Mia Terra maestosa

Istria, terra mia maestosa

Terra dei sogni, terra dalle stelle

spente, vorrei tu fossi qui

viva e materiale, senza tempo

né luogo, ignota  e solitaria

terra ora straniera,

cara e maledetta, amore e odio,

ridotta a camposanto di memorie,

deserto di corpi martoriati,

di fuoco di fanfare di fucili

sui cigli delle foibe, benedetta

patria di argille, fil di ferro e sangue

e vento e tuono di cannoni,

oh terra mia maestosa dalle albe

di vampa e miserabile

di tumuli di lapidi e  di croci,

vorrei tu fossi terra per ulivi

e vento d’api

a rubare il nettare ai trifogli,

terra di fil di ferro e spinacristi.

Ma non lo si sappia

10 febbraio, Giornata del Nazionale del Ricordo

Vorrei che fosse un sogno, mi dicesti,

ed io guardai laggiù, verso quei morti.

Noi si era sulla soglia dove il tempo

ristà, e le cose profumano di viole

con gli occhi dolci e tristi della morte.

Sulla terra di pruni e di susini

che tutta sa di sangue, distillava

a una luce di lampade il fiato

greve d’una notte senza stelle.

Pollini  ed acheni di taràssaco,

fragili balletti dove il vento

accarezzava i corpi martoriati

estratti dalla foiba. Terra e sangue,

terra benedetta e maledetta,

qui anche le stelle hanno perso l’oro,

Golgota senza croci e senza pianto.

Ma che nessuno parli, acqua in bocca,

i morti hanno il torto d’esser morti.

Gli hanno buttato una pietra sopra,

così hanno deciso, e non si sappia.

Ma non si accusi il boia, o ti denuncia.

Il colpevole

E’ il tempo, il tempo, ch’è colpevole

e ci dà contro? 

                       Abbiamo o no ragione

di credere che lui stia dalla parte

del torto  ad essere oltremodo

ligio al suo compito affidatogli

( da chi? c’è forse

                        un responsabile,

uno che lo regola e comanda ? ),

e, ligio quanto mai, come un papista

ancora più del papa, mette in conto,

segna, enumera, aggiunge, fa la somma

anno per anno

                        ( e non gli scappa uno,

uno che sia…), con scrupolo registra

tutto, proprio tutto, avvenimenti

e fatti, i più stupidi e banali,

sul libro delle entrate e delle uscite?

Ecco sì, è lui, e noi gli si dà torto,

vorremmo pedalasse qualche volta

( e come no ? ) più piano, e ci mettesse

un po’ di meno slancio nel suo sforzo

( dal suo punto di vista meritorio )

di correre, e giungesse

                                     fuori tempo

massimo, e l’ultima volata

non fosse che una lenta pedalata

da ultimo in classifica, all’indietr

Le vie dimenticate

Scendono le buie coltri

                                    della sera,

e il tuo passo silenzioso è in ritardo.

La febbre dei grilli è molto alta

di orto in orto, sino a fare alba.

Vado

         per le vie dimenticate,

levigate da un piccolo vento freddo

nel buio di un silenzio inadempiuto

tra muro e muro e vicoli deserti.

E già i pioppi

                cupidi di vento

annusano la nebbia e in lontananza

s’ode lo squillo garrulo di un gallo

come una cosa

                     lungamente attesa.

Sento i tuoi passi, amore, silenzioso,

una musica che incanta e strugge il cuore,

questa povera cosa senza attesa.

la via faceva un gomito e svoltava

in un vampo di verde di colline.

Si usciva,

             stupefatti redivivi,

nella luce domestica del mondo,

mentre un quieto frinire di cicale

si accendeva qua e là tra orti e muri.

Era il ritorno alla nostra estate.

 

Hanno suonato corni e trombe

Hanno suonato corni e trombe

angeli a cavallo.

Chissà se hanno suonato, od era un sogno,

o frutto di non so che fantasia

o desiderio.

                   O forse niente

di tutto questo, solo un’illusione

visibile allo sguardo e fatta carne.

C’era qualcuno, non so chi, e  cantava

con una voce rauca da requiem.

Ma che cantava? E perché?

                                     Il tempo,

come un’ondata di risacca,

portava via con sé suoni e canti,

come pensieri in fuga in un ricordo.

trombe e corni usciti da un letargo

di anni non mai raggiunti,

come un crepitio

                         di non-ricordi

che pian piano si perde per la strada

a confondersi e disunirsi in mille echi.

Memoria o non-memoria?

                                       Od un presagio

di un qualcosa che torna

                                     al suo principio

Caso mai

Torno qualche volta

                               di soppiatto

dalle tue parti e cerco e chiedo

di te, farfuglio biascicando

il tuo nome, nel caso ci sia uno

in  grado di rispondermi e di dirmi

che fai e come vivi,

                               e caso mai

qualcuno sappia darmi tue notizie

e dirmi che stai bene, sei sposata,

un figlio ragioniere ed il marito

geometra al Catasto, me ne andrei

orgoglioso di me, che t’ho lasciata.

Poesia per non morire

La lingua ufficiale in Paradiso   @

Ma di noi che sarà? In apparenza,

direi che nel giorno che ci attende

al varco, si è dei naufraghi sbarcati

in un porto sicuro, meraviglia

di un futuro impensato, sorprendente,

come qui da noi, anima e corpo,

perfettamente uguali a noi da vivi.

E immagino, e spero che si avveri,

tutti di là a parlare un solo idioma:

quello con cui parlano tra loro

gli Angeli, sarà lassù la nostra lingua

ufficiale parlata in Paradiso

tra loro, noi  e Dio. Ma allora, dimmi,

in che lingua si parla giù, in inferno?

Noi si ha bisogno d’esser uomini        @

Oltrepassare qual che sia ogni limite

e ogni direzione, e immaginare

che l’uno e l’altra siano oltrepassabili

infinitamente, un universo

chiuso in noi, infinito, senza spazio

né limiti di tempo. Se poi, giunti

agli estremi del tempo e dello spazio,

noi si potesse tendere una mano

fuori, di là, ce li avrà la mano,

una volta ch’è fuori, dimmi, avrà

ancora un corpo, uno spazio e un tempo?

Spingersi al di là di ogni limite

di tempo e di spazio, spavaldamente

andare al di là del conoscibile,

là dove ci può stare solo Dio,

o un chi per Lui, dimenticare

che siamo solo uomini, ossia il Nulla,

e non Dio, che dicono che sia il Tutto.

Noi si ha bisogno d’esser uomini,

mentre Dio lo ha d’esser Dio,

e il limite che si cerca lo si è noi

medesimi, si è noi, la nostra casa,

le nostre cose utili ed inutili,

il nostro piccolo spazio quotidiano

in cui noi ci si muove. Il nostro compito

è quello di esser uomini, tocca a Dio

quello assai più arduo d’esser Dio.

E il grillo s’accontenti d’esser grillo,

beato lui, e non lo sfiori

mai e poi mai l’idea ch’è un elefante.

