Gli Angeli non esistono

I PASSI CHE SCRICCHIANO

Ma non ci vedremo forse mai,
o, se sì, tu non lo sai, forse;
ma il tempo è come queste nuvole che vanno
via, e non lo sai dove,
e quante vanno via e quante arrivano,
e tu non sai chi sei e chi non sei,
non ti rammenti più da quanto
vai, e neppure sai se vai o torni.
E tutto va e invece sembra fermo,
e i tuoi passi che scricchiano sulla ghiaia
non sai per quanto ancora scricchieranno,
e anche tu, labile memoria fatta scala
in salita,
anche tu vai via e scricchi.

GLI ANGELI NON ESISTONO

Ma gli Angeli non esistono,
sono per noi il prezzo della fede,
un dolce inganno per chi crede:
Io, nella mia stoltezza d’anima,
in santità di dubbio e diffidenza,
resto stupito,
o, come dire?, incredulo,
che il mio spirito si libri a una tale altezza
da giungere all’Angelo cui non credo.
Ma la voce è la sua,
– oh voce tenera,
dolce, confidenziale,…- è lui, sì, un Angelo
autentico, è lì, che sta a aspettarmi
un poco con pudore. Dal modesto
camice che indossa,
mi pare lui,
il mio Angelo Custode.
Senza un sorriso, un motto, né una smorfia
o una strizzata d’occhio, mi si siede
accanto. Non nego, no, ch’è un Angelo,
lo sento come parla
E già l’estate
va verso l’incantevole sua fine,
e il giorno dopo giorno è come un fosso
che salto
– chissà però a che prezzo!, –
ed ogni giorno metto a segno un fiore,
sì, un fiore, in una brocca: Finché arriva
l’inverno con la stolida
bellezza della morte delle rose
a darci il paradiso,
con lui, il mio Angelo
a destra, ed io alla sua sinistra,
con una smorfia in bocca
e un fiore, però finto, in una brocca,
a discorrere di Angeli e di Renzi.

LA PRIMAVERA IN CIELO

Oggi c’è un forte vento di scirocco,
da far dire alla gente: Oggi piove!
S’insinua tra gli ontani e li percuote
nell’ostinata furia solitaria
tra sole e nubi, una cavalcata
sui pascoli verdissimi del Baldo.
Il sole viene e va a tratti,
entra in un folto bigio nuvolame,
poi trova un varco, un attimo, e scompare,
tutto un entra ed esci, luci ed ombre.

Marzo ha i suoi panorami favolosi,
se guardi verso le campagne: i mandorli
al primo fiore, i prugni e le rosate
splendide tamerici e i gelsomini
bianchi si son vestiti a festa.
Anche il mio cuore s’è cambiato d’abito,
s’è messo quello a festa mentre vado
per le vie del centro, e intanto il vento
mi sguiscia silenzioso tra le dita
con una sensazione straordinaria
d’essere in pieno fiore come un mandorlo,
tutto un bianco sorridere di fiori.

Al Dio del Sole e della Luna chiedo
che anche gli alberi vadano sù in cielo
e fioriscano ogni anno in paradiso,
che anche di là ci sia la primavera
e tiri un forte vento di scirocco
da far dire agli Angeli: Oggi piove!
Questo, io chiedo, e attendo una risposta,
perciò fate silenzio, o non la sento.

LA FELICITÀ È DI CHI È’ ETERNO

Io non t’offro, Dio, il mio dolore,
perché so che lo rifiuteresti.
Tu sei Dio, e devi essere felice,
perché la felicità è di chi è eterno.
Tu mi hai dato la vita, e ti ringrazio,
ma fa’ che io non sia vissuto invano,
fa’ che non trovi ardua la salita
lungo la via della dolce sera.
Fa’ che la salita sia in discesa.

IL PESCATORE

Roteano i gabbiani sopra il mare,
con un sole allo zenit che strabocca.
Le nubi, alte, in corsa, sono gonfie
di un vento di libeccio che le mena
di qua e di là, batuffoli d’ovatta
in questa mite aria di settembre.
Con la pelle bruciata per il sole,
il pescatore va, la barca al largo,
getta la lenza e attende. Nel silenzio,
tutto è un salso respiro di conchiglia.

Tutta la vita è al largo, in alto mare,
le nubi in corsa a un gorgo di libeccio,
che faccia sole o pioggia, afa o gelo,
tutta la vita a attendere qualcosa
che morda all’amo e finalmente abbocchi.
Altro non v’è che attendere, con calma,
serenità e pazienza. Alla fin fine,
chi abbocca è il pescatore, non il pesce.
Questo lo sa, ma finge d’ignorarlo.
E intanto è lì che guarda, attende e abbocca.

GIANO BIFRONTE

Eccolo, mi guarda e fa’ sì col capo;
mi guardo pure io, e mi sorrido,
mi faccio pure io di sì col capo.
Ma è come fossi un Giano, con due facce:
una che dice sì, l’altra che nega.
E una calca di voci tutt’intorno,
petali che non hanno più profumo,
lacrime non piante che svaporano
svanendo con il tempo che ci soffoca
alla gola e impedisce di gridare.
E tutta questa gente che s’affolla
nel cavo degli occhi e che mi guarda,
sono sguardi dell’occhio di Gorgone,
unghiate che accecano chi guarda.

Quattro mucche

UN TRENO VELOCISSIMO

Un treno velocissimo in arrivo
passa fulmineo di là da una foschia
d’alberi che oscillano sorpresi.
Si contorcono un poco i girasoli,
a piè della scapata, al giro d’aria
che balza d’improvviso sul brecciame.

Passa una donna e voltando appena
un poco il viso all’ultimo vagone,
gli getta un bacio con la mano alzata.
Forse pensa al suo uomo ch’è lontano,
a un figlio, o a una persona che l’è cara.
Dopo, raduna ogni sua cosa gaia
nella memoria –peso che affatica, –
e guarda un po’ stranita. Non c’è un suono,
né una parola attorno, né un appiglio
di vita lungo la rotaia. Un sasso
lì a terra è la sola cosa viva.
Il giorno dopo giorno non fa storia.

SONO ITALIANO

Io, amici, sono io, e non m’importa
di certi feudatari, non frequento
consorterie o cenacoli di sorta,
non m’importa del giro di chi conta,
sono estraneo alla casta salottiera,
sono italiano, e questo è quanto basta,
e l’Italia è il partito per cui voto.

