti,
la sveglia, lo sbadiglio, le ciabatte,
il solito caffè, lo zucchero, il panino,
il burro, la salvietta, la spalmata,
fino all’ ultimo,
ossia la differenziata.

UN FIORE S’UN ALTARE

Oggi mi appresto a vivere di dentro,
lascio il mio corpo vivere di fuori
e l’accompagno passo passo a letto
perché vi ci stenda sopra e dorma.

Sono da sempre attento al mio di fuori
e a ogni sua parola gli ubbidisco
premurosamente, come fossi un figlio.

Stendo il mio corpo, piano, come un fiore
che poso s’un altare e m’allontano
da lui – da me – in un caduco esilio,
come uno che attenda la sua morte.

UNA VOCE

Sento una voce,
o pare sia una voce,
nel gran silenzio di una sera estiva.
Oh, se sapessi da dove mai viene,
direi ch’è forse quella
di mio padre,
o di un altro che amo e se n’è andato
e che cerca la strada per rientrare
perché s’è perso, e fa il mio nome,
o è il vento che mi chiama,
forse è il vento
è sua la voce. Ecco, è qui, vicino,
mi sfiora s’una spalla, ed esitante
sento una mano che mi sfiora il volto,
come a cercarmi, – è il vento, che mi tocca,
il vento che mi tocca con un dito
sopra le labbra,
come a dirmi: taci,
son io, non mi conosci? No, non vedo
nulla, son solo, no, non c’è nessuno,
e non mi rendo conto di chi sia
il fievole respiro sul mio viso,
è il vento, chissà, forse, è il suo respiro,
è suo il sommesso lieve biascicare
un ciao a fior di labbra.
O forse è il Nulla,
ecco, sì, non può essere che il Nulla,
il Nulla che mi cerca
e fa il mio nome.

UN’APORIA

Era un’aporìa: l’aldilà del merlo,
o di un gambo di sedano o di un grillo,
– mettici l’ortolano o la fioraia -.
Piero, d’altronde, s’era già approntato
a credere di aver preso le misure
dell’aldilà – lui, se ben ricordo,
stava da tempo in attesa di qualcosa,
non sapeva però dire di che cosa,
non di un’ aporia, che la ignorava.

Ed il tempo via via si allontanava
con il suo arrivederci giornaliero.
Via Rosmini era tutta sotto il sole,
tutta una dolce noia spirituale.
Piero non era Piero, era il pane,
il lievito, la farina ed il mugnaio,

aporia: ciò che è indimostrabile, perché qualsiasi sua interpretazione è già in partenza una contraddizione

Una splendida giornata

UNA SPLENDIDA GIORNATA

BRUCIA SOTTO IL SOLLEONE
L’EREMO SUL GREPPO A MEZZO MONTE,
SPENTE LE VOCI, TACCIONO I RUMORI,
SOLO LE AUTO LUNGO L’AUTOSTRADA
SFRECCIANO COL CANTO DEI MOTORI.

UNO SCIAME D’API TRA I VIGNETI
CERCA QUA E LÀ UN NUOVO ASILO,
CACCIATO VIA DALL’ARNIA. ESTASIATO
NE OSSERVO IL VOLO LIEVE, PARE UN SOFFIO
DI CENERE PORTATO VIA DAL VENTO.

MI PIACE QUESTA SPLENDIDA GIORNATA,
ANSIA DI LUCE, PLACIDA È LA VALLE,
E IL TEMPO PARE FERMO, IMPERTURBATO
IL VENTO FUORIESCE DALLA STRETTA
DI NAGO E DILAGA VERSO MARCO,
ANTICIPA IL BEL TEMPO. PARE QUASI
CHE DIO ABBIA LASCIATO TUTTO INTATTO
D’ADAMO IN QUA. MANCA SOLO EVA,
IN COMPENSO C’È DI MEGLIO. SÌ, C’È ANNA.