Scarpe    @

Avete fatto tanta strade, scarpe,

scarpe, strade all’infinito,

al sole, con la pioggia e con la neve,

per viottoli e stradelle e capezzagne,

strade alberate, vicoli, sentieri,

chilometri sul discrimine del tempo

passo per passo, in corsa o lentamente

in mille e mille direzioni

in libertà di meta e di vento.

Scarpe che ve ne andate e mi portate

verso chissà quale orizzonte,

vado col batticuore  di una volta

nella fierezza di chi sa camminare

mentre il vento nel suo lieve fluire

pian piano mi sospinge e m’accompagna

Ho varcato non so quante avventure

con voi, che mi fate camminare,

son passato di là dove la rondine

non vola, su rocce di strapiombo

a tu per tu col sole, scarpinando

con voi, dove il fiteuma

s’insinua tra gli anfratti e l’aria è fredda,

e la grolla a vedetta a volo rado

s’aggira sui dirupi e ci sorveglia.

Scarpe, camminate, camminate,

mentre il cielo si fa buio ed ogni eco

dorme nel sonno delle rose,

camminate, camminate, camminate.

Amo le cose che non sono

Non amo che le cose che non sono

e che non possono esistere, son cose

che vivono la loro inesistenza

tranquillamente, e noi non le vediamo,

esistono pazienti in muta attesa

d’esistere pure loro.

                              E intanto stanno

placide e invisibili tra noi,

senza dirci né chiederci mai nulla,

col semplice stupore delle cose

che sanno di inesistere,

                                 e sorridono

coi sorrisi invisibili delle cose

che tentano di dirci qualche cosa,

chissà, che pure noi non esistiamo,

forse, né più né meno come loro,

cose pure noi, sì, inesistenti.

Un bicchiere d’acqua e un po’ di pane    @

Suonano al campanello. Guardo

dallo spiraglio-spia

                              sul giroscale.

Bene: non c’è nessuno, càpita,

forse, chissà, ho sentito male.

Suonano di nuovo,

                           due o tre volte,

di seguito, controllo allo spioncino

del piccolo forellino se di fuori

per caso ci sia uno.

                             Non un’ombra,

chiamo al citofono, richiamo:

inutile, nessuno,

               solo voci

di bimbi che giocano in cortile.

Un dopopranzo quieto e lucido

di sole, così serena l’ora

di questo pomeriggio

                                di domenica,

tiepido, che fa venir la voglia

di un mese più piacevole, che porti

dopo le prime piogge marzoline

un anticipo di primule e di viole,

un giorno fuggevole e tranquillo

col brusco disincanto

                  di un intruso…

Apro l’uscio, e guardo sulle scale:

c’è un tizio un po’ malmesso,

                                       ha il volto triste,

forse un poco stanco ed impaurito,

mi chiede scusa, dice che si è perso,

chiede un bicchiere d’acqua

                                         e un po’ di pane.

Si arriva quasi sempre a quest’ora,

mi fa’ come a scusarsi.
                                 Ho camminato

di sogno in sogno, da una notte all’altra,

vengo da un nonsodove, dal  lontano

meraviglioso angolo

                               di un sogno,

e il mio paese è un mare di mimose

con l’amaro profumo dei corbezzoli,

e una luce di luna immacolata,

un’aria ferma, calma,

                  senza vento.

Gli tremano le labbra, ma non osa,

resta sulla soglia, e lo comprendo,

lui ch’è un sogno sognato forse ha sonno,

chiede un letto o qualcosa per sdraiarsi,

per chiudere gli occhi e ritornare

di là, da dove viene.

                 Dentro un sogno.

È l’ora del riposo meridiano,

e gli dico:

          Accompagnami, fratello.

Mi segue fino in camera, mi sdraio,

e pure lui

         mi si sdraia accanto

e si termina l’avventura di una siesta

quieta di una domenica dormendo.

Dormo, e mentre dormo,

                     lui ch’è un sogno,

piano, tranquillo, m’entra nel silenzio

del sonno meridiano.

                   E lo rivedo,

dentro di me, sul buio giroscale,

mi chiede un bicchier d’acqua

                          e un po’ di pane.

Il sospetto    @

Mi sento ossessionato da un sospetto

terribile, ossia che sono morto;

morto, sì, però non mi sono accorto,

di solito te lo vengono a annunciare,

ti portano, non so, un certificato

magari provvisorio, in cui  è accertato

l’epilogo del fattaccio. E tu, a gridare                                

che l’altro ieri eri ancora vivo,

 ne hai ancor vivido il ricordo, c’era Anna,

lo giuro, che morissi,  c’era Anna .

Dici:È mai possibile ignorare

 uno stato anagrafico importante

a norma della legge, ossia la data

non della tua nascita ( la esumi,

come ben sai, in qualsiasi documento ),

ma della morte? E poi, se te la chiedono,

che cosa gli rispondi? Quale prova

a sostegno per dirgli che sei morto?

Bene. Vado all’Ufficio dell’Anagrafe,

faccio la coda ( è un rito ) allo sportello,

e gli fornisco i miei dati personali,

nome, cognome, celibe o sposato,

e infine le due date: della prima,

stato di cittadinanza,  professione,

nulla da discutere, per l’altra

occorre sottoscrivere di pugno,

di fronte a un testimone, che sei morto.

Giorno, mese ed anno, e poi la firma,

il visto, il contro visto e un’altra firma.

Ed eccoti così il certificato

valido per cinque anni. E sei morto

ipso facto, ai termini di legge.

 Come ringraziamento un de profundis

o un Dominus vobiscum. Fate vobis.

 

 

 

Piero l’immaginato

Pensami qualche volta    @

Pensami qualche volta, se ne hai voglia:

parole, gesti, sguardi, cenni, mani

che tremano carezzevoli in silenzio,

quasi timide, spaurite, altre mani,

ed un sole negli occhi che abbarbaglia

ed un vento che mette ali e canta.

Devo dirti di nuovo: Pensami,

pensa a una pensilina, a una rotaia,

a un treno, a un finestrino con un volto

e una mano che timida saluta,

al tempo che gira alla meridiana,

a ciò che ho detto e a ciò che non hai detto,

a te che te ne vai e a me che resto.

Basta chiudere gli occhi e non pensare,

buttare via i miei versi senza leggerli.

Pensami se vuoi, oppure gettami

come una cartastraccia nel pattume.

Gli Angeli cantano lassù in cielo   @

Con te e non con altri, Dio, io parlo

in questa fresca e quieta sera estiva,

ed ogni erba, ogni fronda freme e tace,

e anche il vento è calmo e spira adagio,

tutto un silenzio, un non so che di pace,

s’ode solo un lento ronzio di mosca,

lieve, pacioso, il tanto che non spiace

al buio della sera. E allora s’ode

gli Angeli lassù cantare

la gloria del Signore. Ma anche il vento,

l’erba, le fronde ed il ronzio di mosca

cantano pur’essi un inno al Creatore,

anche se non sanno a chi. Ma intanto cantano.

Piero l’immaginato  @

Niente si sa, fa’ Piero, perché il Vero,

invece di saperlo, lo s’immagina,

e Piero non è certo d’esser Piero,

ma immagina di esserlo.  E questo

suo umile tentativo di sembrare

gli riesce assai più facile e spontaneo

che essere davvero   un vero Piero.

