Una sedia in cielo

UNA SEDIA IN CIELO

Mi hanno detto che c’è una sedia in cielo,
una sola, e ch’è per me, e che mi aspetta,
anzi, mi spetta, gli altri che si arrangino,
se la vogliono occorre prenotarsela,
altrimenti lassù si resta in piedi.

Ma m’han detto che l’hanno posteggiata
in divieto di sosta, per la qual cosa
me l’hanno trasferita giù in inferno.

Pur di non stare per eterno in piedi,
lassù, in paradiso, a malavoglia
ho deciso d’andarmene in inferno.

UNA SALUTARE DICOTOMIA

Esce di casa solo con il corpo,
mentre l’anima la lascia a casa,
comoda, sul canapè, distesa,
stanca com’è, tranquilla, a pisolare
nel tranquillo tran tran del pomeriggio.

Ed è un fatto davvero straordinario,
uscirsene da solo, senza l’anima
tra i piedi, per lui una salutare
dicotomia andarsene per strada
libero, senza vincoli morali,
e nessuno degli amici ci fa caso,
al bar, per il caffè, e per il solito
giro di rubamazzo e la consueta
chiacchiera sul calcio e sulle donne

IL BACIO DELLA BUONA NOTTE

Lo stridere del fuoco nel camino
vìola il silenzio del tinello,
pare la preghiera del crepuscolo
con le lingue di fiamma come mani
ardenti che si giungano
per l’ultimo Avemaria della sera.

Nella luce velata di una lampada,
la romantica allegria delle orchidee
accanto al mio computer. L’ora è quella
che gli angeli lassù vanno a dormire.
Fuori, sta nevicando. Mio fratello
mi prende sottobraccio, e ce ne andiamo
in sogno sù per l’erto acclive
del cielo, a due o tre passi
da Dio, per il consueto
bacio della buona notte.
Con la speranza che sia ancora sveglio.

CHI PASSA DI SOTTO

Sale alla finestra appena aperta il sole,
e il vento si è appena levato,
e nel prato ora canta
laggiù, una cicala.
Non canta,
ma stride. Tersa e chiara
ora è l’aria, e odora d’agosto
la rosa, e sposto con la mano
la tendina e con l’altra
stringo agitando a saluto
chi passa di sotto,
– se passi
qualcuno non so, ma saluto lo stesso,
tanto, non è una cosa che stanchi, –
e ho la faccia sudata dal sole
che imperla la fronte,
e saluto
pure la mosca
che ronza volando sul mento,
non mi va di darle lo sfratto,
è ridicolo, lo so,
ma talora
ho la strana percezione
che tutti han diritto di vivere,
chi passa di sotto o non passa,
a tutti un cenno di mano, un sorriso,
uno sguardo d’intesa.
A tutti,
e come no?, sì, anche alla mosca.

DIO POETA

Vorrei portare all’eternità
un libro di poesie di Mario Luzi
per farlo leggere agli angeli e ai santi
nei tranquilli dopocena in paradiso
tra un Pater, un Ave e un Gloria. E, s’è il caso,
prendano un lapis e scrivano anche loro
un paio o più di versi endecasillabi
per vincere la noia, o tentino di farlo,
estro permettendo. Ci vuol tatto e genio,
ma penso che ce l’abbiano. E, chissà
che anche Dio non si scopra poeta.

