Ma serve la poesia?

Italo Bonassi
ELUCUBRAZIONI
Ha scritto il filosofo Kant che “gli oggetti ci sono dati per mezzo della sensibilità, che ci fornisce l’intuizione; questa viene pensata dall’intelletto, e così si formano i concetti.” Solo con tale processo mentale che va dalla sensibilità al concetto noi sappiamo descrivere la presenza dell’oggetto, che Kant definisce fenomeno, in quanto inizialmente ci era sconosciuto ed esterno, estraneo. Così, vedendo una mela, l’intuizione dell’intelletto e l’esperienza conoscitiva della memoria ci dicono che è una mela e non un calendario né un gatto.
Il nostro cervello automaticamente ci fa arrivare ad un’affermazione apodittica: è una mela. Il fatto che sia proprio una mela è una cosiddetta evidenza a priori. L’intelletto è un organo pensante, un progettista superiore, che può pensare e progettare autonomamente dalla nostra volontà: esso stabilisce che si tratta di una mela, e noi lo accettiamo senza discutere e diciamo: Piero, passami quella mela e non: Piero, passami quel calendario.
Ha scritto Schopenhauer : “Non è vero che il mondo, già bell’è pronto, debba semplicemente entrare nella testa attraverso i sensi. Ci sta già dentro”. Per Kant noi non conosciamo se non il nostro modo di percepire le cose, il che significa che vedendo una mela il nostro modo di percepire ci fa chiamarla mela. La filosofia ha il fascino delle sue circonvoluzioni dialettiche, ma basta una lettura attenta o un dizionario per capire ciò che prima ci pareva oscuro. Il mondo esterno, quello dei fenomeni, cioè delle cose che si vedono (mentre i noumeni, sono ciò che sfugge ai nostri sensi) esiste solo perché siamo dotati dei cinque sensi per percepirli. Le cose, insomma, non stanno fuori di noi, ma dentro: non esistono il sole, la luna, le stelle, il mare, la montagna, ecc., ma esiste l’occhio che li vede. Eraclito ha scritto che sono tutti dentro l’occhio. Un cieco dalla nascita non sa come sia fatta la mela, ma ne sa il sapore e il profumo. Se non percepisse né il sapore né il profumo, la mela sarebbe per lui solo un riempimento dello stomaco. Se tutti noi fossimo ciechi dalla nascita, sapremmo che esistono solo le cose che si toccare o ascoltano o gustano: toccheremmo un albero senz’avere una pallida idea di come sia fatto l’albero. Sentiremmo il vento ma lo crederemmo un qualcosa con un corpo. Tutto ciò che c’è ha un nome perché vedendolo ne percepiamo le caratteristiche, così gli diamo un nome appropriato. Anche nel caso della mela. E, se non lo percepiamo, gli diamo un nome di fantasia (anima, spirito, angelo, Dio), che magari sarebbe assai diverso se lo potessimo percepire.

Italo Bonassi
Ma la poesia a che serve?
La poesia è l’espressione più genuina della nostra anima, tanto genuina, intima, nostra, che spesso abbiamo una certa ritrosia nel comunicare agli altri ciò che abbiamo messo giù s’un foglio nel confessionale della nostra coscienza.
Al di là della grata, nel mistero buio della divina sapienza, c’è un qualchecosa o un qualcuno che ci detta l’ispirazione, l’estro, un qualcosa o un qualcuno che ci suggerisce le parole che abbiamo dentro e che non sappiamo di avere, e che sgorga genuino dall’inchiostro della biro o dai tasti del computer.
A proposito dell’esigenza piuttosto comune di mettere qualcosa in versi, da un’inchiesta di qualche anno fa, i 2/3 degli italiani hanno scritto o cercato di scrivere qualche poesia, alcuni hanno continuato, altri hanno finito lì.
Com’è noto aveva, del resto, scritto Benedetto Croce (salvo poi ricredersi ) che chi scrive poesie dopo i 18 anni o è uno stupido o un poeta. E forse è un bene che la gran parte non vadano oltre i 18 anni, sennò saremmo un popolo pieno di stupidi.
Non sempre si riesce però a trovare la chiave per aprire la propria anima al lettore, perché la poesia è, come ha scritto Milena Milani, una sorta di “versi-preghiera, tra amore e sofferenza”, cioè un qualcosa di estremamente intimo, inesprimibile in parole. Difficile passare dalla poesia pensata a quella scritta.
I versi sono il felice connubio fede-ispirazione poetica, pensieri poetici ispirati, confessioni di uno che si chiede perfino se sia un visionario, versi anche semplici, non arzigogolati ma col buon sapore dell’umiltà della Parola che dice, non di quella che cerca di non dire, che resta nel buio dell’incomprensibilità.
La Parola con la P maiuscola, quella meditata e meditante, che è solo una parte delle parole che il poeta tiene dentro di sé e che giocano libere nel fondo del cuore, non quelle che riesce ad estrarre e mettere in iscritto.
Fulvio Tomizza ha scritto che al poeta “è necessario in primo luogo a se stesso e poi, eventualmente, a chi lo legge”. Essere necessari a noi e a chi ci legge credo sia il massimo.
Sapere di aver dato anche solo con un verso qualcosa in più che il nostro lettore non aveva, credo possa farci pensare di non avere scritto invano. Se qualcosa di noi resta negli altri, anche solo un mezzo verso, una sola nostra parola, possiamo dirci di avere assolto un nostro compito.
Si pensi ad esempio ad Ungaretti: M’illumino d’immenso, o a Quasimodo: Ed è subito sera.
Ma, in fondo, tutto si disperde nel nulla, il profumo del faggio trasformato in un tavolo, in un mobile, è coperto dall’acre odore della vernice, e non ci resta che sopravvivere, come aveva scritto un poeta sacerdote conosciuto anni fa, “nello schienale d’un nobile legno e ascoltare le parole dei salotti ariosi e nel leggio che regge il mio vangelo”.
Ma, rimettendo i piedi a terra, possiamo noi affidare il nostro destino alla poesia e alla letteratura in genere? Cosa ci dicono la poesia e la letteratura ad es. dei grandi conflitti mediorientali, del globalismo, del terrorismo islamico, delle migliaia e migliaia di emigranti che credono, sbarcando da noi, di trovare, l’Eldorado privo dei mille problemi etici ed esistenziali del giorno d’oggi?
A cosa può mai servire al giorno d’oggi la poesia? Un cinico direbbe: ad evitare che un certo numero di pensionati passi le sue giornate a leggersi il quotidiano al bar o a giocare a briscola o a bocce.
Tornando seri, i teorici della filosofia continuano a farsi questa domanda: A cosa serve la poesia?
Sono le stesse questioni che Platone nella Repubblica rivolgeva alla grande poesia omerica e alla poesia tragica: un poeta ci insegna a guidare una nave? Ci insegna a guidare un esercito? È uno stratega? Ci garantisce la vittoria?
No, un poeta non ci insegna nulla di tutto ciò. Ma neppure la filosofia ci insegna nulla. Tutt’al più entrambe ci possono insegnare la fiducia nello stratega, ad affidare a lui il nostro destino.
Ma quando la poesia si dà il compito di servire a qualcosa, a dare un indirizzo etico, ha già tradito la sua missione della verità. Ed è rispetto a questa che i poeti, già nell’antica tragedia greca, ma poi sempre più nell’età del moderno, hanno messo in questione la loro voce.
La poesia deve essere semplicemente solo fedele alle cose, esprimere la loro luce, la loro intima anche se inutile bellezza, le cose che un non poeta non può vedere, non con grandi parole, ma piuttosto con la parola povera, che ci parla delle cose e del mondo. Per Montale, là dove la parola sembra perdere ogni suo valore comunicativo, inizia il messaggio spirituale della poesia, che dà voce agli oggetti muti e rende iridi le scaglie della triglia moribonda. Voce che dà vita ad un fugace, luminoso ma illusorio riflesso, come Montale afferma appunto in una delle sue più belle e meno lette raccolte, Dora Markus.

