Informazioni su Italo Bonassi

Scrittore, poeta, saggista, giornalista pubblicista, Presidente del Gruppo Poesia 83 di Rovereto (TN).

La donna di Marco

I CICLISTI

Vanno nel mese di settembre,
a boccoli d’ovatta, dallo Stivo
giù giù verso Verona le purissime
nuvole che portano il bel tempo,
paiono panni messi ad asciugare
dagli angeli sù in cielo.
Ed anche noi
andiamo pedalando in bicicletta
lungo la via ciclabile dell’Adige.
È senz’altro una giornata memorabile
di fine estate, e andiamo pedalando,
amici di una volta ritrovati,
e solo Dio lo sa,
son tanti gli anni
che s’era perso il filo del discorso
spezzato chissà quando e chissà come.
E ora si va tranquilli pedalando
in pace ed amicizia coi ricordi
che pesano sulle spalle, ed ogni tanto
una sorsata di acqua alla borraccia
a spegnere la sete e la memoria.
Si chiacchiera pedalando – siamo in tanti,
ci stanno quelli vivi e i non più vivi -,
tutti ci stanno,
è il tempo ritornato,
di un vecchio catecùmeno, è sembrato
uno di quei discorsi che si fanno
a tavola, finito il funerale,
c’è chi ti parla mentre, pedalando,
si appoggia con la mano a una tua spalla,
e fianco a fianco i nostri volti accosti
paiono volti d’angeli un po’ stanchi.
Lunga e piana è la rosta, e, pedalando,
c’è chi tenta la fuga ed inarcandosi
a un tratto sulla sella, dà di forza
la spinta sui pedali, e ci distanzia,
scompare ad una curva.
E c’è chi stenta,
lo vedi che barcolla, ed è sudato
ma lieto di sudare, e resta indietro,
se volgi appena il capo per guardarlo
lo vedi che man mano va più piano,
gli cedono le gambe sui pedali,
ansima e scompare ad una curva.
Ora siamo ora in pochi, e si era in tanti,
e andiamo pedalando ma più piano,
è lunga la ciclabile ed il sole
è alto, è ancora presto, e pedalando
si chiacchiera col vento che da tergo
ci spinge e ci sospinge. siamo in pochi,
pochi ma buoni. Angeli in ritardo.

La donna di Marco
una prostituta che per anni si offriva lungo la strada tra Rovereto e Marco

Lungo la via che porta a Marco
c’è da anni una donna grassa
che non lesina di certo amore
alla gente che passa,
siede nella sua seicento e sorride
come una matrona,
una minigonna
come sottana
e in grembo un girasole.
La gente dice: È una puttana.
Sta come un’orchidea
sfatta nella pinguedine
di una corolla rosa,
e fra tanto vento e tanto sole
sorride come una bambola
di porcellana. Forse
mi sta in una mano
il suo piccolo cuore di fragola.
Ma lei, anche s’è grassa,
non vuole, dice di no,
fa da allodola col sole.
Sorride e fa di sì alla gente che passa.

SPLEEN

Tu mi parli delle voci dei morti
e mi passa da presso mentre ascolto
come un vento scordato di memorie;
ne tremo, quasi avessi udito i passi
di qualcuno che va con me per strada.
Ti ascolto, sì, son tutt’orecchi. Parli
di fantasmi che vivono con noi,
come se li vedessi. Vedi, dici,
il sole quando affonda sprofondando
nei silenzi del cielo, a poco a poco
muore, e il vento lo accompagna,
corre di là dagli alberi e le case.
Dove s’attarda ancora un po’ di luce,
un’ombra s’alza e parla con le ombre
d’una felicità che non è mia,
e la sua voce è quella che confonde
il vento e muove a carezzar le foglie.
Tu non sai se stanotte ultimo viene
il mio pianto di spettro. Sei venuto,
tempo in cui tutto tace, come un’ombra
l’ora langue per strada, e il vento fa
di me uno sbandierare di memorie.

