Tempo di rinascita

TEMPO DI RINASCITA

Piove, anzi grandina. Il maltempo
illumina coi lampi una bandiera
che sventola e si agita, folate
che portano la pioggia. C’è una casa
lassù, a strapiombo sulla valle,
la luce a una finestra, un muricciolo
a balzo la protegge dal dirupo.
Lunga la via percorsa, ed ora è sera,
e il sentiero è un tracciato per le capre,
sale a zig zag tra curve architetture
di alberi piegati dal libeccio,
e l’aria è fresca, acre, e sa di mare
e io e il vento siamo una cosa sola.

Salgo un po’ a fatica, poche case
sparse qua e là, come messe a caso,
usci e finestre chiusi, e i muriccioli
che serrano gli orticelli son trionfo
di edere e di ortiche, e una pazienza
di vento che dà un suono sonnolento,
un biascichio di ospite discreto.

Anche il vento arriva qui a fatica,
– l’erta si fa sentire, – e pare arranchi,
come l’uomo che sale con lo zaino
e un alpenstock, tornante per tornante,
e lo vedo se guardo verso valle
sotto di me, tranquillo, passo a passo
metro su metro, e un cane l’accompagna,
fruga qua e là tra i sassi e l’erba gialla.

Forse anche lui va in cerca di qualcosa
– ma cosa poi? – su questo brullo monte
il tempo non si muove, pare fermo
da anni ed anni, è un luogo per lucertole,
vipere e ramarri, e, quand’è sera,
la gente, quella poca che vi abita,
porta le capre al chiuso e serra gli usci.

Guardo l’uomo che sale, mi par stanco,
l’erta l’affatica, e non di meno
non sosta a prender fiato, ha il passo lento
di chi sale da sempre e sa salire,
sento il suono dei passi sul ghiaino
del viottolo, un colpo o due di tosse,
volge ogni tanto l’occhio disattento
in sù, verso di me, che, fermo, attendo.

Sediamo io e lui, in silenzio, i volti
bassi, giù a terra, a fianco l’uno all’altro,
sopra di noi l’azzurra cavalcata
del vento tra le nuvole, il sereno
è ritornato ora che fa sera,
e una luce più chiara già sonnecchia
s’un intrico di cirmoli e mugheti.

Io e lui, testimoni qui per caso
di una specie d’eternità latente,
compagni d’altri tempi, intimoriti
e attoniti, a fianco a fianco, zitti
oltre una cortina d’anni – una frontiera
di ombre invalicabili, – sediamo
in attesa del tempo di rinascita,
del tanto o poco che ci è dato e resta.

Effimeri od eterni? mi domando,
effimeri come effimero è il pensiero,
e lo penso e pensandolo lo vedo
al mio fianco, – lo vedo, è il mio pensato, –
e vedo lui, il pensato, che mi pensa
e fa di me anche lui il suo pensato,
il mio corpo seduto nel pensiero,
reale ed irreale, immaginato.

Sì, sono io, lo guardo e mi sorrido,
io il mio presente e lui la mia memoria,
vicini ma lontani, l’oggi e l’ieri,
divisi dalla morte del passato
con tutta la mia esaltante metafisica

Mi alzo, e pure lui, e mi saluta
con la mia voce e poi mi dà la mano
in segno d’amicizia – parentela -,
la mano è quella mia, io mi saluto
dandomi la mano, e sorridiamo
felici di un ritorno di memoria.

Poi, col bastone e lo zaino in spalla,
scende di fretta giù per il sentiero,
lo seguo trepidante con lo sguardo,
è come fossi io laggiù, che scendo
tornante su tornante, e me ne esco
come un soffio, un alito di labbra,
dal mio pensiero.Venga qualcheduno,
deponga sul mio corpo un crisantemo,
una prece, una lacrima. Son qui,
bello sdraiato e cerco di morire.
Non è facile, lo so, ma a volte riesce.

QUESTA È LA MIA CASA

Questa è la mia casa. Un deserto
angolo di focolare. Il muro,
sporco di nerofumo, l’agonia
di petali di luce dentro un vaso,
come un piccolo sgorbio luminoso
dell’allegria fredda di un sole
che si credeva morto. Guardo,
fuori dalla finestra le stagioni
che consumo scrivendo nell’attesa
le parole che scrivo. La mia casa
è un povero paradiso
senz’angeli né Dio a farmi festa.

Alla mia non più mia terra d’Istria

LA TERRA INNOMINATA
(dedicata alla mia non più mia Istria)

Le spighe si perdono a vista d’occhio,
bionde-oro, nei campi coltivati
sul colle a ritocchino. È il due di luglio,
mezzogiorno, e un uomo si riposa,
s’appisola nell’ombra sotto un olmo.
Viene una donna con un po’ di pane
con del salame e un fiasco d’acqua fresca,
parlotta con un vecchio intento a un pozzo,
gli versa del caffè in un bicchiere
di plastica, e risale la collina,
dice qualcosa all’uomo appisolato,
gli offre un bicchiere d’acqua con del pane.
L’uomo estrae un coltello dal giubbotto,
taglia il pane e ci mette sù il salame,
è l’eucarestia del contadino:
pane, salame ed acqua, e un po’ di vino
per farsi bocca buona. È caldo, afa,
e l’olmo è solo un olmo, e poca è l’ombra.

Nuovo di questi posti, anch’io mi siedo
a sommo di un cocuzzolo, una balza
che domina la valle. In fondo, il fiume,
grande, con le sue anse ampie e calme,
e una fumea di nebbia, una foschia
che vela le campagne. Ad una curva
di una strada che corre sù in salita
a modica pendenza, sbuca a un tratto
una moto con sopra una ragazza –
– è un cinquino, – e viene sù a fatica,
solleva un po’ di polvere e scoppietta
con il piccolo motore un po’ ingrippato.
È la terra che amo, è la mia terra,
che io non ho, – io sono senza terra, –
solo a pensarlo è una fatica estrema,
e solo io lo so, è un mio segreto,
la terra che non ho, e che non ha un nome,
mi hanno rubato tutto, anche il suo nome.

Terra, mia terra innominata,
in questa mia dolcezza di stagione
mi siedo all’ombra di un ciliegio, e il sole
svampa, lassù, sul colle, e il vento fruscia,
muove le spighe bionde come onde
di un mare, il mare mio di Pola ,
tra me e la mia terra ci sta il mare.