LA RAGAZZINA

E’ CADUTA LE NEVE, E ADESSO PIOVE
TRANQUILLAMENTE, E LA VIA È UNA MELMA.
LÌ, SOTTO I PORTICI,
C’È GENTE,
CHE ATTENDA CON PAZIENZA FINCHÉ SPIOVA.
VEDO TRA GLI ALTRI
UNA RAGAZZINA,
CHE MI PARE AVERE VISTO ANNI ADDIETRO,
QUAND’ERO UN RAGAZZINO. MI SORRIDE,
NEL SUO SORRISO TUTTO UN FIRMAMENTO
DI STELLE, ANCHE SE PIOVE.
LA PIOGGIA PORTA FINO A ME
UN PROFUMO
DI ERBA E RAGAZZINA. E LA VIA È VUOTA,
PIOGGIA A DIROTTO DI UN MORENTE AUTUNNO.
SERA DI UNA SOLENNITÀ SERENA
E PLACIDA, CREPUSCOLO BAGNATO,
LA STRADA È NEVE E FANGO,
E LA RAGAZZA
CHE ATTENDE SOTTO I PORTICI CHE SPIOVA,
ORA NON È PIÙ QUELLA,È UN’ALTRA, IGNOTA,
MAI VISTA E MAI AMATA. E INTANTO PIOVE.
UNA PIOGGIA DIVERSA, NON PIÙ QUELLA.

L’OSPITE DISCRETO

Di quel poco che c’era, adesso pare
che non ci sia più niente, o forse qualche
poca, ma poca, cosa,
tanto è vero
che non la tocchi, senti, e neanche vedi,
anche s’è qui, a due passi.
Ma che importa?
È il molto quel che conta, e non il poco.
Pensa a Dio,
che non è poca cosa,
ma infinitamente grande, immane,
eppure non lo vedi né lo senti,
anche s’è qui, a due passi,
come un ospite
discreto ch’è in attesa
che gli apri la porta e lo fai entrare.
Anche se sei tu
la poca cosa,
tanto poca che quasi non ti vede,
pur se sta qui, fuor dell’uscio, ed entra,
ma solo se gli apri.
E, quello, entra.

La cornacchia

L’ETERNITÀ A MIO CONSUMO

Arde nella quiete della stanza,
una lampada sul tavolo. Mi giunge
dalla finestra spalancata un mite
suono di violino. Una particola,
l’eucaristia di una luna bianca.
Nella pietà di un caldo dopocena
sento l’eternità, e me ne approprio
come una cosa fatta a mio consumo.
Dimmi, dove sei? Ti penso
china nell’orto mentre cogli un fiore.
Ti guardo con un fare distaccato,
dalla finestra, con la meraviglia
di chi crede d’esser sveglio e invece sogna.
Tu sei l’eternità, il fiore, l’orto,
il violino, la finestra, il dopocena,
la malinconia di chi dorme e sogna.

LA CORNACCHIA

Scandisce il tempo
con un gracchio stonato la cornacchia
nel soliloquio di una mezza estate
che va tranquillamente e si dilunga
a passo tiratardi di viandante.

Uno strazio il suo verso che accompagna,
guardingo, la mia breve camminata
tra orto ed orto, solo, senza meta.
Pare una monaca nera tra le stoppie
del grano saraceno, ed alla pietra
che le scaglio perché smetta di stonare,
s’alza sdegnosa in volo, e getta un grido
che sembra una risata. Solo un grido,
ch’è come fosse mio, un grido d’uomo.

La sdegna l’infamia del mio gesto,
per lei, bestia, è istinto di ferocia:
Che importa a te se gracchio? Son cornacchia,
sopportami, se stono…Un po’ teatrale,
il suo saggio rimbrotto di volatile.

Canta, le grido. E quella canta. Un suono
ch’è musica e pietà di chi si strugge,
e non è nulla, è solo una cornacchia,
e mi ammalia il suo bercio innamorato
di allodola ed assiolo. Una poesia
il suo stonato cra cra cra di bestia.