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La coda del diavolo

LA CODA DEL DIAVOLO

L’altr’ieri, chiacchierando tra di noi
delle piccole tante care cose
che più ci disinteressano,
come la coda, sì, la commendevole
coda del diavolo,
è successo
che, manco a farlo apposta, inaspettato,
lupus, si sa, in fabula, ad un tratto,
a forza di parlarne, gli è riuscito
di uscir dalla sua tana e intrufolarsi
in mezzo a noi,
a discutere sul diavolo..
Noi, nel nostro dotto chiacchierare,
si aveva una visione un po’ diversa,
si alludeva cioè alla circonferenza
del diametro del raggio;
quanto meno
ciò che riguarda le circoncisioni,
lasciando poi da parte, beninteso,
il prepuzio, – all’ordine del giorno,
del diavolo, – a parer nostro
il più dotato
alla concentricità dello sfintere.
Certo si sa, se ne parla e legge,
che gli angoli, sia isosceli che retti,
son senza più cateti e ipotenuse,
portati via del diavolo, strumenti
di tecnica di misura del pisello
per farne poi a metà coi bisognosi,
cosa per cui, si sa, gli ha procurato,
il soprannome
del Samaritano.
E questo ce l’ha detto, chiacchierando,
proprio lui, tra noi, amichevolmente,
della coda del Diavolo, o meglio,
mi correggo: la coda
del Buon Diavolo.

NON FAR NIENTE

Solo, senza anche me, senza nessuno,
e la felicità di trovarsi soli,
come un non essere mai stato,
e vivere la mia vita senza viverla,
senza far niente, inerte,
come un tronco portato alla deriva,
neppure un’eco di una parola sola.
La felice malinconia di non far niente.

Seguo con l’occhio il volo di una mosca,
e penso: almeno fa qualcosa,
ronza, ed il ronzio è un urlo nel silenzio
di questo niente, e soffoca e divora
ogni cosa, e la invidio. Vorrei essere
anche una mosca – è orribile, – ma essere.

DIO ERA STANCO

È ancora lì che lo racconta: un giorno,
andandosene a zonzo, incontrò Dio,
sì, Lui, seduto sopra un muricciolo
dell’orto della Gegia, e gli diceva:
Ho smesso di creare, e sono stanco;
ciò che ho fatto, ho fatto, tocca al Caso,
ammesso che lo voglia, proseguire
il mio operato. E sorrideva,
come uno che se ne va in pensione.
Ma era un sorriso triste. E l’Universo
sorrideva pure lui. Un sorriso triste.
Così, se ne andò. Ma era proprio il caso
che se ne andasse, e subentrasse il Caso.

LA STANCHEZZA DI NON ESISTERE

Stanca, sì, esistere, ma stanca
forse di più anche non esistere.
Stanca sapere di esser niente,
stanca alzarsi e stanca non alzarsi,
stanca non uscire sulla strada
a fare pomeriggio, e, dopo, sera.
Stanca, dopo la sera, non far notte.
S’è proprio vero che pensare stanca,
assai di più stanca non pensare,
non star seduto e zitto, a mente vuota,
immobile, la testa tra le mani,
a non pensare. Stanca
lasciare alle leggi di natura
l’inerzia di far scorrere le ore
senza manco dovere intervenire.
E se per caso uno bussa all’uscio
e fa il tuo nome, lascialo bussare.
Apri a chi non bussa e non ti chiama,
e tutto scorra via, dentro e fuori,
tutto divenga un unico non-essere,
tutto un non aprire e un non-bussare.

