Assoluzione

UN CAOTICO ASSEMBLAGGIO

Mi capita talora di passare
per strade sconosciute tra scordati
frammenti del passato, ed è un andare
a ricomporre i pezzi di un mosaico,
immagini su immagini confuse
ridotte ad un caotico assemblaggio
di cose senza senso: una pantofola,
un vaso, un tritacarne, una vestaglia,
un libro, un posacenere, una pipa,
un tutolo sgranocchiato, una tovaglia,
e via di questo passo, da redimere
e mettere in bell’ordine e riporre
per bene in un cassetto. E pure Anna,
povero amore mio dimenticato,
Anna, anche lei frammento da assemblare
e mettere a memoria e sgranocchiare
come un tutolo di mais quando son solo
e triste, Anna in pantofole e vestaglia.

MORTE IN CORSO

Non voleva morire, ma sdraiarsi
semplicemente e riposare a terra.
Che fai? gli chiese il Tempo. Non sapeva
se la sua non fosse che indolenza
o desiderio di tirare il fiato.

Già che ci sei, gli disse sta giù comodo,
la pancia in sù, le mani messe a croce,
concediti il riposo in santa pace…
Faccio le corna, disse l’uomo, e rise,
più per scaramanzia che per letizia,
io me ne sto sdraiato e tu prosegui,
tu sei il tempo, e hai da fare tante cose,
e soprattutto correre, va’, dunque,
lasciami pure qui, io non ho fretta,
vattene solo e nudo alla tua meta,
e intanto io me ne sto disteso a terra
così, come mi trovo, e non invecchio,
sei tu che hai fretta e corri, e intanto invecchi.

Era quel che era, la coscienza
di chi resta tranquillo, l’occhio freddo,
senza pensare a strane trascendenze,
– era un laico, e non credeva al paradiso,
ma si sforzava di tenerlo d’occhio,
non si sa mai, nel caso che esistesse. –

Se ne restò tranquillo steso a terra,
come uno che dorma e non si muova
neppure di un millimetro, e la gente,
passandogli lì accanto, lo scansava,
girandogli un po’ al largo. Gli stradini
avevano collocato un cavalletto
con tanto di cartello Morte in corso.
Passò il resto degli anni come un morto
che crede d’esser vivo, e si chiedeva
cosa chiedere una volta giunta l’ora:
se l’eternità o il manicomio.

ASSOLUZIONE

La verità che si sa è un enigma.
La sviscero – o tento di farlo -,
poco è il tempo per mettermi a rapporto,
ci vuole tatto e genio. Però a volte,
di sera, nell’ora che si dedica a sé stessi,
cerco di appartenermi interrogandomi
tra le pieghe dell’Io, e mi confesso,
messa a nudo l’anima, ed assolvo
con qualche Pater, Ave e Gloria.
È un pellegrinaggio doveroso
nello spirito dell’Io, un’incursione
oltre i confini della conoscenza,
un anticipo di morte. Ma incruento,
come ci si confessasse tra amici.

BAFFI E GONNA

Chi fornica oggigiorno ci ha il vantaggio
che si pagano pedaggi vantaggiosi
per prestazioni ludico-sessuali,
dato che si considera normali
certi pseudoprogrammi culturali
con dei tizi coi baffi e con la gonna
mentre invece non pare che stia bene
che noi uomini si vada con le donne.

IL TEMPO GLI VOLTÒ LE SPALLE

Questa la sua vita, donne
da giovane, e belle, ed una cara
gioia di giorni senza nuvole.
Era l’estate. L’aria azzurra e chiara
tra uno sprazzo di sole e uno di pioggia.
Poi, venne un vento quasi d’improvviso
e piovve, e nell’estatica sua verde
valle discesero basse e bigie
delle nebbie padrone dell’autunno.

Il tempo gli voltò le spalle, e solo
restò, senza più amici e donne,
ed in chiesa non c’erano che vecchi,
pochi, tra i banchi, e qualche monachella
intenta a snocciolare litanie
inutili, Padri, Ave e Glorie.

Ora era solo, e il mondo, ormai estraneo,
gli era di peso, ed una stanca pioggia
a poco a poco diventava neve.
Venne così un Angelo, e gli chiese
se voleva ritornarsene a casa:
da lì era venuto e lì, volendo,
gli era dato d’andarsene. E accettò,
previo un paio di ali per volare.
Ne trovarono uno giusto a sua misura,
così spiccò il volo, e, nel volare,
anche la morte gli batté le mani.

IL PIEDE SULL’ORLO

Il piede fermo in cima all’orlo
del baratro. Cadere o non cadere…
Il silenzio dell’albero stordito
dal vento che sa di maestrale,
le nuvole lassù, in disordine,
stracciate. L’ignoto là in agguato,
il salto – col dovuto
distacco, – la caduta. E il vuoto.
La testa china sopra l’orlo,
seguo la luna
caduta nel bicchiere.
La luna…Lei l’ha fatto, il salto,
e il vento e l’albero stordito
e il cielo, tutti là in attesa
di un ordine di Dio. Ma nulla
da eccepire,
è logico. Quest’altr’anno
me ne vado in vacanza in paradiso…

AUTUNNO

Saltano giù dall’albero sotto casa,
sono tanti, e tutti uguali,
tutti lo stesso volto, occhi e naso
identici, identica la bocca
e il mento, e li guardi mentre cadono,
ti chiedi come mai, per che motivo,
cadono come cadono le foglie.
E tu ti dici: E’ fine ottobre, autunno,
e lo gridi, e cerchi di fermarli,
però poi guardi meglio mentre cadono,
un bailamme, leggeri, un po’ a casaccio,
un caos, un disordine di cose
che cadono e li osservi avvicinandoti,
lievi, danzando, un volteggio aereo,
diafano, di sottili nervature,
il lembo accartocciato ed il picciolo,
un coso nasiforme, e se li osservi,
ne noti pure gli occhi a clorofilla,
che guardano stupiti di cadere,
e ti gridano parole vegetali
che tu però non senti. Sono foglie,
e le foglie non han bocche per gridare.

