Informazioni su Italo Bonassi

Scrittore, poeta, saggista, giornalista pubblicista, Presidente del Gruppo Poesia 83 di Rovereto (TN).

IL SOGNO DELLA BARCA

Mi hanno detto che c’è una sedia in cielo,

una sola, e ch’è per me, e che mi aspetta,

anzi, mi spetta, gli altri che si arrangino,

se la vogliono occorre prenotarsela,

altrimenti lassù si resta in piedi.

Ma m’han detto che l’hanno posteggiata

in divieto di sosta, per la qual cosa

me l’hanno trasferita giù in inferno.

Pur di non stare per eterno in piedi,

lassù, in paradiso, a malavoglia

ho deciso d’andarmene in inferno.

Una salutare dicotomia

Esce di casa solo con il corpo,

mentre l’anima la lascia a casa,

comoda, sul canapè, distesa,

stanca com’è, tranquilla, a pisolare

nel tranquillo tran tran del pomeriggio.

Ed è un fatto davvero straordinario,

uscirsene da solo, senza l’anima

tra i piedi, per lui una salutare

dicotomia andarsene per strada

libero, senza vincoli morali,

e nessuno degli amici ci fa caso,

al bar, per il caffè, e per il solito

giro di rubamazzo e la consueta

chiacchiera sul calcio e sulle donne

Il sogno della barca

Forse è un segnale incomprensibile

solo per me, un fischio e una risata.

Penso: non è un  fantasma, è un  qualchecosa

di strano, lo sento e non lo vedo.

Ma tu chi sei? Che vuoi? gli chiedo. Ride

Mi volto, dietro me

                          non c’è nessuno,

guardo giù dal ponte sulla riva

delle barche legate e ferme ai pali,

dentro ci sta qualcuno che non vedo,

ne sento solo i gridi e le risate.

Poca è la luce, è sera e sono solo

qui sul ponte, non so come sia giunto,

né so perché né quando, tutto è assurdo,

pare e non è un sogno, e qualcheduno

certo verrà, un angelo o chi altro,

non dubito.

              E’ il tempo dell’annuncio,

e attendo con non sai che titubanza

l’attesa tra l’insonnia e il dormiveglia

di un non so che del dopo che m’aspetta.

Esito un poco prima di decidere

se scendere e pagare anch’io il pedaggio,

le barche stanno ancora ferme ai pali,

non c’è nessuno a bordo, o quantomeno

nessuno che si veda, ed è una sera

straordinariamente limpida e serena,

e c’è un vagito d’acqua lieve e chiaro.

Una voce mi dice:

                        Qui è scalo

per il futuro,  qui ci si avvia o si resta,

le barche sono pronte, ed un brusio

di voci di voci sussurrate ora si leva,

e vedo appena appena in trasparenza

un ventaglio di luci chiaro e lieve.

E’ il tempo del dicibile indicibile,

lo so. Non ne conosco il dove,

né il come – e neanche il quando,

                                             – ma comunque

occorre qui decidere: se scendere

nel sogno della barca

anch’io verso il futuro, oppur restare.

Nel prima o poi del tempo che m’è dato

per vivere o morire, basta poco

a scendere e montare s’una barca,

ma esito, il viaggio è lungo e greve,

e resisto, non cedo alla chiamata.

Poca cosa, lo so,

                     per non morire,

vivere da sveglio, faticare

portando via con me, alla spicciolata,

anno per anno ciò che mi rimane,

qualche anno di più,

                             ma quanto basta

alla pietà del dopo  che m’aspetta. 

Non c’è un punto del poi che non sia eterno,

un prima o un dopo che non m’appartenga,

anche il tempo non mio che sto vivendo

è mio.

        E Dio me lo conferma.

Le nobili ragioni di piovere

Oggi il rubinetto pare fatto

in modo che non possa

                                   dare acqua,

e anche l’accendigas, che non si degna

di fare le scintille, pare ignori

il compito di fare il suo mestiere

di accendigas.  Ma sia reso grazie,

– e gli  dedico parole laudative, –

a Dio o a chi per Lui per il piacere

di starmene vivendo senza sforzo

sul comodo sgabello qui in cucina,

mentre fuori non fa altro

                                         che piovere

di brutto da più giorni senza sosta,

una musica di acqua che ossessiona.

Forse non piove, e forse io non vivo,

ma è solo tutta un’unica illusione

anche l’accendigas e lo sgabello,

oppure esiste solo questa pioggia

incessante, ed oltre ad essa non c’è nulla

ch’esista,

                esiste il non-esistere,

il non-accendigas e il non-sgabello.

Cerco di capire ed  apprezzare

le nobili ragioni della pioggia,

l’unica ch’esista, ed ogni cosa

che penso e che non penso mi consola

esistere in tutto questo  non-esistere.

C’è sempre uno che va

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,

ombra non lascia e non lascia impronta,

va ma non sai dove, passa il vento,

–  vento o filo d’aria, fa lo stesso  -,

c’è sempre uno che va, che ha da passare,

ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,

guarda l’acqua che passa sotto il ponte,

lui pure è come l’acqua, e va, la segue,

si va un po’ dappertutto, dove il Tempo

gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,

che sia fragile allo stordimento della luce,

di uno che non ha il Tempo per misura

e non sente la necessità di andare avanti

–  che sia necessità o costrizione  -,

ma resta fermo al buio del Principio

dove il sole non entra nelle case

e non ci sono scarpe per andare.

LE POESIE DEL MERCOLEDI’

 

C’è sempre uno che va

Passa da sempre accanto a noi e prosegue,

ombra non lascia e non lascia impronta,

va ma non sai dove, passa il vento,

–  vento o filo d’aria, fa lo stesso  -,

c’è sempre uno che va, che ha da passare,

ti dice appena il nome e poi scompare.

Ecco, arriva Piero, e anche lui passa,

guarda l’acqua che passa sotto il ponte,

lui pure è come l’acqua, e va, la segue,

si va un po’ dappertutto, dove il Tempo

gioca a nascondino con la morte.

Ditemi il nome di uno che non passa,

che sia fragile allo stordimento della luce,

di uno che non ha il Tempo per misura

e non sente la necessità di andare avanti

–  che sia necessità o costrizione  -,

ma resta fermo al buio del Principio

dove il sole non entra nelle case

e non ci sono scarpe per andare.

Un suono ticchettante di speroni  

Seduto accanto al caminetto,

ascolta il suono dei treni nella notte,

spenta la luce e aperta la finestra,

a dispetto dell’afa dell’ estate.

Dall’orto, arriva sù una zaffata

di fragole ormai guaste.

Volge l’occhio attento all’orologio

a pendolo, mormora qualcosa,

sonnecchia in atteso dell’arrivo

di chi non sa, ma sa che arriva

a un suono ticchettante di speroni.

Ora anche i morti possono dormire
La luna, lassù, più cenere che brace,

pare un volto di donna addormentata.

Ora anche i morti possono dormire,

in pace, son stanchi d’esser morti,

spengono i lumicini ai loro piedi,

s’appisolano in attesa

di un suono ticchettante di speroni.

Un santuario su misura

Cielo di primo aprile,

solo un corrugamento passeggero

di nuvole vagabonde senza pioggia,

leggiadre silhouette di primavera.

E non poco mi conforta

stamattina

il volo lento, ad ali quasi ferme,

del gheppio, alto sopra il bosco.