QUATTRO MUCCHE

Quattro mucche brucano tranquille,
perché son brave bestie, e s’accontentano
di solo un poco d’erba, e, se potessero,
forse, sorriderebbero bonarie
leccandoti s’una mano. Sono mucche
con due corna, una coda e quattro zampe,
con tutti e quattro stomaci e altrettanti
zoccoli – ogni zoccolo una zampa. –

Quattro mucche dunque brucano s’un prato:
lasciale brucare, e non far caso
che non c’è, non c’è mai stato un prato,
anzi, di più, non ci stanno mucche
né zoccoli né stomaci né corna.

Basta immaginarseli. Tanto,
mucche o non mucche,beh, e chi se ne frega?

ANCHE DIO S’ADEGUA

I rintocchi delle campane elettriche
sono il suono trionfale delle chiese
che van col tempo. Addio, vecchie campane,
cari rintocchi a muscolo di braccia
dal lento e greve suono dell’infanzia…
Anche Dio oggigiorno si adegua
al metallico suono del batacchio,
e le donne che corrono al rosario
nelle piccole pievi di campagna
nelle sere di maggio, hanno un Dio
che va coi tempi, un Dio moderno.

Nelle chiese che paiono palestre,
senza più croci né confessionali,
né Madonnine ai lati degli altari,
ora pendono alle pareti tutt’attorno
gigantografie che fanno concorrenza
alle esposizioni sulla fantascienza.
Solo le vecchierelle di campagna
conservano gelosamente in un cassetto
a casa loro un piccolo Vangelo.
Altro non si può. Dà fastidio agli atei
ed irrita i loro amici mussulmani.

CHE ALTRO?

Scaccio una mosca con il giornale,
per togliermela da torno, e sono grato
a Dio perché non sono nato mosca.
Ma io mi chiedo che altro potrei essere,
oltre a uomo, o ( dio ne scampi ) mosca,
per non essere preso a giornalate
da uno come me? Un pachiderma?

A CHE SERVE ESSERE DEGLI UOMINI?

Ma in fondo, poi, a che serve
essere degli uomini? Assai meglio
essere come i gatti, che non sanno
nulla delle verità teologali,
ma si stendono in panciolle sotto il sole…
Mille volte meglio far le fusa….

E sì che ho fatto tutto il mio possibile
per fare tutto ciò ch’era da fare,
ma non un grazie, e nemmeno un bene, bravo!,
come se avessi fatto un bel niente.
Tanto valeva starsene in panciolle
sotto il sole, e dire agli altri: Bravi!

DAVANTI AL CAMINETTO

Tossii. Poi riattizzai il fuoco
che era lì lì che si spegneva.
Soffio, la bocca a fil di terra,
tremante. Una fiammata
s’alza, dapprima timida, poi alta,
sui ciocchi appena smossi. A poco a poco
ombre e ombre schizzano alla fiamma
con volti giammai visti, sconosciuti
nel muovere gli alari. Una civetta
squittisce appena appena giù nell’orto.

Buio, più buio dell’assenzio,
buio, m’incanta il tuo mistero
nel battere dell’ala controvento
di un pipistrello. Ma non è dolore,
dolce passione è il pianto chiuso in gola,
gioia la vampa, alta, che barbaglia
nel piccolo caminetto. Piano piano
tornano a accomodarsi sulle sedie
le ombre di un tempo a far filò,
a chiedere altra acqua per la sete.
altro pane per togliere la fame.

Dio, dà loro il pane
e falle bere, perché io non ho più nulla,
non ho più pane ed acqua, ho solo amore
da dargli, ma non basta per chi ha fame
Fa’ ch’io possa, Dio,
sperare, sperare è poca cosa,
non costa, mi basta un desiderio
piccolo, piccolissimo, mangiare
il pane che dà fame e bere l’acqua
che non disseta, ma che dà la sete.

L’ESTRANEO

Bevo il mio caffè come ogni giorno,
perso in un labirinto di memorie.
Il bar si empie di gente rumorosa
in cerca di un riparo perché piove.
Guardo alla porta. Appare una figura
un po’ sfumata, ferma sulla soglia,
come cercasse dentro qualcheduno,
un amico, o, che so, un conoscente.
No, non la conosco, non l’ho mai vista,
forse è una venditrice o un’indovina,
una che s’aggira di via in via
leggendoti la mano. Le si legge
nel viso che non è una che on torna.

Non so cosa pensare. Abbasso gli occhi
come temessi di guardarla in volto.
Ora il vocìo ha un rimbombo che m’introna,
ma io non sento nulla, sono sordo,
penso alla lotta per la vita, taccio
e guardo gli altri chiacchierare ai tavoli.
Lei è sempre lì, in piedi, sulla soglia.

Uno ch’è al mio tavolo, un vecchio,
seduto un poco stanco, china il capo,
respira come gli mancasse il fiato,
poi s’alza e zoppicando va alla porta,
esce. La donna gli va dietro.

M’alzo pure io, e vado all’uscio: fuori
ora la via è deserta, e fa già buio.
Un lampo e un tuono. E ricomincia a piovere.

La conta delle stelle

LA SCARPA CON IL PIEDE

Appeso ad un ramo di un ciliegio
il bianco quattro quinti della luna.
Pallido e un poco sghembo il suo faccione,
crisalide di ghiaccio.
Sta gennaio
acquattato a più o meno metà inverno
nell’evanescente beltà dell’alba.
L’aria è quasi tersa e un po’ ventosa,
e camminando inciampo
in una scarpa.
Dentro la scarpa, un piede. Non v’è altro,
fuor che il piede e la scarpa. Questa notte
è una notte con tutti i suoi misteri,
e mi offre il mistero di una scarpa
col piede senza gamba,
e senza il corpo,
sui cui inciampo nel tornare a casa
in una chiaria di buio vago e rado.
Per me, povero cristo un poco santo
e un poco peccatore, riluttante
alle piccole cose d’ogni giorno
e indifferente a tutto ciò che accade,
battere inciampando s’una scarpa
con piede o senza piede,
fa lo stesso,
vado verso il dopo che m’attende,
alzo il tacco e proseguo il mio cammino,
come se niente fosse.
E pure l’altra,
la scarpa con il piede, ecco, la sento
alle mie spalle
che mi viene dietro
pian piano, attenta a dove mette il piede,
per non correre il rischio d’inciampare
pure lei s’una scarpa
con il piede.

