Le poesie dell’11 febbraio

Son fiorite le viole  

Strimpellano irritate cicale
nell’afa di luglio. C’è un garbuglio
di crosci di acqua e di voci
di donne alla vecchia fontana.
Oggi è il giorno che si lavano i panni,
uno sciacqua e risciacqua nel sole.
Nel prato, son fiorite le viole,
e nel viottolo che sale sul colle,
uno zoccolo in pietra ed un Cristo
appiedato. La gente
gli ha tolto la croce e strappato
le spine. Ora è là, che sorride
il piccolo Cristo schiodato.
E ogni cosa è felice ed ha voce
che pare di luce. Strimpellano
irritate cicale nel sole.
E nel prato son fiorite le viole.

Le cicale nel di là   

Forse un  giorno quand’ho finito di vivere,
le cicale avranno smesso di scricchiare.
Sentirne almeno una per me, forse,
sarebbe già qualcosa – è prevedibile
lassù, o laggiù, o comunque dove sia,
l’Eterno che ci attende. –  In ogni caso,
è meglio premunirsi e a tempo debito
mettersene una in tasca, e che stia brava
e zitta, e che passi alla dogana,
sfuggendo a ogni detector. Poi, di là,
ci penseremo io e lei dove cricchiare.

 La grandiosità della formica 

Vado con lo sguardo fino all’orto,
oltre non vado: sosto a contemplare
tra i broccoli e le ortiche  una cicala
che sta col vento ferma a parlottare,
e nel profumo d’erba e di finocchio
mi perdo ad osservare due lucertole
che arrivano di fretta e se ne vanno,
scompaiono nell’ombra. Su d’un muro
passano delle formiche, van di corsa
avanti e indietro, – hanno sempre fretta -,
non lasciano che orme assai leggere,
e tu le vedi aguzzando l’occhio,
le vedi mentre corrono in silenzio
e sollevano della  polvere alle spalle.
Mi avvince e mi conturba nel contempo
l’indifferenza di chi non guarda l’orto
né i grilli in attesa di cantare
al guazzo di rugiada. Ed è un guardare,
il mio, non per curiosità od ozio,
ma per sentirmi un poco meno solo
tra tanta gente che non conta niente.
La mia nullità di uomo non è mica
pari alla grandiosità  della formica.

Teniamoci ben stretti ai nostri corpi  

Ma non sanno di essere già morti,
di là, si credono ancor vivi
e si siedono guardandoci mangiare
a tavola, e ci ascoltano parlare,
cercano di dir qualcosa, però invano,
noi non si ha gli orecchi ad ascoltarli.
Credono d’esser vivi, e invece sono
eterni, come eterno è il sole
e il cielo senza nuvole e l’estate
dell’aldilà, un’estate tutta loro,
e non viene mai la sera né fa notte,
e il tempo è fermo a fare eterna estate,
e non ci sono anni o mesi o giorni,
non un trillo che sgretoli l’azzurro
di un grillo, ma tutto è zitto e fermo
e tutti arrivano e nessuno parte.
Dunque, pietà per loro che son morti,
e pietà per noi che siamo vivi.
Ma teniamoci ben stretti ai nostri corpi.

Le poesie del 10 febbraio

Un infinito di cartone
Sì, lo hanno visto,
lo hanno intravisto mentre
faceva segni di saluto
– o forse erano d’aiuto –
nella marea di folla
che gremiva la piazza
domenica mezzogiorno.
Un vai e vieni frenetico
come formiche accanto a un formicaio.
C’era nell’aria
l’eco di mille voci e mille passi
e una colata di luce e arcobaleni
di un magico splendore ( era l’estate,
ebbra di fiori e solatia
a frantumare il tempo in settimane
d’incanto e di passione), e nella piazza,
sommerso tra la folla, l’hanno visto
che si sbracciava e gridava aiuto
come un naufrago in procinto di affogare.
Era là, in piazza, e l’han veduto,
piccolo sgorbio nero tra la folla,
dibattersi e dimenarsi un po’ grottesco
tra mille e mille altri sgorbi neri.
Annaspava aggrappato all’infinito,
ma era un povero infinito di cartone.
Bastò un colpo di tacco a fare secco
lui, e tante altre stupide formiche.
 