Va in ordinata schiera

una lunga fila di formiche,

come in pellegrinaggio

ad un santuario

di resine e di aghi di pinacee,

smaniose tra sussurri e fremiti di foglie,

di api e di farfalle.

Marzo ha camminato svelto

a lungo tra germogli messi a nuovo,

e ora aprile cova in uno strascico

di giorni già più tiepidi

i primi frulli delle cince

in un lucore d’aria viva

tra vertigini e verzure,

respiro d’una limpida risata

di acqua di un ruscello.

Oh, non così aprile

mi vive nelle vene,

ma s’infrasca

in una fradicia opulenza,

lucore d’acque morte di uno stagno,

e mi perdo in una trama di fogliame

di un bosco nel silenzio da stupore

di un sole che ottenebra i barbagli

di spenti girasoli. Come un prana,

un dono, che mi affascina e confonde,

di anima e materia,

di umano e di divino,

l’origine dell’origine del tempo,

miraggio in lontananza che intravedo

e inseguo anch’io come formica

in fuga, o avanscoperta,

in cerca di un santuario

su mia misura.  Oh vita,

meraviglia di chissà che Dio,

felicità dolore, redenzione,

ne capto con gioiosa tenerezza

l’attimo primario della nascita,

come un bimbo nel grembo di sua madre.

oh vita,  perpetua transumanza…

Alfabeti di memorie

Neve a Trento 

Trento, dopo cena. Siamo

in una via del centro, nevica e fa freddo,

un  bianco fitto dondolio di falde

che paiono d’ovatta,

un  agghiacciare

lento e quieto di neve che ci serra

tra le sue esili maglie di bambagia.

Un non so che d’eterno, intemporale,

che via via ci prende anima e corpo,

e noi, amici, trepide creature

all’uscita dal bar,  noi compagni

con spirito d’avventura, si è sospesi

anche noi come falde tra acqua e neve

in questo nostro breve itinerario

tra battesimo e congedo,

                                          e ce ne andiamo

senza tracce né echi alle nostre spalle

con angelica perizia, cauti, lenti.

Nevica un dicembre corrucciato,

una smania di un bianco sfarfallare

che tutto rigenera e purifica,

ci porta dalle mille lontananze

di cieli azzurri senza vento e neve

– vergini di bianchi inverni solstiziali

che sanno di presepe – , una poesia

di angeli di luce.

                            E ce ne andiamo,

cauti, calcando i piedi a terra,

– si sdrucciola e facile è l’inciampo -,

in questo guazzabuglio neve e fango,

e si chiacchiera al riparo degli ombrelli

tra muri bigi, anonimi, e cancelli

chiusi ed una neve che sfarina

sugli abiti, e i gridi e le risate

di alcuni ragazzetti che fan d’eco

agli echi del silenzio.

                                   Ce ne andiamo

via anche noi, tra i ruderi di un anno

ormai diruto, ceneri e macerie,

dicembre che ci offri a profusione

un  alidore fervido di mosto

e caldarroste,

e neve e fango,

noi, presi in questo candido annottare,

reticolo di neve di bambagia,

dicembre che soccombi senza infamia

né gloria, noi si tira avanti

in cerca di una chiave per aprire

l’uscio che dà

                  sul paradiso,

e intanto che si è qui, si tiene duro,

come chi sa di terra e sogna il cielo.

Al pianoterra  

Fin che si sta qui, anima e corpo,

ci è impossibile salire

agli alti appartamenti della casa,

lassù, dove si vive accanto al sole

e il vento si sparpaglia in mille echi

di rondini e gallinelle. Da qui in basso,

si odono di notte solo i grilli,

magra compagnia del pianterreno,

i grilli che scantonano nel buio.

Salire a una terrazza in faccia al sole,

in una luce che azzurra e che s’infiamma

nella sera ancora calda e ariosa

del fuoco dell’estate, un’illusione

come ben sa chi è in basso e guarda in alto,

come chi sa di terra e cerca il cielo.

Qualcosa accade

A rischiarare gli angoli segreti

nell’orto, dove crescono le ortiche

e i romici infestanti, un po’ di luna

basta ogni tanto a accontentare l’occhio

nel ventre della notte.

E mi avventuro,

colmo di curiosità e paura

al muto appuntamento con le stelle.

Lunga è l’estate e le notti calde

profumano di spigo e maggiorana.
Spente le luci delle case,

ma un grillo qui nell’orto dà di piglio

al solito concerto.

Dici: Ascolta,

ora qualcosa accadrà od accade.

Forse nasce una stella

o muore un grillo.

Un lunedì d’inverno

L’esile filo di una ciminiera

pare il rantolo di un vecchio che dorme.

Guardo il fiume dal ponte come corre,

trasalgo al suo respiro che sa d’acqua

e nevi di montagna. Il cielo è grigio,

e la pioggia picchietta sull’ombrello.

È lunedì, un lunedì d’inverno,

e le strade son vuote e nevicate,

e fredda è l’aria e punge sulla gote,

frizza una carità di tramontana

e il termometro segna sottozero

sulle rose stremate in galaverna.

Un brivido di aria   si smarrisce

tra muro e muro e pizzica la pelle

di noi, diseredati, in quieta attesa

di un non sai che di grande, anzi d’eterno.

Alfabeti di memorie

 

Tornatemi, inverni, nel sangue,

nevicate sulle rose del cuore,

un respiro di neve sommesso,

come le parole che sussurro,

sillabe spezzate a mezza gola.

Vivo

       come un giunco di carne

e germino alfabeti di memorie,

fiori d’inchiostro per un bianco foglio,

mille parole uscite dalla mente,

voce per non udenti.

           Un canto nebbia,

bozzolo d’alba sgangherata, illune.

Scrivo, e la parola

      mi si sfa in pioggia,

lacrime che m’escon dalla penna,

un ritmo monotono di gronda

come il soliloquio di una gola

perso in un lungo freddo inverno

in borbottio di pianto di una gora.

Il tempo non ci basta

  a dire fine

a questa sera che gli è figlia:

lieve, per essere irreale,

scrivo il mio nome e lo metto in fila

tra mille altri nomi che mi suonano

storditi negli orecchi, nomi e nomi

che squarciano

 il dejà-vu della memoria,

e il silenzio mi s’aggruma nella gola,

reliquia immacolata di parole

vergini di voce. Dico:

Vedi,

solo un velo di niente mi divide

da un futuro scambiato con due pani

e due pesci, e intatto è l’alfabeto

che recito come fossi un sacerdote,

e la memoria è una bocca senza voce,

ma sa scaldare il cuore,

                                    e la si ingoia

come una medicina a mente vuota.

E intanto ogni ricordo mi s’ammaglia

tra le spine e gli aculei del passato;

una truffa, per me, che so che bara.

Grida, memoria, grida, sono sordo.

Poca cosa

Poca cosa la luna questa sera,

Anna, la vedi ?

 Dici fa impressione,

pare ischeletrita, pelle ed ossa,

smunta, e ci ha le occhiaie buie e fonde,

fioca la luce, e pensa che già annotta,

più che una luna sembra

    una ferita,

uno squarcio, un colpo di rasoio

nel ventre della tenebra.

      E mi dici,

Anna, ch’è vecchia, e ha gli anni che dimostra,

e basta solo un soffio perché voli

da là: attenta a non soffiare,

che non ci cada addosso.