L’ORA CHE MANCA

Ci sono cose, credimi, di poca
o minima importanza.
Non per dire,
ma una emme minuscola, un puntino
di una penna s’un foglio tutto bianco,
la caccola di una mosca,
e via dicendo,
hanno un insopportabile silenzio,
tanto da procurarci l’emicrania.
E a noi,
che si parla ad alta voce,
sai che il silenzio non s’addice,
meglio l’urlo, un pugno sopra il tavolo,
una cosa che cade e fa un fracasso
del diavolo, o un treno che sferraglia,
tutto è meglio,
purché faccia rumore.
Ma ora ch’è sera, e lieve spira un alito
di aria che quasi si addormenta,
gli ultimi stornelli se ne vanno
lenti, e ci s’incanta ad ascoltarli,
e ci prende una levità
di cose amare,
una straziata soavità di pianto.
Bevo l’acqua fresca di una brocca,
limpida e chiara
( vino non ne bevo),
e spezzo un po’ di pane, e mangio e bevo,
acqua benedetta con il pane,
misera eucaristia
di chi è astemio.
Poi m’assopisco, il capo sopra un libro,
ma è un po’ come posarlo s’un breviario,
e attendo in sogno e sogno che s’appressa
l’ora che manca
al conto della serva.

CAMPAGNA ELETTORALE

Mi son messo di buzzo buono,
e mi son dato
alla politica: mi sono vergognato
di me e mi sono processato,
condannato al patibolo.
Al ludibrio,
alla gogna.
Non l’avessi fatto!
Poi, mi son dato la grazia.
Assolto
per incapacità di reggere all’assalto
dei politici, una vittima
del martellamento quotidiano
del viva e abbasso.
Basta Berlusconi,
Renzi, Verdini, Orlando, Grillo, Alfano,
meglio il pizzicagnolo, un panino
con quattro o cinque fette di salame
e un bicchiere d’acqua alla frizzina.
meglio soli
che male accompagnati

TEMPO D’ELEZIONI
i dibattiti politici televisivi

Dio!, che triste…Mancano i cipressi
attorno al tavolo, e due o tre ceri.
Un orologio, una clessidra, due bicchieri
d’acqua e par condicio (un litro a testa
centellinato a rigor di goccia),
una lampada alle spalle, e a ognuno un foglio,
identiche le misure, e una matita,
medesima lunghezza e stessa punta.

Abbondano viceversa i teleutenti
che dormono. Libera nos a malo…
Una noia, una barba elettorale.
Così oggi non so più per chi votare.

Un Pater, un’Ave e un Gloria a par condicio
per tutti e due. O meglio, un De profundis,
poi si spenga la luce, e tutti a nanna.

(Gesticola e s’affanna a sproloquiare
col do di petto e gli esse sibilanti
coi toni bassi nella romagnola
loquela che sa di mortadella
e pappaciccia. E mi pare un duello
di un Sancio Pancia contro un Don Chisciotte,
un mulino a vento allo sbadiglio.
Tutto un bianco che odora di ospedale
e una nera malinconia da cimitero.
O votare per loro o andare al mare.
Mi hanno convinto: sì, a non votare.

IL CAFFÈ DEL MATTINO

Metto sopra il gas la caffettiera
nella pace silenziosa del mattino.
Gli altri ancora dormono. Borbotta,
brontola e fa schiuma la miscela.
Faccio tesoro di ogni ora libera,
come quest’ora in cui nessuno parla,
e sono solo e libero e bevo
serenamente il caffè che ho fatto,
perché chi è solo é libero e felice
e s’intona e si coordina al suo cuore.

E mi dilato in eternità di vita:
nel dolce breve rito del mattino
inzucchero il caffè, lo mescolo e assaporo
fino all’ultima goccia il bruno nettare.
Vivo così il mio mattino,
l’occhio al sole che si affaccia incerto,
timidamente, alla finestra aperta,
come un buon amico un po’ discreto.

Cerco la parola che dia un senso
a quest’ora di felicità sospesa,
un qualcosa che dia senso al non-senso.

I bohemien di provincia

Li vedi stanchi sulla pensilina
e settembre è lì lì che sta sgocciando.
Siedono con gli abiti da festa,
le spalle curve e le barbe incolte,
i piccoli bohemien di provincia,
guardano a mala pena e con distacco
la rara gente che gli passa accanto.
Soffia un vento fresco e c’è nell’aria
un presentimento di inizio autunno.
Le ultime api empiono di ali
il parco nel fervore del rientro,
e loro, zitti e fermi, lì in attesa
dell’accelerato, e paiono scomporsi
e ricomporsi al di là del tempo
come minuscoli pezzi di un lego.

L’effimero che insidia da ogni dove
l’eternità del giorno, ora si estenua
in voce di silenzio. Sorridendo,
si mettono a ginocchioni al primo fischio
che lacera l’orizzonte in lontananza,
le mani giunte a pregare
i vivi e i morti, come si fa in chiesa.

Sei un altro

Quando incontri la gente per la strada,
ti salutano chiamandoti per nome,
sanno chi sei, come ti chiami. E vai,
salutandoli anche tu col loro nome,
gli offri un caffè, gli dai la mano, e via.
Ma se ti fermi un giorno ad ascoltare
il tuo nome che pronunciano chiamandoti,
noti che il tuo nome è giusto – è sempre quello -,
sei tu che se mutato, sei diverso,
solo il tuo nome resta. Sei un altro
Italo Bonassi che risponde.

L’eternità e la minestra di fagioli

LO SBADIGLIO

Guardo dalla finestra sulla strada
il tempo tutto intento a camminare.
Passo dopo passo, faticando,
muove le lancette all’orologio,
ed è vano sapere cosa provi
Dio che lo regola, se pietà o noia.

Noi, quaggiù, si è stufi di esser uomini,
e Lui, lassù, lo è di essere Dio.
Siamo un’unica bocca che sbadiglia,
Lui e noi: e questo ci assomiglia.