 
L’autobus, Piero e il tempo

Piero correva dietro un autobus,
e correndo e gridando salutava
scomparendo lontano nella strada,
Piero e l’autobus. La sera,
e poi la notte, e poi ancora il giorno,
e correndo e gridando salutava
allontanandosi via via lungo la strada,
Piero, e con lui s’allontanava
la sera e poi la notte e, dopo, il giorno,
e Piero continuava a salutare
notte e giorno, e a correre e gridare.
E il tempo, pure lui s’allontanava,
tutta una sola corsa trafelata,
l’autobus, Piero, e il tempo che incalzava.

Qualcosa accade

A rischiarare gli angoli segreti
nell’orto, dove crescono le ortiche
e i romici infestanti, un po’ di luna
basta ogni tanto a accontentare l’occhio
nel ventre della notte. E mi avventuro,
colmo di curiosità e paura
al muto appuntamento con le stelle.
Lunga è l’estate e le notti calde
profumano di spigo e maggiorana.
Spente le luci delle case,
ma un grillo qui nell’orto dà di piglio
al solito concerto. Dici: Ascolta,
ora qualcosa accadrà od accade.
Forse nasce una stella o muore un grillo.

Le poesiedel 4 febbraio

L’espediente

Se volontariamente ce ne andassimo
nell’assorto riverbero del sole,
per rinuncia o viltà, in ansimante
ascesa oltre il Pensato, scopriremmo
forse, chissà, di non essere mai nati.
– Un espediente per vivere in eterno -.

La Parola del Signore

 Senza che un solo murmure ci turbi,
dalla sommità delle montagne
giù per le creste, fino al fondovalle,
vola la Parola del Signore,
come un grido gettato in mezzo al vento.
Corre il Suo Verbo lungo le vie d’ombra
dei cuori degli uomini in attesa
dell’ultima campana della sera,
l’ultimo colloquio con il cielo.

 Un posto, per favore

Un posto, per favore, voglio un posto
per metterci il mio corpo, e starci bene,
anzi, di più, benissimo. Un posto
anche se un poco stretto tra il computer
e il tavolo da pranzo, e senza urtare
col gomito sul ficus, per sedermi
comodo, il capo ripiegato
tra omero clavicola e mascella
in fragile equilibrio. In questo posto
preciso negli intimi dettagli
mettetemi da morto, e poi andate
via, e lasciatemi pensare
che diavolo si fa quando si è morti.

Una fatua speranza

 Una fatua speranza andare in visita
della memoria, ma personalmente,
ovverossia col corpo, e caminare
non col pensiero, ma fisicamente,
e con tanto di piedi e tutto il resto
che ci sta sopra, ed esplorare
col mio corpo ogni spazio vuoto
per metterci le cose che più amo,
com’è giusto che sia. E ricordarle
come fossero avvenute per davvero.
 Non voce, eco

Non voce, eco,
eppure, lieve, alita
come una nuvola che affiora,
un battito di labbra, un mormorio
di arcana levità, una parola,
respiro più che voce, fiato
estuoso d’ombra al palpitio di un trillo
di campanelli.
Come a un oracolo,
mi prostro a queste acque lustrali,
polla che stilla gocce di tormento
e di gioia nel cavo della mano,
eco, non voce dove suggo
il nettare afro e dolce del tuo amore.

Altre poesie del 2 febbraio

bradypus tridactylus

Certo, che siete un poco strani. Io,
da parte mia, a volte mi domando
se andarsene per strada su due gambe
coperte dalle braghe sia l’indizio
per dire che un bipede sia un uomo.
Se alle braghe ci  aggiungi un camicia
con tanto di cravatta, ed una giacca,
più una sciarpa e magari un berrettaccio,
ed emetti dei suoi gutturali
che chiamano “parole”, debbo dire
che quasi vien la voglia di cambiare
specie, o, che sia, genere, e mutarsi
in bradypus tridactylus. In tal caso
ora penzoleremo allegramente
a testa in giù, sospesi capovolti
ai rami delle piante.  E rideremmo
pensando all’homo sapiens con la giacca.

