Informazioni su Italo Bonassi

Scrittore, poeta, saggista, giornalista pubblicista, Presidente del Gruppo Poesia 83 di Rovereto (TN).

Lettera a mio padre

LETTERA A MIO PADRE

CARO BABBO,
ti scrivo, e so che tu mi stai leggendo; sono sicuro che voi anime potete vederci e sentirci come foste qui con noi, l’eternità non contempla né tempo né distanze, anzi, ne è lo zero assoluto. Ti scrivo, ed è difficile non commuovermi, non provare come un vago senso di spaesamento, come se mi mancasse l’orientamento giusto per tenermi in contatto spirituale con te, eppure ho la sensazione che sei qui accanto, sento che sorridi leggendo man mano queste mie righe, e forse anche tu ti stai commovendo come me, ammesso che voi anime possiate provare le stesse sensazioni di noi quaggiù, come la commozione, la trepidazione, la tristezza, la gioia, l’allegria, la frustrazione, ed altro ancora.
Sei qui accanto a me, e magari guardi con meraviglia e curiosità questo complesso aggeggio che si chiama computer, con tanto di video, tastiera e stampante, quando tu eri quaggiù ancora non c’era, è tanto che te ne sei andato, e nessuno più va con quella specie di Vespa antidiluviana di cui eri fiero, e con la quale siamo anche andati a sbattere contro il ponte di ferro, quello in fondo a via Manzoni, ricordi?, eravamo seduti sull’unico sellino, io dietro di te che mi tenevo stretto avvinghiato a te, per non cadere, con la gamba destra ingessata, e abbiamo sbattuto contro la spalletta del ponte, perché la mia gamba ingessata ti aveva impedito di andare col piede sul freno mentre curvavi per attraversare il ponte. Ricordi, babbo, il volo che hai fatto giù nel torrente Passirio, per fortuna nell’acqua, altrimenti ti saresti spaccato sulla roccia, ed io, a terra con la mia gamba di gesso, a vederti portato via dalla corrente, ammutolito dal terrore, e una donna lì vicino che mi gridava: Ma che fa lì?, si butti giù e lo salvi! Ricordi, babbo, come sei riuscito a cavartela, a portarti a riva con poche vigorose bracciate e a risalire il muro inclinato che faceva da argine, la testa insanguinata ma salvo? Ricordi che siamo rimontati sulla sella e siamo andati all’ospedale, la Vespa un po’ ammaccata, io per farmi togliere il gesso e tu per farti medicare? Che testa dura che avevi, babbo! Bisogna avere la testa dura quando si va in Vespa, altro che casco! E chi portava il casco in quegli anni? Altri tempi, sì, altri tempi…
Ma babbo, sto scrivendo un po’ a vanvera, così come mi assalgono man mano i ricordi pensando a te. E ho anche scritto due poesie, lo sai, su te e la tua Vespa. Eri come un Centauro, l’uomo-Vespa.Scusami, babbo, ma mi accorgo che adesso tu ti stai commovendo, sì, mi pare di sentirti anche piangere, in silenzio. Il pianto dei babbi…Ma ridiamoci sù, tanta acqua è passata, forse è passata anche tutta quella del Passirio, compresa quella in cui sei
caduto dentro. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, quell’acqua che ti ha portato via per una decina di metri c’ è ancora, non nel più nel Passirio ma nell’Adriatico, con l’acqua di tutti gli altri fiumi che vi vanno a morire. Ma se potessi coglierne in una brocca anche solo mezzo litro, quell’acqua che magari porta ancora qualche goccia di sangue della tua dura capoccia, me la metterei in un’ampolla, e me la conserverei con amore sul tavolino accanto al computer, e direi agli amici: Questa è l’acqua benedetta che porta le stigmate di mio padre.

Tuo figlio Italo

P.S. Ti invio questa mia per posta aerea, così ti giunge prima. Sperando che non ci sia un altro sciopero dei piloti. Ti prego di confermarmi il recapito come sempre fai per via onirica.

( DAI QUADERNI DEL GRUPPO POESIA 83, MAGGIO 2016 )

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Le poesie di Capodanno

L’UOMO CON L’OMBRELLO

Piove. Sì, piove dappertutto,
la pioggia fa quel che può, e piove
sulla città, sulle vie, sugli orti,
piove sui colloqui dei piccioni
nel parco di via Dante, piove, piove,
tumultuosamente sulle case
(quelle che ci sono), sulle bici,
sui taxi, sui lillà e sulle ambulanze,
piove sulle gronde, sui comignoli,
compresi gli abbaini e le cimase,
piove dappertutto, o almeno pare,
però non sulle stelle, troppo alte,
e la pioggia discende ma non sale.
Va col passo lento un uomo.
Non piove su di lui, perché ha l’ombrello,
perciò su lui non piove. Lo contemplo
con simpatia. Mi pare di conoscerlo.
Ma sì, son io! Son l’uomo con l’ombrello.
Mi dà un’occhiata, e fa: Ma sì, son io!
Poi caccia una risata e scompare.
Ma solo lui. A terra c’è l’ombrello,
l’unico che resta Sì, l’ombrello,
chiuso, perché è ritornato il sole.

GIOSUÈ E IL SOLE

Il sole si è fermato lassù in cielo,
come per ammirare l’universo.
Povero sole, tutto fuoco e luce,
solo uno una volta ti ha fermato,
solo una volta. Chi ti ha fermato
è un certo Giosuè. Pietrificato,
fermo, in attesa di un suo grido,
il sole della Bibbia si è fermato.

Io no sono Giosuè, tento lo stesso,
forse mi riesce. Chissà che non riparta.
Va’, gli urlo, cammina!, e lui riprende
il lungo suo celeste itinerario,
ed io sotto di lui, esterrefatto,
fermo, quaggiù, a domandarmi
se mi prenda per quello della Bibbia.