Facile l’irrealtà dell’apparente,

meno facile esserlo per davvero.

eppure sì

…eppure sì su questo,

                                        ma non sempre,

o forse sempre no, ma, chissà, quasi,

quindi, comunque,

                              per la qual cosa,

diciamolo, ma sì, non totalmente

(oh, quello no), sdraiato in ogni caso,

no, ma ritto,

                         in piedi, verticale,

ma neanche orizzontale, ventre a terra,

né giù di schiena,

                             o, mal che vada,

in piedi, obliqui, di sghimbescio,

a quarantacinque sù per giù di gradi

d’angolo, in una certa posizione

vertico-orizzontale,

                                e nel contempo

sperando in  un miracolo evangelico

che eviti non so che barcollamento

che provochi la caduta,   rimanendo

alquanto sbilanciato e resistendo

da indomito partigiano, con tenacia

e rischio del pericolo.

                                  Eh sì, su questo

(dicevo, sì) su questo, al giorno d’oggi

è d’uopo non transigere e restare,

è logico, né ritti né sdraiati,

ma tutti e due in contempo,  in  un’eroico

dondolo tra terra e cielo, equilibrandosi

quel tanto che si può, quindi aspettare

un giusto battimani

                                  e una medaglia

d’oro al valore partigiano.

Resistere, resistere, resistere,

                                          e poi il tonfo

veterofascista…E tutti al bar,

con un’indomita incursione antifascista,

a bersi una spremuta

                                 di pompelmo.

(3 giugno 2020 fine della resistenza partigiana anticorona)

Cerca di esistere    @

Stavo seduto in mezzo a un’assemblea

di folaghe e gabbiani s’una sedia,

l’unica sedia a picco sopra il mare.

E la sentivo, quanto m’importasse

starvici seduto e da lì guardare

l’invisibile irrealtà dell’Inesistere.

Anna, ti scrivo da questo posto,

qui non passano macchine né treni,

ma uccelli, tanti, folaghe e gabbiani,

ogni tanto qualche angelo di fretta,

forse è in ritardo,  tutto un batter d’ali

di stridi e di gorgheggi, e se ne vanno

in nessuna direzione, qua e là a caso,

sentono la necessità di volare.

Sto qui a picco sopra il mare

con la paura di tornare al Nulla,

oltre la vista, sopra un orizzonte

tremulo di una lunga linea azzurra,

dove il Tuttonulla ha voce e canto

come il vento che grida forte e tace.

Qui si leva e cala il sole

e il mio respiro è un grido di aiuto,

e cerco la parola ma non trovo

che quella che non dico quando taccio.

Sono seduto qui, su questa sedia,

come un Prometeo incatenato

nel carcere del suo corpo, vorrei alzarmi

e correre. Vorrei potere vivere.

Anna, cerca anche tu come me  di esistere.

Un attimo d’attesa  @

Finestre chiuse di case poverelle,

con contrasti di panni stessi al sole

ad asciugare. Due o tre galline

becchettano due o tre vermetti nell’aia.

Un attimo, soltanto, e appare Anna

in un rogo canoro di cicale,

leggera, leggerissima, s’invola

cantando dietro la legnaia. Anna,

è sempre lei che fa la differenza,

qualunque sia il tempo, anche di notte.

Un attimo d’attesa, ed un germoglio

di rosa s’apre. Bella ma fugace.

L’eternità

Esisto? E chi l’ha detto?

Ogni giorno  che passa io mi stupisco

d’esistere, e, immemore, domando

come sia possibile ch’esista,

così, senza saperlo, e l’ ho voluto,

sì, l’ho voluto, e non so come,

ma ce l’ho fatta, ed eccomi ora qui

a dirvelo, a gridarlo: Ce l’ho fatta!

Forse, chissà, a pensarci, ho faticato

a mettermi tutto insieme, e intanto esisto,

forse, chissà, potevo farne a meno

e continuare ancora a non esistere.

Penso sia stata una combinazione

l’idea di chissà chi, non io di certo,

di dirmi: sù alzati, e cammina!

Detto fra noi: Esisto? E chi l’ha detto?

L’uomo che non sono

Vado talora a notte fonda

come un automa in giro per la camera,

fino al comò, alla sedia e alla specchiera,

passo a passo, in pantofole e pigiama.

Ma sono io? mi chiedo. Mi preoccupa

quel mio corpo che va avanti e indietro,

un corpo che m’è  estraneo, e mi sorprende

vederlo aprir la porta e poi richiuderla,

discendere nel buio delle scale

gradino per gradino fino all’uscio.

Un attimo, ed è fuori, sulla strada.

Come vorrei chiamarlo, dargli un grido

per dirgli: Torna, vieni qui e raccontami,

dimmi di te, che cosa fai, che vuoi,

perché sono obbligato a andarti dietro?

Lo vedo allontanarsi e scomparire

in un di là senza spazio e tempo,

l’uomo che non sarò e non son mai stato.

La rosa che non colgo

Ti penso, 

             e lo so che non esisti,

ma siediti qui con me ancora,

amore, nella domestica tua stanza.

Tènere mani tra le mani parlano

un tacito alfabeto, rare son le ore,

ma io e tu sediamo con il cuore in gola,

io ch’esisto,

                 e tu che non esisti,

gli occhi raggianti e i taciti sorrisi

quasi impigliati a filo delle labbra.

E così sia: più tu mi sei mia

e più mi sei eterea,

                          inesistente,

ma ti offro una rosa che non colgo,

– il pensiero la coglie e te l’offre, –

e tu accettalo:

                    è il fiore del poeta.

Tutte le cose che sono qui d’attorno

hanno il languore delle cose morte,

degli angeli tristi senza il paradiso.

Ma è luglio,

               il luglio del Leone,

luglio d’azzurrità nei ricami d’aria,

caldi, nel grembo delle sere,

e mi parli senza bocca e senza voce

in questa straordinaria sera estiva.

Ma io sono della Vergine, e se scrivo

di ciò che non c’è,

                            è perché ci credo.

L’eternità

Forse che l’ironia non è il tuo forte,

ma non importa, io mi ostino a vivere,

anche se a malapena, come posso,

ma intanto vivo, e d’altro non mi fido,

no, non mi fido di chi è certo e giura

che dopo di noi l’eternità. Oh, certo,

diglielo tu a chi è morto: Sei eterno…

Ma se ci fosse un aldilà, chi mai,

fra chi ci è andato, ha fatto mai ritorno?

Forse, chissà, qualcuno che ci è andato,

forse è tornato, e lo sa, ma tace.

L’eternità, un prezzo troppo alto

per noi, per scendere a un baratto.

E anche se a volte non si sa che farsene,

diglielo tu, a chi è di là,

che l’aldilà non c’è, e lui è morto.

Il tempo ha fatto il suo dovere

Oggi il tempo ha fatto il suo dovere,

com’è logico che sia. Dopo il mattino

si è prodigato a pro’ del pomeriggio,

poi s’è dato da fare

                                    per far sera,

e ora ha portato sulle vie e le case

le ombre del crepuscolo. Al suo solito,

anche oggi l’ha fatto sino in fondo,

e senza perder tempo, un dietro l’altro

ha messo bene in ordine gli attimi

e, con gli attimi, i minuti, e coi minuti,

è logico, le ore.