La traccia

Una traccia

E’ una traccia certa e confortevole
per l’uomo che non sono. E allora vado
dove la poiana spezza il volo
ed ammutisce il canto,
e le nuvole non hanno più la pioggia.
Entro confuso in un riverbero
di luce che mi guida in paradiso.
C’è chi mi dice che va in l’inferno…

Tu lo sai bene

E DUNQUE TI DIMENTICHI

E dunque ti dimentichi
che a mezza estate sa la terra
di spigo, fiordaliso e di frumento
per fare pane. E invece inverno
ci dona quel suo senso d’umidiccio,
un odore di chiuso aspro e forte.

È inverno, sì, e il tempo si riposa
con la neve inargentata sugli olivi
e il pane custodito nella madia,
e se i muri dove sgronda un po’ di muffa
sgocciolano uno sgradito sudaticcio,
passaci, Maria, del verderame
e tergilo con un panno bene asciutto.

Inverno sa di cosa antica,
semplice ed austera, anche preziosa,
e sulla balaustra incorniciata
da un po’ di neve, tràcciaci un segno
col dito, uno svolazzo, un ghiribizzo,
a disegnare un non so che cosa,
una pesca di maggio od una rosa.

AUTODAFÉ

mi son messo di buzzo buono e mi son dato,
alla politica:
mi sono vergognato
di me e mi sono processato,
condannato al patibolo. Al ludibrio,
alla gogna.
Non l’avessi fatto!
Poi, mi son dato la grazia. Assolto
per incapacità di reggere all’assalto
dei politici, una vittima
del martellamento quotidiano
del viva e abbasso.
Basta Zingaretti,
basta, Salvini, Fico, Berlusconi,
finiamola con Di Maio e la Meloni,
meglio il pizzicagnolo,
un panino
con due o tre fatte di salame
e un buon bicchiere d’acqua limonata.
Meglio soli che male apparentati.

FILIGRANE DI STELLE

Non ricordi? Mi fermai in tuo pensiero,
quella notte di vento. E la luna
intesseva filigrane di stelle. (Amore,
ti dicevo, mio amore, già luglio
incastona le gemme nel silenzio
notturno, Se tu vuoi,
entrerò nei tuoi sogni…) Ridevi,
era l’ultima estate. Già il vento
scuoteva le rose, correva,
odorava di erba. (Il tuo viso sapeva
di lacrime, di baci
di vento. Amore,
mio impossibile amore mai esistito…)

LE FORMICHE SONO ETERNE

Giace il morto a terra. Una formica
s’arrampica a fatica s’un suo zigomo.
È morto dall’altr’ieri, ha la barba lunga,
probabilmente i morti non si radono.
È, a dir poco, una cosa amorale,
la morte, le interessano anche i giovani,
non molto disponibili. Tranquilla,
come niente fosse, la formica
avanza passo passo scavalcando
millimetri di peli, indifferente,
come attraversasse un campo di battaglia
tra pelo e pelo. Ogni pelo un morto.

La morte è del resto una cosa d’altri,
cosa che non compete alle formiche,
perché tanto si sa che sono eterne.

TU LO SAI BENE

Tu lo sai bene come non fece nulla
di suo l’albero
che incominciò a fiorire.
Era aprile, ed io lo controllavo,
e i fiori gli si aprivano da soli,
spontaneamente, senza che neppure
intervenisse,
lui manco lo sapeva:
gli alberi non hanno conoscenza,
non sanno quel che fanno.
Eppure, vedi,
nessuno mai mi ha dato tanta gioia
quanto lui, vedendolo fiorire:
l’ammiravo, per me era bellissimo,
unico nel suo genere, un artista.
E tu, a ridertela.
Per te era normale
che un albero volesse fare fiore
In aprile, era lui che lo voleva,
Figùrati…
Non sai con quanta
lena procede a tanto prosperosa
rossoarancio perfetta fioritura,
è un albero, e lo sa
che ha da far fiore
ogni anno puntuale a fine aprile,
non sgarra. E nel dirmelo mi guardi
bonariamente.
sai, non è per me il caso
di prendersela. Ed anche lui sorride,
l’albero. Mi fa di sì,
muovendo appena un ramo.
Sì, è vero.

LA CINCIALLEGRA

Prima un frullio, e poi, inatteso, il canto:
la cinciallegra. O la cinciatriste.
Vivido e scomposto,
il vento ammutolisce al suo richiamo,
e la fuga del fiume si ferma.
Tremo alle parole che mi dici,
ci separa e ci unisce questo volo
di uccello, l’improvvisa ascesa
e il gorgheggio, strazio e tenerezza,
amore e tempo che s’involano.

ZITTO ZITTO

Come un atto d’amore la carezza
del buio sulla vecchia casa.
Una corrosa gronda sulla strada
gocciola balbettando una piovana
acqua di fine aprile. Nell’ascolto
io vivo senza odio e senza amore,
zitto zitto, così, senza far niente.
in non so quale parte del mio corpo,
tutto ciò che dico e faccio, e applaudo.