DI LÀ SI RIDE MEGLIO

Forse non ci convincono a priori
le ipotesi
s’una resurrezione
del corpo, il solito battibecco
sull’eterno ritorno delle cose,
e ogni volta, puntuali,
i risolini
e le repliche di chi non ci crede
e ci taccia di pura fantasia,
o, al limite, d’ignavia.
Ma chi crede
a una nostra possibile avventura
di uomini transeunti, giunta l’ora,
intraprende il cammino all’incontrario
che lo porta di là,
perché ci crede.
E lascia che gli ridano alle spalle,
perché sembra che di là si rida meglio.

CE NE USCIAMO MALE

L’unica differenza macroscopica
tra me e la cicala,
è quella che lei dìssipa, e io pure,
il tempo che a lei e a me Dio ha dato,
ma io vorrei vivere cantando,
cosa che a lei, e non a me, riesce,
ed ambedue ce ne usciamo male
dal gioco della vita che ci eguaglia,
solo che io lo so e lei lo ignora.
Lei canta anche se muore. Poi, varcato
il limite del poi, noi si riprende
la nostra eternità, lei col cantare,
ed io col mio stonato elucubrare.

ROTTI GLI INDUGI

Da voci di bottega si sentiva
dire che non ci si capiva niente.
Una precisazione, un caso a parte
da evitare di dire, in quanto l’ora
era l’ora una volta convenuta
per dire di star zitti. Ed allora,
rotti gli indugi e sciolta l’assemblea,
e il popolo festante, tutti a casa
per far parte del miracolo del sonno.

LA VERITÀ NEL FONDO DELLA PENTOLA

L’idea di un qualcosa in embrione,
come un ritmo in discesa silente,
una fibrillazione appena vaga
di una luce che sì e no trapela
tutt’intorno a una sagoma sospesa
tra orto e tetti, un niente,
un punto appena appena a mezza altezza
oltre la verde linea che disegna
l’ acrobata profilo della siepe,
che evanescendo segue una parabola
lenta in discesa e via via si sfiamma
come un piccolo sole che si spegne
sopra i broccoli, dimmelo, è un miraggio?
Un qualchecosa tra realtà e sogno?
Ciò che non distingui, impercepito,
provoca in noi solo supposizioni
gratuite, inverosimili, riflessi
d’immagini storpiate in uno specchio,
di quelli concavi. E allora
l’unica vera verità è nel fondo
della pentola.
E sta a noi grattarla.

LA CHIAVE

Meglio una peccatrice che una santa
con tutti i suoi incubi e complessi,
con cui poter discutere e permettersi
di tanto in tanto
qualche barzelletta
e perdere e lasciar perdere
chi ci angustia e stomaca la coscienza.
La vita?
Ogni giorno si perde e si ritrova
la chiave, che poi, in fondo, non ci apre
nessuna porta,
o perché lunga o corta.
Di là, la stanza del silenzio,
dove chi entra non disturbi
il piccolo dio che vi sta dentro.

Così, ogni giorno noi ci si consuma,
un nostro pezzo d’anima, un qualcosa
di noi che se ne va.
E non si sa
se stare inerti, mani in tasca, oppure
gettare via la chiave e lasciar fare.

UN’ORA ANONIMA

Era un’ora qualsiasi, anonima,
di un qualunque martedì di agosto.
Sentivo il vento correre per via
( era il solito vento d’ogni giorno,
vecchio di anni ed anni, senza suono,
asmatico e acciaccato ), e nel passare
davanti alla bottega del lattaio,
la sua lieve irrequietezza si sfiniva
in un congedo d’aria piano e fioco.

Quieto era il vento, era quieto e roco,
come l’ultimo saluto di una mano
che ti carezza come a dirti addio.
Un addio qualunque in una sera
qualsiasi di un martedì di agosto.

Volsi la testa e risi dietro quella
ultima ventata. Un riposa in pace.
Un silenzio qualsiasi, una non-eco
di un gracidio a pelo di uno stagno.

L’eterno ritorno delle cose

Il DIAVOLO RIUSCITO

L’Uomo non è un Dio mancato
(vedi Sartre), ma un diavolo riuscito
anche assai meglio dell’originale.
Nel suo dar da farsi per essere Dio,
più che un Don Chisciotte è un Sancio Pancia,

È, in fondo, solo il Dio del suo destino.
Dio sta lassù, e ha altro per la testa….

ANCHE DIO HA SONNO

Vado alla finestra, e penso
se quando vado a letto per dormire
anche Dio ci vada perché ha sonno
se siamo in due, io e Lui, a sognare,
io qui, e Lui lassù, dove ci vanno,
con Lui, pur’anco gli angeli ed i santi,
e dormono magari pure loro
a bocca aperta e russano. E allora,
vinto dal sonno, ne vado a letto,
spengo la luce, chiudo gli occhi, e dormo.
Ed anche Dio lassù, vinto dal sonno,
spegne la luce, chiude gli occhi e dorme.

L’ETERNO RITORNO DELLE COSE

Dopo un certo numero di anni,
tutto ritorna
al Caos originario
per riformarsi nello stesso ordine,
e pari pari
con le stesse cose,
i medesimi episodi e accadimenti,
e le stesse medesime persone
che l’ebbero popolato anni ed anni,
e non solo una volta, all’infinito,
forse, chissà, in eterno.
E noi uomini
si ripercorre mille e mille volte
tutte le tappe della nostra vita,
con tutte le sue gioie e le sue pene,
d’affrontarsi ogni volta con coraggio,
cura, solerzia ed abnegazione.
È l’eterno
ritorno delle cose,
l’eterna ripetitività dei fatti,
l’eterno rivedere Gianni, Piero,
Giacomo, Maria, Anna, e tutti gli altri,
e ogni volta ripeterci le stesse
strette di mano, e dirci:
Ciao, è tanto
che non ti vedo, come va? E Mario,
dimmi, dov’è? E che ne è di Anna?
Nel cosmico
avvicendarsi delle cose,
noi si rivive con lo stesso corpo,
la stessa voce e stesso anche il nome,
la stessa vita e gli stessi amori,
normali e clandestini.
Un sempiterno
monotono ritorno delle cose,
ma non per me, perché sarò diverso,
io, ogni volta, Achille, Antonio, Gianni,
Girolamo, Hanspeter, Anna, Piero.