                      Così adesso

che la luce rimasta è così fievole

che anche il vento non sa più dove andare,

meglio togliersi le scarpe e andare scalzo

in cerca del pigiama, e perché è l’ora

di chiudere alla mia meglio la giornata,

il tempo mi dirà quello che sono,

un vile che si svuota della vita

per prendersene un’altra.

                                Pure io,

certo,  ho fatto il mio dovere,

sono quel che sono e mi ripudio

come poeta, e mi amo come uomo.

Lo sbadiglio

Il compleanno di mio padre

Oggi da noi
son trentasei gli anni
padre, che ci hai lasciato,
era un tredici di luglio, ed oggi in cielo
festeggiano lassù il tuo compleanno,
perché quaggiù sei morto e lassù nato.
Son trentasei gli anni che ora vivi,
i tuoi primi trentasei anni
d’eternità, sei, padre, così giovane,
ancora più di me che ti son figlio,
ed è perciò una lieta ricorrenza
per te, lassù, per te,
ma anche per mamma.
Lassù più il tempo passa e più si è giovani,
e non c’è modo, pare, d’invecchiare.
ma c’è abbastanza tempo per oziare,
le mani in mano, e senza fare nulla,
al massimo, semmai, grattarsi il naso
o alzare un sopracciglio o alzare un dito,
così, per far qualcosa.
E anche tu, padre,
puoi leggerti in santa pace il tuo giornale
di sempre – l’Alto Adige – fumandoti
con mamma che s’incavola,- la pipa.
Padre, e noi che si continua
a vivere, – tu sai l’ostinazione
di un tipo come me che non transige
e ogni tanto inarca un sopracciglio,
od alza un dito pollice o si gratta
un gomito od il naso,
– ed anche io,
lo sai, così, per far qualcosa
tra tante e tante mille e mille cose
che devo o voglio fare,-
padre, e noi,
che più che ci si incavola ed infogna
a credere di essere immortali
figùrati!,- e meno si capisce
se sù da te si possa chiacchierare
di questo oppur di quello, a un tavolino,
comodi, di un bar, con un giornale
se non di oggi almeno quel di ieri
od anche ieri l’altro,
– con te, padre,
con te, la pipa, e mamma che borbotta
per via del fumo. Padre,
è un poco come
mi fosse scivolata dalla mano
la penna, perché non riesco a scrivere,
scusami, ma mi sento così strano,
e quasi quasi piango,
e per rispetto
di te m’immagino io morto
lassù, da te, e tu da me qui vivo.
Anche se ciò che dico te lo dico
così, tanto per dire, e preferisco
scusami, papà,
non fare il cambio,
e pur se non ne sono interamente
appassionato, è forse molto meglio
il mio caffè al bar ed il giornale
naturalmente d’oggi e non di ieri.

Sfumavano le coccole nei prati

Un mattino di un sabato andavo
di corsa rincorrendo qualcosa.
Una foglia volava sospinta nel giovane vento,
volava danzando indifesa
tra piccoli refoli.
Volevo,
tendendo le mani, rincorrerla
e stringerla in pugno. Trepidavano al sole
e nel vento i lenzuoli distesi a asciugare
lassù, sui balconi.
Ed il cielo,
bluastro d’estate dopo l’ultima pioggia,
si tingeva di un vivo stupore
di luce. Correvo dietro la foglia,
e intanto scendeva la sera
ondeggiando nel vento.
Sfumavano
le coccole secche nei prati,
e tutto sfumava correndo nel tempo,
il sole, i lenzuoli, i balconi, la sera,
i prati con le coccole bianche
di brina. Correvo
stremato dal gelo,
la fronte gelata da bave di brina.
Ma stringevo nel pugno il trofeo
della foglia straziata dal gelo.
E Dio intanto, sù in alto, nel cielo,
mi stringeva a trofeo
nel suo pugno.
Ondeggiavano nel sole i lenzuoli
di Dio, lassù, stremati dal sole.

La stretta d’acqua *

Ogni giorno al risveglio ci si dice:
Oggi senz’altro ci sarà una prova,
che la vita non è utopia, ma esiste,
anche come una parentesi quadra
posta qua e là fra una riga e l’altra
del nostro diario. Dicono che vivere
non sia un compito facile né allegro,
ma, da esigenti e vecchi del mestiere,
sia un navigare in una stretta d’acqua
per rapide, ove la rosta è erta ed alta ,
ed un colpo di remi in più o in meno
drizza lo scafo o ti sbilanci e affondi.
Per non correre nessun rischio di sorta,
dato che annego in una pozza d’acqua,
io mi sono prenotato un transatlantico,
con un tanto, non sia mai, di salvagente.

L’ultima foglia

Non è che io abbia un granché di voglia
di starmene qui appesa a dondolare
s’un ramo, al gelo dell’inverno
ch’è ormai alle porte. Foglia o non foglia,
anche se muoio e cado, sai che importa?,
muoio e poi cado, o cado e poi muoio,
non ho rimpianti – prima o poi si deve,-
e anche la neve cade, a larghe falde,
e intanto oscillo, dondolo, e dico
addio al mondo. Sì, ho ben poca voglia
di vivere, ma se poi non cado
quando la neve cade, cosa faccio,
quassù, su questo ramo? Dondolo,
sospiro? Mi arrovello
a che fare così come son messa,
pendula qui appesa a contemplare
la neve mentre cade, e a domandarmi:
Perché lei lo può? Ed io, chi sono?

Lo sbadiglio

Esista oppure no, ecco: sbadiglia.
Grida: sbadiglio,
dunque esisto!
Certo lo so, lo ammetto: lo sbadiglio
implica forzatamente un qualchecosa
da ascrivere a una bocca, in ogni caso
è qui, lo sento,
è uno che sbadiglia.
Guardo con occhio indagatore:
oltre allo sbadiglio non c’è nulla,
non una bocca,
e non è lo spurgo
dell’acqua di un lavello,
ma è il tipico rumore della bocca
di uno, non certo un elefante
non penso ci sia un nesso tra sbadiglio
e bestia, – neppure un borborigma
di aria, il gorgoglio di uno stomaco
che pare gridi: Esisto!
O forse è Piero,
il figlio del lattaio, cerca forse,
dall’aldilà, di mettersi in contatto
con noi, per dirci qualchecosa
e chi lo fa coi colpi sotto un tavolo,
chi tenta con un fischio.–
Forse i morti
hanno il radar che hanno i pipistrelli,
dato che non hanno occhi, bocca, orecchi,
son solo puro spirito e dicono
parole senza dirle, con sbadigli
al posto della voce.
Ci assomigliano:
con tutto il loro eterno non far niente,
s’annoiano oh sì!, s’annoiano e sbadigliano.
Così, sbadiglio anch’io.
Per par condicio.