SEI SCESO DA LASSÙ

Sento una tua mano s’una spalla,
lo so, sei tu che mi tocchi, babbo,
sei sceso da lassù, ora ch’è sera,
e hai fatto chilometri di cielo,
scendi ogni tanto a leggerti le ultime
notizie sul giornale, per sapere
qualcosa di quaggiù, come solevi
fare da vivo al bar, col quotidiano
e un calice di rosso. Lassù, in cielo,
il giornale è quello che ti manca,
e anche se non si sta poi tanto male,
non c’è l’ombra di un bar né d’un’edicola,
non c’è nulla da fare, tutto è fatto,
anche il non fatto, e, per far qualcosa,
sai che si fa? Si ozia. E’ già qualcosa.

Il mio naso

SUL MURICCIOLO

Quando il salice era verde e il cielo azzurro,
e il giglio di San Giovanni ancora in fiore,
l’aria si affaticava tra le case,
riluttante al mattino che avanzava.

Era luglio, ricordo, e s’indugiava
s’un muricciolo tra di noi a parlare
di mille e mille cose, anche di donne
– eravamo assai giovani e spigliati
e la vita era un gioco da inventare. –

Data l’ora del pranzo già vicina,
le vie della città erano deserte ,
e noi, esitanti tiratardi, ancora
indugiavamo all’ultima tirata
di sigaretta. Gli occhi lacrimavano
dal fumo, e si tossiva. L’ultima, e poi basta.

C’è un angelo, lassù, od un suo simile,
nell’aldilà, che, appena noi si passa
a guado all’altra sponda, dia una mano
a rimetterci ancora tutti insieme
di là, s’un muricciolo, a chiacchierare
e a ridere di angeli e non di donne?

QUANDO VERRÀ IL DOPO

Quando verrà il dopo,
limata e piallata ogni passione
terrena, espunto
ogni dubbioso
più che ragionevole rilievo
di sorta, scartata ogni altra
possibile o no via d’uscita,
sfrondata ogni risibile illusione
di cuore e di cervello,
ed accertato
come un fatto di miserrima
per noi irrilevanza
il tempo dei saluti e delle mezze
parole spiccicate all’occasione,
come a dire: Fa’ il bravo,
ce ne andremo
sereni e spensierati anche stamani
al bar per la consueta
nostra solita minerale alla menta.

DARWIN

Hanno scritto che tutti noi viventi,
uomini,alberi, animali,
discendiamo da un unico antenato,
un microbo, nel big bang primordiale,
una semplice molecola. Ciò a dire
che noi si è imparentati con la foca,
e il grillo ci è cugino alla lontana
con il cavolo cappuccio come nonno

LA BELLA VITA

La salvia, la mentuccia e il rosmarino
fanno oramai già quasi primavera.
Questa è la bella vita, e la si vive
passo a passo come i vagabondi
che camminano per vivere. Amici,
andiamocene camminando pure noi
tra sedani, basilichi e cipolle
in questa vita insulsa, però eterna,

Eterni noi, i broccoli e i radicchi,
poi, se si è d’accordo, anche le rape..

MI SBEFFEGGIO

Oggi ho una voglia di piangere, e non piango.
Tanto, a che serve? Inutile sprecare
lacrime di sorta. Meglio ridere
di me, di quel che mi rattrista:
buffo, anzi ridicolo, il mio dolore.
Odio il mio braccio ed il mio ginocchio,
che mi tengono a letto al quarto piano
d’un ospedale, è meglio una prigione,
dove almeno hai una boccata d’aria
e quattro passi… Ma non piango, rido
anche se mi vedo piangere, rido.
No, non mi faccio pena, mi sbeffeggio

SPROLOQUI DEL QUARTO PIANO

Un muro, un cancello ed una siepe,
dietro di cui si sogna immaginosi
interminabili orizzonti d’infinito,
lassù, a pochi passi dal pensiero,
da cancellare e poi ricostruirne
degli altri più grandiosi e più lontani,
fino a arrivare all’ultimo, all’estrema
fine di un Tutto eterno e provvisorio.

Poi ritornare un po’ più in qua, in codesta
simpatica stanzetta al quarto piano,
al letto ventidue, a non far altro
che vivere tra una flebo e uno sbadiglio.
L’eternità? Ma sì, se c’è, ben venga…

IL MIO NASO, OPERA DI DIO

Ciò che di me esiste, oh sì,
anche il naso
od il braccio, sia il destro che il sinistro,
rotto o non rotto, beh, sicuramente
merita tutto il mio stupore e orgoglio,
come tutto ciò
che Dio ha creato
con somma bonomia. Un poco come
le nuvole, le stelle, il sole, il vento,
mettici le albe ed i tramonti,
e, come no?, la luna,
tutto insomma
di me e di non me merita rispetto,
nonché contemplazione. Perché tutto
è opera di Dio. Anche il mio naso.
Me lo cerco nello specchio:
sì, mi piace.

IL MERCATINO DI NATALE

Oggi c’è il mercatino di Natale,
sperando che a nessuno salti in testa,
per non urtare
qualche mussulmano,
di metterci il veto. Già, il rispetto
verso chi te lo nega e ti considera,
perché leggi il Vangelo, un infedele,
non mi pare che sia la strada giusta
da fare.
Un Papa d’altri tempi
è quello che ci manca. Non possiamo,
per Dio!, offrire sempre l’altra guancia.

Stanca non esistere

UNA PASSEGGIATA DOPOCENA

Passeggiava da anni ed anni dopocena
con la moglie, la suocera e i bambini,
quattro passi e una boccata d’aria fresca
e un cono di gelato all’amarena,
tranquillo, senza correre il pericolo
d’un borseggio o un scippo a mano armata,
come capita oggigiorno. Eran tempi,
oh sì!, beati, si poteva uscire
col buio, a tarda sera, con serena
sicura libertà di passeggiare
per via, tranquillamente, spensierati
con la moglie, la suocera e i bambini,
e un cono di gelato all’amarena.