DOVE TUTTO È RIDOTTO A NIENTE

Forse una storia, una non-storia questa
mia pagina ancora bianca di memoria,
forse un buio di cose dove stare,
forse un rebus da sciogliere. Una fioca
voce mi parla, dice le parole
che non comprendo, cose mai udite,
perché entrino in gola e anch’io le dica.

Qui, dove tutto è ridotto a niente,
l’incanto è il rosa tenero del pesco
dietro il muro muscoso che nasconde
le cose che non parlano, il brusio
delle tante e tante vite tra gli anfratti
delle foglie, miriapodi e formiche
cui la pietà di Dio non dà una voce
ch’esca di bocca, – e neanche gliene importa -.
Hanno la non-storia di chi tace,
di chi vive e non sa della parola,
e, se lo sa, non gli va d’averla.

Il Dio decodificatore

BASTA CHE TU SIA DIO

Io ti vedo in ogni cosa creata,
ed anche in me, Dio dell’Universo,
in me, che sono una tua piccola parte,
umile e transitoria. Chiunque sia,
che Tu sia o no cristiano,
basta che Tu sia Dio, il Dio che amo.

IL SOLE È GIALLO E ALLAH È GRANDE
(L’Italia nel 2050)

Il sole è giallo e la strada è bianca,
la chiesa, in alto, ha una grande croce
e una campana che ogni tanto tace
e la piccola canonica sbilenca
ha mezza scorticata la facciata.
Vola il tempo e volano le rondini,
e le memorie rompono gli indugi:
malinconicamente fan ritorno
da una ormai lontana primavera.
Parlano di com’era chiaro il giorno
nel filo degli anni, ed il tuo cuore
faceva ancora rima con amore.

Ma il sole è giallo e la strada bianca
ora è diventata un’autostrada,
e la chiesa sta chiusa e il prete è morto,
non ci sono più preti per aprirla.

Però ci sta una moschea e una torre
chiamata minareto, ed un muezzin
che grida Allah è grande. Non un prete
che gridi che anche il nostro Dio è grande.

TUTTO VA BEN, MADAMA LA MARCHESA

Siamo nella stagione dell’estate,
ed è già giorno, il giorno del Signore,
– saranno sì e no le sette e mezza, –
e l’erba è tutta pregna di rugiada.
La rondine ha ultimato il primo volo
e s’è posata sopra la grondaia.
La lucertola è mezza accoccolata
sul muro a prenotarsi un po’ di sole.
Il bruco è in cima a un filo d’erba
E la chiocciola ha addentato la lattuga.
E il gatto ha già fatto le sue fusa.
Dio è misericordioso lassù in cielo,
e non si sa se lo sia qui in terra.
Ma tutto va ben, Madama la Marchesa.

LE IDI DI MARZO

Gemito di vento, e, dopo, sole.
Fumi a pennacchi sopra i tetti
confusi in un cielo troppo azzurro
per dire che poi piove.
Anche oggi
le ore a poco a poco se ne vanno,
una pena che non dico andargli dietro,
vanno ad un non so quale eremitaggio
a prendere possesso della sera.
Il nonno intanto è lì
che vanga l’orto,
ci ha appena messo del letame fresco,
pensa alle rape rosse e all’insalata.
È felice, e mi pare un ragazzino.
Dietro, nell’ombra, c’è la prima viola.

A VOLO D’AEROPLANO

Per quanto sembri prossima la meta,
resta però incolmabile un abisso
che c’è tra noi e Dio, come una fonte
inesauribile dell’insaziabile
sete di conoscerlo. E più pare
a due passi da noi, e più è lontano,
inaccessibile, a volo d’aeroplano.

IL DIO DECODIFICATORE

La ragione che regola l’Universo
forse è affine alla ragione dell’Uomo,
ma incommensurabilmente più grande.
Perché noi non si è frutto del caso,
dato che si è decodificati
da un altopensante Codice cosmico,
prodigio e meraviglia
di un Dio decodificatore. E noi si è come
le parole che escono dalla bocca
di un muto, le immagini non vedute
di un cieco. Ce lo dice l’illusione
decodificata della ragione.

E SE DIO FOSSE UNA PERSONA?

E se anche Dio fosse
più o meno come noi una persona
in carne, ossa e sangue, in un lontano
mondo materiale,
eterno ed immanente, ma invisibile
a noi, che lo si crede immateriale?
Dio, una materialità, come un impasto
fatto come noi, di carne, sangue e spirito,
di una intelligenza straordinaria
oltre qualsiasi nostra conoscenza,
Dio, un genio costruttore di materia
fattosi da sé, immenso, eterno.