LA BAMBOLA ROTTA

La bambola di Anna che esibisce
ai nostri occhi stupefatti
il suo impudico ventre immacolato
aperto ad uno squarcio,
ci sorride
irriverente sul cuscino, il suo lettino
sfatto, in disordine, mostruosa
piccola nudità, come una cosa
rotta nel mezzo, con un antro oscuro,
gola di foiba, abisso virginale
di bocca immacolata
di vagina,
immobile in attesa
muta e malinconica di un brivido
d’amore, straziante illanguidito
crepuscolo morente fine autunno
di un non so che di bambola, bellezza
diafana di un tempo ormai perduto,
del senso del “mai più”.
E ci sorride
con gli occhi esterrefatti di bambina,
glabra la pelle, bianca porcellana,
il ventre in sù, squarciato
e tramutato in urlo di dolore
l’osceno del suo corpo denudato
di muta bamboccina,
ci sorride,
ed estasi ed orrore son tutt’uno,
inferno e paradiso di vagina.

LA PORNOSTAR DA COPERTINA

La donna col suo corpo inverecondo,
nudo dalle poppe al basso ventre,
bianca tela di ragno tutta grinze,
posa con un sorriso (o forse è un ghigno
sbifido) di anziana irriverente
pornostar da copertina. Apre
la bocca al flash ad un sussurro
di antica mangiauomini, un bacio
le danza sulle dita anchilosate
(l’indice ed il medio con l’artrosi),
di Venere dei matusalemme.

NON LO SAPEVA

Era felice
di sapersi morto,
eppure gli pareva d’esser vivo
vegeto. Ed era quasi sera,
e c’era un’aria azzurra, uno stupore
di uno zefiro piacevole nel sole.
L’aia era piena di parole,
e un profumo
di uova e di salsiccia
si mischiava con l’odore della canapa
di una macero lì appresso. Si chiedeva
se anche lassù si maceri la canapa
e si friggano le uova.
Era perplesso,
non era come aveva sempre detto
il parroco alle messe di domenica,
che parlava di una luce sempiterna
di Dio, o al massimo di un fuoco
del Diavolo.
E invece no, viveva
come da noi da vivi quaggiù in terra.
O forse, chi lo sa?,
non era morto.
Vivo o morto, comunque si sentiva
perfettamente ad agio, e contemplava
sua moglie che andava al funerale
con figli e conoscenti.
Tutti in nero.
Pianse anche lui, e li seguì con mesto
doloroso cordoglio e compunzione
alle spalle della vedova, cantando
le litanie del caso.
Non sapeva
non gliel’avevano detto, ch’era morto.
Comunque, gettò un fiore sulla bara
e se ne andò felice, vivo, eterno.

Lazzaro di Vallunga

IL BUCO NERO

Svanito anche lui nel Nulla,
risale ora il sentiero
ripido e a dirupi
che porta al Buco Nero.
Centro di raccolta
dei profughi della vita,
s’apre a inghiottitoio
in cima alla salita
con balzi a voragine sul cielo,
e domina lassù scosceso
sopra di noi, abissali
visceri d’eternità
di Buco Nero.
E tutti prima o poi ci vanno,
è un viaggio programmato
– come un atto di preghiera e contrizione
ad un confessionale:
un Ave, un Pater
e poi vai pure in pace. – Vanno
lassù, e il sentiero,
di là dalla frontiera dello sguardo,
è lungo e tormentato, ma battuto,
immemori
di un corpo discreato,
salgono e non sanno del passato,
del mandorlo nell’orto, del piccione
a filo della gronda,
di Teresa che annaffia l’insalata,
dell’autobus che ferma in Piazza Unione,
frastornate
dalla post-grandiosità della morte.
Vanno tra visibile invisibile,
lassù, dove li attende
l’ultima scarpinata,
e poi l’Eterno.