IL LANCIO DELLA MONETINA

Se lancio in aria una monetina,
non so se cada a terra o danzi,
sospesa tra il cadere ed il volare,
a raccogliere i suoni delle gronde
e quelli un po’ più alti delle rondini.
Se cade, cade in mezzo a rauche pietre
che echeggiano dei suoni cadenzati
dei passi e dei rombi dei motori,
tormento della strada. Nella giostra
che gira, gira, gira senza tregua,
anche la monetina, come il mondo,
gira danzando e gira anche cadendo,
girandola orbitale attorno al sole.

Ed anche io, che corro ad acciuffarla,
anch’io giro lentamente attorno al sole,
e anche il vento e il fumo dei comignoli
girano insieme orbita su orbita
sopra campi di grano e di patate,
come i pappi di taràssaco nel sole.

Resto aggrappato a un fazzoletto
e lo sbandiero come fosse un drappo,
un labaro, un gonfalone, un pappo.

LA GIULIETTA DEL PANTANO

Nella pace calma dello stagno
squaccherano placidi i rospi,
quatti, tra
le canne. Un tremolo arrochito
il loro gemito represso nella sera.
La melma è tutta un’unica grattugia
di suoni bassi e striduli nel buio.
Mandrie di stelle sfilano in silenzio,
lontano, lungo i pascoli del cielo,
a un non sai che arcano abbeveraggio.

La piccola miseria del pantano
s’illumina alla luce dell’aurora
mentre i violini eseguono una musica
gracile nel disteso arso silenzio.

Il gutturale gramolio dei grilli
è come una delicata poesia
d’amore a una Giulietta del pantano.

COME UNA COSA IMMENSA

Ma che mi dici, dimmi che mi dici,
di questo nostro pazzo incantamento
che arde e si spegne nel suo inizio,
traccia di un nostro divenire eterno?

Come una cosa immensa, senza fine,
né limiti di tempo, ci accompagna
passo a passo oltre il nostro Oltre.

Tu che nel vento in estasi procedi
come dormendo in una vita-sogno,
dimmi che fai? Ti volgi a salutare,
chini la fronte e guardi con stupore
e umile adorazione un filo d’erba
e ti domandi se anche lui sia eterno.

L’ETERNITÀ E LA MINESTRA DI FAGIOLI

Tutto era non stato, non vissuto,
ci stavano soltanto pomeriggi
di sole e un buon odore di fagioli,
– o un qualcosa di meglio di morire, –
e il tempo, che incolpevole, sfioriva
nell’ombra insonnolita dei cipressi,
non bastava a saziare la mia voglia
di un piatto di minestra di fagioli.

COME UNA COSA IMMENSA

Stiamo nella stagione dell’estate
ed è già giorno, il giorno del Signore,
– saranno sì e no le sette e mezza, –
e l’erba è tutta pregna di rugiada.
La rondine ha ultimato il primo volo
e s’è posata sopra la grondaia.
La lucertola è mezza accoccolata
sul muro a prenotarsi un po’ di sole
e il bruco è in cima un filo d’erba.
La chiocciola sta addentando la lattuga
e il gatto ha già finito le sue fusa.
Dio è misericordioso lassù in cielo,
speriamolo altrettanto quaggiù in Terra.
E tutto vada ben, Madama la Marchesa.

IL SOLE È GIALLO E ALLAH È GRANDE

Il sole è giallo e la strada è bianca,
la chiesa, in alto, ha una grande croce
e una campana che ogni tanto tace
e la piccola canonica sbilenca
ha mezza scorticata la facciata.
Il tempo vola e volano le rondini,
e le memorie rompono gli indugi:
malinconicamente fan ritorno
da una ormai lontana primavera.
Parlano di com’era chiaro il giorno
nel filo degli anni, ed il tuo cuore
faceva ancora rima con amore.

Ma il sole è giallo e la strada bianca
ora è diventata un’autostrada,
e la chiesa sta chiusa, senza croce,
non ci sono più preti per aprirla.

Ci sta però una moschea e una torre
chiamata minareto, ed un muezzin
che grida: Allah è grande! Non c’è un prete
che gridi che anche il nostro Dio è grande.

LA CONTA DELLE STELLE

Volle conoscere la Verità,
ma s’imbatté per via con la Menzogna,
compagna di bisboccia. E così visse
desiderando il sole ed ebbe pioggia.
Passò lunghe veglie ad occhi aperti
per non perdere la conta delle stelle,
ma non gli riuscì la conta di un pisello.
Volle una vita tutta sua da vivere,
ma poi non l’ebbe – dicono per svista,
pura dimenticanza o distrazione -.
Non trovò mai il tempo per sorridere
– ogni sorriso è un passo tra le stelle, –
ma non trovò poi il tempo per morire.

TI HO DOMANDATO TUTTO

Dio, tu lo sai, ti ho domandato tutto
per potere apprezzare la vita,
e invece tu mai dato la vita
perché potessi apprezzare tutto.
Tu non m’hai dato mai niente,
Dio mio, di quello che ti ho chiesto,
ma mi hai dato ciò che abbisognavo
anche se io non te l’ho domandato.

Non mi hai esaudito le preghiere,
ma solo quello che non ti ho pregato.
Ma mi basta lo stesso, e ti ringrazio.

La nave negli occhi

L’UOMO IN PEZZI

Lo sai che non ho né interezza
né unità. Spesso mi succede
come se il mio corpo fosse a pezzi,
e se ogni pezzo di me, indipendente
dagli altri, vivesse a modo suo,
a parte, una vita nella vita,
senza nulla sapere l’uno dell’altro.
Cerco allora (e questo molte volte
non mi ci riesce) di legare insieme
pezzo per pezzo i pezzi indispensabili
per vivere una vita tutta intera,
ma è come non avessi più nemmeno
l’autorità di essere padrone
di ciò ch’è mio: un pezzo si ribella,
un altro nicchia. E faccio ciò che posso.
Metter d’accordo l’uno e l’altro pezzo
è arduo anzichenò. Tento, esploro
tutte le vie della diplomazia
ma è inutile,
ogni parte di me vuol esser sola.
L’unica cosa che mi tiene insieme
è il nome. E lo dico, e mi rispondono.

STELLE SOTTOVENTO

A quest’ora l’estate cede alla sera
in un silenzio in cui tutto odora
di buio: stanno ad ascoltare
le favole i vecchi ed i fanciulli.
Dopo tanto gridare, ora dormo,
dorme anche la luna. La Via Lattea
pare un fumo di stelle sottovento,
una via dove potere andare
quando si è vecchi e stanchi
per l’ultima camminata fino in cielo.