Gli occhi degli angeli

SFUMAVANO LE COCCOLE NEI PRATI

Un mattino di un sabato andavo
di corsa rincorrendo qualcosa.
Una foglia volava sospinta nel giovane vento,
volava danzando indifesa
tra piccoli refoli.
Volevo,
tendendo le mani, rincorrerla
e stringerla in pugno. Trepidavano al sole
e nel vento i lenzuoli distesi a asciugare
lassù, sui balconi.
Ed il cielo,
bluastro d’estate dopo l’ultima pioggia,
si tingeva di un vivo stupore
di luce. Correvo dietro la foglia,
e intanto scendeva la sera
ondeggiando nel vento.
Sfumavano
le coccole secche nei prati,
e tutto sfumava correndo nel tempo,
il sole, i lenzuoli, i balconi, la sera,
i prati con le coccole bianche
di brina. Correvo
stremato dal gelo,
la fronte gelata da bave di brina.
Ma stringevo nel pugno il trofeo
della foglia straziata dal gelo.
E Dio intanto, sù in alto, nel cielo,
mi stringeva a trofeo
nel suo pugno.
Ondeggiavano nel sole i lenzuoli
di Dio, lassù, stremati dal sole.

MA NON È UN EMIGRANTE, È UN ITALIANO.

Nel lungo viale delle luminarie,
sento il profumo delle caldarroste.
Grida di bimbi e auguri di Natale.
L’aria fredda fa sì che m’imbottisca,
di ogni ben di Dio per non morire
stecchito per il gelo. Un po’ più avanti,
all’angolo di un bar, c’è un mendicante,
tende la mano. L’unica. E’ monco.
Ha dato la delega ad un cartone
a riporre le sue piccole miserie.
Ma non è un emigrante, è un italiano.
Più in là, un altro povero mi tende
una mano. L’altra ce l’ha, intatta.
Non gli dico però ch’è un fortunato.
Ma non è un emigrante, è un italiano.
Papa Bergoglio, prega anche per loro.
anche se non sono degli africani.

ANCHE DIO HA SONNO

Un monotono singhiozzo di rana
nella malinconia di un dopocena.
Vado tra lo sbandare dei fari
delle auto che vanno via veloci.
Il cielo pare uno stampo buio
di stelle che si fanno e si disfanno.
Accordo il mio passo alla tranquilla
stanchezza della sera, e un indolente
tremulo squittio di pipistrelli
pare risponda al borbottio dei grilli.

La luna, lassù, una torcia spenta,
naviga in cima al campanile,
naufraga vagabonda in un blu nero
mare di cielo, lenta, senza meta.

Un’albedine lattea, vaporosa,
indugia sfrangiandosi sul Baldo
come un sorriso che via via si spegne.
Ora anche Dio ha sonno, e dorme.

IO ERO IL VOSTRO FIGLIO

Anche questo forse era nel conto,
sepolto e ritrovato, e torna a galla
il passato a spezzoni di memoria
come un dilapidato patrimonio
di anni ridotti a un misero rottame.

Ricordi vaghi, incerti pellegrini,
passano sfilando riportandomi
le immagini e le voci a me più care,
tremano come lucciole sbiadite.

Madre, ti rivedrò lassù un giorno?
E tu, padre, avrai lo stesso volto,
ed io come sarò, con che mai voce,
con che volto mi potrò presentare
a voi, e dirvi: Io ero il vostro figlio?

GLI OCCHI DEGLI ANGELI

Nella brevità del giorno che ci lascia
l’ultima cheta luce del crepuscolo,
rompe il silenzio un tocco di campana
della piccola chiesa di San Rocco.
Scende su noi come una cosa cara
la malinconia della luna piena.

Tutta una pace negli orti desolati,
del tardo autunno, cavoli e radicchi
straziati dalla brina. Via via in cielo
s’affollano le stelle. Sono gli occhi
curiosi degli angeli. Anche Dio
s’affaccia su di noi con un’occhiata.
Ci dà la buonanotte. E va a dormire.

FORSE ANCHE DA DIO FA FREDDO

S’annuvola il mattino
d’inverno (febbraio è di passaggio)
e i giorni se ne vanno
in lenta processione verso marzo.
Forse, chissà, si mette a nevicare,
c’è un silenzio che anticipa la neve,
poca la gente, a passo svelto, il gelo
pizzica le nari, è un sabato festivo,
il tempo non invita a uscir dagli usci,
e chi, potendolo, s’intabarra in casa.

Forse, chissà, anche lassù fa freddo,
e Dio, che può, sta tappato in cielo.
Chiedilo agli angeli, se non è vero.

PAPA BERGOGLIO, PREGA ANCHE PER LORO

Papa Bergoglio, tu sei grande e buono
e io sono piccolo e cattivo,
ma esistono anche i nostri poveri,
ma han la disgrazia di essere italiani,
senza un casa o un letto ove dormire,
vivono da barboni di elemosina,
e senza un’ Oennegì che li protegga.

Papa Bergoglio, prega anche per loro,
prega anche se non sono mussulmani,
benedicili, e agli altri, i tuoi pupilli,
quelli per cui preghi, gli emigranti,
scusami, sì, ma pensaci un po’ meno.

La dentiera fascista

IL DISCORDANTE

Sono qui solo e strano, indifferente,
come assopito, alla realtà del Caso
che regola le cose, nel languire
lento e solenne del Futuro,
né m’importa il tempo che non muove
foglia che l’albero non voglia,
e tutto, intorno, è indefinito, assorto,
anche i cavoli broccoli nell’orto,
e pure Dio mi pare un Discordante.
Come chi cammina e non si ferma,
arriva, mi saluta e s’allontana,
la Vita, con l’urgenza di lasciarmi,
e non mi lascia il tempo che mi occorre,
così mi fermo e resto a contemplare
la curva del quadrato che ci vuole
per aprire una porta senza chiave.

NON PER CASO

Non per caso io sono qui a pensare
a mille e mille verità supposte
nel fuoco sacro della conoscenza,
ma è come andare dietro le formiche
che corrono allocchite tutto il giorno
senza neppur sapere dove vanno.

E mi trovo in uno stabile squilibrio:
di qua l’abisso e di là il deserto,
e allora scelgo, e vado avanti dritto
silenziosamente, e non vi dico dove.