                                        Anna, andiamo,

che cada dove vuole. E che i poeti

la smettano di parlarne: è pelle ed ossa

uno sgorbio di luna brutta e vecchia.

Odori di colline

Il pendolo ora è fermo e solo il gallo

alza la cresta in cima al campanile

e canta.  È domenica, ed il vento

ci porta vaghi odori di colline

in fiore.  Cipressi silenziosi,

bocche senza voce. Tra folate

calde di föhn, inondazioni

di nuvole e d’azzurro in cima al poggio

a spettinare qualche rara palma

e un giallo appassionato di mimose.

Luglio sorride ai falchi terraioli

ed allaga di verde la vallata.

L’edera s’intrica alle murate,

l’aria sa di spigo ed il bramito

del cervo è simile al lamento

dell’albero nella tempesta. Pare eterno

il gallo che ha fermato l’orologio.

Patto d’eternità

Non mi attendo simpatia da nessuno,

e non ho altro che te nel cuore,

vita mia amata  e odiata, quasi un mito

druidico. Per te io appendo il sacro

vischio a far suggello al nostro

patto d’eternità, non pace.

Di là, dove si va nel Nulla,

la tua autentica radice, la tua essenza

a immagine di Dio. Di là la squilla

gaia di una campana che fa festa

a chi parte e a chi torna

ed a chi resta.

LE POESIE DEL SABATO

Pronta la mente ed i bagagli

per un lungo viaggio che ha da fare

nell’aldilà, e fatti tutti i debiti scongiuri

che tutto vada liscio,

senza intoppi e problemi di sorta,

e data poi un’ultima occhiata ,

perché non si sa mai, al passaporto,

chiude la porta a chiave a due mandate

e corre alla stazione. Lì lo attende

il rapido per l’aldilà. C’è un problema

urgente da risolvere: morire.

Presto fatto: si getta sotto il treno.

Una foto di famiglia 

Ti avevo vista un giorno in una foto,

penso, chissà, un ritratto di famiglia.

Poi tutto è accaduto in modo strano,

e t’ho rivista in strada,

                                e te ne andavi

camminando a passi rapidi e leggeri,

e non potevi certo immaginarti

che ti avevo già vista in quella foto.

La via era deserta,

                           ed eri sola,

non sapevo se raggiungerti e parlarti,

ma non sapevo quale nome darti

mentre un fil di vento fresco e gaio

ti alzava un po’ la gonna con malizia

e ambigua timidezza.

                            Ti chiamavo

Anna, Maria, Teresa, Elisabetta,

nomi di donne che non conoscevo,

ma tu non ti voltavi e proseguivi

per via leggera come una farfalla,

ed io avevo altri nomi nella bocca,

e li gridavo:

                  Norma, Clara, Lilia,

Paola, Barbara, Virginia,

ma più che ti chiamavo e più tu andavi

di fretta, irraggiungibile chimera

sparivi in lontananza.

                            Oggi ho aperto

l’album col ritratto di famiglia,

ma il tuo posto era vuoto,

                                      eri sparita,

te n’eri andata via anche dall’album.

Marta, Giovanna, Bice, Antonia, Anita,

dimmi dove sei, dove sei andata.

Ora la via è deserta,

                             e son qui solo,

non ci sei nell’album e neanche in strada.

Franca, Cecilia, Gemma, Giulia, Rita,

non so dove tu sia, ma torna, Chiara!

Ottobre 2018

L’eternità del bruco        

Dice il bruco alla chiocciola: Io credo

all’eternità, i miei mi hanno insegnato

che il paradiso

                  è un poco come l’orto,

e ci si sta a bell’agio. Ma confesso

che, a mio giudizio,

                            l’orto mi par meglio,

dato che non si sa se in paradiso

ci si trovino i broccoli e le rape.

Disse così,

                ed addentò una foglia

di un sedano; che fosse o no eterno,

non gli importava,

                        pur che fosse un sedano.

L’eternità, caso mai,

                              vien dopo…

Il compleanno

Viene ogni anno

                      allo stesso giorno,

bussa piano alla porta di servizio;

l’apro, e lui entra, è bene educato,

si siede sempre al suo posto a tavola.

Dico: Babbo,

       oggi hai il compleanno,

mamma t’ha preparato il pan pepato

col lardo e col prezzemolo, e ha posto

tre rose rosse, sono lì, nel vaso,

quello di ceramica.

                          E’ un rituale

che si ripete – mamma, sai, ci tiene, –

anno per anno. Babbo non risponde,

e come può?, non c’è,

                                non c’è mai stato,

c’è solo un buon aroma di tabacco

da pipa,

           oh sì, quello è rimasto,

il fumo e non la pipa. Mi riscuoto,

è il tredici di luglio, e fuori piove,

e qui, in casa,

                  son solo con mia moglie,

e se le parlo del pane pepato

col lardo e col prezzemolo, mi prende

forse, chissà, per matto,

                                 quindi taccio,

non apro bocca. E resto ad ascoltare

il ticchettio del vento e della pioggia,

Babbo,

          vado a chiudere la porta

a doppio giro, è bene, sai, stia chiusa

fino al tredici di luglio

                            di un altr’anno

Ma io no  

C’è chi sbadiglia insonnolito ed entra,

sordo a qualsivoglia appello,

grado a grado nel sonno. E vi rimane

lì comodo e recalcitra al pensiero

malvisto del risveglio. Ma io no,

io me ne vado al di là del sonno,

dove non m’addormento né mi sveglio

e l’uomo d’oggi è quello di domani.

Dove gli altri dormono ed io veglio.

Hanno ammazzato la morte 

Hanno ammazzato la morte,

sta scritto sui giornali. Una notizia

sensazionale, sì, da prima pagina,

e la gente va in strada a festeggiare.

La morte è morta! Non capite quale

fantastico avvenimento? Tutti eterni,

Anna!, un evento mai supposto

prima, non servono più orologi,

tutto, anche il tempo, resettato,

tolto di mezzo…Resta solo Dio,

Lui, lassù in cielo e noi qui in basso,

in terra. E lei, la morte sotto terra.

Buona per far macero, monnezza

da plastica bruciata  e riciclare.

LE POESIE DEL SABATO

DI UNA MANCIATA DI CIELO

Oh sì, lo han veduto,

o solo immaginato,

o visto solo in parte, di sghimbescio,

sfumato, sì, ma era quello,

era lui,

      ridotto a un puntolino

tra mille e mille altri puntolini

identici, era lui, ne son sicuri,

lo giurano, e faceva cenni e gesti,

era lui, sì, che si sbracciava

per dire: Sono qui, non mi vedete?

Ditelo che son qui, ci sono, esisto

ancora più di voi!

                              E lo giurava,

come sanno giurare i puntolini.

Sembravano formiche in un enorme,

grandioso formicaio, e tutti intenti

a fare cenni e gesti di saluto,

a urlare i loro nomi, a supplicare

di andare a raccontare che son vivi,

ch’esistono, ci sono, che stan bene

lì dove stanno, e a loro non importa

d’essere non più che dei ridicoli

buffissimi puntolini.