Annunci

Un Dio di carne

L’ULTIMA CURVA

Un giorno si parlò di noi a lungo
nella tranquilla alacrità del tempo
che ingialliva i cipressi foglia a foglia,
si fecero discorsi su discorsi
chiacchierando di noi,
del prima e dopo,
del tempo che si segue a malavoglia.
Era il tempo d’estate, e s’inclinava
il capo come fanno i girasoli
per prendere più luce, e si rideva
un po’ per incoscienza e un po’ per noia.
La vita ,
uno scherzo malandrino,
e noi, giovani avventati, si viveva
senza dar peso al caso né al destino,
così come veniva, il cuore libero
da inutili patemi, non conforme
al tempo né alla moda,
stupidi ma felici.
E chi parlava
di noi, oggi non parla più, ma dorme
e vede noi nel sonno, noi ancor desti
anche s’è tarda ora, e chiacchieriamo
di lui ch’ era là.
E nel conteggio,
uno per uno d’anni e di memorie,
al millesimo, esatto, come d’uopo,
si mette nel pareggio
il prima e il dopo,
l’avuto e il non avuto, il meglio e il peggio.
E c’è ancora chi a sera, dopo cena,
sceso in istrada, col motore acceso,
indugia a salutare e poi sgommando
infila a tutto gas l’ultima curva,
e pare che lo inseguano in silenzio
le voci degli amici
fermi al palo.

I SOGNI NON HANNO UN NOME

Quando il sonno mi prende e m’addormento,
vedo solo ciò che sta nei sogni,
e mi pare sian cose vere, vive,
e non mi rendo conto che son solo
cose irreali, impossibili non vere,
e anche tu, amore mio, sei un sogno.

Com’è strana la vita dei sognati:
una stanza che non sai se buio o luce,
tutto sa di miracolo ed è assurdo,
una vaghezza di sentirsi un altro,
fuori del tempo, fuori di ogni cosa,
e una pace che sa di paradiso,
in cui il presente si mescola al passato
in un’unica essenza. E anche tu vivi,
sì, lo sento che vivi, però eterea,
tutta azzurra in un mondo tutto azzurro
come un cielo di un limpido mattino.
Faccio il tuo nome, e lo ripeto, piano,
sennò mi sveglio: lo scandisco appena,
sillaba per sillaba, il tuo nome.

Poi, mi risveglio, ma non so chi eri,
non ricordo neppure più il tuo nome;
i sogni non han nome, sono sogni,
e forse tu ed io non siam che sogni.

IL CORAGGIO DI GRIDARE

Non restano che le cose che amo
e i nomi che noi gli abbiamo dato
da sempre:
la pentola, il bicchiere,
la scatola delle scarpe e le scarpe,
la corda su cui stendi ad asciugare
la biancheria sul balcone al sole,
resta il muro e il chiodo
che non tiene
più il quadro, perché il buco s’è allargato,
resta il buco, il dado e il controdado,
la vite, il martello e le tenaglie,
e il vaso senza rose.
Ecco, resta
il tavolo e il centrino con sù il vaso,
ma mancano le rose,
e manca il Tempo,
quello ch’è andato e quello da arrivare,
c’è solo quello
– poco, sì, un po’ poco –
d’ora, il Presente, il Tempo d’orologio,
ne vedi le lancette sul quadrante
che corrono implacabili ruotando
a giro pieno attimo su attimo,
ne senti il cadenzato suo ritmare
che pare dica:
Affrèttati, ch’è tardi…
Non resta più che mettersi a aspettare,
come ai miei tempi, sulla pensilina,
e perdere l’autobus o il treno
nell’ora dell’attesa non segnata
da orari né orologi,
resta questo
mio coccio d’anima immortale
che ho avuto non per merito,
ma a caso.
Ma tutto ciò che resta è transitorio,
l’altro, il mancante,
il mazzo con le rose,
il tempo del passato e del futuro,
ciò che non c’è più e ciò che non è stato,
l’autobus e il treno e l’ora non segnata,
resta e resterà, per sempre, eterno.
Ma forse, chi lo sa, quest’illusorio
mondo di cose resta a cadenzare
il tempo del futuro,
resta l’anima
con tutto ciò che ha dentro, il transitorio,
il meno transitorio e l’immortale,
il resto da gettare, col coraggio
di rompere il silenzio
e di gridare.