le poesie del 12 agosto

L’UTILE INUTILITÀ DELLA POESIA

La poesia è utile, serve a qualche cosa? Utile è un aggettivo che riguarda il verbo avere ( utili sono gli oggetti, anche l’oggetto sasso, se serve a spaccare una noce). Ma la poesia non è un oggetto e non si può avere. Non si può adoperarla. Non serve a niente. Ma è in noi, fa parte del nostro essere, anche inconscio.
Il grande poeta greco Ghiannis Ritsos si è chiesto: Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?
…Una grande mano invisibile sollevava le sedie / due palmi da terra. Come fanno gli uomini / a vivere senza la poesia?
Si è scritto che la poesia fa del linguaggio della mente e del linguaggio del corpo un unico linguaggio, che accorda cioè anima e corpo. Un accordo tra il nostro io razionale ( il conscio ) e quello irrazionale ( l’inconscio ). In una società che valorizza soprattutto l’utile, la non utilità della poesia è sempre più indispensabile.
E allora scriviamole pure, le nostre inutili poesie, andiamo controcorrente, facendone dono a chi ci legge, perché non è detto che l’inutile dei nostri versi non serva a qualche cosa, a esaltare l’inutilità in un mondo alla continua frenetica rincorsa dell’utile. Un inutile di sensazioni, emozioni, immagini, di memorie, ammucchiate come in un magazzino in attesa di creare ulteriori emozioni e ulteriori immagini. Noi, che scriviamo poesie, siamo tra coloro che sanno scoprire un linguaggio che pare obsoleto, fine a sé stesso, e sanno dargli immagini nuove, lo accendiamo di luci e di colori, di spirituale, di mitico, di mistico. Anche una pietra, una vite spanata, una tazzina sbeccata possono assumere in una poesia un qualche cosa di nobile, una sacralità di una misteriosa e affabulante bellezza. La poesia può essere come un microscopio: contempla il piccolissimo e fragile filo d’erba e lo fa diventare più importante di una foresta, e fa riempire del canto di un uccellino l’intera platea dell’universo. Così afferma un poeta cinese, là dove scrive:
Un uccello canta su un filo / la vita semplice, a fior di terra. / Poi il vento comincia a soffrire; / e le stelle se ne accorgono. / Oh pazze, a percorrere / tanta fatalità profonda!
E tutto questo è davvero molto bello, ma anche molto inutile. Cosa importa al mondo l’uccello e il filo d’erba? Cosa gl’importa il vento e le stelle? Il mondo ha tante altre cose cui pensare, cose utili, e non ha tempo da perdere per l’inutilità. A noi, che scriviamo poesia, l’inutilità invece piace e interessa da matti. Noi siamo immersi fino in fondo nelle grandi problematiche esistenziali delle piccole cose inutili, a noi interessa l’eternità di un pennino rotto, il dolore di un grillo, la felicità dello scroscio d’acqua di una fontana, la tristezza del rubinetto del lavandino che perde. Noi, inutili cantori dell’inutilità.

SE INTATTI SILENZI

In te ancora m’acquieto,
mio amore, se intatti silenzi
serba il ricordo dei giorni,
degli anni. Ritorna,
riaffiora dal ciglio dall’onda,
la schiuma, la voce del tempo.
E se corro a riprenderti,
e stanchi echi il grido
chiama in cieli non più miei,
chissà se mi ode il mare,
se onde di poesia mi mena
questo strazio di albatri.

LA VITA PARALLELA

Eppure a me, vivendo
questa mia vita terrena, un’altra pare
affiancarvisi, una vita parallela
a questa, ma più sfocata, con poca
luce azzurrognola, quasi vertigine
fredda, dove tutto è opaco,
indefinito. Un carnevale
di maschere stupite dentro un fiume
d’echi smorzati, un ridere di spettri
in un brusio di voci attonite, uno sgomento
bianco di asfodeli. Ed io, che vado
come intontito ai margini ventosi
di questo mondo misterioso,
vivo la vita stupefatta
di un palombaro. E più la mia si abbrevia,
più l’altra cresce. E mi perpetua.

OMBRE

Giorno brumoso e inutile, specchiera
opaca di mezza sera, in cui m’avvio
sotto gli annosi alberi giganti
con la mia amica ombra, giorno
interminato.
Ore spente nel desiderio, smorte
lungo le calme vie che già s’abbrunano;
si sfa la luce ed una tenera
aria fresca mi carezza e molce.
Ombre. Ogni ombra un volto a me non noto
di un’anima. Sorrisi, implorazioni,
parole. Tra le sbarre alle finestre
occhi di donne e di fanciulli morti.

Quale, di là da questo lungo sonno,
quale mondo remoto, quale inganno
mi chiama dalle ombre? Forse dormo
anch’io, ma non m’accorgo.

Anime antiche, fragili creature
che m’attorniate silenziose, nulla
di voi più vive, voce, nome,
null’altro se non occhi senza lacrime,
e mani alzate a trattenere il sole.

VIOLINI RADENTI DI VENTO

Una donna seduta sull’argine un fiume che canta,
le cicale in attesa di un cenno di mano,
di un grido che accordi tranquille chitarre
tra l’erba, violini radenti di vento
che piangono. Dove sei, primavera? Ti aspettano.
Una camicia bagnata che pende nel sole
e un vecchio a un balcone che guarda. Il silenzio
ha colori di aria e si perde lontano.
E il tempo che avanza, inesausto,
ma piano, quasi in punta di piedi.

NON MANCARE ALL’APPUNTAMENTO

Guarda: disegno un’orbita. E tu, seguila.
E mi dici che questo che ho tracciato
non ha senso per te, non è che un solco.
Ma è il segno della vita, un graffio lungo
sulla tua mano. Esisti!
Quanti anni l’eternità ? Da come appare,
è sempre lì, vicino
alla casa sul fiume, alla tua infanzia,
a tuo padre, a Via Milano, ai portici,
alla gente per strada che rimane
in una bolla soffiata di sapone
nell’aria estiva, quando il brulichio
di chi va via dirada. In una sola
bolla una moltitudine di morti
che non dice addio, ma arrivederci.
( D’estate, l’eternità è di rigore. )
Non mancare all’appuntamento, o cara.

IL TELEFONO DELL’INCONSCIO

Un suono prolungato
di un telefono mi chiama
dal sonno della notte, ove vegliano
le pigre ore del crudele
trascorrere del tempo.
E sono qua, su questa china, dove
spingo in salita le mie pietre
del dubbio eterno, rotolando piano
fino al telefono. E tu
che mi chiami dal mondo dell’anima,
abbi pietà di me, che lento
mi trascino in silenzio
fino al limite estremo dell’inconscio.

La Casta

QUESTA NOTTE HA GELATO

Questa notte ha gelato. Il parabrezza
della macchina aveva sù una crosta
gelida di brina. Appena oltre
il ponte sopra il Leno, una sbiadita
foschia di bruma ha intirizzito l’erba
e gli alberi già spogli hanno un merletto
di bianca galaverna. Questa notte
è scoccato l’inverno: anche i platani
lungo il viale hanno il gelo nel midollo
e si arrendono, piano, tutti in fila,
docili, le foglie accartocciate
pendule sui rami, moribonde,
in attesa che il vento le distacchi
e le rovesci a imputridire a terra.

Scheletri nudi, senza un’apparente
memoria di un’estate ormai lontana,
s’infiammano in un ultimo sussulto
gli scòtani, le foglie arrotolate,
contorte nelle morsa della morte,
hanno secreto un fuoco di colori
dal rosso fiamma al lilla, e un alberello
– un acero – nel cortile sotto casa
ha un giallo che ricorda i girasoli.

Esco di casa, nevica, e c’è un gelo,
a raffiche, e il nevischio grado a grado
s’insinua per le strade e negli androni,
impregna scarpe ed abiti. Fa freddo,
entro nel primo bar che trovo ed ordino
un tazza di the, che mi corrobori
lo stomaco e la gola, e dò un’occhiata
rapida al giornale -poca cosa:
uno sciopero, un omicidio, una rapina,
neve a Bressanone e sole a Lipari. –
La neve ora ha smesso di cadere
e m’avvio per la strada che va a casa.