Un piede in un pensiero

Sta con un piede dentro la struttura
profonda d’un pensiero appena fatto,
un piede, solo un piede, per non correre
il pericolo di entrarvi tutto dentro
e, dopo, non potervi mai più uscire
e vivere la vita che gli resta
come un Giona che grida, chiama e affoga
nello stomaco di un pesce, una balena.
Lui però non ha la minima intenzione,
d’essere un Giona entrato nella bocca
non di un pesce, ma neanche di un pensiero,
che sia o no suo, dato ch’è possibile
poi non sapere come a fare a uscirne,
e finire così con lo sparire
quando il pensiero, a lungo andare, svuota
il contenuto e diventa oblio,
ossia il carcere a vita del cervello.

La parola che fa fiorir la rosa

Altro non è pensabile, impossibile
con coinvolgerci, è un diritto
non equivoco far logico l’illogico
e pensabile e possibile l’impossibile.
Dillo anche tu, affida alla parola
la voce del silenzio, ed al silenzio
l’eco della parola spenta in gola
Lotta, è un tuo compito lottare
contro il silenzio, dagli la parola
del poeta, che fa fiorir la rosa
dal Nulla, o se non ti riesce, un’ortica.

L’abisso di Dio

 Sono sì e no le diciannove   

Corse di vento lungo un’alberata

d’orni, un silenzio vegetale

di mormorii di erbe e una pazienza

di rane che per noia o fame

gracidano nei fossi. Sull’incudine

del tempo il giorno batte l’ora

del vespero – all’incirca

sono sì e no le diciannove.-

Di là dall’angolo giro

del mio sguardo io vedo traboccare

la sera sulle alture dietro casa.

Nulla è compiuto, tutto si ha da compiere,

Anna: mi porti via una costola

ogni giorno che nasce: come Adamo

io ti creo e ti discreo a mio piacere.

Ma non ti chiamo Eva, bensì Anna.

L’eternità in ritardo

A lungo si parlò di Piero a casa

di Giacomo, e a casa poi di Piero

a lungo si parlò anche di Giacomo,

tanto per par condicio.

                                   Ed i discorsi

caddero sul più e meno  – soprattutto,

dicono, sul più, ch’era scontato

che nessuno parlasse più del meno,

per via di Anna.

                        E piovve per due giorni,

e accaddero poi cose senza senso,

ma nessuno parlò di senso o cose,

era la volontà di Anna, sempre lei,

che dopo le devozioni della sera

ringraziò la platea e poi disparve

come un soffio che spegne la candela.

Passò poi di lì un forestiero

e disse: Bah!

                     E scacciò via una mosca,

e, già che c’era, un passero. Poi

qualcuno ne parlò, però non c’era

contradditorio o claque. Così, chi c’era,

si strinse nelle spalle, e disse: Amen.

E tutti in coro ripeterono:

                                       Amen.

Ma c’era un filo d’erba che tremava

dal gelo, ma era l’unico a aver freddo,

Noi no, avevamo il passamontagna

con un tanto di borsa d’acqua calda.

Del resto l’eternità  era in ritardo,

come al solito.

                        E allora ci sedemmo

comodi ad aspettarla. E, con noi, Anna,

anche se non c’era. Ma c’è un’Anna ?

Metti caso  

Non so, ma metti che abbia avuto

una cosa che non  è che  l’abbia persa

– oh santa ingenuità di chi ricorda

non più che il ricordabile, il resto

al macero! – 

                         ma metti caso

che, persa, non desideri riaverla,

né pensi di poter ricostruirla

almeno mentalmente, come idea,

e per materializzarla

in seguito,

               purché ne valga la candela,

metti che sia un clochard , un accattone,

a chiedertela per farne lui un buon uso,

metti che gliela dai

                                per elemosina,

 oppure in usufrutto

o prestito gratuito, a condizione

rigida di non farne poi commercio,

metti che la investa a farne frutto

in banca in BOT o BTP, e ne ricavi

un succulento

                      utile di idee,

che fai? Ne chiedi la restituzione

con tanto d’interessi o ne reclami

almeno la metà, o una provvigione

con tanto di cambiali con l’avallo

del sindaco o chi altro, o ne cancelli

il credito, e, in caso di bisogno,

t’indebiti con lui  per acquistarne

il tanto che ti basta da investire

in BOT o in BTP? 

                            Ma metti caso

che tutto sia soltanto un metti caso

da perdere comunque  in ogni caso…

L’abisso di Dio 

Sì, è logico,

                   così doveva andare,

angeli caduti giù dal cielo

a farmi compagnia.

                              Dio me ne scampi

dal pensiero ch’è tutto un solo scherzo,

che voi non esistete.

                                Accomiatarmi

dunque da voi si può, ma con  cautela,

e spingere, di là, la porta per entrare

e trovarvi soltanto

                              un po’ di diavoli,

e un tintinnio di catene ai piedi,

che stiano lì buoni. E poi gridargli

con ira: Consegnatemi l’abisso

di Dio,

          e lo imbottirò di sonno.

Nessuno lo saprebbe, ne son certo,

forse nemmeno Dio:

                            Almeno spero

che sia distratto e non ci faccia caso.

Tanto, chissà, con quello che ha da fare,

neppure sa chi sono.

                                È quanto spero.

L’uomo e il ragno

Pensavo che la stanza fosse vuota,

così ho spinto la porta e sono entrato.

Dentro, c’era un tavolo e una sedia

senza schienale,

                       e sulla sedia un uomo,

e sul tavolo un bicchiere e nel bicchiere

un po’ di vino. L’uomo mi guardava

come chi guarda

                         un bruco od una mosca.

E una mosca ronzava, e il suo ronzare

era una sfida a un ragno lì in attesa.

L’uomo poi s’alzò,

                          ed era il ragno,

orribile, ed incominciò a guardarmi

fisso e piano piano s’avanzava

come solo un ragno sa avanzare

verso una mosca,

                       ed io, atterrito,

urlai, e feci un balzo e fui sull’uscio,

lo spinsi ed uscì e così fui salvo

dalla sue grinfie. Lui il ragno,

                                              ed io la mosca,

salvo. Libero e  felice di ronzare.

Lista di attesa

Noi, gli strambi

C’è chi pensa che Dio sia una cosa stramba,

che non sta lassù in cielo né qui in terra;

che mai dire allora di noi uomini,

non si è forse noi, dico, gli strambi?

Ed allora guardiamoci allo specchio,

mostriamoci la lingua e deridiamoci

come si fa allo zoo con i macachi.

Lista d’attesa  

Forse, mi dice uno alle mie spalle,

(e lo sento arrivare all’improvviso,

quasi di corsa, senza far rumore,

come un fantasma),

                                   forse ti conosco,

o forse ti conobbi non so quando.

Come ti chiami? Mario?

                                      Non mi pare

uno che ho visto o conosciuto, certo

tra tanta e tanta gente che ho incontrato

non posso ricordarmelo,

                                   ha un volto

perfettamente estraneo, anzi,

a ben dire, non è che sia il caso

di perdere lì del tempo a chiacchierare.

Scusami, ma mi aspettano,

                                          ed è tardi,

e poi, gli dico, io non ti conosco,

non so chi sia, o forse ti ho già visto,

penso, ma dove?,

                        e poi, che posso dirti?,

più che ti guardo e meno ti rammento.

Ciao, debbo andare…

                                 E affretto l’andatura.