UN VESTITO APPESO A UN CHIODO

E ancora un sordo tuono
di un ultimo temporale:
ne porta l’eco il vento. Lontano
fresco vento d’autunno
con una levità di foglie morte.
Dici: Sbattono le imposte…
È l’onda lunga del vento
che corre sulla ghiaia e tra i cipressi
nella fiammata di un occaso d’oro.
Cerco le radici del dolore
nel midollo di un albero squarciato,
nel tormento di chi è dimenticato
come un vecchio vestito appeso a un chiodo.

UN DIO DI CARNE

Il mio volto scolpito dalla furia
e levità di un dio che mi modella
a suo uso e consumo, è forse il volto
tragico e ridicolo di un uomo
che porta in sé le stigmate di un dio
effimero e immortale, un dio di carne,
un dio felicità e disperazione.

Mi guardo come fossi una mia immagine
assorta di un non so quale fantasma,
un effimero spettacolo di luce,
ed io, fermo in disparte, dentro l’ombra,
solo e triste, lontano, quasi assente,
chiuso in un angolo, a guardarmi,
e a dirmi: Sono io, ma non ci credo…

UN APPANNAGGIO PER L’ETERNO

Una mano che saluta, una persiana
spalancata e il volto di una donna
che mi sorride. Ma chi sa se gli anni
siano quelli che sono, o più di mille.

Pago dei miei versi in cui rivivo
sognando inquieto ogni vago sentore
di gioia e di dolore, inseparabili
amici che accompagnano il cammino
di chi come me si offre come preda
al tempo che ci incalza e non dà pace,
vivo il mio effimero giro d’orologio
come un appannaggio per l’eterno.
Perché so che vivo anche dopo morto.

Aggiornamento alla Divina Commedia

LA DIACQUA COMMEDIA
aggiornamento alla Divina Commedia

CANTO I
PARADISO
NE LO HALL DE LO PARADISO

I’ non mi nomo Dante, e scrivo ‘l vero:
li nostri due eroi, che per turismo
avèan già visitato i mali lochi
dove Dante non andòe né la Beatrice,
giunser, per non salsi che ipnotismo
e sanza aeroplan, – ch’altro non lice,-
dove non vi stan purghe né fochi,
ma sol amor, amor pio e sincero,
e anco chi piagne ride et è felice.

Canuta Pera, Skizz ed Adriana
vennero a caval de ‘na nube lieve,
l’una, leggera, in blusa di lana,
– tal che parèa un cuscin di neve
soffice qual nube, – e l’altri due, pesanti,
di qua e di là, a carponi e titubanti
immersi fino al cul et ai ginocchi,
movèan piedi e man come i ranocchi.

Scesero adunque, e lì v’era un portone,
largo, di fior di cucco e mortadelle,
pien di firme e di date di persone
venute lì per visita ai parenti,
e fra le tante firme v’eran quelle
di Foscolo, di Ariosto e di altre genti
famose, come quella di Bonassi,
sì noto che ‘l conoscon anco i sassi.
Ma non v’eran firma e data di Dante,
quindi, eziandio, perciò era una fola
quel che di Dante noi si studia a scola.
Càpera tosto estrasse un temperino,
e scrisse il suo nome in greco et in latino.

Disse la Donna: “Esto è lo Paradiso,
per qui si va ne la Città gaudente,
per qui si va tra la beata gente,
abbiate ogni speranza, voi ch’entrate!”
Este parole di colore chiaro
disse Adriana ai piè di quella porta,
e Punza a lei, come persona accorta:
“Quinci è mestier entrar sanza sospetto
dove dimoran le anime beate..”

“ Ora quinci siam dove Dante ha detto
d’aver veduto cose strepitose,
ma sanza manco esser quinci stato,
con la Beatrice che gli fea da scorta:
fue vate mentitor matricolato
che non possette ‘l ben de lo intelletto.”

Poscia la donna, un dito, gaia in viso,
struccòe sul campanel e attese un mese
(li minuti duran mesi in Paradiso),
un mese, dico, fur là sù per niente,
o forse venne manco la corrente
a causa d’un contatto, e finalmente
l’uscio aprissi e uscìnne il portinaro,
usciere, maggiordomo e calzolaro,

Ma per entrar ci voller nove mesi
d’eternità, però furo ben spesi,
tanto gentil l’àere che corrèa,
tal da far venir la gonorrea,
e la gente, contenta, se ‘n godèa.
E come che la porta a lor si schiuse,
un flash uscìnne con tremila volt:
era ‘na spia che impiantàr le Muse,
et un guerrier, con in man ‘na Colt,
chiuse il porton, e tosto i chiavistelli
giràro ne la toppa con strimpelli.