IL PAESE DEL VENTO

Qualcuno entra dentro il mio silenzio
e mi porta un crogiolo di memorie.
Parla, e l’ascolto, e non gli rispondo,
lo sento all’altra parte del pensiero
– un cielo tra me e lui,- un fiotto d’echi
che piovono come piovono le stelle.

Ritrovo la memoria del suo viso,
lo spettro che tuttora mi ossessiona.
Vado in cerca del mio corpo di una volta,
di ciò che ero, come un pellegrino,
vado verso di lui che dorme
nel Paese lontanissimo del Vento.

Ma è come in un’oasi, lontana,
irraggiungibile. Una fata morgana.

INCONTRO AL TEMPORALE

(a mio fratello Giancarlo con tutto
il mio amore e la mia malinconia)

Non sei più nulla, voli tra le nuvole,
alto, come una rondine in fuga.
È finita l’estate in un sudario
di un cielo azzurro e nella fresca morte
dell’equinozio cade già la brina
nei mattini d’autunno senza vento.
La splendida età già se n’è andata,
e non m’è dato d’inseguirla: vado
come chi va con calma e senza affanno
incontro ad un lontano temporale.

Addio! Mi volto e la guardo andare
come un’ombra che lascio alle mie spalle
nel balenìo di un lampo. E poi ripiglio
il mio cammino. E già intanto piove.

GLI MANDARONO A DIRE

Gli mandarono a dire ch’era morto,
perciò che si sbrigasse. Lo aspettavano
in tanti, in camposanto, ed anche il prete,
la vedova e le ghirlande. E poi gli dissero:
Sbrigati, fa’presto, non tardare,
sono tutti già pronti in cimitero,
non è giusto né bello farli attendere…

Quasi che la vita fosse un male
cui non valgano scuse né rammarico,
lui si sentì colpevole di vivere,
e andò di corsa al proprio funerale.
Tutti erano davanti alla sua fossa,
quando arrivò. Applaudirono. L’attesa
era stata un po’ lunga. Tutti in nero,
uomini e donne. E in nero anche il prete.
Lui s’appressò alla fossa, e cautamente,
con devozione, scoperchiò la bara,
giunse le mani e vi si stese dentro.

Una lunga ovazione scosse l’aria.
Una donna commossa gridò bravo!
Dio fu pietoso e lo accettò sù in cielo,
assolto dai peccati. Lo annunciò,
nel benedirlo, anche il prete. Tutti,
se ne andarono felici. Anche il morto.

LE GAMBE DELLE DONNE

Stanno sedute con le gambe aperte
le donne non più giovani – anzi anziane –
e paiono partorienti un po’ attempate
sulle panche del parco, dove stanno
intente ad un cordiale cicaleccio
a prendere l’ultimo sole dell’estate.
Le mamme, rosse per l’affanno,
spingono carrozzelle carri armati
nell’ombra amica e fresca dei tigli.

Decifro l’età delle donne
dalle gambe, appena che si siedono
sulle panche: le giovani le serrano
a valva d’ostrica, le anziane
le spalancano alla pietà del sole.

TUTTO A POSTO

Bene, gli dico, anche oggi è fatta.
Tutto riposa come in un sacrario
di lapidi di sonno, silenziose
cose che attendono le chiami,
come faccio da anni, all’adunata,
cose che spesso attendono il turn-over
in fila, diligenti, e non han pace
fino a quando non dico il loro nome.
Sasso, muretto, ghiaia, marciapiede,
palo della luce, chiodo, legno,
truciolo, fil di ferro, segatura,
rete di cinta, nomi che pronuncio
e faccio come fece il Dio di Adamo
quando lo destò dicendo. Adamo.
Lento e paziente è il mio cammino,
e vado nominando questo e quello,
se odo una voce ascolto e dico voce,
e dico ombra, suono, grido, luce,
e dico bianco al bianco e nero al nero,
polvere alla polvere, e ogni volta
ciò che nomino risponde col silenzio
di Dio al grido dell’appello.

LA DENTIERA FASCISTA
Vietata la detenzione di tutto ciò che ricordi il regime fascista

Tutta un’esecrazione
sulla stampa e alla tivù la notizia
che il nonno di Giacomo è fascista,
dato che il reo detiene in biblioteca,
sù, in cima all’ultimo scaffale,
un qualcosa che pare la dentiera
del Duce. Malandata, ma del Duce

Per fortuna ci stanno i magistrati
che si occupano del caso! Un certo Fiano
(dicono che sia un ministro) ha provveduto
al sequestro del corpo del reato.
Scongiurato il pericolo fascista…

( Pare che in una Procura a Pisa,
appeso a una parete ci stia un drappo
con un tanto di pugno insanguinato
ed un “Lotta Continua”: sono innocue
bazzecole, vuoi mettere la grave
pericolosità di una dentiera?)

L’anima mercenaria

BIZZARRIE

Il primo Congresso Nazionale
sull’assenteismo ha fatto fiasco:
fra tutti i convenuti erano assenti,
oltre al pubblico, pur’anco i relatori.

Subito dopo l’incidente, Piero
era corso a cercare i testimoni.
Fra tanti che avevan visto, solo uno
si presentò, però era di Geova.

La fodera! È il di dentro del vestito.
Il vestito! È il di fuori della fodera.

Ma la miseria è una cosa buona:
ci libera dal pericolo dei ladri.
E’ il salvacondotto di chi è povero

PAOLO E FRANCESCA

Sulla storia di Paolo e Francesca
che, sposata con il di lui fratello,
messer Cianciotto, è stata poi scoperta
a letto con il Paolo (galeotto
fu il libro e chi lo scrisse… ), e quinci uccisa,
c’è da dire che ai tempi d’oggigiorno
a una storia del genere, i giornali
ci marcerebbero per mesi, e forse anni.
“Paolo scoperto a letto con Francesca:
scandalo a Rimini. Leggi Dante:
Le ultime notizie dall’inferno.”
Con un garante all’informazione
sulla privacy, Dante condannato
per via della violazione della privacy.