LE IDI DI MARZO

Gemito di vento, e, dopo, sole.
Fumi a pennacchi sopra i tetti
confusi in un cielo troppo azzurro
per dire che poi piove. Anche oggi
le ore a poco a poco se ne vanno,
una pena che non dico andargli dietro,
vanno ad un non so quale eremitaggio
a prendere possesso della sera.
Il nonno intanto è lì che vanga l’orto,
ci ha appena messo del letame fresco,
pensa alle rape rosse e all’insalata.
È felice, e mi pare un ragazzino.
Dietro, nell’ombra, c’è la prima viola.

LAZZARO DI VALLUNGA

C’era solo del vento quel giorno lontano d’aprile,
quando quell’uomo, scendendo giù per la costa
a vigneti del colle, sembrava
Lazzaro avvolto da un bianco mantello di luce.
Nel cestire di gramigne ancor verdi,
l’ovale del suo volto aveva a cornice una barba
bionda più che l’oro del grano maturo,
la fronte fasciata a metà dalle bende
coronata dai capelli.
Lo chiamai nominandolo,
e mi pareva che non fosse che un angelo
tornato tra il silenzio del colle e il vocio delle case,
un relitto del tempo col respiro d’affanno delle donne
logorate dalle lacrime.
Marta e Maria,
le sorelle, sgomentate ed immobili, a guardare
nella vastità della valle la strada che portava in pianura.
Come un senso improvviso di muto stupore
scolorava i volti della gente, una grande paura
della morte ritornata alla vita, la realtà d’un miracolo
creduto impossibile.
Sentivo il suo passo leggero
frusciare tra l’erba, il respiro
affannargli il sorriso che indugiava
sulle labbra, incredulo e spaurito guardava
incantato i campi dove affondava camminando
tra i romici e le ortiche. Scendeva
un po’ incerto, in silenzio, veniva verso noi
come uno con il peso del cielo sulle spalle,
e una tenerezza senza eguali mi gridava
di corrergli incontro,
di abbracciarlo come un fratello tornato dalla morte,
non altro chiedevo. Ma era il vento d’aprile
che arrivava fino lassù, a quel colle,
un impalpabile respiro di aria portava un profumo
di nardo prezioso. Maria e Marta
gli scioglievano attente le bende dalla fronte.
E tutto diventava prodigio.

L’inizio dell’inizio

L’INIZIO DELL’INIZIO

In alto, in basso,
a destra, un po’ in là, od a sinistra,
o metti dove vuoi,
il punto origine
del mondo, il suo cominciamento,
laggiù, o lassù, lo vedi
( lo capti ), ed era origine,
ora è continuazione,
avanza, irrimediabilmente avanza
lento ( o veloce ), però arriva,
sì ( e perché no? ), alieno
spettro ( il tempo non lo tiene
a bada, essenza atemporale,
presenza-impresenza ),
ecco, indugia
un attimo, e poi subito scompare.
L’avete visto, voi,
( vi chiedo ), od è illusione,
noumeno rivelato, il punto origine
del mondo, ossia di tutto,
creato ed increato,
l’inizio dell’inizio,
dell’essere che va al compiutamente
fatto o disfatto, insomma eterno.
Dici: Fermalo, o è la fine,
ma vano è tentare di far argine
a ciò che non esiste ma si capta
appena ( o forse, chissà, è un bruscolo
d’eternità sfuggito alla materia
di Dio. Spirito- materia,
ossimoro d’Eterno ).
Ecco, il punto
d’inizio dell’inizio, il buco origine
del mondo, il buco nero,
noumeno d’Eternità, ci passa
accanto, ci entra come un brivido
di morte, poi ecco s’allontana,
scompare.
Un suono di campane
passa sul mio capo, un attimo, e poi tace.
Un po’ come un solenne ammonimento
il suono, rombo e poi sussurro,
e poi più nulla.
E ci resta il Nulla,
quello, non viene meno, fragoroso
come il silenzio, un incorrotto
suono nel padiglione dell’orecchio.
Ah, il Nulla! Il Nulla, che passione
d’esistere…Non credere,
ma tu non sai che nausea,
non sai che capogiro,
troppo per me,
mi sono alzato
e ho tolto così l’incomodo. Non sono
pronto per l’Eterno,
è molto meglio
andarsene a mangiare un delizioso
piatto di sardelle in salamoia.