Ascolto la sommessa vibrazione
del grano, ed è una musica d’arpa,
e il giorno è ancora acceso là sui monti
e li sfrangia d’un’inquietudine di ombre,
e una luce d’azzurro laggiù in fondo
mi pare il mare. Il mare mio di Pola.
Sotto un cieco giallo occhio di sole,
la gente, laggiù in valle, ora cammina
e ha ombre lunghe, nere filigrane,
s’avviano verso casa. È ormai sera,
e il sole è un frutto rancido che allappa.

Scendo lungo il ripido sentiero
tra rapide ventate, e il sole muore,
muoiono le nuvole che vanno
di corsa disfacendosi, e muore
anche la morte e tutto si fa eterno.
Eterna pure tu, eterna terra,
eterna anche la gioia del ramarro
che, lemme lemme, pigro, sopra il muro
appare e poi scompare. E forse è questa
la mia terra non mia, è quest’assenza
ridotta ad un brecciame, a un filo d’erba,
a un ramarro che appare e poi scompare.
È la morte, è il ramarro. È un filo d’erba.

I VINCITORI DEL PREMIO NAZIONALE DI POESIA LA RONDINE 17 GIUGNO 2017

PREMIO NAZIONALE DI POESIA
LA RONDINE XIX EDIZIONE

1° PREMIO Idinuccia Simoncelli, Poggio Rusco (Mantova)
La brina la şgranfegna la mè val
2° PREMIO Rita Muscardin, Savona
Padre, se ancora m’ascolti
3° PREMIO Yuleisy Cruz Lezcano, Marzabotto (Bologna)
Canto di augurio
1° SEGNALATO Corrado Zanol, Capriana ( Trento)
No’ se pòl
2° SEGNALATO Stefano Baldinu, S. Pietro in Caslae ( Bologna)
Sull’orlo delle mie labbra
3° SEGNALATO Umberto Druschovic, Aosta
Il volo dei corvi
1° MENZIONATO Umberto Vicaretti, Luco dei Marsi, Roma
Luoghi
2° MENZIONATO Rosy Gallace, Rescaldina ( Milano)
Petali di luce
3° MENZIONATO Loriana Capecchi, Quarrata ( Pistoia)
Plenilunio
4° MENZIONATO Annalisa Pasqualetto Brugin, Mestre ( Venezia)
Note de San Giovani

PREMIO NAZIONALE DI POESIA
LA RONDINE XIX EDIZIONE
FINALISTI
a pari merito
( le migliori poesie non premiate)

1 Benito Galilea, Roma: La donna che carezza i girasoli
2 Marta Vaccari, S. Giovanni Lupatoto (Verona): Che mi no’ pensa
3 Valeria Groppelli, Crema ( Cremona): Scarpa sola
4 suor Maria Stella Fabbri, Ostia (Roma): Compianto e auspicio
5 Giuseppa Aguglia, Castel d’Azzano (Verona): La poltrona
6 Agnese Girlanda, Verona: On carton de pace
7 Laura Trevisan, Levico (Trento): Il lamento dell’anguana
8 Bruna Meneghello, Verona: Popoli come fiumi
9 Tiziana Monari, Prato: Hotel Rigopiano
10 Francesca Aguglia, Verona: Come fiori

PREMIO NAZIONALE DI POESIA
MARIA DOLENS III EDIZIONE

FONDAZIONE OPERA CAMPANA DEI CADUTI DI ROVERETO
1° PREMIO Davide Rocco Colacrai, Terranuova Bracciolini (Arezzo)
Gli eterni ritorni
SEGNALAZIONE Nerina Poggese, Cerro Veronese (Verona)
Col dì ne i campi
SEGNALAZIONE Ragazzi Roberto, Trecenta ( Rovigo)
L’esodo (Istria 1943-1945)

PREMIO NAZIONALE DI POESIA GIOVANI
FABRIZIO VACCARI
XII EDIZIONE

1° PREMIO Linda Vicenzi, Sermide (Mantova) anni 10
Arriva l’inverno al mio paese
SEGNALATO Viola Maini, Ferrara anni 11
La poesia
SEGNALATO Luce Santato, Lendinara (Rovigo) anni 16
Liceo Artistico A.Munari di Castelmassa (Rovigo)
L’ultimo canto
PREMIO SPECIALE GIURIA
Giulia Cominelli Ponte Nossa ( Bergamo) anni 16
Pesavo 58 chili

Elucubrazioni

ELUCUBRAZIONI (dai QUADERNI di marzo 2017 del Gruppo Poesia 83)