LE COSE IMPENSABILI

Impossibile pensare proprio a tutto,
ci sono cose che non si può pensare,
dato che tutto ciò che noi si pensa
ha un nome, o, se non l’ha, una dimensione,
una forma, un aspetto da tenere
a mente, per potercelo pensare.

Ma le cose impensabili e impensate
sono tante e tante più delle pensate,
tante, come le stelle in firmamento
o le gocce negli oceani, e forse
anche più, e, potendole pensare,
noi si dovrebbe vivere migliaia
e migliaia di anni, o, chissà, in eterno.

Solo Dio, se lo vuole, può pensarle.

DOVE S’ANNIDA IL GRILLO

Dove s’annida il grillo – o chi per esso –
in un buco nel prato, c’è il silenzio
tipico dei buchi dove stanno i grilli
nei prati. Dorme, non sa perché, il grillo
d’inverno, e non sa chi glielo fa fare,
né sa perché se n’esca a mezzo aprile
e a mezzo autunno rientri sotto terra.

Ha la pazienza tipica dei grilli,
e vive e fa l’amore sotto terra,
non sa perché lo faccia, però sa,
l’istinto glielo dice, che ha da farlo,
non sa però sia bello o riprovevole,
lo fa senza pensarlo. In ogni caso,
salta, e mentre salta, scricchia e salta,
non sa perché lo faccia, però scricchia.
Non sa nulla di nulla, e n’è felice,
non come noi che pare si conosca
tutto di tutto, e quindi si è infelici.
Perché sapere tutto può fa male

UNA DOPPIA VITA

Cerco lontano ciò che sta vicino,
cerco vicino ciò che sta lontano,
non vedo quello che si può vedere,
ma solo quello che nessuno vede.
Dopo morto, vivrò una doppia vita:
la mia anima, ammesso che sia mia,
in alto, lassù, in cielo, ed il mio corpo,
con l’anima di un altro, quaggiù, in terra.

L’ANIMA MERCENARIA

Faccio di tanto in tanto qualche ipotesi,
se l’anima che ho si trasferisca,
quando son morto, dentro un altro corpo,
dato che pare dicano sia eterna,
dopo di cui da un corpo passi a un altro,
indifferente che sia maschio o femmina,
anima immacolata multiuso,
senza sesso né età. E allora penso
che non sia che una semplice illusione
crederla tutta e solamente mia
quest’ anima puttana mercenaria,
e solo provvisoria, di passaggio.

Autoripudio

Nei villaggi del sonno

Vado senz’ansia, solo, un poco sotto
l’Orsa Maggiore, mentre ad una ad una
le stelle se ne stan via via spegnendosi.
L’ora è quella in cui fa già notte,
e gli alberi tutti bui hanno parvenze
di pallidi ikebana, così eterei
e fragili, presenze silenziose
di un mondo dove
tutto tace e dorme .
E tutto pare immobile e tranquillo,
e anche il vento ha trovato la sua pace,
ha il fiato mozzo e dorme.
Nei villaggi
del sonno, dormono anche i morti
nel fatuo luccichio dei candelieri
biondi di luce, e fanno sogni ingenui
e gai, e sorridono nel sonno,
la bocca vuota
e gli occhi senza sguardo.
Non li turba lo strazio degli addii,
ma sorridono come fanno i ragazzini
che han rubato lo zucchero e fan finta
di niente E intanto però sanno
che sono in buon rapporto con l’Eterno.

Il subacqueo

Oggi cancello con il mio silenzio
tutto di me. E via via discendo
come un subacqueo in cerca di coralli
dove il sole non giunge e c’è la notte
e sempre più le voci si diradano
e scompaiono. E tutto è calmo e buio
e pigro e lento mi sciaborda intorno
un mare di memorie. E nel silenzio
una voce – e che voce! , – ora mi chiama.
Son io. E mi corro incontro ad abbracciarmi.

Autoripudio

Se io potessi andarmene tranquillo
tra case, vie e orti dentro un sogno
in un arcano itinerario in un paesaggio
onirico, e scendessi più in profondo
via via nel sonno,
io m’addentrerei
in un fastoso soprannaturale
via vai di sonno tra alberati poggi
e rose floribunde, e, chissà, forse
m’imbatterei
in quell’ Italo Bonassi
che avrei dovuto essere, e non sono.
Col cuore in gola e l’amaro in bocca,
lo accompagnerei
a prendere il mio posto
nel mondo degli svegli, e spegnerei
ogni lampada e mi riaddormenterei
come un Italo Bonassi ripudiato.

A che serve il vento?

Proprio qui l’altro ieri era passato,
tra questi stessi alberi, alle cinque,
un vento.
No, non quello d’oggi,
ma un altro, perché quello d’ieri,
finito di soffiare, era fuggito,
insalutato ospite,
e svanito.
Quello d’oggi è un altro, con la delega
di correre per lui, questo è più mite,
fiacco, un por laòr, senza pretese,
un vento che sì, insomma,
tira a campare
facendo quel che po’, e lo si sente
andarsene quatto quatto come un ladro
per non dare fastidio e biascicare
sussurri a fil di foglia
e pare conscio
d’essere poco più di uno sbadiglio
futile e provvisorio di aria smossa.
Ma ditemi ora voi,
a che serve il vento,
e a che gli serve correre e soffiare
così, senza motivo?
C’è qualcuno,
forse che gliel’ha detto, e lui esegue
il compito ordinatogli con somma
e aerea disciplina, e corre soffia
come solo un vento lo sa fare
A me non riesce.