                                Sì, era quello,

quello che voi chiamate Paradiso,

vi basta di morire, solo quello,

un attimo, non più,

                           e sempre riesce,

per divenire poi dei puntolini

identici a noi,

                     è il Paradiso,

questo, che chiamate formicaio,

è qui l’eternità di cui si parla

a vanvera da vivi, e se vi pare

comica o grottesca, a noi, buffissimi

ridicoli puntolini,

qui, aggrappati

sull’orlo dell’Eterno, per noi è invece

un qualcosa che a voi sfugge alla logica,

l’attesa dell’Eterno.

                           Basta entrare,

e diventi pure tu un ridicolissimo

minuscolo puntolino dell’Eterno.

L’addio

Devo dare l’addio a qualchecosa,

ma non ho ben chiaro a che cosa.

Forse, e chi lo sa?, è un qualcosa

che non m’importa, o non ci faccio caso,

forse il passato (quel ch’è stato è stato),

non di certo il presente né il futuro.

L’ultima neve di questo inverno,

ci ha dato l’addio ch’era già marzo,

col calicanto in fiore. Oh, come anch’io

vorrei trovarmi in piena fioritura

come il calicanto a metà marzo

e dar l’addio ai petali al primo

vento di primavera! Ma purtroppo

non sono un calicanto, sono solo

un qualunque come voi Italo Bonassi

che ha da dare l’addio a un qualchecosa

ma non ha ben chiaro a quale cosa.

Sediamoci, amici, a meditare 

Sediamoci, amici, a meditare

sull’eternità, se esista o non esista,

e di che sia fatta, se di spirito

oppure di materia, se abbia spazio

come qui da noi, spazio e tempo,

passato, presente ed avvenire,

grande quel tanto che vi ci si perde.

Forse un giorno mi ci sentirò di casa,

quando vi andrò, e mi metterò seduto

s’una sedia anche lassù a meditare

s’un’altra eternità ancor più eterna.

Di una manciata di cielo 

Di una manciata di cielo non rimane

che il buio della sera dopo cena.

C’è una grande quantità di stelle

fuori della finestra, lassù, in cielo,

che pian pianino vanno illuminando

il buio di un silenzio nero pece.

C’è una mano che bussa alla mia porta,

l’apro: hanno lasciato una valigia

sullo stuoino, come a dirmi: E’ l’ora.

Ma non ho il biglietto per partire.

In principio ero io 

In principio ero io, io sono stato

io, tu, lui, voi, noi tutti,

tutto indistinto, voce, gesto,

palpito, afflato, pianto, riso,

io di me memoria, io certezza

ed incertezza, verità e menzogna.

Io nel deserto del mio cuore,

promiscuo di tempesta e cielo azzurro,

mero, fugace  anfratto

di sensi e di emozioni,

foiba di voluttà  e tormento,

io, fastidio di mosca e di zanzara,

io che non so perché si debba andare,

io che non ho più voce per pregare.

Il pensato 

L’essere, l’esistere, il vivere:

cèrcane un senso valido, un motivo

per sapere se fai parte della vita,

se sei caduco e fragile od eterno,

una rondine nel vento della gronda,

fantasia o sogno di un Dio che dorme.

E se fossi un pensiero nella mente

di un’Entità , un “coso” nel suo inconscio

che vive nello spazio di un ricordo,

un non so che d’immagine pensata

e che torna ogni tanto alla memoria

a vivere la sua vita di pensato?

Riemergere affiorando nella mente

di un Dio pensante, effimero e sospeso

nella precarietà di chi è un pensato,

come colui che affiora dalla nebbia

col suo volto, il suo nome e la sua storia,

e uscirsene poi con lui per un pertugio

per incarnarsi in un Italo Bonassi.

Muore col vestito buono 

Muore mentre gioca  a fare il morto

in un giorno che non ha mai vissuto,

perché glielo hanno detto, e le sua mani

stringono un fiore, ed è ormai già maggio,

l’aria profuma di uno svolìo di api

e di  sorrisi di corimbi in  fiore.

Muore così, col vestito buono,

quello della domenica,

perché non sia mai detto in cielo

ch’è un morto trasandato,

ed è lì in attesa della solita

domanda se sia pronto per l’Eterno.

Eppure ero là 

Eppure ero là,                                                  

tra i roveri tremolanti al tocco fresco e morbido

del vento,

rosseggiava sui muri la vite americana

con le api avide di sole nel mutevole scompiglio

della brezza.

Il fischio lungo e monotono di un merlo nel silenzio

di un radura minuscola di un prato..

Eppure ero là,

                    sono stato là,

e lei, mia madre, curva sui mirtilli

e i ramoscelli d’eriche e i lamponi,

coglieva nella macchia qua e là le bacche

dolci del sottobosco..

                              Scricchiavano i fuscelli

e gli aghi di pino e il muschio al calpestio

di un agile cerbiatto. E c’era lui,

mio padre, chinato sopra i rovi

carichi di more, e le coglieva

riempiendone un cestello.

                     Ero di là,

il mio corpo disteso sotto i pini,

tra campanule azzurre e rododendri

e un acre odore di un larice squarciato,

i rami secchi, stroncati, tra ceppaie

di larici morenti. Silenzioso,

io li guardavo salutarmi

 e scomparire

tra le macchie rosso acceso delle rose.

Oltre i larici, protesi all’infinito,

scomparivano in una sepoltura d’eriche

di rovi e rododendri in fioritura,

nel ruvido ronzio dei bombi, silenziosi

sparivano tra ombre aggrovigliate

di pini e ceppi marcescenti

Confuso, stupefatto,

                             li guardavo

di là dell’orizzonte del crepuscolo,

li guardavo sparire nella morte

come fa il vento, quando vien la sera

e tutto torna calmo e quieto e solo

i grilli hanno ancor voce e cantano

a una nebbia di luna

                             che va e viene.

La creazione 

C’ero pur’io, – eccome no! –  quel giorno

che Dio si svegliò e creò la luce.

Ero in disparte, dietro le sue spalle,

e, dalla posizione in cui sedevo,

vidi la luce accendersi al suo grido.

Poi, visto ch’era bella, si compiacque,

tanto che chiamò la luce “giorno,

mentre al buio dette a nome “notte”.

Venne la notte il buio, e poi il mattino

di lunedì,

             il primo della Storia, 

– è certo lo ricordo, poco o tanto

è per me, sì, come fosse ieri, –

così creò la terra, ed anche l’acqua,

e, soprattutto, già che c’era, il cielo.

Venne la notte, e poi venne il mattino

di martedì, e Dio creò l’asciutto,

ed all’asciutto

                      dette il nome “terra”,

ed al bagnato dette il nome “acqua”,

e vide ch’era bello e creò il verde,

e il verde chiamò erba, foglia, ortica,

e fu di nuovo notte e poi mattino,

– mercoledì, – e Dio creò le stelle,

e gli anni, e i giorni, e i secoli, e i millenni,

e vide ch’eran belli, e tornò notte,

e poi mattino – giovedì, suppongo, –

e Dio creò le bestie, ed eran belle,

e il giorno dopo, venerdì,

                                 anche l’Uomo.

Poi, sabato, rifinì il suo lavoro

– qua e là una modifica o un ritocco

per completare l’opera, – e fu notte,

e ancora poi mattino, una domenica

di sole, un suono di campane

a festeggiare il giorno del Signore.

Dio incominciò allora a riposare,

le mani in mano, a non far più niente,

comodo s’una nuvola.

                              Era stanco,

perché anche Dio, si sa, si può stancare.