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Considerazioni sulla poesia

Italo Bonassi
Considerazioni semiserie sulla poesia

Un fatto che mi capita ogni tanto, e penso a molti di voi che scrivete poesie, è ricevere una lettera che ad es. reca sù l’indirizzo : al poeta Italo Bonassi. Non al sign. Italo Bonassi, no, al poeta Italo Bonassi. Una distinzione di categoria, al giorno d’oggi si direbbe di casta. Penso che se fossi un appassionato cercatore di funghi, dovrei ricevere delle lettere con sù scritto: al fungaiolo Italo Bonassi, altra distinzione di casta. Poeta o fungaiolo, la cosa cambia di poco, in quanto il fungaiolo penso abbia una gelosa cura del suo raccolto, tanto da sostenerne la sua preziosità quanto uno che scrive versi, e sarebbe certo lieto di veder scritto sulle lettere a lui indirizzate “al fungaiolo Giovanni Rossi” quanto lo è uno che scrive versi di vedere scritto sulle lettere “al poeta Giovanni Rossi.””
Badate che parlo di chi scrive versi e non di chi è poeta. Entrambe le categorie hanno in comune l’amore per la scrittura, il che è lodevolissimo, e anche se chi scrive versi non arriva all’altezza di un poeta vero e proprio, merita ogni rispetto e stima, così come il pittore dilettante cui manchino gli strumenti e l’estro per uscire dalla mediocrità, ma i cui quadri sarebbe crudele chiamarli “croste”, perché possono pur sempre avere qualcosa di originale, di interessante.
Dunque, una volta, al portalettere che, nel consegnarmi una lettera con su scritto: al poeta, mi aveva chiesto sorridendomi con sorpresa curiosità se fossi io il poeta Italo Bonassi, gli avevo risposto: “so che sono l’utente del gas Italo Bonassi.” Da quel giorno mi ha guardato con più rispetto: pensate un poeta utente del gas. Doppia certificazione.
Cosa dire quando mi si pone la domanda: Perché scrive poesie? Resto davvero perplesso, non saprei trovarne il motivo. Molti risponderebbero senz’altro che è una loro esigenza interiore, un qualcosa che gli ditta dentro, come era successo a un certo Dante, che del resto era solo un poeta, non un poeta utente del gas.
Sarebbe come se mi chiedessero perché ho il dito mignolo della mano destra. Cosa risponderei? Ce l’ho perché è mio, semplicemente per una questione di appartenenza. La poesia io ce l’ho, non so dove, forse in qualche circonvoluzione del cervello, in un gene del mio patrimonio cromosomico, o chissà dove. Oppure non ce l’ho, ma la capto dal di fuori, un qualcosa che riesco a fare mio, a personalizzarlo, a metterlo in versi, come altri potrebbero tenerlo sotto forma di prosa o di ciancia e farne lunghe chiacchierate.
Noi, del Gruppo Poesia 83, nel nostro piccolo, possiamo a volte arrivare a scrivere delle belle poesie, altre volte belline, o anche poesiole, certamente all’inizio della nostra avventura nel Gruppo avevamo ancora
parecchio da imparare, io compreso, e la nostra esperienza di Gruppo ci ha aiutato ad affinare la nostra sensibilità e il nostro stile di scrittura: chi va con lo zoppo impara a zoppicare, e chi va con chi scrive impara a scrivere.
Una volta diversi di noi sapevano solo scrivere poesie, non si erano mai cimentati nella difficile arte del critico o del saggista (però scrivere una poesia è più difficile che farne un profilo critico, così come comporre un brano musicale per pianoforte è più difficile che mettersi al pianoforte e suonare un brano composto da un altro ).
Siamo poeti, dunque, o cosa siamo, solo autori di versi? Guardiamo dentro di noi, facciamo i giudici di noi stessi, ma senza troppo manica larga né eccessiva severità. Ma solo chi è severo con sé stesso ed accetta i consigli e le eventuali correzioni da parte chi è più avanti di noi, può fare passi avanti, e Giotto può raggiungere Cimabue. Ottimi banchi di prova sono i concorsi letterari, lì uno vede, se non sono truccati, quello che vale.
Anni fa avevo perso l’amicizia di una poetessa dialettale alle prime armi nel settore lingua, bravina nella metrica ma ancora piuttosto a disagio con la sintassi, e che tra l’altro ogni due versi sì o no apponeva un bel punto esclamativo ed ogni tre o quattro i tre puntini sospensivi.
Perdetti la sua amicizia quando glieli tolsi tutti dal testo che mi aveva dato in visione. Era convinta di essere arrivata? Ecco, quando uno ha una tale convenzione, è segno che non è arrivato affatto.
Noi del Gruppo operiamo in un mondo molto affezionato al suo dialetto, e che a volte si commuove a sentir leggere del nonno che faceva il contadino (molti poeti, anche quelli in lingua, scrivono di nonni contadini col volto bruciato dal sole e le mani callose per l’uso della zappa e della vanga, raro che scrivano del nonno impiegato al catasto o conduttore di tram, quelli sono nonni che appartengono a chi non scrive poesie). Ma a poco a poco siamo riusciti ad entrare nelle simpatie, e forse anche nel cuore, anche con le nostre poesie in lingua, oltre che con quelle dialettali. Una volta, dopo una recita qui a Rovereto, una signora del pubblico degli ascoltatori, alla fine della serata, mi si avvicinò e disse: L’ultima poesia che ha letto è stata la più bella di tutte, anche se non l’ho capita. Come fa a dire allora che era la più bella? E che aveva delle belle parole e ha fatto delle immagini piene di colore, non mi importa se non le ho capite, mi sono piaciute .Ecco, che una nostra poesia piaccia a volte può essere più importante che venga capita, come certi quadri che non sai da che parte appenderli alla parete.

Le poesie dell’11 marzo

LUGLIO LUGLIOSO PIOVORNO              @

Dio dà la parola d’ordine alla pioggia,
e la pioggia gli obbedisce e piove,
piove un’acquerugiola leggera
domenica mattina
sui tetti, le altane e i muriccioli
e gli orti, e piove sulle strade,
piove un po’ dovunque
riesce a piovere,
una musica di acqua fitta e lieve
antica come il mondo.
Cielo e terra
sono tutt’un’unica frescura
di acqua da bronchiti e reumatismi.
Poggia tranquilla,
pioggia di domenica
che cade un poco ovunque stilla a stilla,
solo ogni tanto un tuono che deflagra
di qua e di là, lontano,
e una scintilla
di un fulmine che schizza all’improvviso
e all’improvviso spare.
Piove, piove,
luglio pacifico, luglioso,
fradicio, piovorno, luglio piove
giorno dopo giorno,
quasi ogni giorno.

GLI ANGELI LO SANNO @

Il mio nome è gridato lassù in cielo,
e gli Angeli lo sanno,
lo ripetono parlando tra di loro,
e, nel dirlo, abbassano un po’ le ali,
deferenti, e si scappellano l’aureola.
Qui, sulla terra, invece non un cane
che scodinzoli a sentirlo sussurrare.

  

LO SCONTENTO  @

 
Al solito politico, che ci aveva promesso la felicità se gli si dava il voto. Gliela abbaiamo dato, ma siamo più infelici di prima.

Non ci ha dato la felicità che ci ha promesso.
Neppure l’ombra, anzi, ora è  peggio:
se prima si era tristi, ora si piange.
Ma invece di star lì a blaterare
le sue solite menate giornaliere,
pensi piuttosto a noi, alle famiglie
che arrivano Dio sa come a fine mese.
Ora fra poco rincarano il metano,
l’acqua, la luce, il pane, i francobolli,
l’autobus, il treno, la benzina,
il telefono, i servizi, l’ascensore,
il ticket sul parchimetro, il sale,
lo zucchero, l’autostrada, l’aspirina,
eccetera, eccetera. Ma allora
questa à la felicità di cui si parla?
E invece no, stan lì a litigare
senza perdere di vista la poltrona.
Eccola, la felicità, è quella loro:
starci sù seduti e non mollarla.
Ma la felicità non sta nel Fisco…

 
LA SUBLIMITÀ DELLA MATERIA  @

Notte d’agosto splendida, grandiosa,
incommensurabilmente bella,
siedo rapito e guardo dal balcone
l’Orsa Maggione, la Via Lattea e Orione
e una stupefacente chiaria di stelle.
Nell’irrealtà che sfugge al nostro sguardo,
oltre di là, nell’alito dell’Eterno,
splende la sublimità della Materia.
Noi, spirito redento della Carne,
noi, effimeri reali eterni,
si è l’Ostia Immacolata del Peccato.