Ho letto s’un libro di critica letteraria che “una poesia che non vuol dire niente vuole invece dire tante cose”, che il poeta è uno che ha coraggio – o la necessità – di affacciarsi al bordo del caos dell’inconscio, di guardare dentro la nostra vita psichica e cercarne di fare poesia, cioè di dare al caos un ordine, di dare senso al non senso, significato al non-significato. Lo stesso capita anche al pittore, che dipinge la natura come la vede lui, ne fa una sua creatura, guardandola con il cosiddetto “occhio di dentro”, che vede quello che i nostri occhi non vedono. E in questo caso la fantasia, il sogno, diventa realtà. Non per nulla ha scritto il grande poeta portoghese Ferdinando Pessoa: “Il poeta à un fingitore”
Ha scritto Amelia Rosselli:
“La notte era una splendida canna di giunco / i suoi provvisori accecamenti erano di giunco / i suoi averi scappavano dalle mie mani / le sue filantropie anche erano di giunco…/ Oh potessi realizzare la rissa degli angeli…”
Si dice che il poeta in qualsiasi immagine mette sempre anche qualcosa di suo in più. In una sua bella poesia ( Cinquanta uomini seduti insieme ) il poeta americano Robert Bly descrive inizialmente un bosco diradato dal taglio degli alberi, dandocene una raffigurazione visiva, reale, quale veramente è, coi giovani pini dal verde più chiaro e le ombre della sera.
“…ho camminato a lungo dove il taglio degli alberi ha diradato i boschi, / e li rischiarano adesso alcuni giovani pini, / ed ecco faccio ritorno a casa / e mi cattura l’acqua. Una striscia luttuosa smorza / una metà del lago, cattura l’ombra…”
Poi, all’improvviso, lavorando di fantasia, aggiunge al quadretto appena descritto una specie di apparizione: “…E un’ombra compatta, / maschia, / cinquanta uomini siedono insieme / in un tempio o in una stanza affollata, / levano un canto indistinto / nel risuonare della notte.”
Così la poesia, dalla semplice descrizione di un bosco, direi quasi banale e senza un gran che d’interesse, ha acquistato negli ultimi versi un sussulto misterioso di un sogno evocatorio, un’immagine fantastica, surreale. Un passaggio, degno di un grande poeta, dalla realtà di tutti i giorni a una visione epifanica di sapore onirico. E poco importa cosa c’entrino cinquanta uomini seduti insieme in un tempio o in una stanza affollata con un bosco diradato dagli alberi. La bellezza dell’immagine sta anche in questo suo “non c’entra”. Magari Bly non saprebbe spiegarvelo neppure lui, il fascino della poesia sta a volte anche nel suo travaso dalla realtà alla fantasia, dal logico all’assurdo. Nell’immagine si attua una fusione fra il bosco e il tempio ( o la stanza ), tra il conscio e l’inconscio, come il fluire arcano della nostra vita psichica nel fluire asettico della realtà. Con la poesia, fantasticando, si può scherzare sulle cose assurde e dargli l’importanza delle cose grandi: “…C’era, una volta c’era / due elefanti sempre svegli. / I loro grandi occhi accesi / spaventavano il tempo e il mondo. / (…) / Fissavano sempre un punto, ogni volta più lontano. / (…) / C’era, una volta c’era / due elefanti senza nome. / Vivevano mille vite segrete / in quello sguardo che nulla fermava. / Con la proboscide giù, nel pensiero / ciascuno il terreno aspirava… “( Canzone dei due elefanti del paradiso, Edmond Jabès )
Ha scritto Ungaretti che “il poeta deve scegliere le sue parole per formare il suo periodo poetico in modo che le cadenze toniche di ciascun verso si combinino con quelle dei versi successivi del medesimo periodo. Di solito questa combinazione è ottenuta con un ritorno di cadenze ai medesimi intervalli. Le difficoltà vengono dal fatto che la poesia italiana esige, per essere buona poesia, un’assoluta coincidenza fra la struttura logica e la struttura metrica.”
Che le cadenze toniche, ossia gli accenti, di ciascun verso si debbano conciliare con quelle dei versi successivi, dovrebbe essere chiaro né più né meno come in un brano musicale non si mettono insieme generi di musica diversi ( dodecafonica, da camera, da operetta o da canzonette ). Forse però Ungaretti è stato un po’ drastico nel ridurre la vera poesia ad una perfetta coincidenza tra logica e metrica. Al giorno d’oggi i poeti non tengono più in gran conto la combinazione dei ritorni di cadenze ai medesimi intervalli, e anche negli endecasillabi, quelli in assoluto i più musicali, fanno cadere gli accenti dove cadono, senza badare se si tratta del 4° o del 6° o del 7° verso. Senza con ciò far perdere agli endecasillabi quasi nulla della loro musicalità. L’unico accento che non manca mai è, sempre nell’endecasillabo, quello sulla decima sillaba, ossia sulla penultima.
Anche Dante spesso faceva delle eccezioni alle regole della prosodia classica: uno dei versi più famosi della Divina Commedia dice:
amor ch’a nullo amato amar perdona,
e se ci mettiamo a contare gli accenti tonici abbiamo:
a-mòr -ch’à-nùl-loa-mà-toa-màr-per-dò-na ( 11 sillabe )
In questo caso abbiamo ben 6 accenti, con un’alternanza di sillabe accentate e sillabe toniche che conferisce all’insieme un mirabile ritmo discendente.
Abbiamo appena accennato alla prosodia. Come prosodia s’intende l’insieme delle regole che concorrono a formare il suono di un verso, a definire il numero di sillabe che lo compongono e la relativa accentazione. Fanno parte della prosodia alcuni elementi di cui abbiamo già a suo tempo parlato nel dizionario dei termini tecnici : dittongo, iato, dieresi, sineresi, sinalefe, dialefe, ecc., ai quali si rimanda l’interessato, termini assai frequenti anche nella poesia moderno, soprattutto la sinalefe ( nel verso di sopra, troviamo ad es. una sinalefe tra la parola nullo e amato, che non si sillabano nul-lo-a-ma-to, bensì nul-loa-ma-to, quindi 4 sillabe invece di cinque ).
A proposito di sinalefe, ossia di fusione di una vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola successiva ( nullo amato ), si trovano in un endecasillabo definito ( non da me ) sgradevole di Zanzotto tre faticose sinalefe:
di giusto a voi fronde e ombre egregio codice
che, per poter essere un endecasillabo, si deve sillabare nel modo seguente:
di-giu-stoa-voi-fron-deeom-bree-gre-gio-co-di-ce
Comunque, sia ben chiaro che nessuno sta a contare sillabe ed accenti o a fare dialefe o sinalefe od altro quando scrive una poesia: tutto gli viene giù spontaneamente, lo sente ad orecchio che sono undici sillabe, e, se crea delle sinalefe, le fa d’inconscio. Lui si limita e scrivere, e il resto gli viene dietro.

Il poeta e i sogni
Il poeta surrealista Pierre Reverdy ha scritto che il sogno è il filone da cui il poeta deve estrarre l’oro. Un altro surrealista, Robert Desnos, ha descritto le “meraviglie” delle visioni notturne ( Gli spazi del sonno ):
“Naturalmente di notte ci sono le sette meraviglie del mondo e la grandezza e il tragico e la grazia. / Le foreste si urtano confusamente con creature di leggenda e nascoste nel folti. / Nella notte c’è il passo del passeggiatore e quello dell’assassino e quello del sergente / di città e la luce del lampione e quella della lanterna / del cenciaiolo, e gli ultimi soffi del crepuscolo e i primi fremiti dell’alba…”
Diversi poeti, fino dall’antichità, si sono ispirati ai sogni. Pure di Dante si narra che l’idea della Divina Commedia se la sia sognata una volta di notte.
La poetessa Giovanna Bemporad ha scritto una poesia dedicata allo scrittore americano Melville, autore del romanzo Moby Dick ( dove si parla della caccia ad una balena bianca ), ispirata da un sogno in cui lei invece ha sognato trichechi.
“…E poi, come un gabbiano senza rive / ripiega le ali e si lascia cullare / dal sonno tra le ondate, / mi addormento; / ma sotto il mio guanciale a precipizio / passano, come sotto un’ormeggiata / baleniera, le mandrie dei trichechi…”
Sempre alludendo ad un sogno, ha scritto Vivian Lamarque:
Volevo sognare il postino / con una lettera in mano / invece ho sognato il postino / senza una mano.”
Il poeta contemporaneo Luciano Erba, parlando di un sogno, in cui gli avviene di manovrare un tram senza rotaie, così scrive:
“…un tram senza rotaie / tra campi di patate e fichi verdi / nel coltivato le ruote non sprofondano / schivo spaventapasseri e capanni / vado incontro a settembre, verso ottobre / i passeggeri sono i miei defunti. / Al risveglio rispunta il dubbio antico / se questa vita non sia evento del caso / e il nostro solo un povero monologo / di domande e risposte fatte in casa.” ( da: Il tranviere metafisico )
Il poeta russo Josif Brodskij immagina di essere stato inghiottito da un enorme polipo:
“Cara Blanche, ti scrivo questa mia, seduto dentro un gigantesco polpo. / Si è salvata per miracolo la tua fotografia. E carta inchiostro calamaio. / Quaggiù è umido e soffoco. Però non sono solo. / Qui accanto ho due selvaggi che suonano l’ukulele. / Certo, fa buio. Se aguzzo lo sguardo distinguo cerchi archi / e volte. Un forte sibilo è dentro gli orecchi. / Sto studiando il sistema digerente. Per la libertà / questa è l’unica via. Ti bacio. Il tuo fedele Jaques…. ( da: Il nuovo Jules Verne )
A volte i sogni ci portano dei pezzetti di favole forse sentite da bambini o immaginate dall’inconscio.
“Vedo talvolta in sogno dei binari / su cui passa un tram pieno di gente / per vie deserte, sferragliando lento / tra file pallide di case / mentre la sera annuisce a un vento / che canta qua e là ma senza voce. / Ai poveri balconi alcune donne, / le teste affacciate sui gerani, / parlano e sorridono compunte, / guardano il sole ardere tranquillo / lassù, a portata della mano ( da: Un tram pieno di gente )