Io, in silenzio, dentro la sua ombra,

lo contemplavo intanto alle sue spalle

nell’incanto di un giorno di domenica

mattina tutto sole. E, nel frattempo,

Adamo ed Eva mangiavano una mela.

IL SILENZIO DI DIO

Il silenzio di Dio  

Piano si sale il monte. Il vento

ora borbotta. Si tagliano i tornanti

in mistico silenzio. Piero in testa,

lento addipana i passi sulle balze

del ripido pendio. E forse

non crede più di farcela, e affonda

all’inguine le ginocchia dentro un mare

di romici ed ortiche. Poi riemerge

oltre il cotico erboso della malga,

si fa più sù, solleva il passo, sbuffa,

poi siede a fare sosta  a un capitello..

Lenti i rintocchi sù da Zuèl, e gravi,

di una campana. Un fischio. Colgo

come un  fruscio di rami appena smossi,

voci e sospiri. Non mi volgo.  Il Pelmo

svetta lassù, sul Passo, oltre Somforca.

Sosto con gli altri tra la menta in fiore

e il mistico profumo della dafne.

Vesce, soldanelle, fior di cucco.

Fermi, incantati, – attimi od ore,

non so, forse non ore. ma millenni –

fino a che, in inconscio, ci si smilza

le gambe e le ginocchia. Ci si cerca

le mani: sono in tasca,

forse le si è messe lì per caso,

o forse per tenerle più al sicuro.

Vento, quassù, e rospi e barbagianni,

e grolle e cavallette, e caldo – afa, –

more e ginepri. Pungono, ti strappano,

ti attaccano con bacche tutte spine.

È là, sulla forcella

della Puìna, all’ombra di un abete

che incontrerò mio padre.

( Vieni, mi aveva detto, non temere,

io ci sarò lassù tra i rododendri

che infiorano l’estate  alla Val d’Arcia.)

Siamo però vicini al cielo. E posso

discorrere assai meglio con gli Angeli

e con mio padre.  Chiedi di me agli Angeli. 

mi conoscono da anni

e san di noi che siamo  padre e figlio.

Non sai, si è vecchi amici,

mi aspettano, lo so, per presentarmi

a Dio. Vedrò  di non far tardi.

Ci sarà  una luce, un tuono, una vampata.

Poi, solo il silenzio, il grande

mistico silenzio di chi è Dio.

Ecco, chiudo gli occhi, e prego. E poi un tuono,

lungo, potente. Incomincia a piovere,

una pioggia ch’è un’acqua di battesimo.

So che ora muoio uomo e nasco Dio.

San Lorenzo  

Batte lenta e tranquilla sulla roccia

al cadenzato battere del tempo

lento e solenne, l’acqua,

    goccia a goccia,

della piccola polla che zampilla

gelida e silenziosa dalla cengia

nel buio ventre di una notte illune.

Dirti non so

      perché questo prodigio,

codesto buio tempo stuporoso,

dirti non so perché come un assillo

di stelle – mezzanotte ormai è vicina –

in questo mio arcipelago remoto

di cielo;

             San Lorenzo, di consueto,

illumina di sciami incandescenti

il chiosco del giardino qui a due passi,

un brulichio di passi, di risate,

qua e là dei tentativi di parole

di chi non c’è ormai più,

    ma che ha lasciato

voci appiccicose negli orecchi:

le senti che s’invischiano col gaio

stridulo sommesso ciangottio

del merlo insonnolito.

E intanto l’ora

batte lenta e solenne come goccia

al cadenzato battere dell’acqua

della piccola polla, che diroccia

lenta e tranquilla,

    fresca ed armoniosa

come le dita sopra una tastiera

che accendono di morbidi languori

la tranquilla impazienza dell’attesa.

Il grillo non lo sa perché canta

 

Il grillo non lo sa perché canta,

non n’è cosciente, e vive del suo canto,

ignora i fini per cui vive e canta:

indifferente.

     Vive alla giornata,

e non gli va di andare alla ricerca

di quello che non trova, né gl’importa,

– l’istinto trova ciò che non si cerca,

e, se lo trova, è un caso -.

Dunque il grillo

s’addentra nel mistero della vita

inconsciamente, e canta e s’accontenta

di vivere la sua vita onestamente.

Vive l’attimo, ma non lo sa, e canta,

e non si cruccia

                     perché il tempo vola,

non sa del tempo, vive, salta e canta,

e non lo sa neppure di cantare,

non sa di nulla. E forse n’è felice,

ma non lo sa neppure ch’è felice.

Io non ti conosco   

Io non ti conosco, ma ti scrivo

come se tu esistessi, e ti saluto

augurandoti di essere anche tu vivo,

e non importa dove e come e quando,

basta che tu ci sia e ci si incontri

al bar, a casa di amico o al parco

a crogiolarci s’una panca al sole.

E parleremmo e rideremmo insieme

come due vecchi amici d’avventura,

e scalderemmo le nostre ossa al sole

come tortore o cornacchie infreddolite

fino a sera, e il parco sarà vuoto

e il buio vestirà parole e foglie.

Poi, senza nulla dire e nulla fare,

ci guarderemmo in faccia e rideremmo,

io di qua e tu di là, invisibili,

come non esistessimo, ignoti.

IL DAFFARE

Ripetitività  @

Entro, e chiudo l’uscio con la chiave,

abbasso le serrande alle finestre,

giro l’interruttore e faccio luce.

Ogni volta  che rientro è sempre questo

chiudere, abbassare e fare luce.

Poi mi distendo e non penso a niente,

– come faccio ogni volta  che non penso, –

ma ad occhi aperti – inutile dormire,

tanta è la notte e poco il tempo. – E quanti,

quanti come me ripetono all’unisono

sempre le stesse cose, chiudon l’uscio,

abbassano le serrande, fanno luce

si distendono a letto e poi non pensano.

Quanti? Non so, milioni su milioni,

miliardi.  Pensa quante

le porte e le finestre chiuse,

quante le luci accese nelle stanze,

quanta la gente stesa sopra il letto

così, senza pensare, ad occhi aperti.

E nessuno che pensi a quanta gente

fa come lui, che apre e chiude l’uscio,

che abbassa le serrande e che fa luce,

la spegne e poi non pensa di  pensare

di distendersi sul letto e non pensare…

Il pane sul tavolo @

E chi mai saprà chi fu che prese

quel pane sul tavolo in tinello?

Venne da me e pareva avesse fame,

in sogno, notti fa, una creatura

mai prima vista in sogno né da sveglio.

Nel suo triste sorriso un’ombra, lieve,

di tenerezza.

                    Disse: Ho fame.

Il vento entrò da una finestra aperta,

m’alzai e andai a chiuderla. Il cielo

minacciava grandine e tempesta.

Un attimo, non più, e scomparve

come un pensiero fuori da un pensiero,

vaga entità fantastica da sogno.

Dicono che abbia la memoria corta,

ma non è vero:

                         da quel giorno lascio

qualche fetta di pane sopra il tavolo

prima di prender sonno. E stamattina,

alzandomi, il pane era sparito.

             Come un segno,

una sorta di messaggio di mio padre,

come a dirmi che là si sente vivo

come di qua. Il tempo e non lo spazio

è quello che separa questo lembo

di terra dall’Eterno. Padre,

se hai ancora un po’ di fame,

fa’ come in sogno, vieni,

lascio la porta aperta.

