29 settembre

Uscimmo io e gli altri

Uscimmo io e gli altri e udimmo
le nostre voci fuori, sulla strada;
sospettosamente
vi andammo dietro,
dato che se ne n’erano fuggite
inconsapevolmente, ed ogni voce
gridata lasciava una sottile
eco, a far
da battistrada.
E non erano messaggi, o, se lo erano,
non erano di certo quelli nostri,
comunque sia,
vi camminammo dietro
come i passeri che vanno zampettando
qua e là dietro le briciole, col fine
di riprenderle e ricacciarcele in bocca,
da dov’erano fuggite, e rigridarle,
noi, poiché nostre,
e non degli altri.
E ad una ad una le recuperammo
spartendocele, ad ognuno la sua
e ciascheduno
se le ricacciò in gola
con una procedura straordinaria
ammessa dalle leggi, una misura
logica  ed urgente da gridare
o rimettercele in bocca.
A ciascheduno
la sua propria democratica opinione
di scegliere. Ed è quello che facemmo:
una stretta di mano,
e tutti a casa.

Aprimi, sono la porta

Aprimi,mi fa’,
sono la porta.
Titubo. Che faccio, l’apro?
Non è giusto né logico che una porta
dica
al primo che le càpita,
così, senza pensarci. Ma, mi dico,
che diamine mai c’è dietro la porta,
Poso la mano che mi trema,
e non poco, sulla sua maniglia;
le ante sono appena un po’ dischiuse,
dentro, oltre la soglia, s’alza a un tratto
una voce che dice:
Cosa aspetti?
Titubo? No, non è per titubanza,
figùrati!, è che ho paura…Ride,
mi pare divertita. Poi, un gorgoglio,
un gemito, che termina
in un sussurro
rauco, che pare una grattugia. Un raschio,
e un colpo di pistola.
E poi un grido.
Tanto per non star le mani in mano,
entro.
Però dalla finestra.
Fuori, un altro colpo di pistola
e un altro grido. Un altro?
Quello mio.

Al Pronto Soccorso

Pronto Soccorso
triste e grigio
come il malumore che ti prende
a volte quando fuori è freddo e piove,
un borbottio di gente ch’è in attesa
che uno, di là, scandisca i loro nomi.
Il turno. Cos’è il turno?  Ah, una noia
lunga, estenuantissima,
chi entra
prende il biglietto, il numero è importante,
e attende la chiamata,
e chi sospira,
seduto lì da quattro o cinque ore
e sorride parlando a voce bassa,
tanto, così, per fare qualche cosa
di meglio che sbuffare.
Ore ed ore
di noia, di dolore e di sbadigli,
– col codice che sia rosso bianco o verde, –
poi, dato e constatato
che fa sera,
e tu sei lì in attesa dal mattino
presto – le otto od otto e mezza, –
e dato che ti senti un poco meglio,
anzi, di più,
ti senti proprio bene,
t’alzi e abbandoni l’ospedale
perfettamente in forma.
Perché attendere
rigenera, davvero fa un gran bene
allo spirito e alla carne. Pronto
Soccorso.
Levagli quel “Pronto”.

Quattro quinti

Quattro quinti

Ho udito delle voci in ascensore
mentre salivo a piedi per le scale.
Via via che salivo l’orologio
a polso si fermava. Qualche cosa
di me piano piano se ne andava,
saliva verso l’alto, e non restava
di me non più che un quattro quinti:
poco, ma mi bastava. E sorridevo
a quel mio quinto fermo al piano terra.

L’ultimo orizzonte

Placida e felice sopra un muro,
a due passi da me, sta sonnecchiando
al sole che l’avvolge
una lucertola.
Alta, lassù, sulla sottostante
piana che pigra sfuma verso il mare,
l’è dato più che a me di contemplare
con meraviglia quella
tanta parte
dell’ultimo orizzonte del Leopardi.
Ma non pare granché interessata,
anzi sembra non gliene importi niente
del colle
e dei silenzi sovrumani,
pensa piuttosto a cosa dover fare
per prendere
la mosca che le ronza
placida e felice sopra il capo,
e degl’infiniti spazi se ne frega.
Invidio
la lucertola e la mosca,
indifferenti agli ultimi orizzonti,
agli spazi infiniti e ai sovrumani
silenzi che si godono
sul colle,
né men che meno gli sovvien l’eterno,
perché sono felici, ed io un po’ meno.

Salivi le scale

Salivi le scale e ridevi,
coi passi di un’altra, e d’un’altra
le risa, e sapevi di un vuoto
rimasto nel tempo passato.
Scrostato tra l’edera secca
del muro, tra le crepe
piene di sole, dormiva
beata e tranquilla un vecchia
accaldata lucertola. Salivi le scale
accaldata, che portavano
nel tempo passato, le scale
piene di sole, e anche il tempo
era quello d’un’altra.