 
L’OCCHIELLO DELLA GIACCA    @

T’ho costruita con l’immaginazione,
amore mio, ma poi mi sei appassita
come una viola in un vaso senz’acqua,
perché t’ho colta e messa a fare mostra
con tenerezza all’occhiello della giacca.
Avrei dovuto coglierti e goderti,
ed ora sei all’occhiello della giacca
di un altro. Ho sbagliato. Beh, pazienza…

 
L’ANGELO DELLA DISOBBEDIENZA    @

Nella rigorosissima sfera angelica,
c’è anche l’Angelo della disobbedienza:
tra l’undici ed il sedici di giugno
dell’anno della cabala ritorna
a riannodare i nodi da disciogliere,
a fare caos nell’ordine del disordine.
Come una passerella tra il pensiero
e il desiderio, gioca a far l’interprete
tra l’anima ed il corpo, e chi l’ascolta
vince l’insonnia e s’addormenta
disobbedendo alla sua disobbedienza.

L’ascensore

L’ASCENSORE

Entrammo neghittosi e udimmo
le nostre voci empire l’ascensore,
salire verso l’alto. Osservavamo
nei nostri gesti e nelle nostre labbra
un non so che di mistico mistero.
Chiamavamo e urlavamo tutti insieme
parole nel silenzio della gola
del buio giroscale. Si sentiva
l’ascensore salire con noi dentro,
una lunga salita silenziosa,
piano per piano. Fuori, c’era gente
assiepata nel buio delle scale,
e si sentiva battere le mani
rampa per rampa, un battere festoso
ed un unico chiamare i nostri nomi
a voce alta. Anime dannate
o anime redente. L’ascensore
continuava imperterrito a salire,
e le voci via via s’affievolivano,
cessavano gli applausi. Cercavamo
una mano che fermasse l’ascensore,
un grido di saluto al nostro arrivo.
Ma non c’erano mani per fermare,
non c’erano parole di saluto,
solo un unico imperterrito salire
senza più rampe, scale ed ascensori.
Io ero nel grido della mia bocca,
e mi udivo e sapevo di gridare,
ero il grido e il gridante, ero la voce
e l’orecchio che udiva. Ero la corsa
dell’ascensore alla fine della corsa.

LO SQUILLO DELLA TROMBA DELLE SCALE

Sale l’ascensore, sale e scende
nel cratere del buio giroscale,
fruscia come l’acqua in una gora
placida e tranquilla, un sali e scendi
e aprir di porta e chiudersi, un entrare
e uscir di gente, ed un vocio confuso,
un trepestio di passi sulle scale.

Sempre di passaggio, come il tempo
che giunge, sosta un attimo e riparte,
e a ogni sosta c’è chi entra e chi esce,
e c’è chi chiede il saldo del suo debito
col tempo, e scompare
e si perde nel buio giroscale.

Taccio e lo ascolto, e seguo con lo sguardo
il suo monotono tranquillo saliscendi
che porta, dentro, più che corpi, ombre,
voci di ombre, o più che voci echi
di chi vive in attesa che sia l’ora,
come un figlio nel grembo di una madre.

Son qui solo, in ascolto di una tromba
che suoni nel buio giroscale
lo squillo della tromba delle scale
per chi arriva e non sa che invece parte.

IL CIELO A POCHI PASSI

La verità esige una dimostrazione costante
( Gandhi )

Entrammo, agghindati di speranze,
nell’ascensore. Si era a pianoterra,
le scale erano tante – forse troppe
per noi, e non si era più ragazzi -,
ma, usi a non compiangerci, eravamo
pronti a far le scale, tutte, a piedi,
quando uno ci disse: Non vi costa
nulla, prendete l’ascensore,
il cielo è là, a due passi…Così entrammo,
e rampa dopo rampa fummo in cima.

Una speranza, quasi una premessa
di un sentimento prossimo a stupore,
il luminoso quadro della notte
sotto di noi, con le luci accese
nel notturno silenzio delle case
di una città dormiente, ed eravamo
al sommo delle cose, sotto un cielo
di un barbaglio di stelle ed una luna
strana, pareva addormentata,
una gioiosa bianca apparizione
ch’ entrava in noi, un tutto inesistente,
come il nulla che diventa qualche cosa.

Sorpresi, non ardivamo più uscire,
guardavamo nel prossimo domani
l’immagine di un sogno. L’ascensore
piano piano, in silenzio, discendeva.
Nessuno di noi aveva più parole.
Non era tempo d’eternità. Ad ognuno
il suo piccolo tempo nell’eterno.

La Giornata del Ricordo

Italo Bonassi

10 FEBBRAIO : GIORNATA DEL RICORDO

Anche quest’anno la « Giornata del Ricordo »  delle vittime della ferocia titina slava (croata e slovena, per la precisione) è stata violentemente contestata dalla solita teppaglia di squallidi facinorosi vigliacchi, anarchici, centri sociali, no-Tav, ecc.,  che hanno inneggiato al criminale  infoibatore Tito, dittatore delle ex-Jugoslavia, pur nulla sapendo sulle foibe e sulla diaspora della mia gente (350 mila scappati terrorizzati  dalle foibe e da altre atrocità)

Maresciallo, siamo con te. Meno male che Tito c’è, questi i loro vergognosi cori e striscioni. E anche, sull’aria di una vecchia canzone : Ma che belle le foibe / daTrieste in qua !