Un prestigio da salvare

C’è un prestigio, si dice, da salvare:
essere sempre noi, e non cambiare
checché lo si desideri, anche magari
sgherli e arrugginiti, ma noi stessi
fino all’ultimo momento,  e quel pezzaccio
d’anima che si ha, adoperarla
anche di là, immacolata, intatta,
unica cosa, dicono, che conti
lassù, dove “si può quel che si vuole”
Lasciare qui piuttosto la patente,
tanto per alleggerirci, il portafoglio,
la tessera dell’ASL, la dentiera,
le chiavi della macchina, la foto
del figlio in uniforma militare
e tutto ciò che ingombra e che non serve,
magari anche la moglie. Perché ho letto
che là non si fa l’amore e non si mangia.

Mattino presto

 È cresciuta in silenzio come l’erba
la luce che va verso l’aurora.
Ride una finestra accesa
sulla via buia e deserta.
tenue s’ode d’un uccello uno strido,
forse ha fame o paura.
Come un guizzo illumina il muro
di una casa il faro di un’automobile,
un attimo, e poi tutto torna buio.
Ad una ad una si sgranano le voci
della gente che esce di casa
di buon mattino.  E intanto
qualcuno muore e qualcun altro nasce.

Le poesie del 2 febbraio

Uno scherzo

Un giorno si parlò di noi a lungo
nella tranquilla alacrità del tempo
che ingialliva i cipressi foglia a foglia,
si fecero discorsi su discorsi
chiacchierando di noi, del prima e dopo,
del tempo che si segue a malavoglia.
Era il tempo d’estate, e  s’inclinava
il capo come fanno i girasoli
per prendere più luce, e si rideva
un po’ per incoscienza e un po’ per noia.
La vita , uno scherzo malandrino,
e noi, giovani avventati, si viveva
senza dar peso al caso né al destino,
così come veniva, il cuore libero
da inutili patemi, non conforme
al tempo né alla moda,
stupidi ma felici. E chi parlava
di noi, oggi non parla più, ma dorme
e vede noi nel sonno, noi ancor desti
anche s’è tarda ora, e chiacchieriamo
di lui ch’ era là.  E nel conteggio,
uno per uno d’anni e di memorie,
al millesimo, esatto, come  d’uopo,
si mette nel pareggio   il prima e il dopo,
l’avuto e il non avuto, il meglio e il peggio.

Non è un controsenso
 
Non so che voce abbia la memoria:
nell’attesa che il tempo la cancelli,
rimugino tra me e me le sue parole
come chi segue le orme sulla neve
di una volpe nel tempo del disgelo.
E penso che non sia  un controsenso
credere alla bellezza dell’inizio
e a quella assai più bella della fine

La cena del Signore

 Sera nel crepuscolo del sole
che via via declina verso il mare.
Mamma, non siedi?  Stai sul tufo spoglio
della tua terra avita. Mamma, è affanno,
dimmi, il tuo respiro?  Quel lavarsi
la fronte di fatica alla bevuta
alla fonte… Guardi l’orizzonte
di rossi fuochi e voli di farfalle.
Vedi e non vedi, o forse è disincanto,
forse sorriso o pianto, o solo ombra
immacolata delle mura
dirute, che ti viene accanto.
Eccola, appare e non appare,
un poco d’acqua fresca e un pane caldo,
che mamma t’offre, la cena del Signore.
E quella voce, voce di una madre…
Figlio, sei stanco? Mamma va per acqua,
riempie la sua ciotola e te l’offre.
Bevi, e se hai fame mangia…
Mamma è sempre qui, e ancora oggi,
quando il tramonto muore e arriva l’alba,
t’indica la strada…Adesso è stanca,
siede s’un muricciolo e si riposa.
Un’eco di una memoria  e una carezza
sul capo chino di mio padre.
Mamma, ma quella fisarmonica
risuona in un mulinello d’aria,
ed è per me che suona  Un po’ di vino,
due zeppole e tre noci. È melodia,
canto nel vento che dispiega
e ammanta di svelate evanescenze
e ombre su zampilli d’acqua.
Suoni, sorrisi, rintocchi di fantasmi.
Mamma è di qua e di là: è l’acqua fresca,
è il pane caldo. La cena del Signore.
Mamma, la fisarmonica che suona…
diglielo  che la smettano. Ossessiona.
Mamma è tutto questo. Mamma è morta.
Figlio, sei stanco? Mamma non è morta….

