Poesie inedite

Copyright © 2000-2014 Italo Bonassi. Tutti i diritti riservati.


Un lemma arcaico

Si accascia
nel via vai delle parole
un lemma poverello, arcaico,
giunto fin qui dalle sudate carte
del tempo, nel suo vagabondare
di secoli di storia
letteraria. Lo colgo,
ed è come cogliere un fiore,
lo agglutino in un mio scritto,
gli offro un incentivo,
ché esca allo scoperto e si disveli.
Ecco, la sua significanza
è nell’esegesi del critico, un rebus.
Passo in rassegna nella mia memoria
la sua paternità: è un perditempo.
Sao ko kelle terre e kelli fini…

( Italo Bonassi  agosto 2004 ) 


Il silenzio tra le parole

Nel vuoto tra una parola e l’altra,
minuscoli frammenti di silenzio
s’alternano a fare un unico concerto
afono, una musica senza suono.
E’ il silenzio con cui parlano i morti
freschi di vita ancora,
e udirli non è sgomento,
ma gioia e pietà per chi resta.
Conforto per le perdute cose
che gridano i silenzi
tra parola e parola
dei nostri scialbi, aridi sproloqui.

( Italo Bonassi   agosto 2007 )


Ci sono cose

Ci sono cose, credimi, di poca
o minima importanza. Non per dire,
ma una emme minuscola, un puntino
di una biro s’un foglio tutto bianco,
la caccola di una mosca,
                                    e via dicendo,
hanno un insopportabile silenzio,
tanto da procurarci l’emicrania.
E a noi,
           che qui si parla ad alta voce,
sai che il silenzio non si addice,
meglio l’urlo, un pugno sopra il tavolo,
una cosa che cade e fa un fracasso
del diavolo, o un treno che sferraglia,
tutto è meglio,
                        purché faccia rumore.
Ma ora ch’è sera, e lieve soffia un alito
di brezza che ci fa sognare,
volano gli ultimi passeri, piano,
lenti, e ci s’incanta a contemplarli,
e ci prende una levità
                                 di cose amare,
una straziata soavità di pianto.
Bevo l’acqua fresca di una brocca,
limpida e chiara
                            ( acqua non ne bevo )
e spezzo un po’ di pane e mangio e bevo
l’acqua benedetta con il pane,
misera eucarestia
                            di chi è astemio.
Poi mi assopisco, il capo sopra il libro,
ma è un po’ come posarlo s’un breviario,
e attendo in sogno, e sogno che s’appressa
l’ora che manca al conto della serva.

( Italo Bonassi   21 marzo 2007 )


Le cose mai esistite

Spesso la nostra mente crea immagini
di cose che non sono mai esistite
altro che nei pensieri di chi siede,
come si fa noi, a casa sua e pensa,
e, pensa che ti pensa, pensa cose
che noi generalmente non si pensa.

Esistono di per sé senza pensarle,
zitte, in attesa di venir pensate,
vocali e consonanti senza voce
muto plancton nel fondo di un oceano.

Cose e cose che cercano una voce
brulicano nell’idea di un percipiente
che siede come noi a immaginarle
in un pensiero della nostra mente.

( Italo Bonassi   gennaio 2008 )


Il punto oltre

L’appena urlato,
l’appena a mala pena concepito
oltre le soglie della sofferenza,
oltre ogni parvenza del dolore,
vago presentimento d’ombre,
non sai se docili o terribili,
cerchi di qua e di là  smarrito
dove si va, e da che mai parte
il punto oltre di te, l’ardente
linea di fuoco elementare
del cosmo, enigma indecifrato.
Potresti non esistere, od esistere
tra un battito di ciglia e una risata,
effimero o qualcosa d’invisibile,
che c’è, ma non si vede, –
un poco come il tempo
possibile impossibile,
un profumo di mandorle tostate
o di amaro assenzio, là,
prima e poi del tempo,
o a un tempo dopo tempo, un misterioso
gioco della mente
nel buio di un ricordo straordinario
e semplice, meraviglia e orrore.
là, l’incipit, l’incanto
inimmaginabile dell’urlo.

( Italo Bonassi   ottobre 2013 )


La colpa è della partitura

Sempre
la stessa musica, identica,
cambiano soltanto i suonatori,
il ritmo sincopato s’è perduto
per via di una noterella,
                                      ed ora stona,
oh sì, ma non è colpa del maestro,
piuttosto di una tromba o di un violino
E poi, non far gestacci,
                                        certo
è  un’impresa ardua, ed ogni tanto
al maestro gli cade  la bacchetta
o il piffero perde un là o un sibemolle,
forse la colpa
                        è della partitura
in  cirillico, e ci si avvalga
di uno che man mano la traduca:
cambiala, che aspetti?,
                                    qui ci vuole
un’altra più appropriata, che si presti
al  caso. E così, dal “Lacrimosa”
del Requiem, si possa poi sbottare
 al “Laudamus te”
                             del Gloria.
E, pii ed ottimisti quali siamo,
si preghi intanto Dio che il Parlamento
si decida a cominciare
                                       a far qualcosa.

( Italo Bonassi   settembre 2013 )

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