Scusami, insiste, ma anch’io ho fretta,

e anche per me è tardi,  e pur’io vado,

penso, dove tu vai, e ho della gente,

parenti e amici, che mi attende.

Vedi?, siamo soli,

                        e si fa insieme

quel poco di cammino che ci resta.

Titubo alla sua proposta: non mi piace

perdermi a chiacchierare per la strada

con chi non so

                    chi sia né dove vada,

ma accelero sperando di staccarlo,

perché mi lasci in pace. Non ho voglia

d’intavolare un benché minimo colloquio,

sto bene anche da solo.

                                     Basta!, grido,

lasciami, ho fretta e ci ho da fare,

vedi?, è già sera, parla con chi vuoi,

ma non seccarmi, io sto bene solo.

Lasciami, per favore!

                                    E allungo il passo,

e più che un camminare, il mio è un correre.

Quando sei là, mi grida (e la sua voce,

ora è lontana, un soffio, alle mie spalle,

quando sei là, domandati chi sei,

chi eri e chi sarai …

                             E all’improvviso,

per una via che cala verso il mare,

vedo una fila d’uomini, a migliaia,

discendere cantando.

                                  Mi ricordano

gli anni passati, quando il Venerdì Santo

la gente si adunava

                    a celebrare

la litania dei morti, e un sacerdote

coi chierici portava un crocifisso,

e tutti gli altri dietro, in un corteo

di gente salmodiante.

                                   Laggiù, il Cristo,

alto, visibile a distanza,

pareva avesse il volto di mio padre,

o forse, non lo so, era un miraggio,

un miracolo, per me, che dubitavo

dei miracoli.

                   Ed anch’io

mi accodo a quella gente, anch’io lo seguo,

quel Cristo con il volto di mio padre.

Tutti siamo Cristi, tutti noi

abbiamo un Cristo

                        con il nostro volto

ed una croce sulle nostre spalle

La stagione straordinaria  

Come da eco ad eco si rinnova

a ogni danza di vento la stagione

del glicine fiorito, e anche la morte

perde ogni contorno nel tramonto

precipite del sole in un’attesa

dolce  d’una rinascita che acquieta

il sonno delle rose. Un poco inquieto,

il fiato della sera che si muove

tra gli occhi allucinati dei sambuchi

cambia direzione tra le frasche

e come un vento fresco di collina

porta il respiro di una nuova sera.

Hai il volto bianco e triste della luna,

e il riflesso degli occhi che tu sgrani

mi dice sì, ch’esisti. Ma sorridi,

forse non sai con quanto malincuore

vivo questa stagione straordinaria;

tutto ciò che amo è così in bilico

da rendere invivibile l’attesa,

e a ogni goccia di sole che tramonta

ripongo una faretra nella teca

ed  entro a farti esistere in un sogno.

Incominciare a vivere

Incominciare a vivere 

Da anni ed anni attendo,

d’incominciare a vivere, sforzandomi

più e più volte di farlo, ma è un’impresa

ogni tentativo, ipotizzando

che al gatto senza dubbio gli ci riesce,

talvolta, sì, però senza saperlo,

e mi chiedo e richiedo che mai diamine

io debba o possa fare, è ossessionante

ogni volta tentare e ritentare

di vivere, ma, ahimè, non mi ci riesce,

è l’ora di piantarla, e proseguire,

per intanto, di finire di morire.

 

Mettiti le scarpe 

Dai, mettiti le scarpe ed esci,

vieni con me oggi che c’è il sole

lascia il computer, vèstiti e vieni,

dammi la mano, andiamo in paradiso.

Vedi l’albicocco ch’è già in fiore

e ogni giorno si va verso la fine

di questo freddo inverno senza neve.

Mettiti anche tu la primavera in cuore:

è marzo. A ogni passo un fiore.

La vita che si vorrebbe  °

Viverla non sai, la vita,

come vorresti?

Ma allora almeno tenta,

quanto più puoi, di metterla in iscritto,

colmala di vicende e conoscenze

che quantomeno siano veritiere,

anche se con un poco di parvenza

di illogico e irreale.

                                  E metti a parte

la vile consuetudine del tempo

di esigere le scadenze, i consuntivi,

e la dissolutezza di mutare

in goffo anche l’amore,

tanto che a un certo punto ci si arrende,

paghi di aver vissuto, e si ringrazia

inchinandosi agli applausi

                                         di chi resta.

L’alitosi

Oggi i giornalisti  hanno scioperato

non per aver più soldi o migliorare

le loro condizioni di lavoro,

bensì per potere pubblicare

che il nonno ha l’alitosi e Piero l’asma.

Chiamiamola libertà d’informazione,

diritto a fare gossip ( in italiano

il diritto allo spettegolamento )

ma a noi, a dire il vero,   che ci frega,

ditemi, del nonno e del suo alito ?

L’altro, lo spettegolato, il gonzo

da prendere pei fondelli e sputtanato,

taccia, non ha diritto di difesa,

si tenga l’alitosi, e stia contento.

Quando verrà fuori ch’è innocente,

che il cattivo alito è un’accusa

ignobile e non vera, che ci frega?,

a dire il vero ce ne sono tanti

con l’alito cattivo. Uno in meno

od uno in più, che fa ? Stia buono e taccia.

L’istante

Schiocca,

                 lassù, un frustata d’aria,

e una persiana sbatte con rumore.

Giù, sulla strada, gente che s’affretta

nel caos del temporale. Va senza ritorno

un vecchio.

                        ( Per vivere l’istante,

basta una scia di luce che abbarbagli

sul vetro di una macchina che passa. )

Nell’aria che già trema mulinella

un lampo. Un non so che di gaio

negli occhi di una donna.

                                   ( Una risata. )

Aveva letto Kant 

Letto Kant, Shopenhauer usciva

di tarda sera e andava da Teresa.

Lui, il filosofo del dolore,

n’ebbe, di donne, in Germania e altrove,

filosofo sciupafemmine, predone

dionisiaco amante delle alcove.

E irrideva il filosofi kantiani,

chiamandoli maestri da burletta,

scimmie di Kant. E pare che anche Marx,

letto Kant, alla sera dopo cena,

andasse con la donna di servizio,

mettendola poi incinta, e non volesse

riconoscerne i figli. Per non dire

di Nietzsche, di Rosseau, di Aristotele,

filosofi dongiovanni, né di Simenon,

il Simenon tanto amato, col carnet

tutto pieno di donne di piacere,

purn senza leggere Kant. E certo pure

Kant, neppure lui, ha mai letto Kant,

di sera dopo cena, o avrà cercato

quantomeno, potendo, di evitare

di leggerlo. Perché non era Eco,

né aveva la spocchia del virtuoso

dalla cintola in su. Era un filosofo,

e ai filosofi non piacciono le donne.

Son saltate le valvole 

(L’eternità dell’ora stupida)

Son saltate la valvole, e il bar,

all’improvviso, ora è quasi buio.