IL VILE

Gli dissero: Prendi il fucile e va!
Piero lo prese e se lo mise a spalla,
fece lo sguardo truce, con un ghigno,
una smorfia, così, perché doveva,
disse sì ed andò.
Ma andò dove?
Andò, senza chieder spiegazioni,
né dove né perché andare.
Un vile
certo non va, non parte col fucile
carico a tracolla, né fa un ghigno,
non dice sì, ma fa di no e sorride,
fa un cenno con la mano come a dire
che no, che il vile resta,
Ma è l’eroe
che carica il fucile e s’incammina,
il vile non fa smorfie ma sorride,
non cade quand’è l’ora di cadere,
non grida libertà, sussurra amore.
Amore, sì, amore.
Il vile ama:
è colpa sua? Non parte alla conquista,
per lui dire di no e non partire
è una conquista.
Perciò il vile vive.
Ditelo eroe. Sì, è l’eroe dei vili.
E, se muore, lui muore di vecchiaia
a casa sua, a letto.
Evviva il vile!

UN OSPITE A TAVOLA

Porta una veste bianca e siede a tavola,
non sai chi sia né da dove venga,
ha il pallido biancore della luna,
povera è la cena che si sfredda.
Dure le patate, pochi i piselli,
di carne solo un po’ attorno a un osso.
Sì, è un pasto frugale, ed un bicchiere
di vino rosso, metà vino ed acqua.
Forse, chissà, è giunto da lontano
ed ha l’aspetto di chi non è mai stato,
o, se lo è stato, lo è stato in sogno.
Mangia e non parla, e pare un non sai cosa,
un indizio di ciò che non accade,
ciò che si può vedere e non spiegare,
un sogno, un ectoplasma, od un fantasma.
E’ un qualcosa che non riesce a farsi scena,
messo lì per far palco al tuo passato,
non lo vedi di volto ma di spalle,
la sua veste è d’un bianco immacolato.
Cerchi di avvicinarti e di toccarlo,
e il tempo si dipana e riadipana
e piano piano, silenzioso, sfuma
come un sogno che esce dal tuo sonno.
Resta sulla sedia il suo cappello,
come un segno per dirti ch’è venuto,
ch’è lì che si è seduto. Solo quello.

L’OMBRA SULLE SCALE

Senza proferire una parola
nel vano della porta,
mi dà un bacio.
Sono confuso. Sale dalle scale
un trepestio di passi così lievi
che paiono i passi dei fantasmi.
Ombra, non è che un’ombra,
eppure viva,
diafana, eterea, evanescente,
cerco il suo volto,
ne distinguo gli occhi,
sento il suo respiro, non la voce,
è solo l’eco delle perse cose,
non m’è concesso il dono dell’ascolto.
Se mai la rivedrò,
la rivedrò al sole,
che impicciolisce o allunga il suo profilo
nero di ombra,
basta un po’ di sole
a rammentarla oppure a smemorarla,
piccolo silenzio d’ombra che discende
piano le scale, e senza
un pesticcìo di passi, e poi chiude
l’uscio alle spalle
a fondersi col sole.