Il vento sfiora in alto le cimase
e gli abbaini. Poche le finestre
illuminate, in tacito colloquio
con le ombre; querule, in sordina,
le loro voci, un chiacchierio di bocche
come acquattate qua e là per strada,
pettegolanti; una presenza amica,
nulla che desti echi o lasci orme.

Son gli spiriti della neve, del silenzio
dell’effimero, e sfumano man mano,
invisibili agli occhi che li cercano.
L’aria è frizzante, come nessun’altra
aria di neve. Un guizzo di gaiezza
le voci di due piccoli scolari
con tanto di colbacco e di cartella.
Un autobus si ferma. Monta gente,
poi riparte e svolta dietro l’angolo.
Come in un film, con me per spettatore.

DIO, IO T’HO CERCATO DAPPERTUTTO

Dio, io t’ho cercato dappertutto,
e dappertutto, Dio, io ti ho trovato.
Dove ti cerco ovunque io ti trovo,
nel sole e nell’acqua della pioggia,
nel vento che mi porta quand’è sera
la voce di mia madre. Giorni urlati
e giorni di silenzio nel mio cuore,
fragile come un lieve soffio d’aria
che tocca le betulle e fa tremare
le candide lenzuola della nebbia.
Dio, non ho parole per chiamarti,
chiedo di Te, se Tu abbia un nome,
ti taccio ciò che ho dentro, e qui attendo
la tua Parola. Dio, e se l’hai, dilla.

UN ABITACOLO DI LÀ

Un luogo lontanissimo
e straniero, assai diverso
tanto da non essere pensato
abitabile, vissuto,
questa sì
ch’è l’ultima dimora
che voglio ripropormi, un abitacolo
nell’aldilà
(un ascensore
che salga rampa a rampa per la china
erta quel tanto da mozzare il fiato ).
Sporgendomi
al vento della valle,
di là, magari da un balcone,
da un uscio, o ( come no? )
da un muricciolo
coperto d’edera, guardare
di tanto in tanto
chi sta giù da basso,
discreto e silenzioso, camminando
senza sapere
dove potere andare,
nell’eterna illusione dell’Eterno.
E chiamare a gran voce e fare gesti
che mi vedano da laggiù,
e mi raggiungano,
che sappiano che mi ci trovo bene,
che non perdano del tempo
inutile a vivere.

QUALCHEDUNO ARRIVA

Il nonno è appisolato. La ragazza
estrae un ago e un filo da un cassetto,
si siede s’una seggiola e sfiora,
lisciandola, la gonna, fino a che trova
l’asola. Annoda il filo sul bottone.
Il filo è grosso, e certa è la tenuta,
pone la gonna sopra la spalliera
del letto, basta un colpo o due di stiro,
e il nonno s’alza e guarda l’orologio,
scuote la testa e dice ch’è già tardi
e ha sonno e va a dormire. La ragazza
si pettina e si mette sù il rossetto,
poi si guarda le unghie e le pittura
di rosso con la lacca. Prima o dopo
viene qualcuno e suona il campanello.

Chiara sera d’estate, un pipistrello
fa un balzo allo stridore di una macchina
che caccia una sgommata. Qualcheduno
arriva, e forse suona il campanello.
Dolce il respiro della sera,
dolce e febbrile l’ora dell’attesa.

Di là dall’uscio, sulle scale, i passi
di chi sale si perdono nel buio
del vecchio giroscale. Un’altra attesa,
un altro cuore in gola. Un altro uscio
cigola e si apre a un altro campanello.

RITROVIAMOCI

Quel dirsi quasi
convinti:
Ritroviamoci,
di là, ricostruiamo
il giorno dopo giorno degli affetti
ora perduti, il chiacchiericcio
dei nostri incontri quotidiani
un poco stanchi
e a stento
sopravvissuti ad un convivere
non sai se tollerante o rassegnato,
ma sì,
mi dici, ritroviamoci,
mettiamoci ancora insieme i nostri pezzi
di anima e di corpo, ricuciamoci
gli strappi giornalieri.
C’è ancora, sì,
un aprile
dolcissimo in collina,
e ancora il vento ha voci
e suoni che commuovono
di foglie ancor salde alla matrice,
e un numero infinito di stagioni,
lassù,
di un tempo sempiterno,
immutabile, un volo allegro
di rondini su campanili e gronde
e un vento che ancor caldo alle ringhiere
respira parlottando coi gerani.
O andiamo
dove mai nessuno
serba la memoria della vita,
così, senza dir niente,
senza un bacio o un addio,
senza nemmeno dire:
Ritroviamoci…

NUVOLE? SERENO? TEMPORALE?

Nuvole? Sereno? Temporale?
Scroscio d’acqua fievole o violento,
o gocciolio di un’acqua di rugiada
sui broccoli estenuati dall’arsura?
Famelici di pioggia, ringraziamo
Dio, battiamogli le mani.
Signore, fa che piova…. Ed ecco,
tutto un fuoco di fila di bagliori
di fulmini – se non fulmini, saette,
dardi, baleni, folgori, o che altro,
fulvi funamboli di lampi,
tutta una sfuriata di bufera. –

E piove sopra i poggi ed i poggioli,
piove in un modo poderoso
sopra i poveri spersi cascinali
giù da un podio di nuvole in tempesta,
non sai se durature o di passaggio,
ma, temporaneo o no, è un temporale
giunto a tempo debito, tempesta,
diluvio, nubifragio, grandinata,
turbine, procella, fortunale
o altro. Ci vuole temperanza,
oltre a temperamento, a stemperare
tempestivamente la paura
della grandine – la temperatura
pare propizia ad una mitragliata
di chicchi di tempesta.- Solo Dio,
lassù, dove torreggia, può mutare
il tempo ed il maltempo,
Lui, che sta lassù, dove grandeggia
su noi quaggiù che si piccoleggia.

DUBBIO

Giaccio a letto supino, e sto pensando,
tra lo stralunato e il cogitante,
dubito d’esser vivo.
Alzo un braccio,
ed è come se non si volesse alzare,
spingo, fatico e sudo, e ce la faccio.
Resto così col braccio insù, a mezzaria,
e non riesco a rimetterlo dov’era,
mi ci vorrebbe
uno sforzo suppletivo.
Se alzo in sù le palpebre, è come
se sollevassi duecento chili;
resto così di schiena, un po’ sfiancato
causa lo sforzo fatto.
Ma ritento,
muovo una gamba, e l’altra, ma a fatica,
e, come riesco a porre un piede a terra,
sforzo con i muscoli del femore
e con la coscia sguiscio sul lenzuolo,
la giro e poi la lascio scivolare
dal letto, e anche l’altro piede
è a terra.
Resto ora in bilico, esitante,
e bilanciando a ritmo schiena e petto,
tiro insù un braccio, rigido, impalato,
come non fosse mio,
ma un braccio d’altri.
Mi dò una spinta e mi ritrovo a terra,
con la testa che mi rotola lontana
come una palla quando le dò
un calcio.
Cerco di rincorrerla, ma non riesco.
Così ne faccio a meno. E forse è meglio,
tanto, non l’adopero, non serve.