Sì come un riflettor, ove lo sguardo,
fissando, deve cedere ad oltranza,
perché di più guardar è sommo azzardo,
cotal di tanta luce a la possanza
l’occhi dei tre abbagliati si chinàro,
tal qual su le ciabatte il ciabattaro.

O somma luce, che tanto ti levi
sui concetti mortali, a la mia mente
deh, mena un po’ di quel che tu parevi,
ché appena a lor la porta fue a le spalle,
tre angioli arrivàro su cavalle:
eran seduti, e le cavalle a piedi.

Poscia fue buio pesto (a la genovese),
e di botto s’alzòe un gran romore,
tal che fèa pensar a un trimotore,
come ‘n romor di robe di ferraglia,
con scariche di foco di mitraglia,
e poscia li percosse un gran fulgore
di luce lieve e tenera, cortese,
e tosto tornòe il chiaro, e quel che segue
dopo diròllo, ché or chieggo tregue.

Aggiornamento alla Divina Commedia

LA DIACQUA COMMEDIA
aggiornamento alla Divina Commedia

PURGATORIO
CANTO V
Gli inventori folli di cose ancor più folli di loro

Or siamo a l’altro colle, e la mia rima
convien che scorra su lo stesso metro
di quel de l’Alighier, ché esto colle
è loco d’inventori sanza stima,
folli, dal cervel lubrico e tetro,
sanza saver di far cosa folle,
altrimenti andrìan dritti in lo Inferno.

Come salìro in cima con gran pena,
sentìssi un freddo come fusse inverno,
e tutto paréa un solo manicomio,
con spirti sanza testa o sanza schiena
che andavan ‘vante e indietro, un pandemonio
di zighi, pianti e battere di mani
e dar di pugni e calci. Un, sanza testa,
passò lì appresso e fè dei gesti strani,
come a dir: “Te ‘n priego, deh, t’arresta!”

V’era chi corrèa sanza aver li piedi,
e altri rincorrèan le loro gambe
che fuggìan più ratte innanzi a loro,
altri ancor facèan cose strambe,
la testa stretta in man, e, sanza mano,
uno dicèa, ma sanza bocca: “Piano!
Fate men casin!” e, con decoro,
tenèa la bocca in man, e dicèa cose
ch’è meglio qui tacer, tanto furiose.

In mezzo a esta gente trafelata,
vennero ordunque i nostri tre turisti,
li occhi a quel veder eran sì tristi,
come chi non ha più la marmellata
per ispalmar sul pan col caffelatte,
e subito, piagnendo, delle teste
ch’eran lì appo a terra, li chiamaro
pregandole di rimetterle sui colli,
dond’erano cadute. Francobolli
sanza gomma appiccicar non si puote,
né far andar un’auto sanza ruote.

Lo duca, Skizz, e, appo a lor, Capèra,
tiravan dritti in tutto quel baccano,
tal come avvien là suso che in corriera
si avanza a stento, a gran pena, piano,
non dico poi nel tram, ch’è cosa abietta,
o come chi pedala in bicicletta
tra mille e più ciclisti. Tanta gente
era lì insomma intenta a non far niente,
che ci sarìa voluto un salvagente,
tante teste, tante braccia, tante gambe,
a far sanza i loro corpi cose strambe.

Uno di lor piombò con fare altero
con un monopattino sanza ruote,
et ei sanza le gambe: “Non si puòte
quinci venir” strillò “col corpo intero,
quivi è mestier venir sanza la testa
o sanza naso, orecchi, ciccio o bocca!”
Càpera lo guatò con aria mesta
e dìssegli: ”Messèr, no’ ‘l sai, ci tocca
quivi venir a visitar la gente
del mondo morto. Or t’acquieta!” Niente
di più d’un ghigno l’altro allor emise,
mìsesi sul col la testa, e poi sorrise.

“I’ fui là sul mondo pazzo o scemo,”
dìssegli poi, “che la forca ho inventato,
ma per tagliar salami e mortadelle,
e tu non sai che or un boia io temo
che vegna, e seco lui un diavolaccio,
per istaccar la testa ch’aggio al collo
( e sì dicendo la indicò col braccio,
lo qual gli penzolava giù a tracollo ),
sì come i’ fussi un tacchin o un pollo.”