Giorni d’attesa

Ho guardato nello specchio i tuoi occhi,
come un cieco che veda soltanto
gli occhi degli altri, un tempo scordato,
spezzato in minuti frammenti
di giorni d’attesa
di ciò che non viene, i tuoi occhi
mi dicono ciò che non dice
la bocca, parole d’amore
e di rabbia. Bugiardo
lo specchio, sinceri i minuti
frammenti dei giorni d’attesa
di ciò che forse non viene,
ma se viene, non lo sai ch’è un bugiardo
con licenza d’eterno.

Il come e il quando

Nell’Oltre fuggendo e dall’Oltre
rientrando, m’insegue
la morsa del come e del quando,
e comunque e dovunque io varchi
una porta, c’è sempre e soltanto
un perché che mi strema
che torna a ritroso nel tempo
del come e del quando,
un ritorno nel poco e nel troppo.

Il filo e la forbice

IL FILO E LA FORBICE

…e dopo tanta assenza
sentire la sua voce, il suo canto,
di stanza in stanza, di mia madre
giovane.
Uno strappo
al cuore di un ordito un po’ consunto
con il resto di un refe tra le mani
che non serve a tessere, perché breve.
Oggi, giorno tra i giorni, non è il tempo,
che ci si trova a vivere, inevaso,
a non avere filo da cucire,
ma è la mola del docile arrotino
che non affila più la lama, e male
s’apre la forbice che taglia.

E ancora tutto avanza, giorni e giorni,
come e di più di questi tristi e allegri,
coi sorrisi incollati sulle labbra
perché si possa, o debba, pure noi
darci una pacca sulle spalle e ridere.

Ora non so se mia madre canti
di stanza in stanza ancora come un tempo,
però, se canta, ha le finestre chiuse,
e noi non la si sente,
non noi, certo,
anche perché si chiacchiera a voce alta,
tanto che non la udiamo.
Tutto accade,
ora che il tempo svolta, anche di vivere,
chissà,
ammesso che sia un vivere.

Il filo e la forbice

VIVERE DECENTEMENTE DA STUPIDO

Si vocifera quaggiù
che a volte anche per Dio sia dura
davvero, lassù,
incredibilmente
fare finta di niente,
chiudere un occhio – o due – e sopportare
le nostre disdicevoli ubbie
e scempiaggini, e penso
quanto Lui lassù sia eroicamente
stoico, anzi, compassionevole
con noi, che lo insultiamo.
Pensa, un altro
Dio non lo sopporterebbe,
come del resto io, che tutto sono
tranne che Dio. Dunque
pènsaci, e accontentati del poco
– poco, sì, ma basta –
per vivere decentemente
da stupido, e metti che
prendi la penna e scrivi,
scrivilo che Dio, lassù, è indulgente,
ma prima o poi s’incavola
anche Lui, e gli scappa la pazienza,
e altro che non so.
E poi, del resto,
guarda che sa far di conto
anche Lui, e somma e taglia,
toglie un po’ qua e un po’ là, e sottolinea
ciò che non gli aggrada – una parola
basta a indispettirlo, – e Lui la segna
col rigo blu o rosso,
un qualche cosa
che sa di scorrettezza. Però penso
che Dio però sia buono, e si commuova
se reciti un qualcosa. Un’Ave o un Pater.
Tu non lo vedi,
no, ma ti ringrazia.

UN GIORNO DI CANICOLA AL BAR

E’ l’ora in cui si cerca la frescura
nei piccoli caffè del centro vecchio,
dove si sfoglia comodi, nell’ombra
di un angolo con sedia e tavolino,
il solito giornale quotidiano.
La camicia ci s’incolla sulla schiena,
tanta è la canicola d’agosto,
e, al banco, dove siede, la barista
s’appisola disfatta per la noia
e il caldo. E si attende e spera
una fresca allegria di un temporale.

Senti nell’aria – annusalo!- un afrore
d’acqua: ma è l’innaffiatrice
del Comune che avanza sciaguattando,
bagna le strade asciutte e le bordure
che orlano le aiuole dirimpetto
e lascia una folata d’aria fresca
e umida, prodigio d’acquaiolo.

Una donna scollata a me di fronte
sa di cipria e di fette di cocomero.
Sta seduta vicino alla vetrata
del bar, e guarda fuori, in strada,
l’estate che si perde verso sera
e ammutolisce i cuori. Una zaffata
dalla toilette. Un bar come si deve
deve avere anche questo. O son dolori
col vigile sanitario. Paga e tasi.