SONO ARRIVATI QUESTA NOTTE I GRILLI

Sono arrivati questa notte i grilli,
tenere creature, per cantare,
mi sembrano umani, commoventi,
e li odo camminare tra erba e erba,
si chiamano inseguendosi per nome.
Li seguo passo passo per il prato,
e mi sdraio nel buio per cantare,
solo una volta, e non più, e canto
con la malinconia dello stonato.
Ma nessuno mi ascolta, e me ne vado.

LA CASTA

Un sogno, un’illusione, un magistrato
che risarcisce uno ch’è innocente,
quando, causa un errore giudiziario,
lo ha sbattuto incolpevole in prigione.
Un iter di angosce e umiliazioni
un processo dopo l’altro e la condanna.
Poi, Appello, Cassazione e finalmente
la libertà: E’ innocente. Assolto.
Senza nemmeno un mi spiace, scusa.

Nel caso, poi, di un risarcimento,
chi paga non è certo chi ha sbagliato,
figùrati!, qualunque cosa faccia,
appartiene alla Casta, è intoccabile,
è l’unico che ha il permesso di sbagliare,
la Legge lo consente, è un suo diritto
mettere alla gogna e rovinare
la gente fino al punto del suicidio.
Poi, male che gli vada, non è il giudice
né il pubblico ministero, ma è lo Stato,
quello che paga, Ossia coi nostri soldi,
i miei, i tuoi, i vostri. E della vedova

Il presente indicativo

MA NON LO SI SAPPIA
10 febbraio, Giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo
di noi istriani

Vorrei che fosse un sogno, mi dicesti,
ed io guardai laggiù, verso quei morti.
Noi si era sulla soglia dove il tempo
ristà, e le cose profumano di viole
con gli occhi dolci e tristi della morte.
La mia terra ancora sa di sangue,
terra di foibe, mandorli e ciliegi,
di pollini ed acheni di taràssaco,
di fragili balletti dove il vento
accarezza i miei morti martoriati
estratti dalla foiba. Terra e sangue,
terra mia benedetta e maledetta,
anche le stelle qui hanno perso l’oro,
Golgota senza croci e senza pianto.

Ma che nessuno parli, acqua in bocca,
i morti hanno il torto d’esser morti,
morti dimenticati. Gli hanno buttato
sopra una pietra, così hanno deciso,
e che nessuno parli e non si sappia.
Ma non si accusi il boia, o si offende.

GLI ONESTI LAVORATORI DELLO SCIPPO.

Ti scippano, però non lo puoi dire,
né tanto meno scriverlo, sorridi
come se nulla fosse, e se t’arrischi
a dire che son ladri, c’è qualcuno
che salta sù e t’accusa di razzismo.
Se poi li metti dentro, il giorno dopo,
liberi, rifanno quel che han fatto,
ma stando un po’ più attenti. E non puoi dire
che scippano con tanto di certezza
d’essere impunti perché sanno
che hanno dalla loro la tutela
di gente che con loro ci guadagna,
per cui sono intoccabili: è gente
con spirito di amore e sacrificio
nella piccola azienda famigliare
di padre, madre, nonni e trentacinque
pargoli minorenni. E non chiamarli
ladri, han tanto di avvocati,
ma onesti lavoratori dello scippo.

UN CAOTICO ASSEMBLAGGIO

Mi capita talora di passare
per strade sconosciute tra scordati
frammenti del passato, ed è un andare
a ricomporre i pezzi di un mosaico,
immagini su immagini confuse
ridotte ad un caotico assemblaggio
di cose senza senso: una pantofola,
un vaso, un tritacarne, una vestaglia,
un libro, un posacenere, una pipa,
un tutolo sgranocchiato, una tovaglia,
e via di questo passo, da redimere
e mettere in bell’ordine e riporre
per bene in un cassetto. E pure Anna,
povero amore mio dimenticato,
Anna, anche lei frammento da assemblare
e mettere a memoria e sgranocchiare
come un tutolo di mais quando son solo
e triste, Anna in pantofole e vestaglia.

IL PRESENTE INDICATIVO

Ciò che faccio diventa ciò che ho fatto,
cambia il tempo del verbo, il presente
muta in passato prossimo, e poi in remoto
– ebbi fatto,- e certo tutto questo
Piero lo sa, però s’incaponisce
a resistere nel tempo del presente,
– e sta’ a vedere se poi ciò gli riesce. –
Dici: E’ impossibile mutare
la grammatica, il presente indicativo
è un coso che appartiene alla grammatica
di Dio, e tu, Piero,
sei un semplice gerundio o un congiuntivo.

MEGLIO L’ESTATE

La camicia che ho tolto sa d’ascelle,
e umida è la canottiera appena messa.
Caldo d’agosto, torrido. La pelle
scotta a toccarla, come con la febbre.
E la sacca nel bagno è colma zeppa
di calze e di camicie da lavare.
Dici: Si suda…E’ come fare il bagno,
ma un bagno di sudore, e sa di sale
il bacio che ti lascio s’una guancia.

Meglio uscir di casa e camminare
nell’ombra degl’ippocàstani del viale:
lenti nell’ombra e, dove ci sta il sole,
rapidi, di fretta, anche di corsa.
Di solito a quest’ora c’è una brezza
piacevole, ch’è quasi una carezza,
l’ora del lac. Oggi invece è ferma,
quieta, o, se soffia, porta anch’essa caldo.

Tendo l’orecchio ai refoli di un vento
che salgono alla memoria affaticata:
mi parlano del gelo dell’inverno,
del ghiaccio che scricchiola sui vetri,
del vento che ammucchia qua e là a caso
cumuli di neve ai bordi della strada.
Tremo al pensiero per il mal di gola,
la tosse e la raucedine, ed il naso
che pizzica, paonazzo per il gelo.

E subito mi metto in pieno sole,
come una lucertola infreddata.
Meglio l’estate, dici. Anche tu tremi
e ti scaldi con me le spalle al sole.

SE TUTTO FOSSE A POSTO

Se gli alberi stormiscono a dovere
e il vento fa ciò che deve fare,
noi non s’invecchia inutilmente
rimanendocene seduti a contemplare
giorno per giorno
chi va via e chi viene.
Se tutto fosse a posto, anche la vita,
e anche il tempo dai colori spenti
dell’autunno tramontasse quieto
come lui sa, anzi ha da tramontare,
e se anche le parole non parlate
affiorassero alle nostre bocche stanche
senza il bisogno di dover parlare,
che malinconia alla fine dell’estate,
la meraviglia
di un autunno d’oro!
Vanno consapevoli per la strada
un uomo ed una donna. Ed è un mattino
arabescato di un cereo lucore
(domenica d’autunno); sul sagrato
poca gente
all’uscita dalla Messa.
Il tempo è malinconico e beffardo
quando la brina imbianca i girasoli
e la vita è una storia senza senso.
una malinconica allegria che dà alla testa.
Non ci resta che ridere,
Anna.