L’uomo di Buridano

L’asino di Buridano era morto
dalla fame, non sapendosi decidere
tra una balla di erba e una di fieno.
Era un asino. Ma se fosse un uomo
mezzo morto di fame che si trovi
tra due bistecche esattamente identiche,
e, toccandogli una sola, non decida
quale delle due scegliere e mangiare,
forse anche lui morrebbe dalla fame?

Un problema che si pongono i filosofi
è se tocchi alla mente fare scegliere
alla mano che, armata di forchetta,
è lì che attende l’ordine, o se invece
sia l’istinto a far muovere la mano
armata di forchetta, e senza attendere
la direttiva che gli dà la mente.

Se la volontà agisce solo in base
ai calcoli della mente, metti caso
che la mente non veda differenza
tra una bistecca all’altra, e che le giudichi
perfettamente identiche, la mano
non riceve alcun ordine di scegliere
una delle due, e si ha la fine
dell’asino che muore dalla fame.

Lo strofinamento del fiammifero

L’UOMO AL GUINZAGLIO

Esce regolarmente tutti i giorni,
col cane, al mattino e verso sera,
porta la bestia a spasso col guinzaglio,
annusa qua e là assieme al cane
una pozzetta d’acqua, un muro o un tronco
( è anni che ci ha il cane, e n’è abituato ),
e a volte non è il cane ad abbaiare,
ma è lui, è lui che abbaia alla catena.
E non sai se sia uomo o cane,
dove l’uno finisca e inizi l’altro,
vanno comunque a spasso, uomo e cane,
e li distingui per la museruola,
anche se non sai chi dei due la porti.

LO STROFINAMENTO DEL FIAMMIFERO

Se lo strofinamento di un fiammifero
è la causa che fa sì che ti si accenda,
non è che sia poi l’unico motivo
valido per averne l’accensione,
tanto è che se il fiammifero in questione
è umido perché è cascato in acqua,
anche se lo strofini ore ed ore
con lena e abilità, non ti s’accende.

Cosa per cui occorre stabilire
che lo strofinamento di un fiammifero
è una tra le tante parti in causa,
non l’unica essenziale: ce c’è un’altra,
chiamala concausa: che il fiammifero
cioè non sia bagnato, ed altre ancora:
che il livello dell’ossigeno sia adeguato,
e che lo strofinatore lo strofini
con tutta l’esperienza che ci vuole
a che la cosa riesca, e non si spenga.

Ecco che quindi non puoi fare a meno
del dualismo di causa e di concausa:
una regola importante e necessaria,
prima di strofinare, è controllare
questo, codesto e quello, e poi, s’è il caso,
ammesso che il fiammifero sia asciutto,
ossigeno permettendo e maestria
dello strofinatore quanto basta
a far che la cosa avvenga, stabilire
che il fiammifero, una volta strofinato,
visto che non sussistono concause,
grazie al cielo ce l’hai fatta, e ti s’è acceso.

LA QUOTA D’IGNORANZA

Noi non si sa come siano fatte
le cose “in sé”, ma si può sapere
come son fatte solo dal di fuori,
esternamente, e le si chiama “cose”,
e si crede che non abbiano di dentro
un’anima
perché non son vive,
si limitano a “esistere”, e non sanno
neppure di non vivere, e nemmeno
lo san di non sapere.
Metti caso
che una palla ti rotoli in cucina:
rotola, e non lo sa di rotolare,
e il gatto che fa un balzo e la rincorre,
non sa – perché è una bestia – perché balza,
ma sa ch’è giusto e logico andar dietro
di corsa ad una palla,
e non gli importa
sapere perché corra. Noi, pensanti
si conosce la noia ed il dolore
come una volontà di Chi lo vuole,
però di controvoglia,
e non sappiamo
per quale mai motivo ce lo impone.
Se la cosa non sa di essere cosa,
e il gatto perché corra, noi ignoriamo
perché si debba vivere e morire.
Tutti abbiamo perciò, in fondo, un qualcosa
che non si sa. E qui siamo fratelli:
a ognunola sua quota d’ignoranza.

NEI VILLAGGI DEL SONNO

Vado senz’ansia, solo, un poco sotto
l’Orsa Maggiore, mentre ad una ad una
le stelle se ne stan via via spegnendosi.
L’ora è quella in cui fa già notte,
e gli alberi tutti bui hanno parvenze
di pallidi ikebana, così eterei
e fragili, presenze silenziose
di un mondo dove tutto tace e dorme .
E tutto pare immobile e tranquillo,
e anche il vento ha trovato la sua pace,
ha il fiato mozzo e dorme. Nei villaggi
del sonno, dormono anche i morti
nel fatuo luccichio dei candelieri
biondi di luce, e fanno sogni ingenui
e gai, e sorridono nel sonno,
la bocca vuota e gli occhi senza sguardo.
Non li turba lo strazio degli addii,
ma sorridono come fanno i ragazzini
che han rubato lo zucchero e fan finta
di niente E intanto però sanno
che sono in buon rapporto con l’Eterno.

IL SUBACQUEO

Oggi cancello con il mio silenzio
tutto di me. E via via discendo
come un subacqueo in cerca di coralli
dove il sole non giunge e c’è la notte
e sempre più le voci si diradano
e scompaiono. E tutto è calmo e buio
e pigro e lento mi sciaborda intorno
un mare di memorie. E nel silenzio
una voce – e che voce! , – ora mi chiama.
Son io. E mi corro incontro ad abbracciarmi.

L’undicesimo Comandamento

CAMBIO CANALE

Una volta, quando c’era il Papa
alla tivù, io mi sintonizzavo
subito per ascoltarlo. Ora, invece,
non appena lo vedo, immantinente
cambio canale e guardo qualcos’altro.

E forse non è mia, ma è tua la colpa,
papa Bergoglio, ed io ti chiedo scusa,
ma tu leggi il Vangelo od il Corano?
Perché mi sembri un imam, non un Papa.