Il grande Rammomeratore

LA VIRGOLA E IL PUNTO E VIRGOLA
( da QUADERNI, marzo 2010)

Aldo Gabrielli, uno tra i più illustri linguisti italiani, ha scritto: “Vive tenace nelle scuole una regola fantasma, che non esiste: che prima della congiunzione “e” non si deve mai mettere la virgola. Regola fasulla e ostinata che non si sa come e perché sia nata.”
La virgola, il punto e virgola, il punto e tutti gli altri segni d’interpunzione hanno una funzione essenzialmente stilistica, e il loro uso non può essere regolato che molto genericamente dalla grammatica. Sono un po’ come le pause musicali: metti, togli, sposti una pausa, e la musica cambia.
Ad esempio si può scrivere: “Marta è una donna giovane e bella”, ma anche, volendo sottolineare con una breve pausa la seconda qualità, la bellezza:
“Marta è una donna giovane, e bella” ( come a dire: “e anche bella” ).
Quando dunque si mette la virgola prima della “e”? Il Gabrielli ce lo spiega: in tutti quei casi in cui si voglia, con la virgola, dare risalto a un particolare elemento del periodo, anche se è già preceduto dalla “e”.
Ha scritto il Foscolo: Si spandea lungo nei campi / di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti, / scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, / e piano, ed inni, e delle Parche il canto. ( I Sepolcri )
Qui abbiamo degli esempi lampanti: le prime due “e” senza virgola ( perché il periodo deve correre via sciolto ) mentre le ultime tre “e” sono precedute dalla virgola, che spezza il periodo in tre pause solenni, rotte come singhiozzi.
Ma non solo le virgole possono precedere la congiunzione “e”; tutti i segni di interpunzione possono precederla, perfino il punto fermo.
Ivi Cassandra…./ venne; e all’ombra cantò carme amoroso, / e guidava i nepoti, e l’amoroso / apprendea lamento a’ giovinetti. / E dicea sospirando: Oh, se mai d’Argo… ( I Sepolcri )
Un segno di interpunzione caduto ingiustamente un po’ in crisi è il punto e virgola. Nato, a quanto pare, in Italia, e solo verso il 1400, ha conosciuto secoli di gloria. La sua esistenza poggia nella necessità di dare al discorso un attimo in più di pausa di quella che ci può dare una semplice virgola, come un tirare il fiato un po’ più a lungo, ma non tanto lungo da giustificare il punto.
“Posò il libro senza chiuderlo; si alzò, tirò giù la sacca e dall’astuccio un sigaretta; appoggiò sigaretta astuccio e scatola sul libro aperto.”
Peccato che buona parte di coloro che scrivono poesie non usino ormai più questo piccolo prezioso amico, rimasto quasi un’esclusiva negli scritti dei grandi. Sì, anche un punto e virgola può fare la differenza. Se si dice che per un punto Martin perse la cappa, che avrebbe perso per un punto e virgola?

IL GRANDE RAMMEMORATORE
( da QUADERNI del Gruppo Poesia 83, marzo 2010)