LA NAVE NEGLI OCCHI

Corre nell’acqua la scia di un veliero,
lo imprigiono nello sguardo e l’adagio
lungo la via che porta alla mia casa
tra le magnolie che son tutte in fiore.
Marinai sulla tolda alzano i remi
nella quieta processione delle ore
che scendono sulla cupola del vespero,
in bilico tra albero e albero. La nave
scande il respiro di una scia di onde
dove scivola leggera, il vento in poppa,
tra l’una e l’altra fila delle case
addossate tra loro e tra le piante
che ombreggiano la strada. E sorridono
i bugnati dei palazzi veneziani
ai marinai che salutano impettiti
dalla tolda. E già l’estate
porta una lunga scia di sofferenza,
un accordo di una musica triste.

Naviga la nave nei miei occhi,
navigo anch’io. Seduto sulla plancia,
alberi e case sfilano sfumando,
le rondini si assiepano sul cassero
in lunghissime aeree processioni.
E anch’io saluto con un remo alzato
tra uno spruzzo di sole e uno di pioggia
la malinconia di ciò che non ritorna.

ANCHE LE LUCERTOLE MEDITANO

Capita che si finga d’esser sordi
a una voce di dentro che ci chiama.
Parla, e mentre che ci parla,
senti un rumore, dentro, che ti assorda.

Così, ci si impelaga in un caos
di botti e di fracassi redivivi
a dar voce al silenzio del rumore.
( Anche le lucertole meditano al sole,
parole mai dette, mai ascoltate,
di una supposta verità da batticuore).

Il giorno ch’io morii

LA SOPRAVVIVENZA DELLE BETULLE

Queste piante che muovono le foglie
al vento, questi fili d’erba
che appena appena tremano nel prato,
ancora rimarranno sempre uguali,
dunque, dopo di me sopravvivranno
senza sapere se sarò là a ascoltarli.

Dio, come mi pare ambigua e strana
anche la betulla che, impassibile,
né più né meno come oggi, un giorno
ondeggerò al vento del mattino
come fossi ancora là ad ascoltarla!

GLI ABITANTI DI MARTE

Io, che sono uno che dubita
ch’esistano altri uomini come noi
esseri terrestri su altri mondi,
fuori dal nostro piccolo universo,
penso che, in fondo, anche se ci fossero,
non si potrebbe mai esserne certi.
Scusami, però, allora dimmi come
mettere giù qualcosa in cui si parli
di una vita su Marte o s’un pianeta
simile, poco o tanto, a quello nostro?
Basta con le teorie e le illazioni,
e se una sera, a tavola, provassimo,
chissà perché, la voglia o l’esigenza
di immaginarci uomini marziani
simili a noi, normali,
con un lavoro, un hobby, una famiglia,
le tasse da pagare, il bar, la macchina
e un conto in banca, sì, perché anche loro
abbiano la loro parte e si accontentino.

CE L’HO FATTA!

Giunti a questo punto, che dire?
Se tu per caso, o altri, per esempio,
dovessi di me leggere un giorno
futuro due o tre righe sole
s’un angolo di un giornale, in quinta pagina,
poche parole, quindi, per descrivere
la mia partenza inopinata
da questo mondo, no, non piangere
(perché?), prendila come una notizia
di cronaca sportiva. (Ce l’ho fatta
a attraversare la Manica! Una sfida
notevole per chi non sa nuotare….)

LA CASA MORTA

L’ho abbandonata anni fa la mia casa,
tutta o quasi una vita è già trascorsa,
non vi ritorno più, ma resta viva,
anche se ormai è una casa vuota,
e le stanze chiuse a chiave e buie.

Io vi ritorno senza ritornarvi,
l’abito più di quanto l’ho abitata,
lontana dalle strade, abbandonata
al tempo ed all’incuria. Equando è sera,
il vento, che si affanna ai davanzali,
porta con sé la voce di mio padre
giovane. L’ascolto, e nel respiro,
un refolo, anch’io vi getto un nome,
il mio. E risuscita al mio grido
Lazzaro, col volto di mio padre.

LA SCALA MOBILE

Forse un mattino di novembre
un bar, uno jouke-box, una scala mobile
nell’atrio di una metropolitana,
e tanta gente, tanti volti anonimi,
una furia di corpi senza gambe,
dal busto in sù, una mostruosa
coda di teste l’una dietro l’altra,
sù per la scala. E un flebile ansimare
sordo di uomini trafelati,
solo un sommesso mormorio di labbra,
e il fischio alto e stridulo di un treno…

IL GIORNO CH’IO MORII

Ricordo il giorno ch’io morii. Era l’ora
che il sole s’affogava nei silenzi
miti del crepuscolo, e un sottile
velo di foschia dava lo strazio
di un buio quasi sacro. Ed or quassù
ti scrivo nel pensarti questi versi,
comodo, al computer, e te li dedico,
confuso, in questo esilio, dove il tempo
non sai ci sia, né se sia presto o tardi.
Da qui ti cerco e parlo col pensiero,
altro non posso, è l’unico che resta
di ciò ch’era il mio corpo, or sono aria,
refolo, brezza, spirito fantasma,
da qui ti chiamo e cerco col pensiero,
ti dico: Amore mio, altro non posso,
né posso dirti: Aspettami! La vita
mi passa accanto, e vedo il sole, gli alberi,
vedo me che al bar leggo il giornale,
me che corro col vento, me che muoio.
Or posso solo darti una carezza
che nessuno vedrà, e, mentre dormi,
porti un bacio e una viola tra i capelli.
Come un fiocco di neve in preda al vento
ti giunga la mia voce, un’eco spenta,
povera bocca senza voce e pianto.

UN MATTINO DI MAGGIO LIMPIDO

Un mattino di maggio limpido. L’erba
ancora umida di guazza, una tenera
ventata d’aria fresca che ci coglie
d’un tratto e poi dilegua, e noi
fuggevoli apparenze di lontane
immagini – come un sognovita, – arco
di un cerchio che s’allunga all’infinito
in infiniti spazi dove tutto
cade in una marea d’oblio
probabilmente prossima. Oggi, fermo
l’attimo in una trepida attesa, fa
forse tornare in vita anche le cose
recondite. E allora canta
l’anima che va incontro a un’avventura
nuova, vita che non muore ma muta.