Le poesie del 22 maggio

LA CURVA DEL QUADRATO

Poco o tanto, io sono indifferente,
quasi incredulo, alla realtà del Caso
né m’interessa il Tempo che non muove
foglia se Dio non vuole,
e anche Dio è a sua volta un incompiuto,
uno che non collima, un Discordante.
Come chi viene, mi saluta e va,
la Vita, con l’urgenza di chi ha fretta,
non mi lascia il tempo che mi occorre
per viverla, anch’essa è discordante,
così mi fermo e resto a contemplare
la curva del quadrato che ci vuole
per aprire una porta senza chiave.
Meglio se c’è una sedia, per guardare
meglio e con calma la strada ch’è da fare.

TUTTO DA COPIONE

Giunge dalle aie lontane
e dai baiti sperduti tra gli erbai
di erba medica e grano saraceno
come una fievole musica gitana
del solito grillume che non manca
mai nelle poesie, un trepestio
di una banalità che non ti dico,
figùrati in questi versi. Non bastasse
il solito refrain da quattro soldi,
la notte se ne va tranquilla
e zitta a fare alba e poi aurora.
E la luna, lassù, sta a imperversare,
una luna mezza marcia, gobba,
mentre i morti se ne escono a frotte
dal piccolo camposanto di montagna
e se ne vanno in lenta processione,
a spasso, un Angelo per guida
a far da cicerone. Dalle aie,
lontane, e dalle baite
perse nel buio, il solito uggiolio
del solito cagnetto alla catena.
Tutto da copione, ed anche Dio,
sempre il solito, a dirigere alla brava,
il caro vecchio Dio di tutti i giorni.

DIO, TIENILI D’OCCHIO

Bastano solo pochi gesti,
e aspetto che mi dicano
anche i loro nomi. Ci vuol tempo
per una vita nascosta nella morte
uscire dall’intrico delle ombre
e farsi luce. Vedo
i loro volti diafani e bonari,
e uno lo conosco, è di mio padre,
l’altro ch’è lì con lui, è mio fratello,
lo vedo dal profilo. Indugio un poco
e prego. Dio, dà loro pace.
ricordati, uno è mio fratello,
l’altro è mio padre. Dio, tienili d’occhio

IL NONNO DELL’ORTO

Guardo da questa piccola finestra
la bianca adolescente primavera
del mandorlo ch’è in piena fioritura
nell’orto. E tu mi dici: Resta,
è questo il paradiso. Qui c’è un’aria
di brezza, e mite è la frescura
dell’ombra che accarezza
il nonno ch’è sceso per zappare
la terra pronta al seme. Peperoni,
prezzemolo, indivia e cavolfiore.
Il vento di maestro va sferzando
le rose saracene, e nella quiete
dell’orto, da noi, riposa la cicala,
e il bruco vagabondo è pronto al morso.
Vieni, io qui sono di casa,
qui è un piccolo universo dove Dio
vive come noi, alla giornata,
tanto per dir d’assolvere il suo impegno
di Dio equiparatore, perché tutto
ha un suo marchio con tanto di matricola,
anche le cose stupide e banali,
oltre che quelle serie. Ecco, sì,
ringraziamolo per questo, in umiltà
di spirito ed orgoglio di materia.
Ringraziamolo, sì, anche per l’orto,
per il nonno, il bruco e la cicala.

DOV’È L’ETERNITÀ DI CUI SI CIANCIA?

Uno sbattere di ali ed un guizzo
d’un passero s’una briciola. E poi, niente.
È stato un guizzo, nulla più che un guizzo
d’attimo fuggente, e se n’è andato,
e il vento ha portato altre briciole,
altri passeri hanno fatto altri guizzi
e poi sono volati. Al davanzale
tutto è qui fermo che riprende fiato.
Dov’è l’eternità di cui si ciancia?
Forse in quel guizzo effimero, caduco…
O forse è l’eternità che non è eterna,
ma il guizzo sì, Maria, il guizzo è eterno.
Forse, Maria, ci hanno preso in giro,
e forse è solo Dio che è eterno

UN POSTO A TAVOLA

Sono arrivato dopo anni ed anni
( troppa, da qui al cielo, la distanza ),
comunque sia, son giunto, è primavera,
e il mandorlo è tutto bianco in fiore,
lunga è la via che ho fatto, e sono stanco.
Uno mi viene incontro e mi sorride
( è un Angelo, mi pare ), e mi fa: Vieni,
ti aspettano, ti han fatto un po’ di cena,
e gli altri son già tavola. Mi abbracciano,
mi dicono che aspettano da anni.
C’è un poco di minestra e di patate,
il piatto usa e getta, ed un bicchiere
di acqua minerale ( sono astemio ),
il vino è di Giudea, ed è assai caro,
non sai quanto ci costa, e lo si serve
a Pasqua ed a Natale. Nel frattempo
il cielo si muove senza sosta
e il sole è fermo. Il piatto è vuoto, e vuoto
è il mio bicchiere. Qui nessuno ha fame,
s’assaggia qua e là appena qualche cosa,
una briciola elemosina d’Eterno
e un goccio d’infinito. E non si ha sete,
è un goccio che si beve e dà la sete.
Si è solo come nubi di passaggio,
ogni cosa qui esiste e non esiste,
siamo pensieri, enigma immacolato
di Dio, e in Lui qui si ridiventa
sillabe perse dentro la sua mente.