Le poesie di sabato 28

 LA CADUTA   
Nell’ora che s’inclina a meridione
coi petali giallo oro del tramonto,
magro e stento vien sù da una bordura
un roseto che rampica s’un palo.
Un po’ smarrito tra me e me vado
per via e soprappensiero inciampo,
cado e metto una mano tra le spine.
Come quasi gli spilli di un rammendo,
s’impigliano nel polso alla caduta
le spine, geroglifico di sangue.
Non sapevo la ferocia del rosaio,
solo quella umile dell’ortica.

IL VECCHIO E L’ALBERO  
Il vecchio stava fermo a contemplare
l’albero. Con l’innaffiatoio
in mano, zitto e immobile, ascoltava
crescere i rami e fare fiori e frutti,
e il giorno era azzurro e c’era il sole.
Guardava, il vecchio, e il tempo si affannava
con lui – come se cercasse l’oro, –
a incidergli sul volto e sulle mani
i solchi dell’aratro della bella
età che ci avvicina a Dio. Era
come un laboratorio in cui si forgia
il cuore a battiti più calmi,
a un tramonto di sole rosa e oro.
Il vecchio stava fermo ad ascoltare
l’albero. E non sapeva
del suo non inutile invecchiare.

IL LUPO CATTIVO   
L’ombra sui monti incuba, un’aria fredda
porta la sera. Scende la montagna
col buio un lupo: ha paura e chiude
gli usci la gente. Dietro gli steccati
tacciono le greggi. Al lupo! Al lupo!
è un grido d’uscio in uscio. Esce il frate
buono, zoccola per via,
recita una preghiera. Dove vai,
fratello lupo? È tardi, e tu hai fame,
vieni, ti dò qualcosa da mangiare,
dammi la zampa e giura che fai il bravo,
siamo in Dio fratelli, tu e noi,
fratello lupo, làsciati ammansire!
Il lupo dà la zampa e giura. Gli altri,
chiusi al sicuro, stanno a sbalordire,
quasi non ci credono, ma il lupo
cede e zampisce, e segue il fraticello
alla sua casa, si fa’ buono, uggiola,
e il frate lo ristora e l’ammansisce.
Fratello frate, il lupo ora è un cucciolo,
e mangia e beve docile e s’addorme.
Rendiamo laudi a Dio Signore! I frati
ora cantano, la bocca spalancata,
forte, a voce alta, perché Dio senta.
E cantano e dicono le cose
maravigliose che altri non le sanno.
Imperocché, disse Francesco, Dio
è colui lo quale apre la bocca
ai muti, e li fa cantare…

Le poesie del 28 gennaio

Noi e gli Angeli   
In nessun caso mai nessuno
tra gli Angeli che vivono tra noi
viene meno al patto col Creatore.
Sempre stanno in  incognito, discreti,
mai una volta ci dicono chi sono:
sempre pronti a sorridere, non dicono
una sola parola che dia adito
al minimo sospetto. E loro sanno
di noi cose che loro solo sanno.
Forse non possono essere felici
finché vivono tra i vivi, ma hanno fama
di Angeli alla mano, bonari,
ci seguono dove andiamo per proteggerci
e farci compagnia. Ma non sappiamo,
noi, che sono Angeli.

Il punto fermo

Amici, si fa tardi. Certamente
occorre interrompere di brutto
col vostro beneplacito cotesto
piacevole ( perché no? ) conversazione:
basta con le parole,  salutiamoci
e andiamocene, e a ognuno la sua strada.
E tu che fai? Non vieni? Dici è presto,
( hai voglia! ), non è tardi, e ci hai da fare
ancora un po’ di cose, hai da accudire
all’attimo che passa e ha da passare,
e son tanti, necessiti di tempo,
hai da pensare a ciò che va e viene,
a far fiorir la rosa e il melarancio,
a zappettare l’orto e a visitare
il nonno e a fare con pazienza
ogni giorno le mille e mille cose
inutili che hai fatto fino a ieri.
Resta, comunque. Vedo che hai da fare,
sei il punto fermo e intorno a te si muove
il mondo. Nitida e spettrale
l’eternità ti attende. Ebbè, che attenda.