Dio, scrive il filosofo teologo Robert Späman, è il grande rammemoratore. Vale a dire Colui che, in quanto eterno, tiene insieme il filo dei ricordi e delle esistenze di tutto il creato, dalla creazione al giorno d’oggi. Una definizione che sarebbe piaciuta a molti poeti e scrittori, principalmente a Luis Borges, il grande poeta cieco.
Il passato, dice Späman, è tutto fatto di ricordi, e anche il nostro futuro, una volta diventato passato, sarà fatto di ricordi. I ricordi sono tutto quello che ci rimane, si possono diradare ma non distruggere, perché ( lo scriveva anche Shakespeare ), ciò che è stato fatto non può essere annullato. Ma quando l’umanità si sarà estinta, dice Späman, quando l’ultimo uomo che possa ricordare il passato sarà morto, cosa succederà?
Non saremo mai esistiti, appunto perché nessuno lo farà ricordare agli altri? Ovviamente no, non possiamo pensare, noialtri esseri umani qualsiasi, noi che stamattina ci siamo bevuti il nostro caffè o che stiamo leggendo il giornale in tram, di non essere mai esistiti. Späman vuole dimostrarci che non si può pensare il passato, il futuro e un presente che scorre, senza inserire nel Tempo l’idea di un Dio, ossia di un garante eterno di ciò che è stato o che sarà. “Il pensiero ha bisogno dell’idea di Dio per poter parlare della realtà senza vedercela continuamente sfuggire di mano. Quando noi si parla, lo si fa dal punto di vista di un ricordo che è in noi, e che ha il suo picco nell’idea di Dio, un’idea di eternità che non ha rapporto con l’attuale, il contingente.”
L’ipotesi di Späman è la teoria dell’Infinito futuro. E qui c’è anche un aspetto linguistico e grammaticale. “La nostra esperienza è immersa nel linguaggio ed è fatta di linguaggio ( senza le parole non potremmo neppure affermare di esistere ), e la grammatica che usiamo è fatta teologicamente”. La grammatica, per Späman, ha a che fare con il collegamento tra le parole, e il collegamento è un esercizio di memoria che ha come fondamento l’idea di Dio.
Ha scritto paradossalmente Nietzsche: “Non possiamo liberarci di Dio finché continuiamo a credere nella grammatica” Per Späman “ogni verità è eterna, quindi ha un’impronta divina”, e, siccome la verità è parola, “anche la parola è eterna, è il passato, il presente ed il futuro, ed ha un’impronta divina”.
Ma il futuro, a ben pensarci, forse non esiste, perché abbiamo solo il presente per poter fare qualche cosa, e il passato esiste solo perché quel qualcosa lo si è già fatto, e non perché lo si fa ancora . Il futuro no, nel futuro non possiamo fare niente, potremo far qualcosa solo quando sarà diventato presente.

L’importanza dell’endecasillabo

Italo Bonassi
È VIETATO CALPESTARE LE FORMICHE
( da: Le favole del cappellaio matto )

Giusto sulla porticina di un orto che dà su via Verocai, subito prima della casa della zia Tata, c’era da diverso tempo un cartello. Io ci passavo due o tre volte al giorno, quando andavo dai Ghedina, ma non mi ero mai fermato a leggere quello che ci stava scritto. Pensavo fosse qualcosa come vietato entrare, oppure privato, o roba del genere. D’altra parte, i cartelli sulle porticine degli orti non avevano mai finora attratto la mia attenzione. E ciò mi sembrava una cosa normale.
Ma, non so come o perché, un giorno, particolarmente incuriosito, mi fermai un attimo, e, avvicinatomi dopo aver inforcato gli occhiali, perché la scritta era piccola piccola, mi riuscì di leggere, un po’ a fatica, l’avvertimento. È vietato calpestare le formiche.
Chiesi in lungo e in largo ai miei amici, alla gente che incontravo per strada, ai forestieri che erano lì di passaggio, a tutti quelli che uscivano dalla casa della zia Tata e a quelli che non vi uscivano, e perfino all’Assessore agli orti, chi mai avesse pensato di mettere quel cartello. Mistero senza fine. Nessuno ne sapeva qualche cosa. Solo l’ortolano confessò ch’erano state le formiche, le aveva viste lui una sera d’agosto di luna piena.

Italo Bonassi
UNA VITA DA FORMICHE
( da: Le favole del cappellaio matto )

L’orto della casa Ghedina, in via Verocai, è sempre pieno di formiche, rosse e nere, manco fossero milaniste. Mai che ne abbia trovata una nera azzurra, per accontentare la mia passione per l’Inter. Comunque, salgono su per i muri, giungono ai balconi e da qui invadono la cucina fino al quarto piano.
Ne vedo una sulla tovaglia del tavolo del tinello: sta trascinando a fatica una briciola gigantesca. Il cibo è assicurato, il problema è però di portarla in magazzino. Non ce la fa da sola, muove le antenne e avvisa le sorelle. Non mostrano il minimo interesse, sfiorano la briciola, e vanno via di corsa. Il doveroso compito della giornata non è di loro competenza, hanno terminato il turno e sono in libera uscita. Arrivano altre, si toccano e poi subito ripartono, trovano i miseri resti di una mosca e li tirano con le mandibole giù fino al pavimento, escono sul balcone e poi vanno giù per il muro, in direzione del piccolo formicaio nell’orto dei Ghedina. È il loro continuo, incessante andirivieni giornaliero. Un’altra trova un’ala di cetonia sul davanzale, la tocca di qua e di là, l’annusa, l’avvolge in una sorta di sudario coi fili di una specie di saliva, e, via, anch’essa di corsa giù per il muro, a forza di ganasce, fino all’orto. Poi, riprende il suo solito giro quotidiano, come una massaia quando va a fare la spesa.