Papa Bergoglio, i Papi di una volta
parlavano di Dio: poco ci manca
che tu invece ci parli di Maometto.
Scusami, sai, ma io leggo il Vangelo,
non il Corano, perché son cristiano.

Ma tu leggi il Vangelo od il Corano?

L’OLTREPASSATORE

Contrapposto allo sguardo di Dio,
che irrompe torrido in ogni dove,
(Dio, infinto eterno Oltrepassatore
di qualsiasi confine ), e, contrapposto
allo sguardo gelido e invasivo
dello psicologo, c’è il non-sguardo
anonimo dello sguardo
malinconico dello psicopatico .

L’ALBA ERA IN FIORE

L’alba era in fiore,
e noi, seduti, in estasi, a guardare
i nostri sogni perdersi lontano.
Nel buio, la luna era un’occhiaia
livida in cima alla pioppaia,
lacrime il primo pianto di rugiada.
Tutta una moltitudine di fuochi,
vista da qui, la valle in fioritura.
L’estate era gravida di nettari,
macchie di luce le albe ancora acerbe.

Io mi sentivo bello come un dio,
e mi sentivo un dio, ma di me stesso,
e, immobile, in silenzio, mi adoravo
in ginocchio, vestale del mio cuore.

Come un non so che di misterioso,
l’alba in germoglio sopra la legnaia.

UNO CHE MI PENSI

Capita di tanto in tanto che mi trovi
nel buio pensieroso di un pensiero
fatto da altri, e, come una pensata
pura parvenza di realtà, attenda
una non so che mente che mi pensi
e mi dia vita e immagine e parola.

Come un pensiero nella mia memoria,
me ne resto sepolto ad ascoltare
tutta una scia di cose che va e viene
e fa di me un lungo requiem d’echi.
E vago qua e là nel mio pensiero
come un mugghio d’echi, a fare veglia,
in attesa di uno che mi si pensi.

ALLE DUE DEL MATTINO

Alle due del mattino canta il gallo,
altro non può che cantare,
lancia due note. Canta un’altra volta,
come dire al tempo che si sbrighi,
ma il tempo ( è una sua vecchia consuetudine )
pazientemente tesse la sua trama
fino alle cinque, quando vien l’aurora.

Ma al tempo non importa
se il gallo canta e il vento fa rumore
e gli uomini si girano nel sonno.

LE VOCI DA LASSÙ

Sono, chissà, le voci ed i rumori,
che vengono da lassù, e forse, penso,
vogliono darci, a noi quaggiù, un messaggio
del loro mondo – ammesso che ci sia , –
e, transfughi da terra a cielo, stanno
chini, lassù, a guardarci e ci fan gesti,
e agitano grandi bianchi fazzoletti.
Noi, lo si sa, siamo ciechi e sordi
come le acciughe chiuse in scatola
l’una addosso all’altra, ad aspettare
uno, lassù, che tiri via il coperchio,
perché si possa pure noi guardare
quelli di lassù, e salutarli.

LE VOCI DI CHI ERA

Non so se fossi tu l’altro ieri,
a tarda sera, a far da veglia
quando guardavo fuor dei vetri
gli spiriti del buio camminare
(o forse, più che spiriti, erano foglie
mosse dal vento, od echi di ventate).
Vanno forse nel buio a cercare
tra i muri delle case il ticchettio
dei colpi delle nocche sotto i tavoli
o le dita posate sui bicchieri
in attesa delle voci di chi era.

Forse a conquistare il paradiso
e a prendere in mano i nostri cuori
storditi dai rumori, basta un poco
( oh, un poco, sì, ci basta) di silenzio,
basta sentire i glicini far fiore
e l’erba, giù, nell’orto, far rumore.

Forse sarebbe dunque l’ora
di raccogliere le poche cose care
e andare anche noi a camminare
nel buio tra i muri delle case
ad ascoltare i fiochi ticchettii
delle nocche che picchiano sui tavoli
o il leggero tinnire dei bicchieri
al tocco delle dita. Forse è l’ora
del tempo che deborda e ci straripa.

L’UNDICESIMO COMANDAMENTO

I Papi d’oggigiorno scrivono encicliche
contro l’uso, od abuso, dei telefoni
chiamati cellulari: fanno male,
soprattutto se si usano alla guida
di una macchina. Mosè ha dimenticato
d’inserire nella Tavola delle Legge
il peccato di guida col telefono.
Undicesimo comandamento: qui
ci vuole un aggiornamento sul maluso
del telefono. Pensaci, Bergoglio…

TU NON SARAI PIÙ PIERO

Mi dicevi
che un giorno, quando verrà giù la neve
e gerani moriranno ai davanzali,
noi ce ne andremo per tornare ancora
e ci riconosceremo nel chiamarci,
quaggiù, coi nostri nomi, ma altri nomi.
Non la furia del tempo la speranza
di un nostro riconoscerci e abbracciare
ci negherà nel sibilo del vento
di un’altra estate, un’estate nuova,
una ripetizione a lungo attesa
da noi, ancora noi, con altri nomi.
E tu non sarai più Piero, e io sarò Mario,
e non conterà il tempo, ma la gioia
di viverlo, la gioia che dà un senso
a tutta questa vita ch’è qui intorno,
come una cosa d’altri, e non più nostra.

IL TESTAMENTO DEL LAICO

Io lo difendo, il Dio che mi sta dentro,
che mi fa ridere, piangere, pregare,
io che sono e sarò sempre un laico,
quattro quinti credente e un quinto ateo.
A volte mi crogiolo nella fede,
altre, stento e tribolo a trovarla;
non la vita, ma la morte mi fa credere
a una vita di là da divenire,
anche se io per ferma convinzione,
altri, per scaramanzia o comodo.