L’occhio sul vuoto   
Sto alla finestra  e fisso il Vuoto,
mentre la luna lenta si strascina
sù in cima al campanile, poi si ferma
come un grande occhio sopra il Vuoto.
Oscillano al vento gli alberi del viale,
paiono fatti di bambagia azzurra.
Se ne vanno le ore ad una ad una,
tutto un unico fruscio immateriale,
leggero, come ali di farfalla.
Dimmi perché mi guardi,  mi fa’ il Vuoto.
Io non lo so perché stia qui a guardarlo,
gli occhi negli occhi, il Vuoto che mi guarda,
gli occhi puntati su di me che guardo.
Tutto ora  mi guarda, viale, il fiore,
la panca, la collina, la montagna,
tutto ha gli occhi su di me e mi guarda,
io sono un  tutto unico guardato,
un solo unico occhio che mi guarda.
Dimmi perché mi guardi, dico al Vuoto.

Sotto i vostri piedi  
Fermo, alla fermata di un pensiero,
alle cinque della sera. Nell’attesa,
obbligo di non pensare. Per favore,
si svuoti immantinente ogni cervello,
si intimi il silenzio, tutto taccia,
anche gli alberi la smettano di alberare.
Ed ansimi caso mai però piano,
appena appena, passeggiando, il vento,
solo lui abbia il diritto di ventare,
le foglie caso mai foglino, e le radici
si limitino eventualmente a radicare.

Le poesie del quarto piano

Un fatto naturale

Considera come un fatto naturale,
anche rompersi una mano od un ginocchio.
E il fondamento sopra cui cammini
o con il quale puoi dare una sberla,
è il letto ventidue, sù,  al quarto piano

Papi
La cara amica voce di mio figlio,
che mi porta quassù, al quarto piano,
in questa fredda stanza d’ospedale,
il caffè del primo assaggio  e i quotidiani
con le ultime notizie di giornata,
entra come entrasse il sole,
calda, tenera e dolcissima: Papi.
Papi, sì, Basta una parola sola,
a fare entrare  improvvisamente il sole
anche se fuori piove. Il buongiorno
si vede dal mattino: Papà, papi.
Un grido nella notte

Un grido nella notte
mi coglie all’improvviso. Timoroso,
scendo dal letto e piano piano
striscio avanzando con il ventre a terra,
altro non posso fare che strisciare.
Forse è un sogno, mi auguro, terribile,
ma tutto dentro me si crede verme,
testa, torace, mani, gambe, schiena,
ventre e quant’altro è un essere strisciante,
ed io gli vado dietro, e striscio,
striscio, fino al telefono. Pronto, chi parla?
mi fa, Ah, sei tu, verme?

Non è accaduto niente
Forse manco esiste, inesistente,
se non nella memoria, quella stanza
quattrocentotrentatre al quarto piano
di un ospedale, e neppure esiste
quel letto ventidue, e men che meno
quel tizio, ch’ero io, col braccio rotto,
no, non è accaduto niente
particolare,  è solo un sogno,
lo scarto di un ricorda da discarica
quel letto ventidue. Mai esistito,
niente di niente quello ch’è accaduto,
o, s’è accaduto, è solo poca cosa,
un graffio, una puntura di zanzara,
perciò, com’è il mio caso, lo contesto,
lo confuto,  non è accaduto niente,
non c’è dialettica che conti
per dire ch’è accaduto, che quel tizio
col braccio ed il ginocchio disastrati,
– che sono, o sarei io, –  lassù ci è stato
davvero, eccome no?, al quarto piano
sul letto ventidue.  Ci fossi stato,
è come invece non ci fossi stato.
Bubbole, fandonie, fanfaluche.

Il cambio dei turni
Steso a letto, il braccio immobilizzato
in una non so perché chiamata “doccia”,
penso al sole mentre intanto fuori piove.
Fermo come un’erma, una cariatide,
passo le ore e i giorni a non far nulla.
Uno, di fronte a me, un sacerdote,
dorme di giorno e di notte è sveglio,
parla a voce a voce alta, sbraita, piange,
dice cose strane e a volte urla.
Oggi gli han dato il valium.Forse dorme
questa notte ormai prossima a venire.
C’è un frenetico via via del personale
nell’infermeria,– sono le nove e mezza
della sera, e ci stanno le consegne
fra chi ha smesso il turno e chi subentra,
con tanto di rituale, e se hai bisogno
che ti stacchino la flebo, beh, pazienza,
hai voglia d’aspettare! E t’addormenti
con l’ago che hai infilato dentro il braccio.