                                 C’è del pane…

La bella vita @

La salvia, la mentuccia e il rosmarino

fanno oramai già quasi primavera.

Questa è la bella vita,  la si vive

passo a passo come i  vagabondi

che camminano per vivere. Amici,

andiamocene camminando pure noi

tra sedani, basilichi e cipolle

in questa vita insulsa, però eterna,

Eterni noi, i broccoli e  le rape,

poi, se vi va, eterni anche i radicchi.

Quanto dista l’eternità @

Non ho mai misurato quanto dista

l’eternità dal corpo. Non è facile

il calcolo, mi sfugge

il senso di ciò ch’è la lontananza,

cedo alla sproporzione.

E la contemplo, là, così lontana,

confusa, irraggiungibile, estranea

come una stella che si accende e spegne

a cadenza di ritmo. Per fortuna

ho l’anima – mi dicono – da tramite

da qui all’eternità.  La mia garante.

Dormi @

Ancora ieri era pieno inverno,

e tu dormivi. E intanto nevicava

sui cipresseti, e c’era solo un gatto

e due passeri spauriti nella neve.

Ora, sul muro vanno le formiche

in fila, sotto il fuoco delle stelle,

e il gufo e i pipistrelli fanno festa

tra i cipresseti, ma tu dormi,

dormi, fratello mio, ed è già estate.

Dove volano le ombre @

Nell’ora della sera le campane

suonano l’Angelus e le ombre

si sdraiano in silenzio sulla strada

e sognano di non essere più ombre.

Formano un lungo scendiletto nero

su cui noi ci s’inginocchia devolti.

Viene il vento, soffia e le fa volare

e vanno via, senza meta, aeree,

in un’azzurra infinità di cielo.

C’è una danza di ombre vagabonde

e una luce impossibile a guardare,

sù  sù, oltre il palpito del vento,

dove volano cercando un po’ di sole.

Finis corporis@

Io non so dove inizi l’anima

e termini il corpo. Se mi addentro

oltre il mio limite corporeo,

sento una voce, dentro,

                                     che mi dice:

Entrami, ti attendo, sto qui dentro:

sono la via, la verità, la vita.

Mi affascina ascoltare quella voce,

voce di verità, di vita,

e piano piano mi entro con cautela,

come un ladro che cerca chissà cosa.

Scriveranno di me domani sui giornali:

Uno è scomparso

                              entrandosi nell’anima.

L’han cercato coi cani da valanga,

scandagliando qua e là tra le macerie

del suo povero corpo inanimato,

Dell’anima, nessuna traccia.

                                                Nulla.

Una vecchia vi depose sopra un fiore

come un atto dovuto,

                                  e una preghiera.

E’ tanto santo  @

E’ tanto santo, che anche le parole

e i pensieri profumano d’incenso,

e se prega, ha l’odore della cera

delle candele dell’altar maggiore.

Ha gli occhi del colore che ha il cielo

nel mese dedicato alla Madonna,

maggio strepitoso di colori

e d’armonie di luci. In un profumo

di mirra e di sandalo e fragranza

di mirto e di corbezzolo la morte

fu il suo capolavoro: un pezzettino

di cielo azzurro scese una domenica

mattina a un suono di campane

a festa, e lo azzurrò portandolo

lassù, dove non volano né rondini

né aerei, ma a volte

solo un po’ di angeli e qua e là un santo.

Il daffare  @

Ognuno ha il suo daffare, anche l’albero,

che ha il compito di alzare i rami al cielo,

e  anche l’acqua, che deve farsi bere,

l’erba e il ghiaino di farsi calpestare,

e il vento, nel suo assiduo andirivieni,

che ha il compito di correre e far aria,

oltre a quello di scuotere i lenzuoli:

ognuno, lo si sa, ha il suo daffare.

A ognuno il suo strazio e la sua gioia,

all’occhio la sua lacrima e il suo sguardo,

l’eco all’orecchio e alla parola il grido,

alla mano lo schiaffo e la carezza,

alla bocca il pianto e la risata.

E alla foglia il daffare di cadere,

e lo fa perché sa che deve farlo.

Padre e figlio @

Mi hanno sfiorato una mano.

Non so chi sia. Mi volto,

sento un sospiro in una gola,

l’alito di non so chi, e  forse è un ombra.

una paura, un desiderio,

forse è mio  padre, che mi ha inciso

una ferita nella carne, un qualcosa

di gioia e di dolore. Taccio.

Tace. Un duo di cui son parte

io, che mi sono padre e figlio.

Mia Terra maestosa

Istria, terra mia maestosa

Terra dei sogni, terra dalle stelle

spente, vorrei tu fossi qui

viva e materiale, senza tempo

né luogo, ignota  e solitaria

terra ora straniera,

cara e maledetta, amore e odio,

ridotta a camposanto di memorie,

deserto di corpi martoriati,

di fuoco di fanfare di fucili

sui cigli delle foibe, benedetta

patria di argille, fil di ferro e sangue

e vento e tuono di cannoni,

oh terra mia maestosa dalle albe

di vampa e miserabile

di tumuli di lapidi e  di croci,

vorrei tu fossi terra per ulivi

e vento d’api

a rubare il nettare ai trifogli,

terra di fil di ferro e spinacristi.

Ma non lo si sappia

10 febbraio, Giornata del Nazionale del Ricordo

Vorrei che fosse un sogno, mi dicesti,

ed io guardai laggiù, verso quei morti.

Noi si era sulla soglia dove il tempo

ristà, e le cose profumano di viole

con gli occhi dolci e tristi della morte.

Sulla terra di pruni e di susini

che tutta sa di sangue, distillava

a una luce di lampade il fiato

greve d’una notte senza stelle.

Pollini  ed acheni di taràssaco,

fragili balletti dove il vento

accarezzava i corpi martoriati

estratti dalla foiba. Terra e sangue,

terra benedetta e maledetta,

qui anche le stelle hanno perso l’oro,

Golgota senza croci e senza pianto.

Ma che nessuno parli, acqua in bocca,

i morti hanno il torto d’esser morti.

Gli hanno buttato una pietra sopra,

così hanno deciso, e non si sappia.

Ma non si accusi il boia, o ti denuncia.

Il colpevole

E’ il tempo, il tempo, ch’è colpevole

e ci dà contro? 

                       Abbiamo o no ragione

di credere che lui stia dalla parte

del torto  ad essere oltremodo

ligio al suo compito affidatogli

( da chi? c’è forse

                        un responsabile,

uno che lo regola e comanda ? ),

e, ligio quanto mai, come un papista

ancora più del papa, mette in conto,

segna, enumera, aggiunge, fa la somma

anno per anno

                        ( e non gli scappa uno,

uno che sia…), con scrupolo registra

tutto, proprio tutto, avvenimenti

e fatti, i più stupidi e banali,

sul libro delle entrate e delle uscite?

Ecco sì, è lui, e noi gli si dà torto,

vorremmo pedalasse qualche volta

( e come no ? ) più piano, e ci mettesse

un po’ di meno slancio nel suo sforzo

( dal suo punto di vista meritorio )

di correre, e giungesse

                                     fuori tempo

massimo, e l’ultima volata

non fosse che una lenta pedalata

da ultimo in classifica, all’indietr

Le vie dimenticate

Scendono le buie coltri

                                    della sera,

e il tuo passo silenzioso è in ritardo.

La febbre dei grilli è molto alta

di orto in orto, sino a fare alba.