GLI ZOCCOLI DEGLI ASINI

Un refolo che scivoli in un vortice
di pioggia che minaccia temporale,
una subdola ventata tra papaveri
e campi di frumento, questa notte,
a strappi, ha sciolto tutti i canapi
ai salici ed ammutito i rospi.

Una premonizione di bufera
nell’ultimo acquazzone di settembre,
quando gli zoccoli degli asini
percuotono la terra dove dormono
quiete le lunghe ombre degli ontani.

UNA SASSATA NELLO STAGNO

Se vuoi darmi un nome, chiamami: sasso.
Dammi la tua allegria, il tu dolore,
dimmi che la nostra vita è solo un fatto
fortuito, una sassata in uno stagno.
E onda su onda l’acqua s’inanella
e ogni cerchio s’allarga e va alla riva,
un altro ne subentra, e un altro ancora,
e tutti s’allontanano dal punto
esatto dove caddero, e si sfanno.
Resta la mano
aperta al lancio. Aspetta un altro sasso.

Non era mica male

LA DONNA SOLA
Hanno l’aria di essere lontani
da casa loro, e se ne stanno soli,
seduti oppure in piedi, un poco tristi,
a leggersi una lettera sul bordo
di un letto in una camera d’albergo,
o un libro nella hall di una stazione
in attesa di un bus ch’è fuori orario.
A volte li si vede al finestrino
di un treno in corsa, a guardare fuori
dal finestrino di un vagone vuoto
i campi, le stradelle e i cascinali.
Hanno nel volto un non so che di vago,
forse hanno lasciato qualcheduno,
o son stati lasciati, e sono soli,
cercano sesso, compagnia, o che altro,
metti anche lavoro. Dan l’idea
di essere gente anonima, di transito,
e spesso è notte e oltre i vetri corre
nel mezzo buio una città straniera,
una ridda di campi e d’orticelli,
e passaggi a livello sempre chiusi.

Vedo una donna. Siede, triste e sola,
una tazza di caffè ancora caldo:
è tardi, e a vederla col cappello
e col cappotto, penso faccia freddo.
Il bar della stazione è illuminato,
senza un avventore. Solo lei.
Panche di legno nero tutt’intorno.
Mi guarda e non mi guarda. Nei suoi occhi
leggo l’ansia di una donna sola.
Il volto è in ombra, pare un po’ spaesata,
dev’esserle successo qualche cosa,
penso a un abbandono o a un tradimento;
c’è un titolo sul quadro: Donna sola.
Provo un’istintiva simpatia
per quella donna, come fosse vera,
viva, e vorrei restarle accanto,
vorrei farla sorridere e abbracciarla
e far di me e di lei una sola macchia
d’olio, un’unica figura
con su la scritta: Donna non più sola.

L’ANGURIA

Ci scegliemmo l’anguria con la cura
che avremmo messo a sceglierci una donna:
era là, bellissima, invitante,
pareva dirci:Sono qui, mangiatemi!
La sollevai tremando, un poco come
sollevassi una sposa tra le braccia:
tonda, fresca, polposa,
magnifica, imperiale. Il fruttivendolo,
la pose con amore sopra il piatto
della bilancia, e poi ci disse il prezzo.
Quattro Euro. Un po’ tanti, ma che importa?
Ce la portammo a casa e la spolpammo.
Come ci avessimo fatto l’amore,
ora era là, disfatta, sopra il tavolo,
e tanto era il fastidio di vederla,
che la gettammo nella spazzatura,
pulendoci la bocca. E senza un grazie.
Come un piccolo amore mercenario.

ANNA HA SCRITTO UNA LETTERA

Anna oggi ha scritto una lettera a sé stessa,
l’ha scorsa rileggendola curiosa,
chiedendosi a chi mai recapitarla,
poi l’imbuca nel seno. Non rammenta
neppure dì sé stessa, è un po’ svagata,
e tutto pare fermo, prigioniero,
pura esistenza, come un grillo in gabbia.
Oh, solo una vivezza appassionata,
la sua, un piccola vita cara,
un chiedere tenerezze col sorriso,
degli occhi, e un dirti no col capo.
Anna, sei il mio pensiero, capinera
per me, che ti contemplo qui nell’ombra,
ogni attimo che passa ha la tua voce,
un tuo sorriso. Anna, nel meriggio
afoso, senza strepiti, ti vedo
nella levità di un sole che declina,
non ombra, non parvenza,
ma Anna, Anna,
bella, dolcissima. E già stride
il grillo, e la sera ci divide.

NON ERA MICA MALE

La mia piccola tomba era vuota:
ci misi dentro un piede e poi l’altro,
quindi, già che c’ero, mi sdraiai,
prima di fianco, poi di schiena: il loculo
era un poco scomodo ed angusto,
ma ottimo certamente per un morto.
Ma l’importante era starci dentro

Qualcuno mi buttò sù della terra,
altri mi accesero dei ceri.
Una donna si chinò su me a pregare,
gettandomi pure un fiore. Ero stupito:
non lo sapevo d’essere morto.
( Detto fra noi, non era mica male…)

PADRE CHE SEI IN CIELO

Sto all’ombra di un ricordo
nel fuoco di un crepuscolo d’estate
che nel silenzio rinnova la paura
del buio. Fermo la memoria
al giorno in cui t’ho visto andare via
e scrivo per combattere il dolore
parole di un poetico glossario,
ma sono inutili granelli di un rosario
che recito come fosse una preghiera.
Padre che sei in cielo, dico,
ricordati di mio fratello, è sù, in cielo,
digli che preghi per noi vivi,
che sia un tramite, un ponte tra Te e noi.
Ricordati di dirglielo…Inutili
e insipidi bocconi,
parole in punta di vaghezza.
Nulla di serio, sai, solo parole,
giochi di penna a togliermi l’angoscia.
Scherzo, lo sai, ma di controvoglia.
Fratello, sei il mio tramite, l’angelo
nel tempo immemore, e tu aspettami:
ho ancora tanto qui da fare, aspettami
lassù, anche se farò tardi.