Sette colpi di verga

SOSTANZA E ANTISOSTANZA

Poco di tutto un poco, però poco,
solo la sua deserta eternità
di anima, l’ho qui, ma senza tempo
né spazio, ( l’anima non ha anni
né ingombro ), e non voce ( o che segreto idioma
il suo? Quale alfabeto,
che lettere – vocali e consonanti –
compongono il suo linguaggio? ) Oh, sarà,
( lo è ) che non necessita
di voce né d’idioma
gestuale, eppure si fa intendere e si esprime
non sai in quale modo, e non ha bocca
né mani, e non la senti, non ne capti un’acca
E lei ti chiama, sì, ti segue,
ovunque, ti dà la sua testimonianza,
lieve o triste che sia,
di vita extracorporea,
come un tizzo bruciato che ancor arde.
Solo segni, sì, d’eternità, barbagli,
che da chissà che luogo
ancestrale, chissà da quale punto
ignoto, da che perduta terra,
ti giungono spaesandoti
con un confuso suono
di gente che si sbraccia e ci fa cenni
d’addio. L’anima? Sì, forse, ma non senti
che un’invisibile presenza
di vita che dissona dal suo essere
sostanza o antisostanza di chissà che Dio
o chi per Lui. Saperla
in te, è terribile.
Terribile.

IL CAMERIERE PACHISTANO

L’altr’ieri, verso sera, in centro vecchio,
mentre stavo seduto a un tavolino
del mio solito bar, il cameriere
( mi pare, se non erro, pakistano )
portandomi il caffè, mi ha confessato
d’avermelo servito già altre volte,
in quarantacinque vite precedenti.

Dopo di che mi ha detto di un puntino
minuscolo che originò il creato,
e che il creato tornerà puntino
come in un big bang all’incontrario,
e riesploderà ancora nuovamente
per ricreare un altro universo.

Così, mi aveva detto, all’infinito,
e a ogni nuovo big bang un altro cosmo,
e a ogni cosmo io e lui e il tavolino
e il bar, e lui che mi serviva
il mio solito caffè, e mi parlava
d’avermelo servito già altre volte,
quarantasei o più, e facevamo,
io e lui, la stessa strada, eternamente,
lui a servirmi il caffè ed io a berlo.

SETTE COLPI DI VERGA

Sette colpi di verga, sentenziò
il giudice. Carenza di rancore,
incline all’onestà e alla giustizia,
troppo odio verso la violenza,
povero d’indifferenza per chi soffre
la fame e la miseria, e per chi piange
la disperazione della morte,
ecco, in sintesi, la colpa.

Sia dato al rogo. Anzi, sia inchiodato
a un palo e dileggiato
con lazzi ed improperi. Ma che amore
e amore, qui ci vuole l’odio,
sangue di pungitopi e morsi
di vipere, e sciabole sguainate,
gridi di guerra e zoccoli e frastuoni
e suon di trombe e brividi di morte,
e invece che ci resta? Una vecchina
che vende caldarroste, le sue rughe
che implorano l’affetto della gente,
e sapori teneri d’infanzia
e parole stese ad asciugare
per farne melodie d’amore,
e nonne intente a versare
ricotte nei cavagni a farne dolci
per pasque e compleanni.

Ecco, disse il giudice, siano dati
sette colpi di verga sulla schiena
perché ci vuole odio e non amore.

Sette, anche alle nonne dei cavagni,
alla vecchina che vende caldarroste,
alla bambina col tulle di merletto,
e siano sparse unghie di cadavere
a disinfettare i pargoli innocenti
vittime delle nonne. Sette colpi
di verga sulla schiena. Sette.

IL DOVUTO QUERIMONIOSO

Arzigogolare, eccolo, il problema,
per quagliare le cose, acciarpare
parole da rifare e scantonare
eventuali possibili truculenze
e laide beceraggini, evitando
inutili ironie e bofonchiamenti
di tizi schifiltosi, esecrabili
tedofori di acredine o livore,
ebetudini e follie da postriboli.
Scegliere il dovuto querimonioso
di onorificenze da millantare,
blandizie di vocali, generosi
strabuzzamenti d’occhi, e non badare
a chi alligna zizzania o miete miasma,
ma all’arrendevolezza mielosa,
dolcigna, di chi ha una cornucopia
di sbrodolanti smoccoli d’assenso.