Vado

         per le vie dimenticate,

levigate da un piccolo vento freddo

nel buio di un silenzio inadempiuto

tra muro e muro e vicoli deserti.

E già i pioppi

                cupidi di vento

annusano la nebbia e in lontananza

s’ode lo squillo garrulo di un gallo

come una cosa

                     lungamente attesa.

Sento i tuoi passi, amore, silenzioso,

una musica che incanta e strugge il cuore,

questa povera cosa senza attesa.

la via faceva un gomito e svoltava

in un vampo di verde di colline.

Si usciva,

             stupefatti redivivi,

nella luce domestica del mondo,

mentre un quieto frinire di cicale

si accendeva qua e là tra orti e muri.

Era il ritorno alla nostra estate.

 

Hanno suonato corni e trombe

Hanno suonato corni e trombe

angeli a cavallo.

Chissà se hanno suonato, od era un sogno,

o frutto di non so che fantasia

o desiderio.

                   O forse niente

di tutto questo, solo un’illusione

visibile allo sguardo e fatta carne.

C’era qualcuno, non so chi, e  cantava

con una voce rauca da requiem.

Ma che cantava? E perché?

                                     Il tempo,

come un’ondata di risacca,

portava via con sé suoni e canti,

come pensieri in fuga in un ricordo.

trombe e corni usciti da un letargo

di anni non mai raggiunti,

come un crepitio

                         di non-ricordi

che pian piano si perde per la strada

a confondersi e disunirsi in mille echi.

Memoria o non-memoria?

                                       Od un presagio

di un qualcosa che torna

                                     al suo principio

Caso mai

Torno qualche volta

                               di soppiatto

dalle tue parti e cerco e chiedo

di te, farfuglio biascicando

il tuo nome, nel caso ci sia uno

in  grado di rispondermi e di dirmi

che fai e come vivi,

                               e caso mai

qualcuno sappia darmi tue notizie

e dirmi che stai bene, sei sposata,

un figlio ragioniere ed il marito

geometra al Catasto, me ne andrei

orgoglioso di me, che t’ho lasciata.

Poesia per non morire

La lingua ufficiale in Paradiso   @

Ma di noi che sarà? In apparenza,

direi che nel giorno che ci attende

al varco, si è dei naufraghi sbarcati

in un porto sicuro, meraviglia

di un futuro impensato, sorprendente,

come qui da noi, anima e corpo,

perfettamente uguali a noi da vivi.

E immagino, e spero che si avveri,

tutti di là a parlare un solo idioma:

quello con cui parlano tra loro

gli Angeli, sarà lassù la nostra lingua

ufficiale parlata in Paradiso

tra loro, noi  e Dio. Ma allora, dimmi,

in che lingua si parla giù, in inferno?

Noi si ha bisogno d’esser uomini        @

Oltrepassare qual che sia ogni limite

e ogni direzione, e immaginare

che l’uno e l’altra siano oltrepassabili

infinitamente, un universo

chiuso in noi, infinito, senza spazio

né limiti di tempo. Se poi, giunti

agli estremi del tempo e dello spazio,

noi si potesse tendere una mano

fuori, di là, ce li avrà la mano,

una volta ch’è fuori, dimmi, avrà

ancora un corpo, uno spazio e un tempo?

Spingersi al di là di ogni limite

di tempo e di spazio, spavaldamente

andare al di là del conoscibile,

là dove ci può stare solo Dio,

o un chi per Lui, dimenticare

che siamo solo uomini, ossia il Nulla,

e non Dio, che dicono che sia il Tutto.

Noi si ha bisogno d’esser uomini,

mentre Dio lo ha d’esser Dio,

e il limite che si cerca lo si è noi

medesimi, si è noi, la nostra casa,

le nostre cose utili ed inutili,

il nostro piccolo spazio quotidiano

in cui noi ci si muove. Il nostro compito

è quello di esser uomini, tocca a Dio

quello assai più arduo d’esser Dio.

E il grillo s’accontenti d’esser grillo,

beato lui, e non lo sfiori

mai e poi mai l’idea ch’è un elefante.

Scarpe    @

Avete fatto tanta strade, scarpe,

scarpe, strade all’infinito,

al sole, con la pioggia e con la neve,

per viottoli e stradelle e capezzagne,

strade alberate, vicoli, sentieri,

chilometri sul discrimine del tempo

passo per passo, in corsa o lentamente

in mille e mille direzioni

in libertà di meta e di vento.

Scarpe che ve ne andate e mi portate

verso chissà quale orizzonte,

vado col batticuore  di una volta

nella fierezza di chi sa camminare

mentre il vento nel suo lieve fluire

pian piano mi sospinge e m’accompagna

Ho varcato non so quante avventure

con voi, che mi fate camminare,

son passato di là dove la rondine

non vola, su rocce di strapiombo

a tu per tu col sole, scarpinando

con voi, dove il fiteuma

s’insinua tra gli anfratti e l’aria è fredda,

e la grolla a vedetta a volo rado

s’aggira sui dirupi e ci sorveglia.

Scarpe, camminate, camminate,

mentre il cielo si fa buio ed ogni eco

dorme nel sonno delle rose,

camminate, camminate, camminate.

Amo le cose che non sono

Non amo che le cose che non sono

e che non possono esistere, son cose

che vivono la loro inesistenza

tranquillamente, e noi non le vediamo,

esistono pazienti in muta attesa

d’esistere pure loro.

                              E intanto stanno

placide e invisibili tra noi,

senza dirci né chiederci mai nulla,

col semplice stupore delle cose

che sanno di inesistere,

                                 e sorridono

coi sorrisi invisibili delle cose

che tentano di dirci qualche cosa,

chissà, che pure noi non esistiamo,

forse, né più né meno come loro,

cose pure noi, sì, inesistenti.

Un bicchiere d’acqua e un po’ di pane    @

Suonano al campanello. Guardo

dallo spiraglio-spia

                              sul giroscale.

Bene: non c’è nessuno, càpita,

forse, chissà, ho sentito male.

Suonano di nuovo,

                           due o tre volte,

di seguito, controllo allo spioncino

del piccolo forellino se di fuori

per caso ci sia uno.

                             Non un’ombra,

chiamo al citofono, richiamo:

inutile, nessuno,

               solo voci

di bimbi che giocano in cortile.

Un dopopranzo quieto e lucido

di sole, così serena l’ora

di questo pomeriggio

                                di domenica,

tiepido, che fa venir la voglia

di un mese più piacevole, che porti

dopo le prime piogge marzoline

un anticipo di primule e di viole,

un giorno fuggevole e tranquillo

col brusco disincanto

                  di un intruso…

Apro l’uscio, e guardo sulle scale:

c’è un tizio un po’ malmesso,

                                       ha il volto triste,

forse un poco stanco ed impaurito,

mi chiede scusa, dice che si è perso,

chiede un bicchiere d’acqua

                                         e un po’ di pane.

Si arriva quasi sempre a quest’ora,

mi fa’ come a scusarsi.
                                 Ho camminato

di sogno in sogno, da una notte all’altra,

vengo da un nonsodove, dal  lontano

meraviglioso angolo

                               di un sogno,

e il mio paese è un mare di mimose

con l’amaro profumo dei corbezzoli,

e una luce di luna immacolata,

un’aria ferma, calma,

                  senza vento.