UN OSPITE A TAVOLA

Porta una veste bianca e siede a tavola,
non sai chi sia né da dove venga,
ha il pallido biancore della luna,
povera è la cena che si sfredda.
Dure le patate, pochi i piselli,
di carne solo un po’ attorno a un osso.
Sì, è un pasto frugale, ed un bicchiere
di vino rosso, metà vino ed acqua.
Forse, chissà, è giunto da lontano
ed ha l’aspetto di chi non è mai stato,
o, se lo è stato, lo è stato in sogno.
Mangia e non parla, e pare un non sai cosa,
un indizio di ciò che non accade,
ciò che si può vedere e non spiegare,
un sogno, un ectoplasma, od un fantasma.
E’ un qualcosa che non riesce a farsi scena,
messo lì per far palco al tuo passato,
non lo vedi di volto ma di spalle,
la sua veste è d’un bianco immacolato.
Cerchi di avvicinarti e di toccarlo,
e il tempo si sdipana e riadipana
e piano piano, silenzioso, sfuma
come un sogno che esce dal tuo sonno.
Resta sulla sedia il suo cappello,
come un segno per dirti ch’è venuto,
ch’è lì che si è seduto. Solo quello.

Finis corporis

Dio, tienili d’occhio

Bastano solo pochi gesti,
e aspetto che mi dicano
anche i loro nomi. Ci vuol tempo
per una vita nascosta nella morte
uscire dall’intrico delle ombre
e farsi luce. Vedo
i loro volti diafani e bonari,
e uno lo conosco, è di mio padre,
l’altro ch’è lì con lui, è mio fratello,
lo vedo dal profilo. Indugio un poco
e prego. Dio, dà loro pace.
ricordati, uno è mio fratello,
l’altro è mio padre. Dio, tienili d’occhio

Cinque ragazzi e una bandiera gialla

Cinque ragazzi e una bandiera gialla
corrono per via e paiono felici,
la sventolano gridando. Sono giovani,
hanno appena lasciato i pochi anni
che hanno alle spalle, e si credon grandi.
Mi aggiusto gli occhi per guardarli meglio:
corrono nella luce del mattino
con semplice ingenuità, e a chi li guarda
prende la malinconia di non seguirli.
Siamo solo capaci di contare
sulle dita l’età che non abbiamo.
Loro sì che l’hanno, e non la contano.
Cinque ragazzi e una bandiera gialla.

I sogni delle rose
Omologarsi al sonno della mente
e sgretolare via via ogni pensiero
fin a trovar rifugio nel silenzio
di là della memoria. E ciò che resta,
lo zero di ogni cosa, il non-pensiero,
la nullità del tempo e dello spazio,
è un qualcosa di nostro che s’invola
nei sogni dei boccioli delle rose
selvatiche. Però fare attenzione
alle correnti d’aria e al mal di gola.

Dov’è l’eternità di cui si ciancia?

Uno sbattere di ali ed un guizzo
d’un passero s’una briciola. E poi, niente.
È stato un guizzo, nulla più che un guizzo
d’attimo fuggente, e se n’è andato,
e il vento ha portato altre briciole,
altri passeri hanno fatto altri guizzi
e poi sono volati. Al davanzale
tutto è qui fermo che riprende fiato.
Dov’è l’eternità di cui si ciancia?
Forse in quel guizzo effimero, caduco…
O forse è l’eternità che non è eterna,
ma il guizzo sì, Maria, il guizzo è eterno.
Forse, Maria, ci hanno preso in giro,
e forse è solo Dio che è eterno…

Finis corporis

Io non so dove inizi l’anima
e termini il corpo.
Se mi addentro
oltre il mio limite corporeo,
sento una voce, dentro, che mi dice:
Entrami, ti attendo, sto qui dentro:
sono la via, la verità, la vita.
Mi affascina ascoltare quella voce,
voce di verità, di vita,
e piano piano
mi entro con cautela,
come un ladro che cerca chissà cosa.
Scriveranno di me domani sui giornali:
Uno è scomparso entrandosi nell’anima.
L’han cercato
coi cani da valanga,
scandagliando qua e là tra le macerie
del suo povero corpo inanimato,
Dell’anima, nessuna traccia. Nulla.
Una vecchia vi depose sopra un fiore
come un atto dovuto,
e un miserere..

Gli stampellatori

LA METEMPSICOSI

Ciò che si ha è acqua che svapòra,
bocca che soffia bolle di sapone.
E i broccoli ?, tu mi chiedi. È questo il punto:
i broccoli che hanno? E l’uva spina,
i sedani, le patate, e il pomodoro?
Oh, s’è per questo,
quelli stanno peggio,
pènsati, se nascevi melanzana:
quante lacrime non piante, ma sofferte,
nella polpa, e che pena nelle foglie!
Una felicità mai compatibile
con lo stato di vita vegetale,
una croce dovere maturare
nel silenzio dell’orto e poi finire
con l’aglio e col prezzemolo in padella.
Ed è vero che sì,
si può anche essere
dei broccoli o dei sedani, ma, vedi,
a volte non ci pensi, è naturale,
ma che dire che mi viene spesso in mente,
come una luce che si accende e spegne,
il pensiero che si ritorna a vivere,
in una sorta
di metempsicosi,
anche noi in uno stato vegetale
di broccoli, patate o melanzane?

LA VECCHIA SIGNORA CHE SALE LE SCALE

La vecchia signora
che sale le scale
mi guarda e mi offre un sorriso
un po’ stanco. Mi ricorda un qualcosa
di me da sognare. Mi sfiora
in silenzio, fa un cenno e mi pare
d’averla veduta. O è forse
un ricordo di cose mai state,
un nascere e morire di un niente,
una vita non vita, un sorriso
di donna a impastare un ricordo
mai stato nell’oblio ( il poeta
che cerca ciò che trova ). Un silenzio
di mai dette parole che affiorano
dalle acque di una smorta memoria,
come forse la voce proibita
dell’anima. Ed è come
scaldassimo il cuore a una fiamma.