Quei volti della gente qui seduta,

ai tavoli, il tinnio  di un cucchiaino

che cade, e quella luce impegolata

nel vano della porta

                             – una vetrata

appena schiusa -, e fra volto e volto

i dettagli che via via si affievoliscono

nel nulla, e ne resta una sfumata

malinconia, e degli occhi

la traccia grigio nera delle occhiaie,

un palpitio di battiti di tempie.

La congiura del buio…

                  Ed un silenzio

come di un ballo in maschera, e mi ridi

nel dirmi: Prendimi!, e nessuno

di noi che s’alzi e inizi la sua danza,

ma tutti compiacenti che sorridono

nel dirsi: Prendimi! Ogni volto

mano a mano si disfà nello scomporsi,

ed anche il mio, dissolto in un bagliore

d’eternità, e il bar, e la vetrata

dal vetro smerigliato, tutto esala,

sfuma, dilegua, e ridiventa eterno.

Non ti vedo, e anche il buio ti nega,

ed è un’ora qualunque,

                 un’ora stupida

per divenire eterni, ed io credevo

alla sacralità  dell’ora convenuta,

non ad una sciocca congiuntura,

così, nel chiacchierare tra di noi,

un po’ ci si distrae e non si fa caso,

quando si è eterni,

                        a dove metti i piedi.

Al di qua dell’unghia

Non occorre che tu guardi altrove,

lontano.

            Solleva

appena un poco lo sguardo

fino dove arriva il tuo dito,

non oltre lo smerlo dell’unghia:

sta qui, nell’occhiata del miope,

la breve distanza

                         tra noi e l’eterno,

la lotta tra il Bene ed il Male,

la Parola del saggio cialtrone,

del Babbo Natale con tanto di slitta

e di renne,

           tra il sacro e il profano.

Senza farti morire di noia,

rimani

          al di qua del tuo dito,

rinuncia alle forche caudine

dello sguardo

                    che corre lontano.

Non è che il Domani sia oltre

il tuo dito, il Vicino e il Lontano

stan qui,

          dove arrivi con l’unghia,

e anche Dio sta al di qua del tuo dito,

nella grama  brevità

                          del tuo sguardo.

In un’alba di resurrezione,

il Passato si muta in Presente

al di qua del tuo dito,

                            e l’unghia

è il picco che alto sovrasta

ogni cosa, il Dicibile

e l’eterno Indicibile, il tempo

dell’uomo e il Non-tempo

dell’unghia di Dio.

                      La tua unghia.

L’acqua che bolle °

L’acqua bolle nella pentola, ed io

penso che sia ormai l’ora di buttarci

dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.

Dice: Butta giù gli spaghetti,

piacciono a tuo padre…E’ la tua voce,

o non piuttosto quella di mia madre,

o di una che non so, ma non importa,

c’è il fuoco e la pentola e dentro

la pentola c’è l’acqua in ebollizione.

Dio, che leggerezza la tua voce,

o quella di mia madre che mi parla

di angeli… Un sussurro.  Lei è sempre

quella di un  tempo, identica a sé stessa.

La vedo che discende ora le scale

nella sua eterea identità di madre

col passo che s’incespica, e sorride

come per dirmi: E’ sempre quel gradino,

vedi di ripararlo, prima o dopo

cadi e ti fai male. È sempre quello,

sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-

identici a una volta, lo scalino,

io e tu e mia madre,  ed anche Dio,

sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.

Mamma si volta, un attimo, e sorride

e fa di sì col capo. E poi scompare.

Attendo la vita

Attendo la vita

Il silenzio mi divora e l’aria è quieta,
la sera è scesa e penetra nell’iride
con il palpito rosso del crepuscolo.
E’ terra, è cielo, è un tutto che si sfa
in nulla e muore. Tutto
si permea del suo nulla, e non si nasce
se prima non si muore, e non si ride
se prima non si piange. Guarda
la luna, va dietro il sole, e spare
e dopo ricompare. Il cielo
è lungo l’orizzonte che discende
e s’imporpora. E il buio morde
come morde il pensiero nella mente,
morde ma non duole, dimentica
e ricorda. E piange e ride.

E’ il muto linguaggio delle tenebre
che disegna le stelle lassù in cielo
e ricama la luna e attende il grido
di Dio. Intanto qui si muore
nell’ombra e si ride nel sole.
Immagino l’ombra dell’ombra,
e penso alla vita che muore
e alla morte che vive. E attendo la fine.
Questo enigma mi uccide e mi rigenera.
Dio, dà un esempio, e fammi eterno.

Rinnovamento

Fin dal primo giorno della storia
dell’universo Dio rinnova il mondo,
ogni attimo che passa, è un rinnovato
atto di creazione:
s’apre un fiore
e radica sotto terra e poi fa foglia,
sibila un lampo un attimo ed esplode
un tuono – basta un attimo – e un filo d’erba
trema e tremando sgronda silenzioso
una stilla di guazza;
una ragazza
s’aggiusta la frangetta sulla fronte
e sgrana le pupille, canta un grillo,
un attimo,
e il mondo si rinnova
senza alcun bisogno di chiamare
Dio perché venga a intervenire,
non perché Dio
non possa né non voglia
farlo, ma perché è peccato
che Dio si sprechi a far di queste cose
piccole e banali. Ci vuol altro,
ci vuole ben di più per disturbarlo.
Sprechi il suo tempo a far le cose grandi.

Un sentore d’eterno

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

L’anima non ha peso

Dici che l’anima è leggera,
e occupa a occhio e croce
il due per cento,
tutto il resto lo si occupa col corpo.
Chiusa non si sa dove, prigioniera,
vive in un spazio angusto di materia
come la perla dentro la sua ostrica.
Forse si sta parlando
di una cosa
inutile, o che non c’è, un desiderio,
una pia supposizione, e non v’è traccia,
dentro di noi, di perla;
siamo un vuoto,
come un guscio che dentro non ha nulla,
tutto un vuoto riempito di materia,
di ossa, carne e sangue.
Non è l’anima,
è la materia che diventa eterna.
Tutto di là, ed anche Dio, è materia.
E Dio lo sa che non è una bestemmia.
Quando vien notte, a volte, nel parlare,
le parole che m’escono di bocca
quando chiacchiero con l’Angelo, via via
si fan sempre più rade, lente e fioche
come l’ultimo leggero sgocciolare
d’un rubinetto, un fievole singhiozzo
d’acqua strozzata nella canna. E allora
chiudo la bocca e taccio. Mi rimane
dentro, sgocciante, tra ugola e palato,
un’ultima eco vuota di parole,
come l’addio di chi mi parla dentro.
E allora io e l’Angelo si dorme

L’uomo della sabbia

Ho sentito ieri notte scoppiare,
forse, il silenzio della Creazione
prima del Caos. Sù, sul ballatoio,
lungo i fili dello stenditoio,
dove penzolavano i panni stesi al sole,
correva un fil di vento di bufera
come una scossa elettrica in un cavo,
un ronzare di vespe e di zanzare.
Io lo sapevo, sì, che ero eterno,
e il senso stava tutto sopra un figlio,
un pezzetto di carta su d’un tavolo
con la scritta: Inizio del Creato.
Che fare della vita? C’era un buio
fitto, e mi pareva tutto immenso,
anche il piccolo ora era grandioso,
e la mia anima non mi stava più dentro,
ma straripava tanto era immane,
e tacevo e pensavo alla mia morte,
forse era arrivata. E lo ascoltavo,
sì, lo ascoltavo l’uomo della sabbia,
saliva pian pianino sù, le scale,
e salendo tossiva. E già mi era
dietro le spalle e ansimava. Dormivo,
dormivo, sì, e russavo, ed ero cieco
come una talpa, e muto e sordo,
la testa sul cuscino. E forse morto.
Ma aspettavo averne la conferma