Le poesie del quarto piano

Mi sbeffeggio

Oggi ho una voglia di piangere, e non piango.
Tanto, a che serve? Inutile sprecare
lacrime di sorta. Meglio ridere
di me, di quel che mi rattrista:
buffo, anzi ridicolo, il mio dolore.
Odio il mio braccio ed il mio ginocchio,
che mi tengono a letto al quarto piano
d’un ospedale, è meglio una prigione,
dove almeno hai una boccata d’aria
e quattro passi… Ma non piango, rido
anche se mi vedo piangere, rido.
No, non mi faccio pena, mi sbeffeggio

Io e il seme di pisello
Come un seme d’ortica o d’insalata,
steso di schiena con un braccio rotto
su questo scomodo letto d’ospedale,
cerco un qualcosa, un perché, un motivo
d’esistere, ma non ne trovo un senso
d’utilità, e mi chiedo: a cosa servo?,
tanto mi trovo stupido, banale,
come chi ha smesso d’essere qualcosa,
un sacco di patate, un otre vuoto
il mio cervello, e non so s’io serva
quanto meno come un seme di pisello:
quello almeno lo semini o lo mangi.

Il mio naso, opera di Dio

Ciò che di me esiste, oh sì, anche il naso
od il braccio, sia il destro che il sinistro,
rotto o non rotto, beh, sicuramente
merita tutto il mio stupore e orgoglio,
come tutto ciò che Dio ha creato
con somma bonomia. Un poco come
le nuvole, le stelle, il sole, il vento,
mettici le albe ed i tramonti,
e, come no?, la luna, tutto insomma
di me e di non me merita rispetto,
nonché contemplazione. Perché tutto
è opera di Dio. Anche il mio naso.
Me lo cerco nello specchio e lo contemplo

La dottoressa del quarto piano

Entra come una folata d’aria,
e appena te n’accorgi,
biancovestita – il bianco è di rigore,
la norma  glielo impone, – ma se fosse
anche in azzurro, a noi starebbe bene,
a noi del quarto piano, stanza quattro
cento trentatre , – se ben ricordo,
non più di quattro letti e una vetrata
che dà sul cielo, o quasi. –  E lei entra
e va di letto in letto, una parola
basta a confortare, basta un tocco
d’umanità – non guasta, anzi fa bene, –
anche un gesto gentile, una battuta
ci vuole, e il ginocchio non più duole.

Tutto è assurdo

Tutto è illogico e assurdo, anche il logico,
anche il buio che si sgretola in luce,
e la luce che abbuia e si fa tenebra
e il seme che marcisce sotto terra
e si fa fiore, e il fiore che dà il seme,
assurda ed illogica la mela
col verme dentro, e il verme nella mela,
assurdo anche l’angolo dell’orto
dove Piero semina il radicchio,
illogico il radicchio, assurdo Piero
che semina e non crede nell’assurdo,
al tempo che straripa e si fa eterno.

Meraviglioso

Il bruco, accoccolato sopra il cavolo,
consapevole di essere un bruco,
sa di non essere eterno,
come sa che non lo è neanche il cavolo,
e rosica, così, per sopravvivere,
per non morir d’inedia, e non per fame,
qualcosa di mangiabile. Pensoso,
come solo può esserlo chi è un bruco,
morsica qua e là un cespo d’insalata,
un sedano, una rapa, e poi s’acquatta
sul manico di una zappa, e si riposa,
stanco. Un grillo, lì di fronte,
ha appena appena iniziato il canto.
Un notturno. Chopin. Tutto un incanto.
La luna, il grillo e Dio. Meraviglioso.
Tutto meraviglioso, l’insalata,
il sedano, la rapa, e  pure il bruco.
E, come no? pur’anche il quarto piano.

Piccolo notturno

Borbottano i gufi e le cornacchie,
e le rane gracchiano felici
mentre il vento ha il vocio sommesso,
sereno, delle foglie. Solo i grilli
hanno smesso il loro gaio cricchiare
e dormono. E li senti russare
come loro soltanto sanno fare.
Figùrati, sì, un elefante
o un ippopotamo russare:
che acuti pachidermici! Qualcuno
ha sbattuto la porta, oppure è il vento,
il vento, sempre il vento, che ha ripreso
a cantare. Son sillabe di aria
in un lieve delicato trasudare
di guazza. Appena s’è svegliato,
un bruco va aggirandosi spaesato
s’un cavolo cappuccio, e lo si sente
tranquillo rosicchiare
la prima colazione. E sorride
come solo un bruco sa sorridere.