L’elogio dell’idiota

STAVA BENE

Dormi, e vai alla cieca nei tuoi sogni,
tra il presente, il passato e l’avvenire,
un poco barcollando, incerto, cauto,
per vie impervie, tra un inciampo e l’altro.
Uno, già morto nell’oblio, s’alza
contro la sua volontà e s’indigna
che l’hai risuscitato. Stava bene,
dice, là dentro, non sa perché l’hai tolto
dal sonno dell’oblio dove dormiva
a prova di memoria. Non aggiunge
altro, e con voce sonnacchiosa
e uno sbadiglio o due, si riaddormenta.

Lasciali, i morti, dove stanno, e va,
cauto, all’incontrario nel passato,
tra una memoria e l’altra, seppellendoti
con l’anima e col corpo in un ricordo
perduto nella mente. E da lì chiama
i desti che ti mettano a memoria.

QUATTRO QUINTI

Ho udito delle voci in ascensore
mentre salivo a piedi per le scale.
Via via che salivo l’orologio
a polso si fermava. Qualche cosa
di me piano piano se ne andava,
saliva verso l’alto, e non restava
di me non più che un quattro quinti:
poco, ma mi bastava. E sorridevo
a quel mio quinto fermo al piano terra.

L’ELOGIO DELL’IDIOTA

Se ne aveva il sospetto, ma ora è certo,
non esistono più gli idioti di una volta,
e qualcheduno n’era affascinato
– qualche scrittore celebre e impegnato,
è logico, tra idioti ci s’intende, –
ma erano gente onesta, e li vedevi
e li sentivi molestare gli altri,
ma con stile e senza cattiveria
– il garbo degli idioti, – in modo innocuo,
a volte un po’ impacciato e spesso goffo,
che ci faceva quasi tenerezza
e una voglia di battergli le mani
e dirgli bravi ! Ed erano coscienti
di non essere niente più che degli idioti.
Sì, la gente li chiamava “tirapiedi”,
o, peggio ancora, altri, “portaborse”,
altri, i più cattivi, “leccapiedi”,
o giù di lì, ma male non facevano,
erano semplicemente degli idioti.
Oggi, all’idiota, non gli sfiora il dubbio
d’essere un idiota, anzi, all’incontrario,
ne ha tutta un’opposta concezione:
Napoleone, alla testa di un esercito,
voleva far credere alla gente
d’impersonare un Alessandro Magno.

SOLO DIO LO SAPEVA CH’ERO MORTO

Escono le donne sulle aie
col primo sole. Escono a sciacquare
i piatti e le stoviglie della sera.
Nella danza di un battito di ali
echeggia la risata di una gazza
sulla soglia del bosco. Solo Dio
lo sa dove il sole tocca il mare.

Nell’epifania del giorno che si schiara,
il riverbero d’un’eternità nascente,
affacciata a un lontano paradiso.

Se n’è andato l’Angelo del sonno,
ma nessuno lo sa dove sia andato,
dove la luna, forse, va a dormire
come un petalo d’alba di un roseto.

Dio lo sapeva che io ero già morto,
io no, non me l’aveva detto.

PASSI CAMMINATI

Passi camminati nel silenzio
buio del cuore. Al di là di un sogno
cerco una ventata di parole
che mi si perdano al di là del sole.

Cerco degli occhi carichi di amore
ed una bocca di un sorriso rosa,
una voce che mi gridi da lontano
folate di memorie. Camminando
inseguo qua e là coriandoli di voci,
pezzi d’azzurro da riempirmi il cuore.
Cerco un paio di ali per volare.

QUESTA NOTTE HA FATTO TEMPORALE

Con quest’aria fragrante di stamani,
d’improvviso ci coglie un nuovo giorno.
La pioggia finalmente se n’é andata
(questa notte ha fatto temporale),
e una musica di acqua di grondaia
ci ha tormentati il sonno fino all’alba.

Non sai quanti sogni io abbia da fare
ora che sono desto, e mi rigiro
qua e là nervosamente in dormiveglia.
Un dormiveglia che si fa da svegli
tutto il santo giorno fino a sera.

IL PROSSIMO AVAMPOSTO

Viviamola, questa vita, e poi moriamo,
ma di una morte dolce per bambini,
facendo finta di salire in cielo
in un lontano allegro paradiso.
E la si cerchi poi, di là, una vita
di là dall’al di qua, una vita nuova,
dove vanno a vivere in eterno
gli uomini che ridiventano bambini.
E allora chiameranno i nostri nomi
in mezzo a tanta gente convenuta
come rondini stanche dopo un viaggio
lunghissimo nel paese dell’Anima,
e urleremmo all’appello all’adunata
i nomi che una volta furon nostri,
per poterci contare e ripartire.

Dove? Non si sa. Come soldati
all’attacco del prossimo avamposto.

LA BUONASERA

C’è tanta parte della mia anima
nell’aia sonnolenta della sera.
Il grano è ormai maturo nei solai
e mia madre prepara la polenta
mentre la luna va su e giù a caso
nel vento della valle. E questa è l’ora
dei passi svelti e gai delle suorine
che vanno al vespro. Un suono roco
di una campana che dà la buonasera.

TU, VOCE TENEREZZA SUSSURRATA

Tu, che evanesci come una nuvola
coi contorni che via via si sfanno,
tu, voce tenerezza sussurrata
a fior di labbra, utopia di un sogno,
tu, smania di chissà quale tremore,
tu, voce che non esce, chiusa in gola,
relitto di chissà che perso amore,
confusamente effimero ed incorporeo,
amore nato e morto in un pensiero.

Sei un’ombra, solo un’ombra, che mi segue,
ombra da farne una dolente amante
per un tenero amore silenzioso,
una dolcezza di un mai avuto amore.

Ti penso in questo primo quieto albore
di un giorno lì lì in fieri, e ti vedo,
essenza invisibile alla gente,
ma non a me, in questa poca luce,
e la tua voce è dolcezza e pena,
felicità di un sorriso in fiore.

UN INVERNO SNERVANTE

Un inverno snervante
questo, che ci eleva
agli altissimi spazi dello spirito
mentre la grande cresta
dei monti ci preclude l’infinito.
Bianco di neve il gelo
come in un gioco di un’antica fiaba
nel fremito del tempo. Su di noi
l’effimero via vai delle nuvole
nei bianchissimi mattini di gennaio
si sfila in un paziente girotondo.
Cerco un filo d’erba ancora verde,
uno sparuto pigolio di un passero.

Cadono l’uno dietro l’altro
i giorni, e non lo sai dove vadano.
Domandalo allo scoiattolo, che monta
di guardia alla prossima nevicata.

LA FARFALLA E LA LAMPADA

Una lampada a muro e una farfalla
che le gira impazzita tutt’intorno,
e una sedia accanto a una finestra,
e sulla sedia un uomo che riposa
appisolato, e, fuori, in cielo, una
luna straordinaria mai veduta.
L’uomo, nel traffico del tempo,
è ormai al punto in cui la solitudine
è un approdo sicuro al pellegrino
in cerca di un rifugio. Un ospitale
ricovero la sera oramai tarda.
L’uomo e la farfalla. Ed una luce
d’eternità nel rogo delle ali,
una fumata di dolente iniziazione.