GLI AMICI DEL BAR

Ma che buio, non c’è neppure un lume
in questa stanza colma di memorie.
Sento solo un brusio di voci vaghe,
dei passi avanti e indietro lenti e grevi,
come di chi sta intento a passeggiare
cauto, le mani avanti, a non urtare.
Sono qui solo, senza compagnia,
coi miei pensieri – amici silenziosi –
che attendono di essere pensati, –
seduti al bar, a un tavolino, a un lume
fioco di lampada da muro.
Anche loro son soli e silenziosi,
vivono da anni nella mia memoria,
come dei Giona in pancia a una balena.
Mi fanno cenni di pensarli, gridano
non so che cosa – tanto, non li sento -,
aspettano con la tazza del caffè
che fuma che gli dia bada ed entri
anch’io con loro al bar a chiacchierare
fino a quando vien notte e prendo sonno.
Poi, se ne vanno, piano, come ladri,
mentre il barista abbassa le serrande

NOTIZIE DI GIORNATA,

fresche. Un correre di nuvole
dentro un cielo
che promette pioggia.
Danzano le foglie al vento, sono foglie
di aceri e di tigli. Qui di fronte
il bar è appena aperto.
Un giorno uguale a ieri,
mi sussurri,
versi il caffè e imburri le fettine
di pane – un po’ di marmellata
di fragole, – e dai un’occhiata
al solito barometro. Sorridi.
Dici: Il futuro
è come un antipasto
presto deperibile, lo assaggi,
poi, se non ti va, lo sputi. Poco o tanto,
è un po’ come il passato,
che a volte ti resta sullo stomaco.
Ti alzi
e t’infila la vestaglia
e batti i denti. Fuori, tira vento,
è freddo.
Se esci, compra il pane.
Faccio di sì. Incomincia a piovere.
Un giorno uguale all’altro, come ieri,
e ieri uguale a oggi .Pioggia o sole,
altro non c’è.
Le solite notizie,
quasi non fan più cronaca. Dici:
…E un etto di prosciutto!
Sempre il solito
pane e prosciutto. Il cibo giornaliero
dal tenero sapore di poesia
con cui sazio la fame. E’ proprio vero:
meglio pensare ad altro,
o non pensare
LA FRUTTIERA

Queste splendide mele che fan mostra
di sé in un cesto in mezzo al tavolo,
una volta curvavano i rami
giù a terra, trionfanti, con orgoglio,
come per dirci: Mordici, che attendi?,
oggi, guardate, sono qui, e domani,
dio solo sa, saranno tristi e fiappe
mele da scarto, roba da gettare
via, da rinnegare al morso.
Ed anche tu, e tu anche, e tutti voi,
semplicemente, senza batter ciglio,
sarete anche voi roba da scarto,
mele da gettare in pattumiera,
e senza un solo dente a dar di morso,
senza il succo che cola giù sul mento.

IL MERCATO DEL MARTEDÌ

Ho vissuto più volte, e non mi spiace,
e ogni volta, dopo, sono morto. Ora
ripercorro la strada all’incontrario,
arciere e non bersaglio,
cacciatore, sì, e non più preda.
E tu mi chiedi dove me ne stia andando,
( Frena, mi gridi, frena, c’è un burrone,
di là, dove fioriscono le viole
che odorano di morte…) ma non freno,
sopraffatto da un’ultima illusione
recito la mia parte da copione.
E non vedo la mia foto nell’opale
di un candido marmo di una cripta,
ma in una variopinta bancarella
con broccoli, mandarini e melanzane
di un martedì in piazza delle Erbe.
Ora è la morte il mio bersaglio,
e la getto tra i resti dei fagioli
e del prezzemolo di un giorno di mercato.

Il bussolotto

L’ 11 SETTEMBRE DI NEW YORK

Saltano giù dalle finestre, uno,
due, poi tre, li conto fino a dieci,
ed ognuno che salta è come fosse
ogni volta sempre lui, sempre lo stesso,
sempre lo stesso volto, stessi gli occhi
terrorizzati, saltano, e li ho visti
alla tivù, ma li ho visti vivi
negli ultimi istanti della caduta,
vivi, non più di quindici secondi,
non puoi dire che li ho sentiti urlare,
perché chi muore non ha tempo e voglia
di urlare. Urlano solo i vivi.
Penso: gli si è rotto l’orologio,
nell’attimo d’impatto sulla strada,
penso a tutto, al volo, agli orologi
rotti, ai corpi spiaccicati,
e me l’immagino incolumi e incantati
volare via come fossero farfalle.

SCENDE DALL’ALTO DEI CIELI

Scende dall’alto dei cieli,
dalle estreme latitudini infinite
l’Angelo, attraversa i più remoti
inesplorabili orizzonti
stellati, e, appena tocca terra,
si ferma a contemplare il popolato
mondo degli uomini, e scuote il capo
perplesso e sfiduciato, e poi decide
di ritornar lassù, al solitario
fantastico silenzio dell’eterno
mondo di Dio, dove pare,
dicono, che ci si trovi assai meglio.