Parole in fuga

TENER CONTO

No, non di questo è d’uopo tener conto,
ma di quello di cui non se ne tiene
minimamente conto. Non c’è modo,
pare, d’averne un altro, no, di conto,
qui, da noi, a portata della mano,
– figùrati se ci fosse!, certamente
qualcuno se l’avrebbe prenotato.-
Sì, caro mio, è la legge del mercato,
e non malevolenza né utopia,
la tenuta di conto di ogni cosa,
appetibile o no; alla bisogna
occorre adeguarvici, ad esempio,
anche soffiarsi il naso o sbadigliare,
o grattarsi la punta del naso.

IL RIFLESSO CONDIZIONATO

Lo mosche, quando urtano più e più volte
puntigliosamente contro i vetri,
non s‘accorgono di sbattervi ogni volta,
e vi sbattono tutto il santo giorno.
Gli manca la fantasia motoria,
per mutare l’usanza e volare altrove,
dove non hanno vetri su cui urtare.
Ma si dice che sia per un riflesso,
condizionato che continuano ad urtare
di qua e di là sui vetri. Come il salto
di un torrente che viene giù dall’alto
e che altro non sa fare che saltare.

CHE COS’È LA MELA?

Vedi: è una mela. Ma cos’è la mela ?
Dici: è il frutto di un albero, il melo…
No, non t’ho chiesto chi è che la produce.
E’ un cibo commestibile…
Insomma,
non è che t’abbia chiesto a cosa serva.
(Messo in difficoltà dal professore,
lo studente perde la pazienza
ed esclama:
E’ un coso che ci ha un verme…
Ma è un quiz che tormenta anche il filosofo,
che si domanda
cosa sia la mela.
Se si dice che non è che la sostanza,
dimmelo che s’intende per sostanza,
è un termine illusorio, un poco vago.
Ecco, mi dici:
E’ un coso
fatto di certe cose (polpa, buccia,
torsolo, peduncolo, eccetera),
con forma tondeggiante, a mo’ di palla,
un coacervo di cose messe insieme
per fare un qualchecosa
detto mela.
Il quiz che si pongono i filosofi
è questo che cos’è.
E, qual che sia
la differenza tra una mela e un gatto,
hanno ambedue in comune
la sostanza,
messa però in un modo non eguale,
onde evitare, caso mai, di dare
un morso al gatto ed alla mela
un piatto di frattaglie. E, per finire,
eccoci dunque al dunque, al ciò che siamo:
siamo la differenza. E in ciascheduno
messa in un certo modo.
Sì, la differenza.

PAROLE IN FUGA

Uscimmo io e gli altri e udimmo
le nostre voci fuori, sulla strada;
sospettosamente vi andammo dietro,
dato che se ne n’erano fuggite
inconsapevolmente, ed ogni voce
gridata lasciava una sottile
eco, a far da battistrada.
E non erano messaggi, o, se lo erano,
non erano di certo quelli nostri,
comunque sia, vi camminammo dietro
come i passeri che vanno zampettando
qua e là dietro le briciole, col fine
di riprenderle e ricacciarcele in bocca,
da dov’erano fuggite, e rigridarle,
noi, poiché nostre, e non degli altri.
E ad una ad una le recuperammo
spartendocele, ad ognuno quella sua
e ciascheduno se le ricacciò in gola
con una procedura straordinaria
ammessa dalle leggi, una misura
logica ed urgente da gridare
o rimettercele in gola. A ciascheduno
la sua democratica opinione
di scegliere. Ed è quello che facemmo:
una stretta di mano, e via, a gridare.