Oggi non resta più neanche il ricordo
di quelle passeggiate dopo cena:
solo, senza suocera e bambini,
che son rimasti per prudenza a casa,
mentre cammini par sentirti addosso
l’occhio e il respiro ed un frusciar di passi
lieve e sospetto di chi ti vien dietro,
un’ombra buia ancora più del buio,
e allunghi i passi e acceleri, col cuore
in gola e la paura, e non vedi
l’ora di entrare e barricarti in casa,
due giri e più di chiavi e catenaccio..

Ma mentre ti godevi il dopocena,
c’è chi ha pensato di venirti in casa
con un tanto di suocera e bambini,
due giri e più di chiave e catenaccio.
C’è chi dice che un domani sarà peggio…

QUAGGIÙ

Quaggiù come
un colpo di vento
nel buio di vicoli claustrali,
per vie e piazze ed orti ormai scordati
da Dio e silenzi
di chiese ormai vuote,
senza più preci,
passò come un colpo di vento
tra parole di ombre affollate
e croci di miserie
e di lacrime.
Urlando
nella pace delle notti senza luna,
cresciuto nei più fondi sottoscale,
dove al pianto delle madri i figli
tendono le mani a un Dio che non sa amare.
Passò tra l’odore
dei fritti dei dopocena,
il tempo che non concede sconti né alibi
nel freddo inferno dei carruggi,
passò
con le zampogne di Natale
che suonano l’Alleluia
tra discariche e panchine con barboni
infagottati sotto un cielo di cartoni,
passò
nella carità dei lazzaretti,
tra gli sfarzi sontuosi dei palazzi
dei Re, tra le lussuose dimore
dei potenti,
passò
con la pietà di un bacio
di una Madre al suo Figlio morente.

NON FAR NIENTE

Solo, senza anche me, senza nessuno,
e la felicità di trovarsi soli,
come un non essere mai stato,
e vivere la mia vita senza viverla,
senza far niente, inerte,
come un tronco portato alla deriva,
neppure un’eco di una parola sola.
La felice malinconia di non far niente.

Seguo con l’occhio il volo di una mosca,
e penso: almeno fa qualcosa,
ronza, ed il ronzio è un urlo nel silenzio
di questo niente, e soffoca e divora
ogni cosa, e la invidio. Vorrei essere
anche una mosca – è orribile, – ma essere.

NOTTE DI MEMORIE

Ascoltò a lungo l’orologio a muro
battere nel cuore della notte.
Come le voci delle cose morte,
tentavano il silenzio della camera
i sospiri delle persone morte.
Fuori, pallida, lassù, la luna,
scialba, come scialbe erano le voci
delle ombre che chiamavano giù in strada.
Nella notte tornavano memorie
fresche di gola a lume di lanterna,
fiamme d’acetilene. Le ascoltava
come fossero sue, le sue memorie,
lontane, lontanissime, monotone
come un sommesso battere di pioggia.
Erano i suoi fantasmi, e se ne andavano
come il fumo che fuoriesce da un comignolo,
un povero fil di fumo senza storia.

DIO ERA STANCO

È ancora lì che lo racconta: un giorno,
andandosene a zonzo, incontrò Dio,
sì, Lui, seduto sopra un muricciolo
dell’orto della Gegia, e gli diceva:
Ho smesso di creare, e sono stanco;
ciò che ho fatto, ho fatto, tocca al Caso,
ammesso che lo voglia, proseguire
il mio operato. E sorrideva,
come uno che se ne va in pensione.
Ma era un sorriso triste. E l’Universo
sorrideva pure lui. Un sorriso triste.
Così, se ne andò. Ma era proprio il caso
che se ne andasse, e subentrasse il Caso.

LA STANCHEZZA DI NON ESISTERE

Stanca, sì, esistere, ma stanca
forse di più anche non esistere.
Stanca sapere di esser niente,
stanca alzarsi e stanca non alzarsi,
stanca non uscire sulla strada
a fare pomeriggio, e, dopo, sera.
Stanca, dopo la sera, non far notte.

S’è proprio vero che pensare stanca,
assai di più stanca non pensare,
non star seduto e zitto, a mente vuota,
immobile, la testa tra le mani,
a non pensare. Stanca
lasciare alle leggi di natura
l’inerzia di far scorrere le ore
senza manco dovere intervenire.

E se per caso uno bussa all’uscio
e fa il tuo nome, lascialo bussare.
Apri a chi non bussa e non ti chiama,
e tutto scorra via, dentro e fuori,
tutto divenga un unico non-essere,
tutto un non aprire e un non-bussare.

Il male fa bene

NEBBIA A UFA

Non ho mai avuto tanta voglia
di vivere come oggi che piove,
e fa freddo, e gli usci sono chiusi
e le vie quasi deserte.
Nebbia a ufa,
a folate fino ai quarti piani,
non una sola finestra che non sia
chiusa. Ricordo lei che mi diceva:
No, mi dispiace,
oggi non vengo.
La nebbia, al di fuori di ogni schema,
sale e scende rabbiosa, e Dio lo sa,
– oh se lo sa anche Lui! – quant’è noiosa,
biancovestita copre case e strade,
– nel caso che ci siano, anche i semafori,-
lascia solo qua e là qualche fugace
scorcio di verde – un orto od un geranio
in un vaso, – ed una piccola finestra,
un attimo. La sua. Ma è sempre chiusa.
No, mi dispiace,
oggi non vengo.