LO SBADIGLIO DI DIO

Guardo dalla finestra sulla strada
il tempo tutto intento a camminare:
tranquillamente, senza infamia o gloria,
va di via in via, a far la Storia,
ed è vano sapere cosa provi
Dio che lo regola, se pietà o noia.
Io, quaggiù, son stufo d’esser uomo,
e Lui lassù, è stufo d’esser Dio:
siamo un’unica bocca spalancata
a uno sbadiglio: e in ciò io gli assomiglio.

ERA MAGGIO

Era maggio, e le rose,
rosse ancor più del sangue,
s’erano appena aperte e i peschi
iniziavano pian piano a fare fiore
aprendo i loro primi timidissimi
petali color rosa. Camminavo
fianco a fianco assieme a un angelo,
e camminando si filosofeggiava
via via sull’eternità, di cui lui,
l’angelo, si sa, era informato
assai di più di me. Ed era un tipo
alquanto un po’ bizzarro e mi credeva
uno dei suoi, un angelo mandato
quaggiù in trasferta. Ecco, disse, torno
ora da noi lassù, mi han delegato
a far fiorir quaggiù le rose,
e, come Dio comanda, i peschi,
per fare primavera giù in terra,
cosa che sai lassù non è possibile,
da noi per tutto l’anno c’è l’estate,
e non ci stanno rondini o rondoni
che annuncino qualcosa, non l’estate,
né quella che non c’è, la primavera.
Data così un’occhiata all’orologio
a polso, disse:E’ meglio non far tardi.
E se ne andò, non senza essersi messo,
un fior di pesco in tasca. Un souvenir
da far schiattar d’invidia gli altri angeli.

IL BUSSOLOTTO

L’idea che tutto ciò che ci circonda
non sia stato già pensato e scritto
da un chissà chi, mi dà un so so quale
senso di futilità, e mi domando:
Ma noi, dio mio, in fondo, chi noi siamo?
Forse non siamo una sceneggiatura,
e men che meno un caso od il destino,
e se ci si chiede anche chi sia Dio,
c’è chi cerca una risposta nel mito,
chi nella filosofia o nella scienza,
l’inviolabile presenza di un Dio,
ma uno vero e non dovuto al caso,
una mera piissima illusione.
Ma Dio non è un gioco ai dadi
che si estraggono da un bussolotto,
forse è il bussolotto, e noi i dadi
che vengono o no gettati.
Ecco, questo mi viene in mente
in una sera afosa come questa,
e poi, quello che noi si chiama caso,
non lo si scopre, è certo, in nessun caso,
né lo si mette in un paio di parentesi
là dove ci si resta inamovibili,
e Dio lo sa per quanto. E forse il caso
è Dio, un Dio per puro caso.

poesie di fine giugno

LA PRESENZA INVISIBILE

Spira il vento, l’albero arioso muove
le sue pallide foglie, l’ora è alta
allo zenit, una nuvola vela
il sole, si fa zitta e quieta
la sua presenza invisibile al mio fianco.
Come una vertigine che passa
e dà alla gola, simile a un bagliore,
un guizzo nell’ombra fresca e profumata
sfiora appena il mio volto, e lascia un vuoto
di morte e una risata.
È passata di qua come un barbaglio,
come una scia di luce alle mie spalle,
grida il mio nome, un urlo, e poi scompare.

CHISSÀ PERCHÉ

Alto e solenne,
il sole indugia sulla strada.
Una viola nell’ombra di un’ortica
si abbevera beata di rugiada.
C’è una mosca che fa una capriola
sul mio naso, non mi va e la scaccio,
e se ne va via, discreta
fattemi le scuse. Se lo sai,
dimmelo perché abbia
quasi per forza, immancabilmente
e non di tanto in tanto,
sempre ogni volta luglio trentun giorni?
E’ la fantasia
che a volte gioca degli scherzi,
distorce la realtà e la camuffa
in zucchero filato. E la mosca?
Ah, quella, è sempre lì che ronza.
Beata lei,
altro non ha da fare
che ronzare.

NACQUI SENZA AVERLO MAI RICHIESTO

Nacqui senza averlo mai richiesto,
crebbi anni ed anni a mia insaputa,
tutto secondo il calcolo di un Dio,
ed imparai a muovermi, a parlare,
a fare questo e quello, a camminare
spontaneamente, senza mai impormelo.
Grazie alla mia mente, so pensare,
ma è lei che, senza ch’io intervenga, pensa,
io sono il suo pensato, e ciò che vedo
e ascolto, è lei che vede e ascolta,
come se dentro me ci fosse uno
che mi comanda e regola a piacere.
E me ne sto qui inerte a contemplare,
in non so quale parte del mio corpo,
tutto ciò che dico e faccio, e applaudo.