ALLAH È GRANDE

Dopo che ci hanno tolto i crocifissi,
ci vogliono ora togliere i presepi;
di questo passo metteranno al muro
chi insegna il catechismo nella scuole,
e a preti, frati, suore, cardinali,
e al papa, prigioniero in Vaticano,
imporranno di leggere il Corano.
Tutto per non offendere gli islamici,
ospiti padroni a casa nostra,
e noi, che siamo solo servi sciocchi,
entusiasti di farci il harakiri,
gli si stende uno stuoino giù a terra
perché non gli si sporchino i calzini.
L’Islam non ha bisogno di combattere
per la sua causa, verrà presto il giorno
che tutti noi saremo mussulmani,
voglia o non voglia, perché Allah è grande.

NON PER QUESTO

Non per questo, no, provo disagio,
anzi, al contrario, torno al punto fermo
d’origine, e mi trovo s’una sedia
al sole, in un caffè all’aperto,
indenne come chi ha disertato
tradendo il suo se stesso,
e mi crogiolo felice nel mio poco
di me che m’è rimasto.
Poco, oh sì, ma il tanto che m’avanza

UN DETTAGLIO MARGINALE

Guardi dalla balaustra
delle scale
a chiocciola la stanza
dove dorme. Il tempo
è solo un mostruoso desiderio,
e tu, dopo una lunga tua erranza,
siedi un po’ sfiancato a riposare
e riempi la tua casa di memorie;
entri e fai luce sulle scale,
la guardi e ti commuovi. Le vuoi bene,
lei sciupa il tempo a non pensarti,
– per ritrosia o disamore -,
e ti tiene a distanza dal tuo cuore.
L’amore, – un dettaglio marginale -,
è tutto quello che non sai che hai perso.

GLI STAMPELLATORI

L’intramontabile casta dei senatori a vita

Va e viene con l’aereo, da Torino
fino a Roma, mette il voto e riparte.
Il tempo per mettere la scheda
nell’urna, – e le sorreggono la mano
se non le riesce a farcela da sola -.

È la stampellatrice di prammatica
– oh, non è sola, sono in sei o sette -,
e la chiamano per assolvere al rituale
dello stampellamento necessario,
come gli altri ormai prossimi ai cent’anni:
votano, e poi beato chi li vede.

E intanto, nell’attesa che li chiamino,
si allenano, per non perder l’abitudine,
tutti i giorni più volte a casa loro
a mettere delle schede dentro un’urna,
per rispondere ogni volta alla chiamata
con un tanto di sciatica e stampella.

SON COLLOQUI SUI GENERIS

Son colloqui sui generis cotesti
al telefono. Corrono parole
da dire e da non dire, un vieni e vai
sul filo del parlato, e tu non sai
i chilometri che fanno, sempre in corsa
in lizza con il tempo e con lo spazio,
son trilli di cornette che si alzano
e si abbassano, e spiate
anonime in ascolto che intercettano
che il nonno ci ha l’artrosi e Pia la gotta.

L’ODIO POLITICO FA BENE
(odia il prossimo tuo come te stesso)

Ecco che ci vuole, e lo si faccia:
togliergli la libertà, annichilirlo
con un tanto di bolla d’ignominia
d’appuntargli sul petto. Ecco, odiarlo
è un irrepresibile dovere,
l’odio è bello, sacrosanto, e fa bene
al corpo ed allo spirito. Odiarlo,
e togliergli il diritto di parlare,
chiudergli la bocca ed impedirgli,
costi quel che costi, di votare,
di candidarsi a capo del governo,
e, se vince, gli sia negato vincere
portandogli via i voti che si è preso,
e dargli agli avversari, anzi, meglio,
nemici. Beninteso,
questa è democrazia. Sì, quella nostra.

UN CONCORSO DI SOBRIE COINCIDENZE

Mi sono sporto sul balcone. In basso,
il dirupo. Silenzio metafisico,
come guardar dall’alto in basso
il vuoto impressionante di un buco,
e buttarvisi dentro. Ma un concorso
di sobrie coincidenze
mi ha fatto ripensare: certe onde
cupe e sonore sù dal poggio
di una campana a morto,
pianti di donne e gridi
squillanti di fanciulli, più una mesta
dolente processione di poeti
in lutto. Silenzio. Abituato
a morire, immune dalla morte,
son rimasto
fermo sul balcone,
no, non mi son buttato,
né ho mosso ciglio o muscolo.
Non muoio, no, sono immortale,
si sa, e non mi butto.

POLITICO, ODIA IL TUO PROSSIMO

Dio penso che ci abbia fatto il callo
ai nostri innumerevoli peccati,
tanto, uno più o meno, non gli importa,
sembra che non ci faccia neanche caso,
così noi, assuefatti al suo perdono,
si continua beatamente a peccare.

Esperti come sono all’odio,
i politici di casa nostra
lo applicano splendidamente alla lettera,
un odio tutto odio, straordinario.
“Odia il prossimo tuo come te stesso”.
Solo un buon politico sa odiare.

Poi, una volta morti, assunti in cielo,
riprenderanno la politica dell’odio,
vittime forse questa volta gli Angeli,
colpevoli di non pensare come loro.

Le poesie del 19 maggio

OCCUPATO A VIVERE

Come da una distanza infinita,
m’appari, tempo, polvere su polvere,
che tutto scavi e muti, tutto perdi,
che vai e ci porti lungo i più deserti
e sconosciuti persi itinerari,
nella tua muta ombra io mi rifugio,
mi muto e mi disperdo, ed a fatica
poi stento a riconoscermi, ogni giorno
ti sento a passi stanchi camminare
qui sotto la finestra e scomparire
nel buio del domani. Ma io sono
troppo occupato a vivere, e rimango,
straniero, capitato qui per caso,
qui, al bar all’angolo, seduto
in lieta compagnia di chi rimane,
ti vedo passar via e scomparire,
io, piccolo borghese affaccendato,
con tutto quel da scrivere e da fare,
ti vedo e non ti seguo, e ti saluto,
tempo, da buon amico, e non ti seguo.

REINCARNAZIONE

Ma sì, non stiamo a sentenziare
coi soliti mezzucci intellettuali
se o perché ci voglia un nesso logico
tra ciò che scrivo e ciò che a voce nego.
No, non mi arrampico sui vetri,
non smanio di credere o non credere,
e se cucio un insieme di parole
sui misteri del di là dell’anima,
è per via che cerco di capire
cosa ci sia di vero nell’Eterno.