Hanno insultato 20 mila morti nelle foibe, compresi alcuni miei zii e cugini ancora ragazzini. Augurerei loro di provare l’orrore di finire vivi in una foiba, ma io non so odiare, loro sì. Odiano anche  i morti.

Mi fanno molto più paura loro, che un  imbecille che fa il saluto romano. I saluti non fanno male, che siano romani o bergamaschi.

Anche Giulio Cesare lo faceva. Anche lui fascista ? Abbattiamo allora tutte le sue statue, con tutti gli antichi fasci littori.

Facciamo come gli slavi che, occupata l’Istria, hanno scalpellato via dove potevano i leoni di San Marco per cancellare tutto ciò che era italiano. L’Arena di Pola non hanno potuto scalpellarla, troppo grande, ma quando arrivano i torpedoni coi turisti tedeschi, le guide slave cittadine dicono agli ignari ospiti : « Questa l’abbiamo fatta noi  2000 anni fa ».

2000 anni fa erano ancora semibarbari….

Miserere par ‘na foiba

La bora sburta in avanti l’alba
e ‘l pescador el va in buriana,
poche stele drio la luna che la mori
cuciandose in’tel mar. E zà i cocài
i svola in prozession longo la spiagia,
pian, le ale grande, e i ziga al vento:
ogni zigo un morto e un miserere.
Cocài, cocài, tornè indrio, fugè
i refoli de bora al mar verto,
cocài amizi, bele statuine,
lotè contro ‘l garbìn e ‘l sirocàl
col beco strento, senza odio o pena,
sbandadi in qua e in  là come linziòi.
Anime bianche che svolè sui ossi
smaniài in’tela  morte dela foiba,
svolè fuor del mio cuor che s’ciopa.
Ogni morto zò in foiba un miserere.

Miserere per una foiba

La bora spinge in avanti l’alba / e i pescatoti vanno nella tempesta: / poche stelle dietro la luna che muore / accucciandosi nel mare. E già i gabbiani / volano in processione lungo la spiaggia / piano, le ali grandi, e gridano al vento: / ogni grido un morto e un miserere. // Gabbiani, gabbiani, tornate indietro, fuggite / i refoli di bora al mare aperto, / gabbiani amici, belle statuine, / lottate contro il libeccio e loscirocco, / col becco stretto, senza odio o pena, / sbandati di qua e di là come lenzuola.  / Anime bianche che volate sulle ossa / smangiate nella morte della foiba, / volate fuori dal mio cuore che scoppia. / Ogni morto giù in foiba un miserere.

L’uomo sulla sedia

L’UOMO SULLA SEDIA

L’uomo sta seduto sulla sedia,
e guarda come viene sù la luna,
e si chiede donde viene e dove vada,
e come mai illumini la strada,
e soprattutto chi glielo fa fare.
Sì, è la luna, e fa il mestiere della luna,
ma si chiede che cosa ci stia lì a fare,
lui, immobile, seduto sulla sedia,
e da quanto e per quanto debba starci,
e perché ci stia lì quella sedia,
e perché, lì seduto, guardi la luna.
E l’orologio batte l’ora ferma.

Guarda la notte e vede che s’annera,
e si chiede perché non si fa bianca,
e che cosa ci stia lì a fare
la mosca che s’arrampica sul muro,
e il ragno lì in agguato. E nel silenzio
dell’orto ormai sfioriscono le rose
e tutto se ne va, scompare,
e la sedia non c’è, non c’è mai stata,
e una voce che grida da lontano
dice ch’è tutto un tempo d’apparenza,
che noi si è tutto ciò che non esiste,
la luna, l’oro, il muro, il ragno.

E ci si chiede perché non sia mai stato,
o dove sia andato, l’uomo sulla sedia,
e se ci siano altri uomini, altre sedie.

UNA SEDIA PER I MORTI

Pensa come sarebbero felici,
i morti, se gli donassimo una sedia:
dopo anni di vita da sdraiati,
diamogli una sedia, e che si seggano
anche loro, comodi, sotto terra.

Che si prendano quante sedie vogliono,
e se ne stiano seduti a chiacchierare
di quello che si chiacchiera tra noi,
ed un giorno ci lascino una sedia,
ce la tengano occupata sotto terra
mettendoci sù un cappello od una giacca.

Date anche a Dio lassù una sedia:
in fondo, se la merita. E si segga
guardandoci da lassù sopra una sedia.

TRE PERSONE SOPRA TRE SEDIE

Tre persone stanno su tre sedie
e agitano tre bastoni verso corvi
tanto lontani da sembrare mosche.
Branchi di nubi immobili di pece
arrugginiscono i campi di granturco
e portano via il sole agli aranceti.

Tre persone stanno su tre sedie,
mute e pensose ascoltano la pioggia
che cade sui capelli e nei calzini,
ascoltano le parole delle nuvole
che parlano del cielo. Tre persone
dove il Nulla, quando accade, è come il canto
dell’allodola con la gola bianca
nel vento luminoso della sera,
un canto non cantato, l’erba fredda
rabbrividente con la prima neve.

Sono solo tre persone su tre sedie,
ma è come fossero un esercito in attesa,
e chiedono di te. Ma non rispondi
al tuo telefono che suona a vuoto.

CINQUE PERSONE SOPRA CINQUE SEDIE

Cinque persone scrivono una poesia,
nero cola l’inchiostro sopra i fogli.
Fuori, la pioggia batte sulle scale,
chiede d’entrare. E bussa pure il vento.
Cinque persone sopra cinque sedie
scrivono cinque poesie. E intanto i versi
mano a mano si staccano dai fogli,
vanno come provvide formiche
dove nessuno siede ad ascoltarli.
Non c’è felicità per chi le scrive,
ogni verso si muta in un sospiro
piccolo di formica, una luce che si spegne.