OMBRE DI OMBRE

Nella luce giallastra di un lampione
la sagoma di un’ombra. C’è un cancello
nello straziato bianco della neve,
dove un muro delimita il giardino,
e un alito di vento che va e viene.

Nel vigile riposo della notte
si vedono delle mani salutare
oltre la linea bassa di una siepe:
avanguardie di un onirico ricordo
sopravvivono al tempo senza tempo
in un via vai ininterrotto di partenze
e di arrivi nel periferico silenzio,
senza un rido che le animi e riscaldi.
Forse è l’inizio della fine,
un anticipo delle notti che verranno.

Roteazioni

ANCHE SE HO UN CORPO SOLO

Anche se ho un corpo solo,
e quel che faccio è molto, con l’anima
che mi straripa in questa troppo piccola
massa di cellule, dove la vita
pulsa e si logora man mano
fino all’ultimo battito, anche
se la mia attività frenetica
adoprerebbe più di un corpo
( e come può sbrigarsela, uno
che come me vive ora dopo ora
alla giornata? ), anche se tu
mi critichi e scuoti
incredula la testa, cosa posso,
dico, cosa poso farci? Stendermi
sul vecchio canapè, come un malato
di fronte al medico,
e attendere che suoni la campana?

IL DIAVOLO È SEMPRE BRUTTO

Non mi va il moralismo del chierico
che rifiuta ogni insubordinazione
alla virtù. Ci vuole un disimpegno,
ma senza le implicazioni della fede.
E non basta un trascorso integerrimo
da chierico,
né un curriculum da santo,
forse la santità è una cosa utopica,
e non essere refrattario al peccato
è tutt’al più un problema di coscienza,
d’etica e d’estetica: il diavolo,
comunque lo si pitta, è sempre brutto.
Il diavolo, perché peccare è bello..

L’IMMORTALITÀ DEI GATTI

Come un rito da sbrigare, morire,
non per volontà, ma per dovere,
quando non badi di non stare a vivere,
come il gatto che mangia beve e dorme
e non lo sa perché va per topi.
Non per ignoranza o dabbenaggine,
ma non è un obbrobrio presupporre
che anche i gatti possano pensare,
come noi, di essere immortali.
Anche loro portano nel cuore
un dio che gli somiglia, un dio gatto.

ROTEAZIONI

Sono mulini a vento
e roteano le pale con destrezza
alacre, sfrenate giravolte
che il vento muove e spegne.
Io trattengo il fiato,
un attimo, e risoffio forte,
muovo i fogli sul tavolo che roteano
come roteano le braccia
di Maria che salta con la corda.
Mi richiama alla mente
Piero che rotea le pupille
sollecite a inseguire
le mille roteazioni di una mosca.
Tutto un micro- e macrocosmo
intento a roteare
intorno a una paralume o intorno al sole.

TUTTI SI È IN ATTESA DI QUALCHECOSA

Eccomi, sì, sono qui
che attendo
giorno per giorno, accanto all’uscio, in piedi,
e la mia vita è tutta in quest’attesa
di chissà chi e di chissà
che cosa.
Attendo e ascolto per la via passare
gli autobus dal mattino a sera tarda,
passa la gente, passa Anna , e il vento,
tutto un via vai di chi va via e torna
e l’attimo è lì che viene
e non arriva.
E non ci stanno orari né scadenze,
non si ritarda e non si giunge in tempo,
ma tutti, il fiato grosso e il cuore in gola,
attendono comunque, e non lo sanno
che altri, che stanno lì, stanno attendendoli,
che tutti
si è in attesa di un qualcosa,
o forse è il qualchecosa, che ci attende.

RIPETITIVITÀ

Spesso m’ingegno a vivere
vivendo,
mi pettino, mi lavo e metto in ordine
il tavolo, come posso, e,
se ne ho voglia,
tolgo la caffettiera dalla fiamma
che brontola, mi verso nella tazza
quanto mi basta,
prendo un cucchiaino,
zucchero, mescolo, controllo,
prima di bere, che non sia bollente,
quindi mi siedo e bevo.
Fatto questo,
lavo e risciacquo tazza e cucchiaino,
ché tutto sia al suo posto come prima.
Quando tutto è in ordine e pulito,
vado in salotto e mi siedo
e vivo
la stessa vita d’ieri e dell’altr’ieri.
Non mi lamento, certo. È una fortuna
ripetere la vita.
A dire il vero,
è una ripetitività che non annoia.

ESSERE DIO

Siedo alla finestra e guardo fuori,
dove naviga la luna. Stelle a fiotti,
al confine del cielo. E c’è un profumo
forte di rose, come un bouquet d’aria
che sale alle mie nari. Cose, cose
dimenticate della mia infanzia,
come piccole luci moribonde
effimere, come effimere le rose,
come la luna, l’albero e la sera.

Penso a cosa Dio stia pensando,
se di mutare l’albero in vento,
Lui che lo può, od il vento in albero.
Dio, e lo si sa, però è un tipo serio,
e l’albero resta albero e il vento vento.
Vorrei essere Dio. Ma un po’ meno serio.

I MORTI NON SANNO DI AGLIO

La voce deserta del vento,
l’arcano respiro dell’aglio.
T’accorgi che sei vivo, confuso,
stranito, e lo senti,
il tuo cuore che batte, il tuo fiato
che ti ansima in bocca, stupito
di stupirti che riesci a pensare,
del gusto un poco amarognolo
del caffè nella bocca.
E il tempo
che fa? S’attorciglia
attorno all’aroma fragrante
senza zucchero – che pare far male,-
del liquido nero, e t’affidi
all’aiuto
di una piccola aggiunta
del Dietor, preziosa bustina
che forse fa ancora più male
– a quanto si dice, ed ignori
però chi lo dice, –
e non sai che pensare,
sai solo che senti, t’accorgi
del tuo cuore che batte, e lo credi
che lo fa perché vivi.
La prova del nove,
il respiro che t’esce di bocca. Respiro
magari che sa di cipolla
o di aglio. Ma è respiro di vivo.
I morti
non sanno di aglio…

Tra smussati angoli

LA CHIAVE NELLA TOPPA

Ti cerco nella solitaria ombra
del vano della finestra che dà
asilo al buio ventre della notte.
E intanto scrivo sillabe in poesia
mentre vedo la luna trasmigrare
da tetto a tetto, ad accompagnare
l’alba e l’aurora fino a che fa giorno.

Sillabe a crocifiggere la pena
e l’allegria del buio che fiorisce
uno spiraglio di luce nei lampioni
che accendono il silenzio di poesia.

Torna, ch’è tardi. Torna. Questa è l’ora
che tu giri la chiave nella toppa
e l’uscio s’apre appena lo si spinge.
Affrèttati, ti attendo. Non far tardi.