UNA MONETA SULL’ASFALTO

Ti attendo senza fretta, disse il vento.
Cercava un posto dove andare. Un refolo
appena percettibile sfiorava
l’abito della donna. Una parola
cadde come una moneta sull’asfalto.
Tintinnò nel silenzio della strada.
Oggi voglio combattere la noia,
disse lei. La luna non lo sapeva,
abbandonò nel buio uno sbadiglio
di luce un po’ annoiata. Il tempo
era senza una via d’uscita: Come a dire
che la brutta stagione era in anticipo.

NON SONO CHE STUPIDI VIOLINI

Non sono che stupidi violini
da saltimbanchi, maschere stonate
nel rumore di un pazzo carnevale.
E noi, affaccendati a camminare
in lunghe autocolonne tra le crepe
di un muro divisorio, li ascoltiamo
curiosamente, le punte degli orecchi
ritte, formiche rosse sentenzianti
pie giaculatorie. E nel passare
avanti e indietro, a completare
il giro della città di pietra, raccogliamo
le briciole di una vita passeggera
lungo infiniti punti cardinali.

IL MALE FA BENE

Coltiva le parole come fossero fiori
da agghindarsene i giorni di festa,
con insulti e infuocati sermoni
sull’uso del male.
Il popolo ha fame,
sentenzia, non dei soliti
luoghi comuni sul bene, ma di un’aura
di alati concetti metafisici
su assolute verità di parole
da piantare come chiodi
nei cervelli, e allora diciamogliele
gridando, è logico ed umano
gabbare con sottili sofismi ingannando
il popolo bue,
è il male,
ecco, è il male, il male che fa bene,
non il bene, alla gente,
è il peccato
che ci vuole, sì, il peccato, per redimerci
e renderci sommamente virtuosi.
Ma in nome di che cosa, e per quali valori
si va in paradiso? Di certo
non con parole d’amore,
non con opere odiose di bene,
filantropiche, ma solo con atti
e parole di odio, sia solo
l’inumanità il nostro etico saldo
irremovibile principio
di vita. Sì, odiamoci!
Applausi
entusiastici, coltellate e colpi di armi
da fuoco. Funerali e necrologi.
Risolta l’innaturale democratica
annosa soluzione
del controllo della specie. Ragazzi,
siamo in troppi, non dobbiamo invecchiare,
dobbiamo morire un po’ prima,
lo dicono da tanto oramai
le statistiche che dobbiamo affrettarci
a morire. E allora, che aspettiamo?
Moriamo!

L’ETERNITÀ IN RITARDO

A lungo si parlò di Piero a casa
di Giacomo, e a casa poi di Piero
a lungo si parlò anche di Giacomo,
tanto per par condicio.
Ed i discorsi
caddero sul più e meno – soprattutto,
dicono, sul più, ch’era scontato
che nessuno parlasse più del meno,
per via di Anna. Ad Anna
si sa, il meno non aggrada.E piovve
per giorni e giorni,
e accaddero poi cose senza senso,
ma nessuno parlò di senso o cose,
era la volontà di Anna, sempre lei,
che dopo le devozioni della sera
ringraziò la platea e poi disparve
come un soffio che spegne la candela.
Passò poi di lì
un forestiero
e disse: Bah! E scacciò via una mosca,
e, già che c’era, un passero. Poi
qualcuno ne parlò, però non c’era
contradditorio o claque. Così, chi c’era,
si strinse nelle spalle, e disse: Amen.
E tutti in coro ripeterono: Amen.
Ma c’era un filo d’erba che tremava
dal gelo, ma era l’unico a aver freddo,
Noi no, avevamo il passamontagna
con un tanto di borsa d’acqua calda.
Del resto l’eternità era in ritardo,
come al solito. E allora ci sedemmo
comodi ad aspettarla. E, con noi, Anna,
anche se non c’era.
Ma c’è un’Anna ?

Anche Dio si adegua

MEZZOGIORNO ALLA MOIA DELL’ADIGE

Simula l’estate, ma è autunno,
un ottobre inconsueto più che tiepido,
e verdissimo è ancora il fogliame
ultrafrondoso, ed ora, mezzogiorno,
l’acqua dell’Adige divalla
la sua tranquilla acquosità di fiume
ambrato tra le rive. Io sono qui,
alla Moia, e tutt’intorno è zitto,
col cielo, lassù, alto, ch’è un cristallo
azzurro trasparente, e tutto pare
splendere in un unico lucore
di terra, fiume e cielo. Benedici,
sì, benedici, Dio, ti prego,
questo giorno che s’approssima alla sera
tra giubilo e mitezza, e che il silenzio
alto del mezzogiorno qui, alla Moia
dell’Adige, sovrasti ogni rumore
del giorno che si approssima al tramonto.
Ti prego che sia sempre
un mezzogiorno
di sole e di tranquilla azzurrità
di cielo e di accese fioriture
di tardi settembrini.
O quantomeno,
benedici almeno me, Dio, ti prego.

ANCHE DIO SI ADEGUA

I rintocchi delle campane elettriche,
è il suono trionfale della chiesa
che va coi tempi.
Addio, vecchie campane,
dolci rintocchi a muscolo di braccia,
dal lento e gaio suono dell’infanzia!
Anche Dio oggigiorno
si è adeguato
all’elettrico suono del batacchio,
e le donne che corrono al rosario
nelle piccole chiese di campagna
nelle sere di maggio, hanno un Dio
diverso da una volta,
un Dio moderno.
Non è più tempo di angeli e di santi,
ma di chiese che paiono palestre,
senza più croci e Sant’Antonio in legno
né Madonnine
a fianco degli altari.
Solo le vecchierelle di campagna
conservano gelosamente nei cassetti
dei comodini
un piccolo Vangelo.
Altro non si può. Dà fastidio agli atei,
e disagio
ai bambini mussulmani.