Cinque persone hanno gli occhi tristi,
mentre la pioggia attende sulle scale
e bussa l’uscio. Non c’è più l’inchiostro,
resta solo la pioggia. E noi, una cosa sola:
l’uscio, la pioggia , il vento, gli occhi tristi.

Cinque persone scendono le scale,
e la pioggia ha finito la sua acqua,
e piove senza pioggia. Resta il vento,
resta la stanza vuota. E cinque sedie.

SETTE PERSONE SOPRA SETTE SEDIE @

Sette persone sopra sette sedie
siedono come dovessero aspettare
sette medici in sette sale d’aspetto.
Forse aspettano come aspettano le ombre
che invocano le nuvole. Comunque,
sette. Sì, come il sette e non l’otto.

C’è in qualcosa in più dell’aspettare,
più che chi aspetta conta l’aspettato,
l’attesa dell’attesa, le parole
che aspettano i silenzi, gli aspettati
che aspettano l’aspettante inaspettato.
E si aspetti in piedi, o s’una sedia.

NOVE PERSONE SOPRA NOVE SEDIE

Nove persone sopra nove sedie,
e un trespolo con sopra un pappagallo.
Nove persone sopra nove trespoli
ed una sedia con sopra un pappagallo.
Persone e pappagalli come idee
messe là, a marcire senza parole,
parole senza pensieri. Come nuvole
nere, in attesa della pioggia,
portate via da uccelli invisibili.

Nove persone e nove sedie,
un pappagallo e un trespolo.
E poi, più niente.

DIECI PERSONE SOPRA DIECI SEDIE

Dieci persone sopra dieci sedie
confinano col sole. Una finestra,
sopra di loro, è come un orizzonte
d’azzurrità. Al di là c’è la Parola.
Il buio si stacca dalla luce,
resta la luce e illumina le sedie,
dieci le sedie e dieci le persone,
se ne sentono i respiri un po’ confusi,
come di chi orizzonta con il sole.

Cariatidi di carne, stanno in piedi,
ritti sulle dieci sedie,
attendono la pietà di chi ha da venire,
il grido che confina oltre il silenzio,
scrivono da lassù i nomi delle stelle.
Fermi nell’immobilità del tempo,
guardano da lassù il cielo
che si arrampica al di sopra dei cappelli.
L’eternità inizia dalla fine,
c’è la necessità di completarla.

Dieci persone scendono giù a terra,
s’intrufolano tra la gente che non vede
e lasciano le dieci sedie vuote,
libere ad altre dieci lì in attesa.

Altre dieci persone sulle sedie,
salgono a braccia alte verso il cielo,
a farsi da orizzonte con il sole.
Dieci persone sopra dieci sedie,
scrivono da lassù i nomi delle stelle,
ed altre dieci azzurrità in attesa.

L’uomo che morde un cane

I MORTI NON BUONI

Il 10 febbraio: giorno del Ricordo delle vittime delle foibe

De mortuis nihil nisi bene
Oh, se i morti potessero parlare
– dico dei morti che non fanno cronaca,
sì, di quelli senza aureola, i morti
piccoli, di serie B, i contestati, –
invidierebbero di certo i morti buoni,
quelli di cui si parla e che si onora,
com’è giusto che sia, perfino a scuola.
Bastano anche pochi morti buoni,
morti per la libertà – e a cui m’inchino, –
per essere commemorati a Malga Zonta.
La fortuna di essere i morti buoni.
Ma dite ai giovani: i morti sono morti
anche senza un punto e virgola di storia.
Dite che onorino i morti che non contano,
quelli gettati vivi nelle foibe.
Li aggiungano a matita, a piè di pagina
nei testi scolastici di storia
che li ignorano perché non son morti buoni.

L’ATTIMO DELL’ETERNITÀ

Quante volte mi è mancato un qualchecosa
per non essere più niente…
Un soffio, un bah
di un attimo, un infinitamente piccolo,
il micron di un millesimo di un tempo
ridotto a una bazzecola,
e mi resta
un po’ come una straniante sensazione
di perdita, un mancato ottenimento
del Nulla niente.
E non c’è verso
di chiedere un qualcosa di ripiego
del Niente,
– che so, una mancanza
totale, un assoluto vuoto
del minimo del minimo, uno zero
seguito da una virgola e da un numero
di zeri all’infinito, –
in cui sedermi
comodo a contemplare trattenendo
il fiato, e non per servilismo
becero, né come
un’insaziabile ambizione,
l’attimo in cui Dio mi rende eterno.

L’UOMO CHE MORDE UN CANE

Un cane che morde un uomo non fa cronaca,
la fa l’uomo quando morde un cane.
Leggo s’un quotidiano: “Un pensionato
ha fatto a pezzi un tizio con un’ascia.”
Bene: la stampa è sempre lì, in agguato,
a descriverne i particolari,
il mostro di via Trento in prima pagina,
per vendere più copie, con la foto
della vittima, del mostro, della zia,
della nuora, del genero e dell’ascia.
Mai ho letto una volta sui giornali,
neanche un trafiletto in basso a destra,
di uno che non ha mai fatto niente,
né gli frulla l’idea di far qualcosa,
– non uno stupro, né un abigeato,
né due passi al centro verso sera
per un caffè o giocare a rubamazzo. –
Non un rigo di cronaca che dica:
“È andato al bar di sera con la moglie
per un caffè corretto con la grappa,
con un tanto di foto in prima pagina.”
Ovverossia che non ha fatto niente.