E m’impantano in deliri di teorie
belle però illogiche, e le scrivo
per cercare di convincermi di crederci:
una provocazione spirituale
di un credente che crede di non credere
a una teoria che un giorno io mi reincarni.

SE MI TORNASSE QUALCHE VOLTA IN MENTE

Se mi tornasse qualche volta in mente
quella via vuota dove l’ombra cade
sopra una foto su d’un marmo e un nome
e un mazzo di tarassachi in un vaso
-nuvole di pappi di soffioni -,
io troverei le lacrime e il sorriso
per strappare un segreto al paradiso.

E troverei la via per continuare,
a dar di mio fratello un volto e un nome
su ogni pappo e bolla di sapone
che vedo volar via tra luci e ombre
a un vento che non sfoglia ma rifoglia.

SERA SUL LUNGOLENO

Tremola laggiù in fondo all’orizzonte
l’ultima luce di una calda sera.
Sfumano le case nei contorni,
sembrano più basse della gente
che passa lì per strada, e nel passare
sta attenta a non pestarle. Anche i ponti
son più piccoli dei tram che li attraversano,
e gli alberi più piccoli dei volti
che passano di sotto. C’è una fretta
di gente che ha perduto ogni contorno,
coi volti senza faccia che man mano
paiono, avvicinandosi, ghirlande
di nuvole sospese. Le piazzette
e i vicoli aspettano la notte,
socchiuse le persiane, e alle fermate
degli autobus nessuno sta in attesa:
chi c’era non c’è più, chissà se torna.
Sento mio padre camminarmi accanto,
lui sì ch’è ritornato. Però è scalzo.
Gli angeli non calzano le scarpe.

Quando la luna

Quando la luna m’entrò nella stanza,
dipinse di un bianco argentato
il computer, la sedia e l’armadio
e il buio divenne d’avorio
e l’aurora splendette di giada.

Mi destai dal mio sonno, leggero
scivolai nella veglia, rimossi
ogni sogno dal buio più fondo
e fui bianco d’un bianco d’avorio
nella luce sopita di una rosa.

Eri là, sul tavolo, in un vaso,
rosa fresca aulentissima di maggio
nel giardino incantato della stanza,
come un sogno, un desiderio irrisolto.

Un compromesso storico

La latente funzione delle cose
è qualche volta di non far da cose.
Con un lungo intervento il relatore
spiega che noi si deve fare in modo
che le cose manifestino la voglia
di smettere ogni tanto d’esser cose,
con la ferma intenzione di cambiare
una volta per sempre l’abitudine
di servircene solo in quanto cose.
Se sono rose (anzi, cose ), fioriranno,
dice, e diventeranno nostre pari,
ed aggiunge tra l’altro di non credere
che ci voglia un certo spirito geniale
per metterci nei panni delle cose:
in fondo in fondo anche noi uomini,
inconsciamente, senza farci caso,
stiamo nei loro panni, e loro, in cambio,
si mettono nei nostri. Il relatore
termina auspicando un compromesso
storico: che ci si scambi la funzione,
loro diventino uomini, e noi cose,
Basta metterlo a registro, firma e timbro.
E poi, infìlati nei panni di una cosa:
anche se sgarra, sgarra in qualche cosa,
non è la rosa che vuol essere una rosa.

Tutto per un dito

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, mi fai, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

IL COMPIERSI

Basta darsi un inizio ed una fine
e un compiersi, e andarsene tranquilli
(un caso di poca rilevanza
se il compiersi non riesce), e fare tardi
nel giungere all’inizio della fine,
scambiandolo per la fine dell’inizio.
Mettersi poi seduti ad aspettare
con serenità il compiersi incompiuto,
l’elemosina del pane quotidiano
(mezzo pane, dopo l’ultimo rincaro).

IO E LUI

Alzo una mano e quindi alzo un piede,
muovo una spalla, un dito e un sopracciglio,
ed anche lui lo fa,
tranquillamente
alza una mano, un piede e poscia un dito,
un dito e un sopracciglio.
E allora siedo,
siedo, e si siede. Cosa fare? Rido,
e lui, che fa? Non si scompone, e ride.
Penso: ora lo colgo di sorpresa
e vengo meno.
Così cado a terra,
morto stecchito. Ed anche lui vien meno
morto stecchito.
Anche lui, lo specchio.

IL MIRACOLO DELL’OCCHIO

Dietro la tenda, il vetro, ed oltre il vetro
tutto il dentro che m’entra nello sguardo,
la via, le case, gli orti, il campanile,
più mezza chiesa – l’altra resta fuori -,
il bar, il giornalaio, le automobili,
quelle che vanno e quelle ferme in sosta,
e anche Piero che compera il giornale.
Un miracolo tutto ciò che sta nell’occhio,
stretto, compatto, come in una foto.

Giorno di vento, alza della polvere
e agita le foglie del ciliegio,
ruba il cappello in testa ad un passante,
svolta dietro l’angolo e scompare.
Se chiudo gli occhi, tutto va, dilegua,
e l’occhio mi si svuota dello sguardo.
Giriamo tutti dietro l’angolo, e spariamo.

IL BICCHIERE

No, non ci capisco proprio nulla,
chiedilo al bicchiere s’è d’accordo
di essere un bicchiere: non mi sembra
che occorra apporci il visto con la firma
per dir che sì, insomma, non è il caso
di dire al naso che ha da far da naso.
Chi ti dice che Dio ha da fare il Dio?

Ed altrettanto non mi par normale
prendere un bicchiere e stabilire
che, dato che lo è, ha da dar da bere.
Il bicchiere. Ma sì, non è che un nome,
e il nome non lo dice, non specifica
che ci si debba mettere dell’acqua
per porgervi le labbra e dissetarci.
Non è scritto che serva per la sete,
è scritto ch’è un bicchiere. E tale resti,
senza tanti arzigogoli e sofismi.
Qui non c’entrano l’acqua né la sete,
un bicchiere è un bicchiere, punto e a capo.

TUTTO SOLO PER UN DITO

In cima ai tetti, alto, lassù, il vento,
e la notte, e, ancor più in sù, la luna,
ed un silenzio, come quando nevica
e le vie sono tutte buie e vuote
e noi si tace, un dito sulle labbra.
Sento il respiro come sale e scende
del tempo. No, è il vento che infierisce,
mugola e s’affanna. Ogni parola,
ogni rumore tace. Non un solo
scricchio di grillo. Un riposa in pace.
Basta un movimento involontario
di un dito, ed è come un frastuono,
un muoversi di dita ed un frenetico
correre di passi in corridoio,
tutto un rumore, un caos, anche i pensieri
e i sogni rumoreggiano. E il vento
non corre più, ma s‘agguatta, e tace.
E tutto per un dito. Sì, un mio dito.