LIMEN

Le cose, oh sì, le cose: son caduche,
se ne vanno senza far rumore,
cessano per sempre d’esser cose,
scompaiono nel tempo e nello spazio.
Chissà se c’è salvezza o redenzione,
per esse. Qualunque fine facciano,
sono l’irreversibile finire
di tutti noi uomini, che siamo
inconsapevolmente il loro volto.

Le cose. Così nostre, così care
al nostro cuore, loro non lo sanno
di non essere eterne, di morire,
non lo sanno, perciò sono felici.

C’È UN QUALCOSA

C’è un qualcosa che spinge dal di dentro
l’uomo ad indagare sulle cause
dei fenomeni, sia quelli naturali
che quelli di altre origini,
un qualcosa
che lo spinge a cercare di intuire
ciò che non conosce, a domandarsi,
oltre a come, a perché, a dove e quando
ne traggano l’origine, e a dedurne
parametri di giudizio.
Ed è per questa
sua sete, – diciamo, – di sapere,
a spingerlo all’audacia di esplorare
mondi a lui diversi, a dar l’impulso
etico-conoscitivo che lo rende
unico tra tutti gli esseri viventi
a chiedersi s’esista o no, chi e dove,
uno, un Ente unico,
o un complesso,
un amalgama di Enti superiori,
una Tavola rotonda di un organico
fantastico
di più Dio, – sì,
diciamolo: più Dio, anche s’è poco
assai per definirlo, – e che sia in grado
di fare quel che vuole.
E che gli basti
pensarlo solo un attimo, e lo crea,
lo porta a compimento. Certo un genio
capace di ridurre all’essenziale
la vita, di spolpare
l’Universale, tutto fino all’osso,
un sommo straordinario Matematico
cui basta anche solo alzare un ciglio
e urlare: Fiat!
Un attimo, ed è fatto.

LA SEDIA STANCA

M’immagino una sedia, e mi ci siedo,
sono stanco, ed essa è ancor più stanca
con tutti quelli che ci si son seduti
sopra per anni ed anni di onorato
servizio casalingo. E mi ci siedo
più che volentieri, però piano,
piano dolcemente, ben sapendo
quanto la sedia è stanca di accettare
il peso della gente. Oh, se potesse
esprimere quel che pensa, certamente
lo so che mi direbbe: Per favore,
siediti s’un’altra sedia, mi fan male
le gambe e la spalliera. E me lo dice,
la sento, sì, dal cigolio del legno
che prima o poi ‘incrina. E sai che faccio?
Mi alzo, e poi mi siedo su d’un’altra.

La libera scelta

Dio non crea dal nulla, ciò che crea
già preesiste, c’è già, nella sua mente
suscitatrice di tutto ciò ch’esiste,
gioia e dolore, verità e menzogna.

La sua stessa volontà di Creatore,
ne è la sua straordinaria essenza
di Spirito Creatore. Nel crearlo,
Dio disse all’Uomo: A te la scelta
di fare o di non fare a tuo piacere:
qui c’è un melo, là un pero e un po’ più in là
un pesco, un fico, un’actinidia e un caco,
scegli a tuo giudizio…E l’Uomo scelse,
per sua sventura, un melo, una renetta
del Canada. E Dio lo mandò in esilio
in compagnia di Eva e del serpente.

E’ se Dio fosse un punto?

E SE DIO FOSSE UN PUNTO?

E se Dio fosse un punto,
una virgola, un accento circonflesso,
o una parentesi tonda oppure quadra
da mettere giù a giudizio, con estrema
cautela per non esagerare
perché il troppo stroppia, un’attenzione
chiamiamola risparmiosa, un puntolino
minuscolo, che a metterlo s’un foglio
in iscritto, risulti assolutamente,
oltre che incancellabile, eterno?
Allora scrivo: Dio. E ci aggiungo un punto.

IL DIO DELLE COSE

Taccio e penso, parlano soltanto,
sommessi, i miei pensieri, non disturbano
la gente a cui piace stare in pace,
taccio e ci tengo ad ascoltare,
pensando, a quello che mi dicono
le tante e tante cose che ci ho in casa,
le umili care cose d’ogni giorno,
le sento quel dicono parlando,
le cose, fra di loro, coi silenzi
che ospito nella mente, nella splendida
tacita armonia di questa sera.
Taccio e penso all’intima dolcezza,
del loro muto idioma, con cui parlano
le cose tra di loro, qui, da noi,
la mensola coi libri, le forchette,
le seggiole ed i tavoli, la cuccuma
del te, la caffettiera,
i piccoli comodini con la sveglia
e l’abat-jour, e tante e ancora tante
fragili e inascoltate altre cose,
utili ed inutili, che ci parlano
di tante, tante care
cose meravigliose, e, forse anche
di Dio, e come no?, del loro semplice
umile povero dio delle cose,
il dio dei letti e dei loro amici
cari e discreti, il dio dei comodini.