Curiosità grammaticali

I TEOLOGI E I SARCOFAGHI DEGLI ANTROPOFAGI
( da: Quaderni del Gruppo Poesia 83, maggio 2008 )

La grammatica italiana non è certo facile neppure per noi italiani, o quantomeno ci sono ogni tanto dei casi in cui per esempio ci si chiede: ma va con la i o senza la i, con la acca o senza la acca?
Uno dei casi in cui a volte si può fare confusione è quello dei nomi terminanti con -logo e -fago, che ci vengono dal latino ( e il latino li ha ripresi dal greco ), e la confusione è maggiore tra chi guarda piuttosto all’originaria pronuncia greca, dove il suono è gutturale, -chi e -ghi, e chi invece si attiene al latino, come ce lo tramandarono gli studiosi umanisti del Medioevo e del Rinascimento, cioè il suono palatale, -ci e -gi.
Da cui: diàlogo, monòlogo, pròlogo, epìlogo, che nel plurale diventano: diàloghi, monòloghi, pròloghi, epìloghi,
mentre filòlogo teòlogo, sociòlogo, psicòlogo, astròlogo, dietòlogo vogliono il suono palatale: filòlogi, teòlogi, sociòlogi, psicòlogi, astròlogi, dietòlogi.
Esòfago, per non dar torto a nessuno, fa tanto esòfagi quanto esòfaghi, come pure sarcòfago che fa sia sarcòfagi che sarcòfaghi.
Si può notare così che i nomi di origine greca preferiscono
il plurale in –ghi quando non indicano delle persone ( come dialoghi, epiloghi, sarcofaghi, ecc. ),
preferiscono invece il plurale in –gi quando indicano delle persone
( filologi, astrologi, teologi, tuttologi, enologi, sociologi, antropofagi ).
Se c’è un dubbio, ecco il caso di fedìfrago, che al plurale non fa, trattandosi di una persona, fedìfragi, bensì fedifraghi, perché si tratta di un vocabolo che non viene dal greco ( la parte finale è –frago, e non –fago ), ma dal latino, come pròfugo ( pròfughi ), callìfugo ( callìfughi ), vermìfugo ( vermìfughi ).

Concludiamo con un breve ma utile sommario di altri casi interessanti, tratto da un testo di linguistica:
vocaboli in –co e in –go
plurale in –chi e in –ghi se hanno l’accento piano ( sulla penultima sillaba: fuòco, làgo, luògo: fuòchi, làghi, luòghi );
plurale in –ci e –gi se hanno l’accento sdrucciolo ( sulla terzultima sillaba: còmico, mèdico, aspàrago : còmici, mèdici, aspàragi )
Poi ci sono le solite eccezioni: amico-amici, greco- greci, pizzico.-pizzichi, incarico-incarichi, obbligo-obblighi, naufrago-naufraghi, e altri ancora.
Altra eccezione: la parola mago, che al plurale fa maghi, ma anche magi, se riferita ai tre Re Magi.
L’uso poi della pronuncia popolare fa accettare indifferentemente al plurale sia esofagi che esofaghi, sia antropofagi che antropofaghi, sia sarcofaghi che sarcofagi, e qualche altro caso.

Le poesie del 15 giugno

IL CIECO E IL MARE

L’invisibile bellezza del visibile

Era cieco, però non lo sapeva,
e guardava senza occhi nel mattino
solo come i ciechi san guardare
l’immensa invisibilità del mare.
Bellissimo vedere il non-veduto,
l’effimera irrealtà dell’inguardato,
cose mai state, spettri della mente
che vivono una vita di pensati,
sguardi senza occhi e gesti vuoti,
senza mani, e passi senza piedi.

Era il suo mondo, uno spirito-materia
vivo nella cecità di un panorama,
di un volto mai esistito, di un paesaggio
fuori dalla gettata di uno sguardo,
come un mare-non mare, una non-acqua
ch’entrava nel non-sguardo, e lo vedeva
ad una irraggiungibile distanza,
come un interminato sconfinare
di cose inesistenti, di sembianti
senza vita né forma o dimensione,
solo un unico ectoplasma d’ombre.

E ascoltava la musica del mare,
e la faceva sua, la urlava dentro
nei visceri e nel sangue, la stringeva
come fosse un qualcosa da plasmare
stringendolo, da ricavarne un volto,
un corpo, una bocca che respiri,
e due occhi che sian buoni di guardare.

E lo faceva sempre, quando usciva
e andava accompagnato in riva al mare:
non lo vedeva, ma lo immaginava
stando seduto al sole s’una sedia,

viva, di carne, e una bocca da baciare.
Il mare era il suo amante, e n’era amato,
e ogni volta la prendeva tra le mani,
la musica del mare, e la stringeva
plasmandola fino a farne una creatura
e ne provava fascino e paura,
sapeva ch’era d’acqua, non sapeva
però, da cieco, cosa fosse l’acqua,
stava per ore ed ore ad ascoltarlo
ammutolito, e ascoltandolo vedeva
cose e volti che mai nessuno vede,
l’invisibile bellezza del visibile.

“Voi, ciechi, ci diceva, voi vedete
la futile natura delle cose
ch’esistono, il loro vago aspetto
effimero, io vedo ciò ch’è dentro,
la sua musica, il suo suono, il suo silenzio.
Voi siete i ciechi, voi che non vedete
la musica del mare, io sì, la vedo
come una luce dentro nella pietra,
voi sì sapete che cos’è la pietra,
io so la luce che vi brilla dentro,
voi sapete di Dio senza vederlo,
io lo vedo e l’ho in me senza saperlo.”

Detto così, poi si rannicchiava
tutto dentro sé, come un bambino
che si rannicchi in grembo di sua madre.
Il mare era lì, e sciabordava
l’eterna eternità del non-veduto.
Io sapevo ch’era inutile guardare.
Bastano due occhi ciechi, e c’è il mare.

IL DOVUTO QUERIMONIOSO

Arzigogolare, eccolo, il problema,
per quagliare le cose,
acciarpare
parole da rifare e scantonare
eventuali possibili truculenze
e laide beceraggini,
evitando
inutili ironie e bofonchiamenti
di tizi schifiltosi, esecrabili
tedofori di acredine o livore,
ebetudini e follie da postriboli.
Scegliere
il dovuto querimonioso
di onorificenze da millantare,
blandizie di vocali,
generosi
strabuzzamenti d’occhi,
e non badare
a chi alligna zizzania o miete miasma,
ma all’arrendevolezza
mielosa,
dolcigna, di chi ha una cornucopia
di sbrodolanti
smoccoli d’assenso.