L’ULTIMA PENSATA

Forse non val la pena di pensare,
meglio pensarci su prima di farlo,
o farlo solo per esercitazione,
uno sterile gioco del cervello,
tanto perché un giorno può servire.
E prima di portarlo alla discarica,
facciamoci l’ultima pensata
di testa nostra, a rimpinguar la scorta
del poco che alimenta la coscienza,
prima che ci risciacquino il cervello.
L’ultima pensata. E, dopo, il buio
assoluto di chi ci chiede il voto
mettendo un crocetta sul suo nome.
Come applaudire genuflessi a terra.
Più che la dignità, la circostanza.

CIÒ CHE NON SI DICE

Consapevole della mia considerazione,
l’unica cui, a dire il vero, tengo
( che dicano di me gli altri o che ne pensino,
non è che m’interessi più di tanto ), dunque,
consapevole del fatto
d’essere con me d’accordo, mi compiaccio,
anzi m’applaudo, per ciò che dico e faccio.
E, ad ogni modo, eccomi: son pronto
dunque ( e per inciso,
è tutto qua il senso del mio dire,
mettere un poco di non-senso al senso
di ciò che non si dice ) dunque
oggi vi dico ciò che non si dice,
unica cosa vera, giusta e saggia,
anzi direi infallibile. Si pensi
a quanta verità c’è nel silenzio
della parola della mia bocca chiusa.

Curiosità grammaticali

Le stranezze della nostra grammatica
(da: QUADERNI, maggio 2016, bimestrale del Gruppo Poesia 83)

I numeri
Quante volte ci capita di scrivere una data nel corso di un testo? Ė giusto scrivere: “il mattino dell’11 gennaio”, oppure: “il mattino del 11 gennaio”? Un problema, quello dell’apostrofo davanti ai numeri che iniziano con la vocale, che non c’è se iniziano con la consonante: “il mattino del 15 gennaio”.
La forma “dell’11” può sorprendere (come altre forme: l’8 di gennaio, l’XI Bersaglieri, dall’1 all’800 ), come quando si scrive l’whishy. Ma, dicono i puristi, non conta il segno grafico, ma il modo come si pronuncia. Perciò, dovendo usare certi numeri arabi o romani, che nella pronuncia hanno una vocale iniziale (undici, undicesimo), bisognerebbe usare l’apostrofo: “il mattino dell’11 gennaio” (e non: “il mattino del 11 gennaio” )
Il Manzoni preferiva scrivere: “fin dall’otto aprile”, o “’l’undici di giugno”, ossia usava le lettere e non le cifre. E allora possiamo farlo anche noi, e siamo a posto
Nell’accorciare i millesimi le grammatiche raccomandano l’uso dell’apostrofo: “i morti del ‘48”, “il secolo ‘500”, ma avvertono che non è un obbligo, si può benissimo scrivere: “i morti del 48”, “il secolo 500” Nel caso dei numeri accoppiati l’apostrofo per il secondo è inutile, e si deve scrivere: “la guerra del 15-18” (e non: “del ’15-’18”), Il che pare ovvio. E più che ovvio è anche che non si mettono due apostrofi l’uno dopo l’altro: si deve scrivere: “nell’89” e non “nell’ ’89.”
Molti scrivono, errando, con una doppia e: “trentaseesimo” invece di “trentaseiesimo”. Come ugualmente si
deve scrivere, grammatica alla mano: ventiseiesimo, quarantaseiesimo. Invece nel caso dei numeri tronchi col tre, come ventitré, trentatré, ecc., si deve ricorrere alla doppia e: “ventitreesimo, trentatreesimo, ventitreenne” Ragazzi, è la grammatica…
Altro problema: si deve scrivere “centuno” o “centouno”, “centotto” o “centootto”? Il mio computer mi segnala errore il centuno, corretti invece centouno, centotto e centootto. Secondo regola, il numero cento nella formazione dei numeri composti con uno e otto ( entrambi inizianti per vocale ) richiederebbe la caduta della vocale finale, fusa con quella iniziale di uno e otto: forme corrette dovrebbero essere centuno e centotto. Ma l’uso vuole che sia accettato l’errore, e quasi tutti scrivono centouno e centootto. Dove la maggioranza sbaglia, la versione corretta viene considerata errata. Tipico il caso dell’uso improprio, errato, del “te” al posto del “tu” (sei stato te) In tal caso io rispondo: No, non sono stato me.
Passiamo ora, sempre grammatica alla mano, alla domanda: si deve scrivere
trentun anno o trentun anni?
Consultate pure le grammatiche, ma tutte vi diranno che i numeri cardinali composti con uno, se sono seguiti da un sostantivo, vogliono di regola questo sostantivo al singolare, ma poi si ammette anche il plurale.
Quindi, di regola, e sembrerà strano, ventun soldato, trentun anno, ma, come eccezione confermata dall’uso, possono andare anche ventun soldati, trentun anni.
Ora il caso del femminile: ventuna lettera, trentuna donna. Non mi risulta che sia ammesso scrivere ventun lettere, trentun donne ( si scrive : le trentun lettere che ti ho scritto, oppure: le trentuna lettere? trentun donne trentine o trentuna donna trentina? )
L’uso ammette, come detto, tutte e due le forme, e si potrebbe scrivere tanto trentun ( o trentuno ) trentino, quanto trentun ( o trentuno ) trentini. Nel primo caso si tiene conto del secondo componente del numero, che è singolare, cioè uno ( come se fosse scritto: trenta e uno ), nel secondo caso si considera il numero cardinale nel suo complesso tutto intero, con valore di plurale.
E questo secondo caso, il plurale, è tanto prevalente nel nostro comune linguaggio ( si scrive cioè trentun trentini, trentun donne ), che il primo caso ( trentun trentino, trentun donna ) è ritenuto errato, e, anche se grammaticalmente non lo sarebbe, suona comunque male. Come suonerebbe male ( anche se corretto ) scrivere “all’ora ventuno”, e infatti si preferisce scrivere alle ore ventuno, anche se l’ora ventuno è una sola, non ce n‘è un’altra per giustificare il plurale. “ore ventuno”
Ecco qui due esempi letterari al singolare: il pittore Vespasiano Bignami ha ottantun anno ( Ojetti ), uno spazio di trentun braccio ( Machiavelli ).
Due soli, altri non ne trovo. Oggigiorno si usa solo il caso plurale.