LA PICCOLA ETERNITÀ DELLE FORMICHE

Corrono indaffarate lungo il muro,
e, se avessero la voce, lancerebbero
tante piccole grida, le formiche
uscite con il sole. Van su e giù
senza una meta, a caso, in un frenetico
e stupido toccarsi con le antenne.
Forse, chissà, è un modo come un altro
per scambiarsi due chiacchiere di fretta,
come càpita a noi nell’ascensore,
o, chi lo sa, è un loro far l’amore
piccolo e breve, – amore di formica -.

Le guardo zitto da una panca all’ombra
nella canicola di una breve estate
mentre corrono, si toccano e si affannano,
non sai se tristi o liete. Non s’accorgono
di vivere di corsa, non lo sanno
che cosa voglia dire stare fermi,
stesi comodi all’ombra e meditare
sulla piccola eternità delle formiche.

O forse non lo sanno cosa farne.
La morte le porta via, e non sai dove.

Il Paese dalla laurea facile

Italo Bonassi
Il Paese dalla laurea facile
L’Italia è il Paese dei dottori, tale titolo lo si dà anche come atto di furbo ossequio (si pensi ai posteggiatori: indietro, dottò, più a destra, dottò), ma quello che non mi va, è il malcostume delle lauree “ad honorem”, di cui si fa a volte un improprio e anche ridicolo abuso, conferendo il dottorato a chi magari non è andato oltre le Elementari.
Le nostre Università sono assai prodighe a distribuire lauree ad honorem nei più disparati settori dell’attività umana. L’ultima, sempre che nel frattempo non ne abbiano inventata qualcun’altra, è la laurea in Musicologia conferita a Moni Ovadia, quello strano tizio frequentatore delle tivù con tanto di papalina e vestiti sgargianti e quella, ma in questo caso pienamente meritata, di laurea in Patrimonio artistico ad Alberto Angela. Dottore in sociologia è stato fatto don Luigi Ciotti, non perché abbia conseguito la Laurea, ma perché si distingue per il suo impegno a favore degli immigrati, così come una laurea in Scenografia l’ha ottenuta l’attore Fabrizio Bracconieri, il Bruno del Ragazzi della Terza C, e un’altra, in Linguaggio giornalistico, è andata all’inviato di Striscia la notizia, Luca Abete, per non dire poi del bottino di nove lauree, appannaggio di uno che non si è mai laureato, Roberto Benigni, che ha fatto incetta di lauree ad honorem in Lettere, in Filosofia, in Psicologia, in Diritto. Fruitori di dottorati sono cantanti ed atleti (non certamente scrittori né poeti). Cito, fra gli altri, Vasco Rossi (laurea in Comunicazione), Valentino Rossi (dottore in Pubblicità), il calciatore Francesco Totti (laurea in Business dello Sport), Luciano Ligabue (plurilaureato senza una sola tesi), dottore in Editoria e Musica, Claudio Ranieri, allenatore di squadre di calcio dottore in Scienze Motorie, il cuoco Massimo Bottura laureato non in Scienza del Cotechino ma in Direzione Aziendale. Una laurea ad honorem addirittura è andata a Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, anzi al dottor Mimmo Lucano, fresco laureato, non è non scherzo, in Utopia, per il quale l’utopia è diventata dunque realtà. Roberto Saviano, mai laureatosi, è stato proclamato dottore in Giurisprudenza.
C’è poi la Ministra dell’Istruzione del Governo Renzi che si era dichiarata dottoressa, pur avendo fatto solo le Medie, e che, scoperto l’inganno, non è stata sollevata dall’incarico, ma ha continuato ad essere la responsabile dell’istruzione, cadendo, come si poteva immaginare, un paio di volte in ingenue gaffe. Il fascino della laurea…
Ed io, povero stupido, che con grandi sacrifici economici, mi sono fatto un mazzo per cinque anni a Padova, dormendo in uno stanzino in soffitta pieno di ragnatele insieme ad altri tre stupidi come me e mangiando alla mensa della POA, in compagnia dei barboni della città. Ma almeno la mia è stata una laurea vera, con 35 esami, tesina e tesi. Con i chilometri che macinavo per raggiungere l’Università dovei essere anche dottore in Scienze Motorie
Da: QUADERNI, giugno-luglio 2019