CON L’IMPRIMATUR DI DIO

Io non so dove Dio inizi,
né dove Dio termini. Mi affascina
il pensiero che inizi col mio inizio
e termini quando io termino. Un dio
piccolo, tutto mio particolare,
con l’imprimatur del papa. Ed un mio
piccolo paradiso personale,
con l’imprimatur di Dio, e non del papa.

(O sono io Dio, senza saperlo.)

OGGI O IERI

Com’è vuota di parole oggi la sera,
non una voce, un suono, un giro d’echi
di un vento tra le foglie…Indaffarato,
attimo per attimo, il tempo
avanza, mi supera, mi prende
le misure, mi sberleffa,
mi dà una vaga voglia di gridare.
E invece taccio. Un piccolo barbaglio,
frammento di una luce che trapela
dall’uscio semiaperto, mi ricorda
nel buio una fiorita
cascata di mimose. L’orologio
del tempo ora si ferma.
E non sai se sia oggi oppure ieri.

TEMPO E NUVOLE

Non ci rivedremo forse mai,
o, se sì, noi non lo sapremo;
ma il tempo è come queste nuvole che vanno
via, e non lo sai
quante vadan via e quante torneranno,
perché tu sei chi sei e chi non sei,
non ti rammenti più da quanto
tempo vai,
e i nostri nomi e i nostri volti
son nuvole che vanno o che ritornano
dal di là al di qua,
un unico eterno andirivieni.
E tutto invece pare fermo,
dolce, anzi dolcissimo, e i tuoi passi
scricchiano sulla ghiaia
della strada,
e anche tu, labile memoria fatta scala
in salita,
anche tu vai via e scricchi.

UN PICCOLO GRIDO NERO

C’è una rondine, alta, che vola
sopra i comignoli delle case.
Pare un piccolo grido nero
paragrafato in una mia parola,
un cielo senza nuvole. La vedo
in una dimensione nuova,
unica, un grido
di rondine, stupore
attonito di un attimo
che muore. Malinconia e gioia
di una mia parola che vola.

OH, AMICO FIUME

Malinconia della tua liquida voce
nell’incupire dell’onda.
Tu sapevi di monte, di erba,
di canne. Oh, amico fiume…

Danzavano lievi le folaghearli
nel sole d’autunno. Cantavano
donne, le donne odorose
di mele. Cantavano
e ridevano. Correvo,
gridavo e correvo
cantando
nel giallo silenzio del sole.

UNA BANDIERA NEI SOGNI

Talvolta una bandiera
sventola nei sogni,
colori in tripudio mi portano
reminiscenze di angeli.

Tempo d’autunno: il pianto
è nelle mie vene
calde di sole ancora.
Un volto (chissà quale!) evanesce
da lontananza ignote.

Notti dolcissime: a voi, elfi dei sogni,
io chiedo requie e immagini
di paradisi ancora miei.

OCCHI DI DONNA INESISTENTE

Una tenda si muove ad una mano
che scosta appena il lembo, e a due occhi
che guardano giù in strada, dove io,
immobile, incantato, sto a guardarli,
sospeso a mezza via tra terra e cielo.
E sfuma, chimerica illusione,
quell’epifania che mi commuove,
quei begli occhi dolci che trascorrono
nel tempo e rimangono in eterno
a un aprirsi e rinchiudersi di tenda.
Il sole catturato da quegli occhi
è come un grido che si ammutisce
nel tempo taciturno. Mi rimane
una tenda, una finestra, un davanzale
e due occhi di donna inesistente.
Cerco un qualcosa in cui ancora credere,
un appiglio ove ancorare la memoria,
che mi riporti il sole di quegli occhi
mentre attendo incantato giù in istrada,
mentre è tutto nuvolo e già piove.

GLI ANGELI FANTASMI

Ricordo un focolare domestico
e il grembo di mia madre ove posai
il capo da fanciullo. Un paradiso
che non contiene altro più che il nulla,
un’irrealtà di cenere, di scorie,
una camera da pranzo disertata
e un corridoio con le luci spente,
dove più nessuno vi cammina,
solo mamma, e qualche angelo caduto.
Restan solo degli angeli fantasmi,
senza più ali, nell’oblio del tempo,
a costruirmi, al di là del limite,
un orizzonte nuovo, ma non vedo
né angeli né orizzonti, perché tutto
stagna confuso in un’entità di sogno.

La mosca nella tazza

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio,
anche se però poteva farlo meglio.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

LA MOSCA NELLA TAZZA

Come fosse una questione di sensi,
o di pelle, di vista, oppur di olfatto,
preferire il sentimento alla ragione,
l’anima che mette sottosopra
il traffico dei pensieri, e li imprigiona
come gatti selvaggi nel cervello.
Si tratta di non esser prigionieri
dell’ignoranza del saggio, qui ci occorre
una tecnica per estrarre in qualche modo
una mosca ch’è caduta nella tazza
del latte col caffè, identificarne
il nome entomologico, l’età,
e mettici anche il sesso. E guai a illudersi
di giungere a risolvere il problema:
cerchi il punto che ti sfugge, l’aggancio
col dito o col cucchiaio l’esperienza
dei nostri limiti di spazio e di tempo
per un non sai se certo compimento
di libero pescatore senza lenza
né esca. Un pensiero debole,
ma una connessione intellettuale
tra me e lei, il senso della morte
e della vita, un vizio, una iattura,
una solidarietà tra uomo e mosca.
Io, sperduto in questo mio non tempo,
lei nella pietà di un caffelatte,
piccola cosa anonima tra il vuoto
e il nulla del suo indiscutibile
diritto di vivere da mosca.