LO SFREGOLIO

Ma il grillo non lo sa d’essere un grillo,
di vivere tra l’erba e cantare
– canto? rumore, sfregolio di zampe
o d’altro, tutto fuorché canto, –
o sa, e si rende conto, non gl’importa
d’esserne cosciente,
è indifferente,
lo sa cos’è coscienza ed incoscienza,
ch’è solo puro istinto, e non ne prende
atto, non gliene importa proprio niente.
Sa, ma inconsciamente, senza manco
farci un ragionamento, e senza averne
un minimo di idea di perché farlo,
senza neppure anzi farci caso
che ha il compito di far lo sfregamento
che provoca il rumore – ma se fosse,
metti, un elefante, te lo immagini
che sorta di fracasso?, – così canta,
o meglio, rumoreggia.
– O n’è all’oscuro,
come il sasso scagliato da una mano
ch’è scagliato, e vola, e non si rende
conto che dopo il volo
cade a terra?
Penso così che a distinguere un grillo
da un sasso ci stia ben poca cosa,
lo sfrigolio che al sasso non gli riesce.

L’ORA LEGALE

Il vento muove solo un po’ le foglie
dopo una fresca alba di pioggia.
Le colline si stringono tra loro,
l’una accosto all’altra. Quant’è vero,
l’unione fa la forza, è là in fondo
all’ultimo lontanissimo orizzonte,
il cielo ora è sgombro dalle nuvole,
e una trama rosa-gialla sta annunciando
la nascita del giorno. Sistemata
la notte, Dio ora sta pensando
al mattino, – su ciò ha delle idee chiare:
dev’essere bel tempo,- e qua e là cancella
le ultime macchioline neropece
della tenebra. Oggi, ventun giugno,
ultime notizie: c’è il solstizio,
ora legale, hanno avvisato il sole,
e lui, come suo compito, sia adegua,
e si alzerà con un’ora di ritardo.

MI SIEDO S’UNA ROCCIA AGUZZA

Mi siedo s’una roccia aguzza,
dirimpetto alla memoria. Il buio
alle mie spalle, davanti a me la luce.
Un ricordo si agita lontano,
forse, chissà, vuole entrarmi in mente
e uscire dall’oblio. E tanti altri
mi s’affollano questuando anche solo
due attimi, o anche tre, nella memoria.

Schiavo dei miei ricordi, tento invano
di liberarmene, vorrei che mi lasciassero
prima o poi in pace, vorrei scendere
da questa roccia aguzza per scordare
quello ch’è stato, e metti sia impossibile,
se proprio è necessario, ricordare
non più di un qualcosina. Ecco, ho scelto:
incomincio a ricordare il mio futuro,
scendo dalla roccia e salgo su d’un’altra.

GUARDO IL MIO SGUARDO

Guardo con noncuranza il mio sguardo,
mente mi guarda con la stessa
medesima nonchalance, disincanto
od incanto starmene qui immobile a guardare,
lo sguardo nello sguardo, incrociando
gli occhi da uno sguardo all’altro sguardo,
o, s’è il caso, evitare d’incrociarsi
-pericolo di scontro. Sono l’occhio,
l’iride, la cornea, la pupilla,
il vitreo, le palpebre, le ciglia,
e sono, perché no?, le sopracciglia.
Son lo sguardo che guarda e che si guarda.

anche le api hanno il diritto di far sesso

SOLO DI PASSAGGIO

Sto per impizzare il fuoco quando
un tizio a torso nudo s’appropinqua
uscendomi strisciando
da un pensiero
dimenticato, e, come s’alza in piedi,
Lei non sa chi son io,
mi dice,
anche se tempo addietro mi ha pensato,
forse per caso, e solo di passaggio,
mi sono trovato
dentro un Suo pensiero…
Strizza gli occhi e si terge con la mano
la fronte. Sbuffa. Sgronda di sudore.
Lei non lo sa che caldo che fa a volte
dentro un pensiero,
se ha a testa al sole
senza un berretto. E senza un movimento
minimo d’aria. Un soffoco… Borbotta
dandomi la mano. Vado…
E s’allontana
portandomi via il pensiero. E intanto il fuoco
è un fuoco che ha smesso d’esser fuoco.
Prendo uno zolfanello
e lo impizzo.