Le sedie vuote

LE SEDIE VUOTE

Domenica mattina. I figli,
com’è logico che sia, sono già usciti
e il marito fa i turni. E c’è lei sola,
oggi, in casa, una casa silenziosa
e grande. Giù in strada, poco traffico.
Mancano di domenica i rumori
soliti della casa: l’ascensore
ore e ore su e giù, la portinaia
in cortile con la scopa di saggina,
ed il getto dell’acqua della canna
che abbevera le piante.
Oggi, invece,
un unico vociare di campane,
leggero, in lontananza, e un trepestio
di donne che s’affrettano a onorare
il giorno del Signore. Silenziosa,
siede al computer, scrive. Sul tappeto
Fido, il cane, placido, dormicchia.
Salta agile con un balzo sul computer
il grosso gatto rosso e struscia il muso,
dolce, s’una sua spalla. Con le zampe
tocca inavvertitamente la tastiera,
ne sillaba uno zzzufff…zuff… Un messaggio,
forse, per lei cifrato. Incuriosita,
guarda negli occhi verdi del suo gatto,
lo interroga. Che vuoi ? No, non risponde,
lui, il gatto, e pigramente s’acciambella
crogiolandosi al sole del mattino,
appena appena tiepido. Un giorno
di domenica quant’anni mai invocato
quando i figli, piccoli, scendevano
presto, alle sei o sette del mattino:
Mamma, dove andiamo? E, nel vestirli,
cambiandogli i pannolini, si chiedeva
lambiccandosi che cavolo mai fare
quel giorno di domenica di pioggia
col marito che placido dormiva
il sonno dei mariti.
Una domenica,
oggi, tranquilla, a lungo l’ha sognata
quando passava ore e ore ai bordi
di un fangoso campetto fuori mano
perso non sai in che mai periferia,
e, mezza diaccia per il gelo, stava
lì a guardarli correre, un manipolo
di bimbi affaccendati ad azzuffarsi
tra una pedata e l’altra.
Ed oggi, ecco,
è proprio una domenica pacifica
di maggio. La figlia da un’amica
e i figli, l’uno a Padova e l’altro
a Bergamo dai nonni. Così ora
la casa è troppo grande e silenziosa,
e solo lei la empie, ma è un po’ poco,
gli strilli la riempivano fin quasi
a farla esplodere. Ed il corridoio
esageratamente lungo e vuoto,
e la sala da pranzo che galleggia
placida nel silenzio e la cucina
col tavolo e le sedie
adesso vuote
che paiono in attesa di qualcuno
che più non viene. Ma è come quando i figli
crescono, è un’altra gravidanza,
li devi fare uscire, com’è giusto
che sia, si stacchino da te,
e comincino ad andare soli al largo,
in alto mare. Resta però il fatto
che questa casa è vuota e tutto tace,
tace con un rumore insopportabile,
e quelle sedie
vuote nel soggiorno
sembra debbano attendere chi torna,
Ed anche lei, forse, ora che i figli
ormai son grandi anche lei ,che nasce
di nuovo, un’altra volta, ma da vecchia,
è come Nicodemo cui fu chiesto
da chi andò a trovare nottetempo,
perché non lo vedessero, perché
di lui si vergognasse, lei adesso
ora lo sa, n’è certa, perché osava
chiedere una speranza troppo grande,
impossibile.
Le sedie non più vuote.

QUATTRO O CINQUE PASSI

Ci stanno, da qui a lì, a dir tanto,
quattro o cinque passi, eppure pare
lontano, lontanissimo.
Invisibile?
No. Celato nella nebbia,
di quelle che si taglia col coltello?
No, neppure quello.
Una distanza
minuscola, sì, certo, ma ci vuole
una non sai che lunga camminata,
– chiamala estenuante, –
eppure sono
non più che quattro o cinque passi,
ma lunghi da percorrere, – che siano
di corsa o da lumaca,- e ci si mette
anni ed anni, e forse non ci basta
il tempo d’orologio.
E tu lo sai,
ecco, ci conviene caso mai
andarci solo quando i quattro o cinque
passi sono solo quattro o cinque,
e ci conviene, forse,
cogliere la palla al balzo,
– ma sì, insomma,
il caso, l’evenienza o l’occasione –
di farli, di percorrerli, in un fiato,
– un balzo,-
e sei subito arrivato.
Mettiti dunque in fila, e aspetta;
fumati, caso mai,
una sigaretta.
Non son che solo quattro o cinque passi,
non più. Un poco di pazienza.
Aspetta.