VOLA LA RONDINE SUL PRATO

Vola la rondine sul prato
nella maturità del giorno,
mezzo pomeriggio se n’è andato,
larga parte del cielo è azzurrofumo.
Un volo, il suo, ch’è un volo senza ritorno,
o, s’è un ritorno, non ha dove posarsi;
ciò che c’era non c’è più, non un indizio
che indichi la via che porta al nido.
Forse viaggiar così, senza trovare
un nido è un volare senza ritorno.
Vola la rondine al tramonto
di uno spicchio di cielo rosafumo.

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre…E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre, ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
e senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare.

Un po’ più in là

PIC NIC DOMENICALE

Cestini sulle tavole,
e donne grasse e uomini in camicia
e ventagli e profumi e un chiacchiericcio
confuso sotto ombrelli parasole
e la smania delusa dei ragazzi
che attendono la torta con la crema
in un placido meriggio a metà estate.

Due violini strimpellano nell’ombra,
Sogna, Maria, sogna,
perché oggi è domenica e domani
un’altra settimana ci divide.

Screzia il sole lo scialle delle nuvole,
per noi, poveri cristi un poco santi
e un poco peccatori, un sole rosso
d’estenuanti pomeriggi tutti uguali
di domenica, a graffiare
la sacralità del tempo che s’invola.

GLI INESISTENTI

Mi mormora delle parole che non mormorano,
poi serra le labbra e ammutolisce.
Chiude la busta e ci scrive l’indirizzo
con una penna che non è una penna,
anzi, non c’è né penna né indirizzo.
Si alza dalla sedia e va alla finestra,
anzi, non c’è una sedia da cui alzarsi,
come non c’è uno straccio di finestra,
né c’è la casa, no, non c’è una casa
che abbia una finestra dove andare
alzandosi da una sedia. In due parole:
ci sono solo io, ma non esisto,
ma un giorno esisterò. Chissà. Forse.
la sacralità del tempo che s’invola.

L’IMPOETICO CANTO

Ho amato delle cose mai esistite,
che mai probabilmente esisteranno.
Me le creavo come fosser vere,
estraendole dall’oblio del Nulla.
Cose dai mutili orizzonti
dell’inesistere, ombre smarrite
in cerca di riscatto, come spighe
nel tacito granaio del silenzio.

Cose, vi amo perché non esistete,
e mai esisterete. Per voi scrivo
questo impoetico appassionato canto.

DIO È MORTO

A un metro o poco più dal cielo,
allungo, per toccarlo, un braccio;
sento che c’è del duro, spingo forte,
niente da fare, perché ci sta un muro.
C’è una voce, di là, che fa’: Che vuoi?
Titubo un po’, e poi dico: Cerco Dio…
Dio? mi fa’ l’altro, non c’è più, è morto.
È un angelo, affacciato a una finestra
alta del cielo, a dirmelo, e la sua
è una voce che sa di un Paradiso
perso, disabitato. Un sordo suono
lontano di campane sparpagliava
al vento un rauco miserere
di colpi di battocchio. Dio è morto…

INSANIA

Alzo una mano e poi l’altra,
e tutti gli altri le alzan tutt’e due,
volto il capo all’indietro, e tutti gli altri
lo voltano all’unisono all’indietro,
m’alzo e poi mi siedo, e tutti gli altri
fan come me, si alzano e si siedono,
e sempre tutti insieme ci mettiamo
contemporaneamente a fare un passo
lento di danza, un valzer, e ritorniamo,
e sempre tutti insieme, al manicomio.

SE TI TOCCO CON UN DITO SULLE LABBRA

Ha ragione chi dice d’aver torto,
ed ha torto chi dice che ha ragione.
Non c’è nulla da dire né da fare
se uno che parte dice ch’è in arrivo:
la verità non è che sia sempre vera,
e la menzogna è a volte veritiera,
tutto dipende come la s’intende.

Se ti tocco con un dito sulle labbra,
prima controllo che ci sian le labbra,
poi vedo se ci ho il dito, ed appurato
che tu ci hai le labbra ed io il dito,
ti tocco e poi ti dico: Non parlare!

Càpita, sì, a volte, che tu intenda
che io ti dica: Parla! E allora taci.

DIETRO L’ANGOLO

Oggi, svoltato l’angolo, ho incontrato
Dio quasi per caso, ma era di spalle,
stava svoltando dietro un altro angolo
sfuggendomi alla vista. Affascinato,
presi l’aire e raggiunsi l’angolo
e lo svoltai, e lo rividi ancora,
sempre di spalle, un attimo, svoltare
anche stavolta dietro un altro angolo.

Quanti angoli mi toccherà svoltare
prima di raggiungerlo, e quanti
angoli Lui continuerà a svoltare,
sempre di spalle, e quante volte ancora
gli griderò: Dio fatti guardare!

NATALE ROVERETANO

Natale amico, giorno caro al cuore,
palpita nel vespro un mutevole
giro di vento, il guscio della luna,
alto sui tetti, pare una particola.
Porto con me, strizzata come un panno,
l’anima prima di recarmi in chiesa
– forse ha una macchia d’unto, – in ogni caso
ne sgocciolo lo sporco, e mi redimo.

Penso: Mio Dio, perdonami, non trovo
più le parole adatte alla preghiera.
Sento un respiro – o è l’aria della sera, –
passa qualcuno, ma non fa rumore,
mi lascia un segno, il lampo di un sorriso,
e se ne va, e saluta con la mano.

Come brontola il vento sul sagrato!
Un suo singhiozzo m’entra nella gola,
forse qualcuno piange, e sono solo,
non sono io che piango, perché prego
dentro di me. E mi sento strano…

UNA MANO AGGRAPPATA AL DAVANZALE

C’è una mano aggrappata al davanzale
di una finestra con le ante aperte.
Dal dentro della stanza s’odon grida
di chi tenta impedire al proprietario
della mano di lanciarsi giù nel vuoto.
Uno appoggia una lunga scala in legno
sul muro sottostante la finestra
con la mano aggrappata al davanzale.
L’urlo di una sirena in lontananza
dei vigili del fuoco. Troppo tardi.
Odo il tonfo della mano sul selciato.