Reparto ortopedia @
Dopo l’operazione alla testa del femore

Fuori della finestra mi sorride
marzo, come solo marzo sa sorridere,
tutta una luce viene giù dal cielo,
e mi alzo e pian piano col girello
guardo marzo sorridermi dai vetri,
e rido, e più che rido più sto meglio,
io e marzo siamo
un’unica risata,
dal femore al ginocchio, al metatarso,
alle primule in boccio, al cielo, al sole
all’infermiera che viene per la flebo.
Così ritorno a letto e torno serio,
e, fuori,
ha ricominciato a piovere
come solo marzo sa far piovere
e il femore riprende a farmi male.
Passo e ripasso il palmo della mano,
delicatamente sulla coscia,
come volessi addolcirne il dolore,
una strategia di chi non ha altro da fare
che stringere i denti e i pugni.
Tieni duro,
Italo, mi dico, e, con la mano,
passo e ripasso il Voltaren, strofino
piano, leggero, dove fa più male.
Poi, se non basta, c’è l’acetabolo,
anche se il dicloreum è molto meglio,
però non me lo danno. E così è intanto
tutto un inferno dalla coscia al piede,
stretti in una calza da drenaggio
che coopera a farmi stare ancor più male.
E’ un po’ come
voler spegnere la pioggia,
o dare fuoco a un fiume che straripa.
Torno alla finestra,
fuori è un sole
mai visto tanto sole, e marzo ride.
E rido anch’io, e, con me, la coscia
con la testa del femore,
e anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, scoppia a ridere,
con l’infermiera con l’acetabolo.

Mie poesie in dialetto istriano di Pola

sélego solitario

(pensando a Leopardi)

Viver pensài drento ‘n ricordo,
e ‘ncontrarse con Silvia puteléta,
sgàia e pensosa, sora ‘l col, de magio,
a Recanati, magio tuto in fior,
e vardàr el poeta, bruto e gobo,
ma belo come un ‘Dio de drento,
sentà su ‘na caréga scriver versi
a ‘n sélego pitòco solitario
sora de lù, che ‘l pìpia, e par che ‘l pianzi.
E Silvia puteléta, tuta sgàia
e piena de morbìn, che canta
nel far i lèti e distrigar la casa,
e ‘l poeta che ciól só pena e carta
e ‘l meti zó ‘na poesia par Silvia,
Silvia, ‘l suo amor inciodado in testa,
Silvia pensosa e sgàia che la canta.

Il passero solitario

Vivere pensato dentro un ricordo / e incontrarsi con Silvia ragazzina /gaia e pensosa, sopra il colle, di maggio, / a Recanati, maggio tutto in fiore, / e guardare il poeta, brutto e gobbo, / ma bello come un Dio di dentro, / seduto s’una seggiola scrivere versi / a un passero, poveraccio solitario / sopra di lui, che pigola, e pare pianga. / E Silvia, ragazzina, tutta gaia / e piena di brio, che canta / nel fare il letto e mettere a posto la casa, / e il poeta che prende sù penna e carta / e mette giù una poesia per Silvia, / Silvia, il suo amore inchiodato in testa, / Silvia pensosa e gaia che canta.

Cosa?

Cosa?
Un sussurro, un respiro
alla mia porta, un dito
che ha battuto, ma piano,
piano, un paio di volte?
Uno schiocco di una voce nel silenzio,
un trepestio di topi
o il miagolio di un gatto?
Cosa? Chi è? Chi è che batte?
Tremo, brrrr…un sussurro,
così, leggero, debole,
un dondolio di un ragno?,.
e, dolce, dolce…
e poi, più niente,
niente.
Lo sai chi è? Il vento,
forse, il libeccio, che raspa in terra,
oppur la pioggia,
la pioggia che batte
in una pozza d’acqua,
sottile, fresa e rada,
uno splatsch
sopra la foglie secce cadute in strada?
Cosa?

Cossa?

Cossa?/Un susuro, un respiro /a la mia porta un dedo/ch’el gà batù, ma piano,/pian, un per de volte?/‘Na s’cioca de ‘na vose in’tel silenzio,/un tanbusar de sorzi, /o ‘na sgnàgula de un gato?/ Cossa?/Chi xe? Chi xe che bati?/Tremo, brrr…’n susuro/cussì, liziero, sgnèsolo,/un sospirar de un lievro,/un dondolar de ‘n ragno?,/e, dolze, dolze, dolze…/E po’, più gnente,/gnente./Ti sa chi xe?/El vento,/forsi, el garbin, ch’el raspa in tera,/opur la piova,/la piova che la bati/in’te ‘na pocia d’acqua,/sutile, fresca e rada,/un ploch/sora le foje seche cascà in strada?/Cossa?

Dio non sa morire

Di là dai broccoli dell’orto,
maggio pittore ha pitturato gli alberi
con una bianca fresca fioritura,
maggio pazzoide, romantico poeta,
gli asini vanno in amore e tira bora.
Dio gli dà l’ultima passata,
di vernice, una schiarita azzurra
e un mazzo di nuvole ad oriente.
Un attimo a Dio gli basta per fare
ciò che a noi non riesce in mille anni.
Lui che tutto può e tutto vuole,
Lui, padrone del cielo, non riesce
a fare una cosa facile, banale,
un gioco per ragazzi, semplicissima,
ossia morire. Sì, a morire,
Dio, noi ci arrangiamo, Tu ci hai fatti,
lo sai, di terra, e terra ritorniamo,
ed a morire si è di te più bravi,
ci riesce in un sol colpo, ci basta
un attimo, uno solo. Ma Tu, Dio,
provalo, se ci riesci. Non sai farlo.

Dio no’ sa morir

De là del confin de l’orto / magio pitor gà piturà sui alberi/ tuta ‘na bianca fresca fioridura, / magio mataràn, romantico poeta /co’ i musi i va in amor e tira bora. / Dio el ghe dà l’ultima man / de lustrofin, ‘na s’ciarida azura / e un s’ciapo de nuvole in solfòra./ ‘N atimo ‘l ghe basta a Dio par far / quel che a noi no’ riessi in mili ani: / Lu, che tuto pol e tuto vol, / paròn del ziel, no’ ‘l riessi, / a far ‘na roba fazile, banal, / che a noi ne par un zogo de putèi, / semplize de far: morir. Sì, a morir, /Dio, noi ne rangemo, / ti te ne gà fati, e ti lo sa, de tera, / e tera ritornemo, e in’tel morir, / Dio, noi semo ‘ssai più bravi, / ne riessi in tutt’in t’un. Ne basta / un atimo, uno sol. Ma Tu, Dio, / provilo, se ti xe bon. Ti no’ ti sa farlo.