A PRESCINDERE DA TUTTO

A prescindere da tutto, anche a costo
di ripetere: a prescindere dal Caso,
( aggiungici, se vuoi:
dalla coscienza,
ammesso, ma ne dubito, che l’abbia ),
dunque, ammesso e non ammesso
tutto, e, perché no?, anche che piova
senza neppure un solo goccio d’acqua,
dunque, che dire?
mettici anche Dio
( vedi se ti ci riesce ), in quanto a questo,
penso che qui ci voglia qualcheduno
che conti da par suo, un avvocato,
un giudice o un notaio,
che approvi e metta giù a verbale
che se abbassi le palpebre, la curva
del tuo stomaco cambia prospettiva
e ti pare un po’ come
un promontorio,
o la prua di un piroscafo che navighi
in rotta per le Indie. A mille miglia,
di là dal tuo stomaco, lo scoglio
dell’angolo del tavolo s’incunea
tra il letto e la consolle. L’imbarcadero
è lì, a due passi.
Mettici anche Dio,
ed Eva che ti offre non la mela,
( errare humanum est ), ma una ciliegia.
Scusami,
ma è meglio non rischiare.

CARA, PRENDI UN TAXI

Cara, prendi un taxi, affretta
un poco il passo, muoviti o vien tardi,
andiamo
a dissipare in due il tempo
dell’ombra e del silenzio delle cose.
Cara, odori di menta e di fiori,
hai la bella età
che fa preziosi
e chiari gli orizzonti, l’innocenza
che tutto a sé avòca, e ridi e canti
e getti baci
come getti fiori.
Cara, sei presente e assente,
sei fiore alla tua gaia primavera.
Dammi la mano, dunque, e andiamo
io e tu all’eternità.
Sì, in due possiamo.

ANCHE LE API HANNO IL DIRITTO DI FAR SESSO

Ho in mente un torrentello che, impetuoso,
a zig a zag a bozzi, schizzi e balze
supera balzellando serpeggiante
Anghebeni, e irrompe con veemenza
alle Porte del Leno, dove compie
l’ultimo balzo e irrompe nella piana
di Rovereto a fondersi nell’Adige
che va verso Verona. Ce l’ho in mente,
eccome che ce l’ho, anche il profumo
delle acacie in fiore a primavera,
un profumo che m’inebria e mi stordisce,
e uno sciame di api che di maggio
inseguono vogliose la regina
per un atto bellissimo di sesso.
Com’è giusto che sia, anche le api
e i grilli e le formiche e le cicale,
eccetera, eccetera, hanno il dovere,
anzi il diritto, di poter far l’amore
– piccolo che sia, è pur sempre amore.-
E intanto il tempo passa, e, con il tempo,
gli attimi, piacevoli o spiacevoli,
ci restano allineati nella mente,
uno dietro l’altro, tutti in fila,
gli attimi che compongono la memoria,
e che nessuno manchi, dello sciame
delle api che vogliono far sesso.
Il che, si sa, è utile oltre che bello,
perché è lassù, e non qui, che l’han deciso.

La tegola

E LUI DORMIVA

Giaceva come giacciono i morti,
con gli occhi chiusi e rigide le membra,
Cristo, il corpo avvolto nel sudario,
come chi dorme e sogna ed è felice.

E tutti lo guardavano dormire,
pensando a tutto tranne che alla morte,
quasi come se non li riguardasse,
ma fosse una cosa sua, a loro estranea.

E intanto lui dormiva
solo nel suo sepolcro, e sognava
come chi dorme e sogna ed è felice,
perché la morte non lo riguardava.

CHE COS’È LA MELA?

Vedi: è una mela.
Ma cos’è la “mela”?
Dici: È il frutto di un albero, il melo.
No, non ti ho chiesto
chi è che la produce.
È un cibo commestibile. Insomma,
non ti ho neppure chiesto a cosa serva.
( Messo in difficoltà dal professore,
lo studente perde la pazienza
ed esclama: È un corpo contundente! )
Ma è un quiz che tormenta anche il filosofo,
che si domanda
cosa sia la “mela”.
Se si dice che non è che la sostanza,
dimmi che s’intende per “sostanza”,
è un termine illusorio, un poco vago.
Ecco, mi dici:
È un coso
fatto di certe cose ( polpa, buccia,
torsolo, peduncolo, eccetera ),
con forma tondeggiante, a mo’ di palla,
una somma di cose messe insieme
per fare un qualche cosa
detto “mela”.
Il quiz che si pongono i filosofi
e questo “che cos’è. “
E qual che sia
la differenza tra una rosa e un gatto,
hanno ambedue in comune la “sostanza”,
messa però in un modo non uguale,
onde evitare che non annaffi il gatto
e dai alla rosa
un piatto di frattaglie.
Eccoci dunque al dunque, al “ciò che siamo”:
siamo la “differenza.” E in ciascheduno
messa in un certo modo.
Punto e a capo

LA TEGOLA

Mentre Piero cammina per la strada,
gli piomba all’improvviso sulla testa
una tegola dal tetto di una casa.