Perché poesia

Elena Albertini
PERCHÉ LA POESIA?
Bombardati, come siamo quotidianamente, dalle brutture della vita, vedi omicidi-suicidi, violenze di baby-gang, ruberie, scandali politici e non, può apparire una provocazione o peggio una fuga dalla realtà, parlare di una associazione che, in maniera tanto sommessa quanto autorevole, tesse una rete di significative relazioni extra regionali: Il Gruppo Poesia ’83, condotto e animato con passione da Italo Bonassi e Giuliana Raffaelli. Realtà tanto ammirevole se pensiamo che, in un momento storico dove sembra vincere la sub-cultura, ha il coraggio di coltivare e produrre non solo pensiero ma addirittura pensiero poetante: poesia. Ha, cioè, il coraggio di proporre una forma di linguaggio che presuppone silenzio, lentezza, ascolto, intelligenza, riflessione, profondità. Emozioni. In pratica tutto il contrario di quello in cui siamo immersi e di cui siamo nutriti ogni minuto.
Ora, se è importante sostenere l’attività del Gruppo Poesia, altrettanto fondamentale è, però, arrivati a questo punto, rispondere alla domanda di più ampio respiro che ne consegue: ha ancora senso la poesia?
E’ aderente al principio di realtà chiedersi dove stia il senso della poesia quando tutti i giorni, per dirla con Heidegger, ci scontriamo con una povertà che è “nuova” perché è destinata a diventare sempre più povera, non essendo consapevole del livello di povertà a cui è giunta e, dunque, per questo, non in grado di mettere in campo gli anticorpi necessari a guarire e risalire la china?
In altre parole, può la poesia ancora parlare al mondo contemporaneo sempre più avvinghiato nella superficialità e nell’ignoranza o deve rinchiudersi fra le quattro mura asfittiche abitate da pochi nostalgici?
La prima risposta che convintamente dò è che la poesia è oggi necessaria per il semplice motivo che produce quella forma di cultura che sa raccontare la verità.
Ossia mette a disposizione, di chi non si accontenta delle apparenze e delle falsità, il linguaggio per capire la realtà, per “intelligere” il mondo che ci circonda, per andare dentro le cose e scavare nelle loro profondità, permettendo una relazione non con le ombre o i falsi miti ma con il vero.
In questo senso la poesia è una delle poche possibilità che ci sono ancora concesse di andare oltre la schiavitù dei social, di prendere le distanze dalla dipendenza virtuae, di discernere fra il bene e il male, di
rifiutare ciò che ci costringe a pensare e vivere entro un mondo che non c’è ma è tanto potente da uccidere piano piano la nostra stessa razionalità.
Aprire, allora, uno spazio in cui i poeti, dialettali e non, possono incontrarsi e dare memoria alla poesia diventa un’opera della massima attenzione quale spazio entro il quale il pensiero continua a produrre pensiero libero.
In questa ottica la seconda risposta che dò è che la poesia non solo è necessaria ma è salvifica perché preserva quella particolare forma di cultura che è la speranza.
Simon Weil scriveva che la poesia è l’incarnazione della dolcezza e della grazia per cui nel mondo dominato dalla forza e dalla violenza essa porta il miracolo del dono e del perdono, dell’amore e della bellezza. Porta l’uomo a riconoscersi come persona che senza paura sa chi è, ricorda da dove viene e guarda a dove va.
Al proposito Yves Bonnefoy, nella sua opera “Nella sfida occidentale della poesia” scriveva che il rischio a cui l’uomo contemporaneo va incontro dopo aver ucciso con Dio ogni fondamento a cui ancorare il proprio essere nel mondo, è certamente rimanere sull’orlo dell’abisso ma cosa ancora più tragica è lasciare che le cose svaniscano.
Che vinca l’oblio e con esso la perdita delle nostre radici.
E una società che produce solo il “qui ed ora”, che dipende dal clic di un selfie, che sa usare solo parole ridotte a sillabe o emoticon, è una società che inevitabilmente vive e coltiva solo una delle tre categorie del tempo, ossia il presente, dimenticando il passato e il futuro.
La poesia, allora, è salvifica perché ha il merito di opporsi a questo processo di nullificazione in atto, ridonando colore alle giornate grigie e forza alla parola di produrre un nuovo linguaggio e, dunque, un nuovo mondo di speranza.
Schopenhauer, non a caso, ricordava che la poesia è potenza rammemorante che canta, è musica che sa arrivare alle corde più profonde del cuore, che sa farle vibrare al ricordo di ciò che pensavamo di aver dimenticato ma che, alla lettura di un verso, entra nel nostro presente con una forza dirompente tanto da sorprenderci e colpirci come un pugno nello stomaco.
Allora la poesia ha senso perché è parola che come la nota di una canzone ci fa rivivere ciò che non possiamo dimenticare, o ciò che credevamo di aver dimenticato o volevamo dimenticare ma che in realtà è sempre lì, quale eterno ritorno delle emozioni che uniche segnano la vita di ognuno di noi: l’amore vissuto, il volto del padre e della madre, i figli.
Emozioni che uniche aprono gli orizzonti del tempo e ci fanno intuire il senso della vita, dilatando il tempo sull’arco lungo che va dal passato al futuro, guardando il presente senza fermarsi ad esso.
Diamo allora il giusto merito a Italo e Giuliana che ancora producono archi armati di frecce d’amore e proteggono un cuore non più di pietra cosicché la bellezza abbia ancora la speranza di salvare il mondo e la poesia possa continuare a costruire il tempio “a che il cammino di una vita non sia un vagare sperduto ma una meta.”

La dott.ssa Elena Albertini è scrittrice, storica e naturalmente poetessa, e ricopre posti importanti nella cultura roveretana, tra i quali ricordo quello di consigliera del direttivo della Fondazione Opera Campana dei Caduti e di presidentessa dell’Associazione Culturale Conventus.
Il Gruppo Poesia 83 la ringrazia per questo bell’articolo sulla poesia che è stato pubblicato con una certa evidenza sul quotidiano trentino Adige il 14 maggio scorso.
Alle interessanti citazioni di Elena vorrei aggiungerne tre, tra l’altro anche bizzarre:
Boswell: Allora, signore, che cos’è la poesia?
Johnson: Beh, signore, è molto più facile dire che cosa non è. Tutti sappiamo che cos’è la luce, ma non è facile spiegarla.
(James Boswell; La vita di Samuel Johnson)
Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché la si trova dappertutto.
(Flaubert: Corrispondenza)
E per terminare:
Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole.
(Leopardi: Zibaldone)