UNA PIETRA IN TESTA

Uno, colpito in testa da un pietra
gettatagli da un no-TAV, la raccoglie
e la porta in questura come prova
di un atto di violenza, ma lo arrestano
con l’accusa di furto di una pietra.
Così vanno le cose oggi in Italia.
luglio 2017

LE NUVOLE

Si moltiplicano e poi vanno
le nuvole, sù in cielo, così effimere,
nuvole su nuvole, leggere,
assumono dimensioni e forme strane,
se portano bufera. Vanno silenziose,
a volte strepitose,
a frotte, nuvole d’ovatta,
come suorine che rientrano in convento.

IL TEMPO È UN CONCETTO

Il tempo non è che un concetto,
mi pare non esista in assoluto,
e lo distingui a malapena
per una ruga in più, od una smorfia,
non suscita alcun tipo d’emozioni
notabili,
ma lascia alle sue spalle le memorie
e le cronache strettamente personali
che fanno parte della ministoria.
Gli devi un’obbedienza cieca
e ottusa, e una fede
cristiana di rassegnazione. Come
una donna di classe che ti lascia.

I CARI NOMI
I cari nomi – madre, padre, patria,-
risvegliano memorie d’altri tempi,
quando l’avvenire era radioso
e fiori speranza ornavano l’estate
di una testimonianza meraviglia.
Sulla pagina semiaperta del mio diario
resta una voce – quale voce? – amica,
o forse è il vento, sì, il vento tra i gerani
del mio balcone. Vento, non gridare,
càlmati, fa’ il bravo, ho quasi freddo.

LA NON POESIA

Il gocciolare della canna
di un vecchio rubinetto,
e lì accanto una mosca
morta sul davanzale
ed un raggio sole
sulla pattumiera sporca
vicino alla porta del balcone
è la dignità della non poesia
nell’ariosa carezza della sera.

IL TUO VOLERE CREDERE

Oh, il tuo volere credere!, gli dico.
Non sta a me a giudicare, o meglio
stagna nella coscienza il mio dio,
e lo riascolto come da un disco
logoro, e cerco la certezza
di un gesto, di una parola,
ma sono solo
insulsi pretonzoli
a tener vive le fiaccole, a levarmi
di dosso il fardello
dell’ignoranza, a riempire
la mia interna vedovanza
di un odore di canonica
che non si confà col dio in cui credo.

QUALCHEDUNO MI GUARDA

Qualcheduno mi guarda mentre guardo,
ed io guardo qualcuno che mi guarda.
C’è sempre qualcheduno che ci guarda,
anche tornando indietro dentro il tempo,
fino a trovarvi un grande spazio vuoto
in cui nessuno ( neanche noi ) ci guarda.

Qui, nella profondità del mio sguardo,
nasce la mia identità di essere,
brulica la mia vita d’uomo- dio,
che sopravvive al mio uomo-uomo,
e mi perpetua qua e là in un fiore,
in un albero, in un merlo o in una pietra.

Questo è il mio futuro, forse:
un futuro d’anima di aria,
soffio di vita di un mio io nascente
di là del là, assai più in là, nell’oltre.

La risata in bocca

TRA SMUSSATI ANGOLI

Apro a te che leggi il mio quaderno,
la penna è già pronta a scrivere
una poesia di una fragile apparenza
sui tuoi splendidi occhi di donna.
Ma un cane abbaia e l’eco
frange la quiete di un sommesso ottobre.
Segue un silenzio doloroso e docile.

Vado tra smussati angoli: la via
corre tra neri e squallidi comignoli
sopra ritagli di un tormento d’edera..
Angeli azzurri in cima alle grondaie.

LA RISATA IN BOCCA

Tu sei ciò che mi manca, il mio non mio,
e il sogno a volte me la ricompone
la tua risata che ti squilla in bocca.
Tra sonno e veglia va tra le sue ombre
autunno incontro alle gaggie ormai spoglie,
e le foglie che scricchiano ai miei piedi
hanno il fruscio dei miei altri autunni.

Chi dunque porta via alla memoria,
le tue parole? Il vento no. Chi porta
autunno in cuore quando la mimosa
è in fiore
e la rosa rifoglia e tu dormi?

IL CANTO DEL FIUME

Il silenzio cantato dalle roste
alte del fiume era il mio silenzio,
suono prodigio dell’Adige in piena.
E mia era la sua voce, mio il vento
dai bagliori vocali, come sillabe
di un murmure verdissimo di foglie.

Anima mia, tremante batticuore
delle mie labbra, gioia e struggimento
pregnante di parole non parlate,
sei la mia sepolta meraviglia,
sei la blandizie al mio cuore arso.

Le colline odorano di sole

SENZA DI TE

Senza di te una pietra
non è una pietra,
nulla può esser quel che è od è stato,
e il bello è che Tu l’hai fatto
sempre da solo, senza alcun aiuto;
un giorno hai detto: Faccio l’erba,
e subito l’hai fatta. Con pudore
poetico hai alzato un dito
e hai detto: Albero,
e l’albero l’hai fatto.
Hai costruito il mare
e l’hai riempito d’acqua, ma da solo,
e in un attimo hai fatto l’usignolo
e gli hai dato il canto. E hai fatto il tempo,
per noi solo fugace e per te eterno,
senza neppure dircelo, e hai creato
me, e senza dirmelo, da solo.

ANDIAMO

Vieni, dammi la mano, e scendi
giù da dove sei, fammi da guida,
e allora camminiamo io e Tu insieme,
io piccolo uomo e Tu Dio.
Dove? Dillo Tu dove, Tu nel Tutto,
io, che non conto, spero non nel Niente,
ma almeno nel Qualcosa. Però, penso,
forse c’è un punto in cui le vie convergono
(e senza l’apartheid). Andiamo,
conducimi da Te. Di Te mi fido.
È difficile, lo so, essere Dio,
ma forse è più difficile essere uomo.

LE CICALE NEL DI LÀ

Forse un giorno quand’ho finito di vivere,
le cicale avranno smesso di scricchiare.
Sentirne una almeno per me, forse,
anche di là, sarebbe già qualcosa,
anzi, a ragion veduta, In ogni caso,
è meglio premunirsi e a tempo debito
mettersene una in tasca, e che stia brava
e zitta, e che passi alla dogana,
sfuggendo a ogni detector. Poi, di là,
ci penseremo io e lei dove cricchiare.
Marzo 2008

FORSE C’È UN GODOT

Son qui seduto e attendo. Non so cosa,
mi limito a aspettare. Non son certo
del luogo del nostro appuntamento,
né con chi, né dell’ora e né per cosa.
Forse c’è un Godot che ha da venire,
dunque perciò aspettiamolo. Attraverso,
fin che attendo, miracoli di storia,
e via via la voce mi si spegne
come un moccolo che resta senza cera.

Forse, nell’attesa dell’attesa,
si generano le parole del silenzio
che generano altre voci, altre parole,
che si oppongono al certo dell’incerto.
E attendo qui seduto, nell’attesa
che uno mi venga incontro a mano tesa.

PRESAGI

Fischia nel vento del mattino
il merlo, forse presagisce il tempo:
minaccia temporale. L’uomo siede
s’una sedia appena fuor dell’uscio,
forse presagisce chissà che evento
con l’indice puntato verso l’alto,
come cercasse chissà cosa in cielo.
Un cielo dove non ci sta più niente.