Gli tremano le labbra, ma non osa,

resta sulla soglia, e lo comprendo,

lui ch’è un sogno sognato forse ha sonno,

chiede un letto o qualcosa per sdraiarsi,

per chiudere gli occhi e ritornare

di là, da dove viene.

                 Dentro un sogno.

È l’ora del riposo meridiano,

e gli dico:

          Accompagnami, fratello.

Mi segue fino in camera, mi sdraio,

e pure lui

         mi si sdraia accanto

e si termina l’avventura di una siesta

quieta di una domenica dormendo.

Dormo, e mentre dormo,

                     lui ch’è un sogno,

piano, tranquillo, m’entra nel silenzio

del sonno meridiano.

                   E lo rivedo,

dentro di me, sul buio giroscale,

mi chiede un bicchier d’acqua

                          e un po’ di pane.

Il sospetto    @

Mi sento ossessionato da un sospetto

terribile, ossia che sono morto;

morto, sì, però non mi sono accorto,

di solito te lo vengono a annunciare,

ti portano, non so, un certificato

magari provvisorio, in cui  è accertato

l’epilogo del fattaccio. E tu, a gridare                                

che l’altro ieri eri ancora vivo,

 ne hai ancor vivido il ricordo, c’era Anna,

lo giuro, che morissi,  c’era Anna .

Dici:È mai possibile ignorare

 uno stato anagrafico importante

a norma della legge, ossia la data

non della tua nascita ( la esumi,

come ben sai, in qualsiasi documento ),

ma della morte? E poi, se te la chiedono,

che cosa gli rispondi? Quale prova

a sostegno per dirgli che sei morto?

Bene. Vado all’Ufficio dell’Anagrafe,

faccio la coda ( è un rito ) allo sportello,

e gli fornisco i miei dati personali,

nome, cognome, celibe o sposato,

e infine le due date: della prima,

stato di cittadinanza,  professione,

nulla da discutere, per l’altra

occorre sottoscrivere di pugno,

di fronte a un testimone, che sei morto.

Giorno, mese ed anno, e poi la firma,

il visto, il contro visto e un’altra firma.

Ed eccoti così il certificato

valido per cinque anni. E sei morto

ipso facto, ai termini di legge.

 Come ringraziamento un de profundis

o un Dominus vobiscum. Fate vobis.

 

 

 

Piero l’immaginato

Pensami qualche volta    @

Pensami qualche volta, se ne hai voglia:

parole, gesti, sguardi, cenni, mani

che tremano carezzevoli in silenzio,

quasi timide, spaurite, altre mani,

ed un sole negli occhi che abbarbaglia

ed un vento che mette ali e canta.

Devo dirti di nuovo: Pensami,

pensa a una pensilina, a una rotaia,

a un treno, a un finestrino con un volto

e una mano che timida saluta,

al tempo che gira alla meridiana,

a ciò che ho detto e a ciò che non hai detto,

a te che te ne vai e a me che resto.

Basta chiudere gli occhi e non pensare,

buttare via i miei versi senza leggerli.

Pensami se vuoi, oppure gettami

come una cartastraccia nel pattume.

Gli Angeli cantano lassù in cielo   @

Con te e non con altri, Dio, io parlo

in questa fresca e quieta sera estiva,

ed ogni erba, ogni fronda freme e tace,

e anche il vento è calmo e spira adagio,

tutto un silenzio, un non so che di pace,

s’ode solo un lento ronzio di mosca,

lieve, pacioso, il tanto che non spiace

al buio della sera. E allora s’ode

gli Angeli lassù cantare

la gloria del Signore. Ma anche il vento,

l’erba, le fronde ed il ronzio di mosca

cantano pur’essi un inno al Creatore,

anche se non sanno a chi. Ma intanto cantano.

Piero l’immaginato  @

Niente si sa, fa’ Piero, perché il Vero,

invece di saperlo, lo s’immagina,

e Piero non è certo d’esser Piero,

ma immagina di esserlo.  E questo

suo umile tentativo di sembrare

gli riesce assai più facile e spontaneo

che essere davvero   un vero Piero.

Facile l’irrealtà dell’apparente,

meno facile esserlo per davvero.

eppure sì

…eppure sì su questo,

                                        ma non sempre,

o forse sempre no, ma, chissà, quasi,

quindi, comunque,

                              per la qual cosa,

diciamolo, ma sì, non totalmente

(oh, quello no), sdraiato in ogni caso,

no, ma ritto,

                         in piedi, verticale,

ma neanche orizzontale, ventre a terra,

né giù di schiena,

                             o, mal che vada,

in piedi, obliqui, di sghimbescio,

a quarantacinque sù per giù di gradi

d’angolo, in una certa posizione

vertico-orizzontale,

                                e nel contempo

sperando in  un miracolo evangelico

che eviti non so che barcollamento

che provochi la caduta,   rimanendo

alquanto sbilanciato e resistendo

da indomito partigiano, con tenacia

e rischio del pericolo.

                                  Eh sì, su questo

(dicevo, sì) su questo, al giorno d’oggi

è d’uopo non transigere e restare,

è logico, né ritti né sdraiati,

ma tutti e due in contempo,  in  un’eroico

dondolo tra terra e cielo, equilibrandosi

quel tanto che si può, quindi aspettare

un giusto battimani

                                  e una medaglia

d’oro al valore partigiano.

Resistere, resistere, resistere,

                                          e poi il tonfo

veterofascista…E tutti al bar,

con un’indomita incursione antifascista,

a bersi una spremuta

                                 di pompelmo.

(3 giugno 2020 fine della resistenza partigiana anticorona)

Cerca di esistere    @

Stavo seduto in mezzo a un’assemblea

di folaghe e gabbiani s’una sedia,

l’unica sedia a picco sopra il mare.

E la sentivo, quanto m’importasse

starvici seduto e da lì guardare

l’invisibile irrealtà dell’Inesistere.

Anna, ti scrivo da questo posto,

qui non passano macchine né treni,

ma uccelli, tanti, folaghe e gabbiani,

ogni tanto qualche angelo di fretta,

forse è in ritardo,  tutto un batter d’ali

di stridi e di gorgheggi, e se ne vanno

in nessuna direzione, qua e là a caso,

sentono la necessità di volare.

Sto qui a picco sopra il mare

con la paura di tornare al Nulla,

oltre la vista, sopra un orizzonte

tremulo di una lunga linea azzurra,

dove il Tuttonulla ha voce e canto

come il vento che grida forte e tace.

Qui si leva e cala il sole

e il mio respiro è un grido di aiuto,

e cerco la parola ma non trovo

che quella che non dico quando taccio.

Sono seduto qui, su questa sedia,

come un Prometeo incatenato

nel carcere del suo corpo, vorrei alzarmi

e correre. Vorrei potere vivere.

Anna, cerca anche tu come me  di esistere.

Un attimo d’attesa  @

Finestre chiuse di case poverelle,

con contrasti di panni stessi al sole

ad asciugare. Due o tre galline

becchettano due o tre vermetti nell’aia.

Un attimo, soltanto, e appare Anna

in un rogo canoro di cicale,

leggera, leggerissima, s’invola

cantando dietro la legnaia. Anna,

è sempre lei che fa la differenza,

qualunque sia il tempo, anche di notte.

Un attimo d’attesa, ed un germoglio

di rosa s’apre. Bella ma fugace.