Per chi crede, la tegola è caduta
per volontà di Dio, e per chi non crede
per volontà del vento che l’ha smossa
e fatta poi cadere. È stato il vento
a smuoverla da lassù, dice chi crede,
la volontà di Dio che ha smosso il vento.
L’ateo però insiste, per lui è il Caso
che ha fatto sì che il vento si muovesse
e facesse poi smuovere la tegola,
e ha fatto sì che Piero capitasse
di lì precisamente in quel momento.

Piero non sa a che volontà credere,
non sa che volontà predominasse,
quella di Dio, del vento oppur del caso.
Fra tante volontà, la più colpevole,
forse, è piuttosto quella della tegola:
è lei che s’è arrangiata a far da sola,
a smuoversi da lassù e cadergli in testa,
non Dio né altri, è lei che ha fatto tutto.

In principio ero io

IL FUMATORE

Piero è un forte fumatore, ed ogni giorno
si dice tra sé e sé : Domani smetto.
Lo spaventa il pericolo del fumo,
per cui si dice:
Oggi no, domani…
Non è che sia deciso, ma lo spera,
e si dice: Si sa, ci vuole tempo,
non posso farci nulla se non smetto
subito,
ma lo farò domani.
Piero è un uomo schietto e generoso
verso di sé, e non vuole incrudelire
verso la sua persona,
e ha l’opinione
che sia meglio attendere il dì dopo
per decidere, e non farlo contro voglia.
Dunque pensa: Domani…
E il giorno dopo
però è di cattivo umore, e non smette,
e il dì dopo, al contrario, ha il buonumore,
e men che meno. E il giorno dopo ancora
dubita che il fumo faccia male,
anzi, fa bene al fegato e ai polmoni.
E qui sorge il problema:
s’egli sia
libero o no di non voler fumare,
se può o no convincersi di smettere
o vivere anni in meno, ma gustare
la voluttà del fumo.
Ad ogni modo,
lo sa che ha già perduto la battaglia:
s’accende una sigaretta e vi si adegua.

ANNA, LA ROSA E L’ORTICA

La ventata che ha sconvolto il viale
con un via vai di polvere e di foglie,
girato l’angolo della vecchia casa
è passata di furia tra le rose
di Anna.
Sì, Anna, con amore,
– e sai quanta pazienza -, è sempre lì,
che piova o tiri vento, in dolce attesa
a porgerti un sorriso od una rosa.
Dice la gente:
“ Anna è sempre Anna,
la vedi accanto al muro delle viole
a porgerti una rosa e ti sorride,
Anna che non ha età
– oh, non invecchia,
vive senza saperlo, e chiede scusa
se le rose d’inverno non fan fiore…- “
Anna non sai s’è vecchia o s’è bambina,
bellissima od orrenda.
Premurosa,
col suo sorriso dallo sguardo miope,
sguscia lieve dall’ombra e dal cancello
dell’orto sempre chiuso, ti regala
una rosa infilata nel suo seno.
Sembra la fantasia
di un poeta,
l’Avemaria di un Calendimaggio
nel tremolante evaporare d’aria
– grilli, campane, voci innamorate
e tenere d’amanti –
e ti offre un bacio,
complice tenerissimo. Avvampa
la sua estate di rose, il suo sorriso,
le sue curve graziose, il suo seno,
il suo fascio di tremiti in attesa
con cui si offre docilmente, Anna,
e il breve lampo di un attimo, e il fiore
che cogli dal suo seno pudibondo
è tutto tuo. Ma in sogno, solo in sogno
non è un fiore di rosa
ma d’ortica,
e tutto attorno a te si sfa, dilegua,
orto, cancello, muro, ortiche, viole
e resta lei, mio dio!, lei sola, Anna,
ma un’Anna che non c’è
e non è mai stata,
Anna mio amore andata via col vento
e che mi lascia, un’Anna che non cerco
d’una stagione gelida, incolore,
senza una rosa.
Il bianco della neve
mi lascia echi di campane rotte.
Tenue come il pianto dell’allodola,
il battito del cuore sofferente
di un’Anna
paradiso di memorie.

IN PRINCIPIO ERO IO

In principio ero io,
io sono stato
io, tu, lui, voi, noi tutti,
tutto indistinto, voce, gesto,
palpito, afflato, pianto, riso,
io di me memoria,
io certezza
ed incertezza, verità e menzogna.
Io nel deserto del mio cuore,
promiscuo di tempesta e cielo azzurro,
mero, fugace anfratto
di sensi e di emozioni,
foiba di voluttà
e tormento,
io, fastidio di mosca e di zanzara,
io che non so perché
si debba andare,
io che non ho più voce per pregare.