L’OPILIONIDE

Tesse controluce un ragno
tranquillamente la sua tela
mirabile architetto di arabesco.
Dondola se soffio con le labbra
la sua sottile trama che par seta.

Gracili e lunghissime le zampe
(appartiene alla tribù degli Opilionidi),
corre su e giù nervoso sulla tela,
nulla sa del cielo, delle stelle,
dei broccoli e dei sedani dell’orto;
sa tutto del soffitto, della tela,
delle mosche: il suo mondo non eterno

ANNA CHE PESTA L’AGLIO NEL MORTAIO

Dove imbiondisce la gramigna e l’orzo
selvatico contrasta con l’ortica
il poco posto ch’è rimasto libero,
-e se ci metti il dito senti il morso
d’un serpe o d’una vipera, – là dove
una lacrima
ti basta a fare fiore
e la lucertola è ferma stesa al sole,
là dove non crescono le rose,
ma l’orzo selvatico e l’ortica
trionfano nell’orto
e la sterpaglia
soffoca il capanno degli attrezzi,
e nessuno più viene con le borse
a cogliere qualcosa ( i pomodori,
i broccoli o i fagiolini ),
là c’è Anna
che chiacchiera coi grilli e le lumache,
Anna che ha un fior d’ortica sui capelli,
e al collo una collana di gramigne,
Anna che pesta
l’aglio nel mortaio
e trita un pochetto di prezzemolo
nella carne tritata con del pane
per far delle polpette per la cena,
Anna del nostro andare
ad altri sogni
ed altri giorni, Anna fior di cucco,,
svolìo di ape, brezza di tramonto,
ultima luna
prima del risveglio.

UNA NOTA MUSICALE

Basta a volte una nota musicale,
oppure due, ed un frullo d’ali,
e Anna dice: Ascolta, è un pettirosso…
Entro nel bosco e mi guardo attorno
e ascolto la sua voce millenaria
a mezza via tra realtà e sogno.
Perso non so in che angolo buio
del bosco, anonimo poeta,
canti, e il tuo canto mi commuove.
Come può commuoverti un pettirosso?
Nella luce profonda del meriggio,
l’aria trema di ventate fresche
che portano un profumo di mirtillo.
Piccolo cantore sconosciuto,
gola di dolcezza, io ti ringrazio.

LE COLLINE ODORANO DI SOLE

Già le colline odorano di sole
e gli alberi ripropongono le ombre
lunghe degli inoltrati pomeriggi,
e in ogni angolo indugiano le viole,
dove dorme la pace delle cose.
Vado a un ignoto appuntamento
in questa calda luce sonnolenta,
nello splendido stupore delle rose,
non so con chi, chissà, forse con Dio,
ammesso che abbia tempo e che lo voglia.

Violini radenti di vento

TEMPO RESUSCITATO

Ma cosa vuoi, che cosa mai gridi,
tu che entri in una mia memoria
e ne accendi la luce?
Nella bruma
odo i tuoi passi mordere la ghiaia,
mentre già strepe il fuoco nel camino
e rinfiamma la brace, a ravvivare
come un piccolo rogo
nel mio cuore.
Brillano i vetri a quel barbaglio,
mentre ti vedo che mi siedi allato,
pallida come una tea in sfioritura.
Non sei più tu,
il tempo non riporta
nella memoria che una figura fioca:
ardi nel volto e ti fai di fiamma
nel buio che dà vita e ti distrugge.
Tempo resuscitato in un ricordo
nel balenio di un attimo.
E ti spegni,
svanisci come il fuoco di una lampada
ad olio,
e mi lasci al buio
in un oblio che tutto arde e sfiamma.
Il cuore e il sogno fan di questi scherzi.

LA REPUBBLICA DI TORQUEMADA

Quello che tu fai non ha valore
se lo fai a tuo giudizio e arbitrio,
disse il giudice.
E allora fa’ attenzione:
questo si fa, questo non puoi farlo,
che tu lo voglia o no, ti dò le norme
che regolano la tua vita.
E non transigo,
devi fare soltanto ciò che voglio!

L‘uomo non fiatò. Prese il cervello
e lo portò all’ammasso:
una discarica
tutta piena zeppa di cervelli.
Già che c’era, ci aggiunse la coscienza.

NON PESTATE LE FORMICHE

Caldo respiro il vento
nel pisolo meridiano.
Tutto è pace e silenzio.
Scorre tranquillo in mezzo al verde
l’Adige, compagno del mio viaggio
da Merano giù giù fino a Verona.
Vado da anni ed anni per la strada
bianca, tutta buche e sassi,
in un azzurro obliare di memorie.
Se tu mi avessi visto
anche una volta sola
andarmene in solitaria compagnia
con la mia ombra, morte,
forse mi lasceresti camminare
come faccio io, che bado
a dove metto i piedi,
per non dover pestare le formiche.

VIOLINI RADENTI DI VENTO

Una donna seduta sull’argine e un fiume che canta,
le cicale in attesa di un gesto di mano,
di un grido che accordi tranquille chitarre
tra l’erba, violini adenti di vento
che piangono.
Dove sei, primavera? Ti aspettano.
Una camicia bagnata che pende nel sole
e un vecchio a un balcone che guarda.
Il silenzio
ha colori di aria e si perde lontano.
E il tempo che avanza, inesausto,
ma piano, quasi i punta di piedi.

LA LUNA E IL GRILLO

La luna, e lo si sa, è innocua
fin che resta lassù in cielo e non cade.
Spazia da un capo all’altro del cielo
e ci dà l’idea di una cosa arcana,
al riparo dal mondo delle cose.
La guardo, anzi, la contemplo
dalla valle del tempo perduto,
dove il silenzio è un tabernacolo
e le nubi hanno vesti monacali
e vanno in lunga lenta processione
come pie donne sù per un Calvario.
In questa pace che aleggia tutt’intorno
ringrazio il grillo d’essermi fratello.
Solo che lui canta, ed io stono.

CONTESTAZIONI

Né il panda né il rinoceronte bianco
godono d’una tutela quasi pari
alla tutela
del Capo dello Stato.
Figlio della politica, sta in alto,
nell’empireo, lassù, da dove scende,
con tanto di ministri e generali,
per assolvere al rito straordinario
del taglio con le forbici.
Sì, è vero,
è senz’altro un esperto del mestiere,
e, sforbicia che ti sforbicia, la cosa
ogni tanto ci pare
che gli riesca.
E noi, che stiamo in basso, lo si applaude
(e in ciò noi siamo esperti, e, a quanto pare,
in genere
ci riesce molto bene,
dato che si è modesti volontari
della claque), dicevo:
lo si applaude
ad ogni sforbiciata ( Ma che bravo!
forse è andato a un corso di cucito
e,-logico,-di taglio…).
Sì, si merita
quantomeno quel che prende Donnaruma
dal Milan, per reingaggio.
A parte il fatto
ch’è il Milan che si svena, e non lo Stato.
(Ma prende poco assai,
se pensi a Fazio,
e qui è lo Stato, ossia noi, che lo paghiamo…)