SEMPLICISSIMAMENTE

Le mosche che affollano la camera
passano il loro tempo a non far niente,
ronzano e basta. Tra le mille cose,
è la sola unica cosa che san fare,
ossia ronzare senza fare niente.

Una presenza, la loro, dignitosa,
a volte, quando ronzano, solenne,
tranne quando fanno le indiscrete
camminandoti sul naso. Lentamente
salgono silenziose la parete
e discendono altrettanto lentamente.
Non parlano, non pensano, ma esistono,
semplicissimamente. Sono mosche.

Elucubrazioni

RIDICOLAGGINE E COMPAGINE
( da: Quaderni, novembre 2014 )

La lingua italiana ha tante di quelle eccezioni che a volte bisogna ricorrere ad un dizionario. Vediamo ad esempio in quale caso una parola ha per desinenza –aggine e quando invece –agine.
C’è una regoletta precisa che ci dice che si scrive:
-aggine quando, togliendo alla parola questa desinenza, resta un’altra parola, che ha un significato: ridicol-aggine, buffon-aggine, testard-aggine
-agine quando, togliendo alla parola questa desinenza, resta un’altra parola, che non ha alcun significato: cartil-agine, imm-agine, comp-agine, ind-agine

IL BRACCIO GIACOMO
( da: Quaderni settembre 2014 )

Appuntato, fa’ il maresciallo, conosci per caso un tizio con un braccio solo che si chiama Giacomo? L’appuntato ci pensa un po’ su, e poi: Mah, non ricordo. Ma come si chiama l’altro braccio?
In effetti la specificazione “che si chiama Giacomo” si può riferire sia al braccio che al tizio proprietario del braccio, ma soprattutto, secondo la sintassi, al soggetto più prossimo, ossia al braccio. Per evitare un effetto comico, sarebbe meglio dire: conosci per caso un tizio che si chiama Giacomo e che ha un braccio solo?

SÙ E SU
( da Quaderni, marzo 2015 )

Se la matematica è matematica, e non la si discute, altrettanto dovrebbe valere anche per la grammatica, ma i poeti sono un genere di scrittori piuttosto anarchici, tanto che da sempre si parla di “licenza poetica”, ossia di licenza di non rispettare le regole, di cui si è a volte fatto cattivo uso, staccando in due i dittonghi ( una forzatura che si nota ) secondo le esigenze metriche.
La poesia è sì meno rigida della prosa, con la scusa della metrica da rispettare, ma occorre aver buongusto e misura nel prendersi certe libertà grammaticali. Anche se certe sgrammaticature, non poetiche, ma della stampa, sono ormai di moda ( ce l’avrò ad esempio sempre con l’orribile svarione: ma chi c’azzecca, non c’aveva niente da dire, ecc. ).
Un’altra buona abitudine che si è persa è quella della distinzione tra il su preposizione semplice ( di,a,da,in,con,su,per,tra,fra ) ed il sù avverbio. Tra i due su c’è una forte distinzione di suono: il su preposizione è atono ( senza accento ), mentre il sù avverbio ha un forte accento.
1- Metti la brocca su una tavola, è seduto su una sedia, conta su di me ( tutti su preposizioni, atoni )
2- mettici sù una tovaglia ( quel sù avverbio ha il significato di: sopra: mettici sopra una tovaglia ), guarda sù verso il monte, va sù a vedere, è meglio riderci sù, metter sù casa ( tutti sù avverbi, fortemente accentati )
Non per nulla quest’ultimo sù, quello avverbiale, viene accentato da tutti quando è unito ad altri avverbi o ad altre particelle: lassù, quassù, orsù, insù, ecc., e nessuno scriverebbe lassu, quassu, orsu, insu.
L’accento può quindi servire nel caso che si voglia specificare: metti su una tovaglia ( ad es. metti la bottiglia su una tovaglia) o metti sù una tovaglia ( ad es. metti lassù, sul tavolo, una tovaglia ). E se scriviamo: “metti su su quel tavolo una tovaglia” si crea una certa confusione, perché sembra di avere ripetuto per errore il su per due volte, ma il primo, accentato, è un avverbio e il secondo, atono, una preposizione. Bisognerebbe scrivere: metti sù, su quel tavolo, una tovaglia. E tutti capirebbero. Alcuni esempi di grandi scrittori:
Sù, Agata, abbi coraggio ( R. Bacchelli ), guardai in sù le due file delle finestre ( Panzini ), non c’era che da tirar sù lo sportello ( Pirandello ), si precipitava a tenerla sù ( Bontempelli ).
Ma state certi che se scrivete sù dove si dovrebbe, vi ritengono uno sgrammaticato, come capitato a me. Perciò, prima di scrivere sù, ci penso un poco sù, e, se devo scrivere a un quotidiano, lo scrivo senza accento: su.

È MORTA IL SOPRANO BULGARA
( da: Quaderni, luglio 2013 )

Su un noto quotidiano ho trovato il seguente mostro linguistico:
”E’morta a Milano il soprano bulgara Ghena Dimitrova”.
In generale con i sostantivi ”soprano, mezzosoprano e contralto” si è incerti sul genere da usare. Sui dizionari il problema non esiste: soprano, mezzosoprano e contralto sono normalissimi sostantivi maschili, anche se indicano persone di sesso femminile.
E allora scriviamo, secondo logica e buongusto:
”E’ morta a Milano la soprano bulgara Ghena Dimitrova”.
I dizionari e i testi di linguistica accettano infatti anche l’uso, diventato corrente, femminile.
Esattamente come vi sono alcuni sostantivi femminili indicanti professioni per lo più svolte da maschi, come la sentinella, la guardia ecc… A nessuno infatti verrebbe mai in mente di scrivere:
”E’ morto la guardia giurata italiano Tizio Caio”.
La sentinella è stato avvisato dell’arrivo del capitano
Allora, perché con i soprani tanti problemi? Non vorremmo dire, come la presidente della camera: la presidenta, la dottora, la medica, la professora, eccetera. Se mi è lecito scrivere la presidenta, mi dovrebbe essere lecito anche scrivere la duca, la barona , la visconta, la conta, e così via.
Scrivere: il presidente della camera Laura Boldrini non è offensivo né maschilista. Se proprio ci tiene, scriviamo. ma solo per lei, la presidenta, senza che sia necessario aggiungere nome e cognome. Lei sarà la presidenta per antonomasia.