UNA SEDIA PER DIO

Pensa come sarebbero felici,
i morti, se gli offrissimo una sedia:
dopo anni di una vita di sdraiati,
diamogli una sedia, e che si seggano
più comodi anche loro sotto terra.
Che si prendano quante sedie ne han bisogno,
e se ne stiano seduti a chiacchierare
di quello che si chiacchiera tra noi,
fino a quando non li chiamano sù in cielo,
com’è giusto che capiti, ed allora
ce la tengano occupata sotto terra
mettendoci sù il giornale od un cappello.

E date anche a Dio lassù una sedia:
in fondo, se la merita. E si segga
guardandoci finalmente un po’ più comodo.

UN PO’ PIÙ IN LÀ

Scosta la sedia un po’ più in là, e vedi,
sopra di te, il cielo, e, sotto, un grillo;
davanti, ci sta il monte, e, dietro, il muro
che delimita l’orto – poca cosa,
due melanzane e un cespo d’insalata.-
Tutto è di Dio, ed anche tu e la sedia,
tutta un’irrealtà che pare vera,
ed anche Dio, lassù, pare irreale,
veri e irreali il vento e la pioggia
e la gronda che gocciola tranquilla,
vera e irreale l’acqua che la bagna,
ed altrettanto il nonno sulla sedia
che chiacchiera più in là, e vero io,
che scosto un po’ più in qua la sedia,
ov’era prima, da dove non si vede
il sopra, il sotto, il davanti e il dietro,
dove la talpa dorme e il grillo tace,
e pure Dio, lassù, ci lascia in pace.

Lettera a mio padre

LETTERA A MIO PADRE

CARO BABBO,
ti scrivo, e so che tu mi stai leggendo; sono sicuro che voi anime potete vederci e sentirci come foste qui con noi, l’eternità non contempla né tempo né distanze, anzi, ne è lo zero assoluto. Ti scrivo, ed è difficile non commuovermi, non provare come un vago senso di spaesamento, come se mi mancasse l’orientamento giusto per tenermi in contatto spirituale con te, eppure ho la sensazione che sei qui accanto, sento che sorridi leggendo man mano queste mie righe, e forse anche tu ti stai commovendo come me, ammesso che voi anime possiate provare le stesse sensazioni di noi quaggiù, come la commozione, la trepidazione, la tristezza, la gioia, l’allegria, la frustrazione, ed altro ancora.
Sei qui accanto a me, e magari guardi con meraviglia e curiosità questo complesso aggeggio che si chiama computer, con tanto di video, tastiera e stampante, quando tu eri quaggiù ancora non c’era, è tanto che te ne sei andato, e nessuno più va con quella specie di Vespa antidiluviana di cui eri fiero, e con la quale siamo anche andati a sbattere contro il ponte di ferro, quello in fondo a via Manzoni, ricordi?, eravamo seduti sull’unico sellino, io dietro di te che mi tenevo stretto avvinghiato a te, per non cadere, con la gamba destra ingessata, e abbiamo sbattuto contro la spalletta del ponte, perché la mia gamba ingessata ti aveva impedito di andare col piede sul freno mentre curvavi per attraversare il ponte. Ricordi, babbo, il volo che hai fatto giù nel torrente Passirio, per fortuna nell’acqua, altrimenti ti saresti spaccato sulla roccia, ed io, a terra con la mia gamba di gesso, a vederti portato via dalla corrente, ammutolito dal terrore, e una donna lì vicino che mi gridava: Ma che fa lì?, si butti giù e lo salvi! Ricordi, babbo, come sei riuscito a cavartela, a portarti a riva con poche vigorose bracciate e a risalire il muro inclinato che faceva da argine, la testa insanguinata ma salvo? Ricordi che siamo rimontati sulla sella e siamo andati all’ospedale, la Vespa un po’ ammaccata, io per farmi togliere il gesso e tu per farti medicare? Che testa dura che avevi, babbo! Bisogna avere la testa dura quando si va in Vespa, altro che casco! E chi portava il casco in quegli anni? Altri tempi, sì, altri tempi…
Ma babbo, sto scrivendo un po’ a vanvera, così come mi assalgono man mano i ricordi pensando a te. E ho anche scritto due poesie, lo sai, su te e la tua Vespa. Eri come un Centauro, l’uomo-Vespa.Scusami, babbo, ma mi accorgo che adesso tu ti stai commovendo, sì, mi pare di sentirti anche piangere, in silenzio. Il pianto dei babbi…Ma ridiamoci sù, tanta acqua è passata, forse è passata anche tutta quella del Passirio, compresa quella in cui sei
caduto dentro. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, quell’acqua che ti ha portato via per una decina di metri c’ è ancora, non nel più nel Passirio ma nell’Adriatico, con l’acqua di tutti gli altri fiumi che vi vanno a morire. Ma se potessi coglierne in una brocca anche solo mezzo litro, quell’acqua che magari porta ancora qualche goccia di sangue della tua dura capoccia, me la metterei in un’ampolla, e me la conserverei con amore sul tavolino accanto al computer, e direi agli amici: Questa è l’acqua benedetta che porta le stigmate di mio padre.

Tuo figlio Italo

P.S. Ti invio questa mia per posta aerea, così ti giunge prima. Sperando che non ci sia un altro sciopero dei piloti. Ti prego di confermarmi il recapito come sempre fai per via onirica.

( DAI QUADERNI DEL GRUPPO POESIA 83, MAGGIO 2016 )