Italo Bonassi
L’importanza dell’endecasillabo

Nel suo ultimo libro di poesie, Da bambino il cielo ( Garzanti, pp. 379, euro 29,50 ), il genovese-milanese Franco Loi, uno dei più grandi se non il più grande poeta dialettale contemporaneo, afferma che nel dialetto si può cogliere al massimo grado quella sostanza di lingua popolare che a parer suo agisce come “il sottofondo della lingua nazionale”. E al dialetto si affida “come al mezzo ( al codice ) più adatto allo svolgimento di poemi dove, nel raccontare di sé e degli altri, forza la lirica in direzione dell’epos.” Egualmente inevitabile ritiene però la scelta dell’endecasillabo, essendosi accorto che la sua “emissione di fiato ha una certa lunghezza, arrivando ad un certo punto oltre il quale ha bisogno di una pausa.” Una pausa che corrisponde – come del resto è nella tradizione della grande poesia italiana, – al compimento della misura endecasillabica..
Praticamente, per poter esprimere un concetto, un tema, soprattutto di contenuto narrativo, occorre un verso sufficientemente lungo ( come le undici sillabe dell’endecasillabo ).Tale è la scelta che ha fatto la gran parte dei più grandi poeti, non solo italiani: con un verso breve ( alla Ungaretti, con anche solo due o tre sillabe ) si possono meglio esprimere dei sentimenti, delle emozioni, ma è impossibile scrivere un poema o anche solo un poemetto.
Con tre o quattro versi di Ungaretti a volte si fa un solo verso endecasillabo. Pensate ora voi quante pagine ci vorrebbero per un’opera autobiografica come L’Angel di Franco Loi o per un poema tipo L’Antologia di Spoon River scegliendo versi brevi bi- o trisillabici come di moda al giorno d’oggi!
Non credo però che il dialetto meglio si presti per lo svolgimento di tematiche poetico-narrative, in quanto la letteratura italiana è assai ricca di poemi e poemetti scritti nella lingua nazionale ( dall’Ariosto, dal Tasso e dal Boiardo fino a Cesare Pavese, Pasolini, Mario Luzi ed altri del ‘900 ). Loi scrive essenzialmente nel suo vernacolo ibrido popolare-milanese della Milano di periferia, e scrive, com’è giusto, da innamorato del suo dialetto.
Comunque, dialetto o lingua nazionale, in ambo i casi per trattare certe tematiche è indispensabile l’uso dell’endecasillabo, o comunque del verso lungo ( Pavese aveva scelto il dodecasillabo ).
Ma quanti tra coloro che scrivono poesia lo conoscono?

Tutto a posto

E TU TACERAI

Come assorda il rumore
dei passi sul ghiaino,
quando branchi di foglie secche
d’autunno ti fanno scricchiolare
le pedule al passaggio,
dove un soffio di tramontana
presto porterà sul viale
uno strappo di gelido nevischio
e tutto tacerà. Anche tu, Anna.

BASTA ANCHE IL QUALCOSA.

Refolo di aria a metà estate,
oscillio di brezza,
alito d’illimite respiro
che viene su dal Garda, una ventata
e un’altra, un punto di domanda
ed uno di risposta.
Aria di lago, branchi di folate
tra gli alberi,
ne infervora il respiro,
un alito ch’è un giro di parole
di foglie, un pacifico rumore
di fondo. È quello che ci vuole,
un alcunché tra il Nulla ed il Qualcosa.
Poco, ma a noi basta anche il qualcosa.

SOPRA IL MURO SCROSTATO

Sopra il muro scrostato,
nido di ragni e di formiche,
un’unghia di un cielo
finito, e una muta cicala
che stanca riposa nel sole.
Qui la linea che serra il confine
tra il cielo e la terra, un silenzio
mutilato dal lento ronzio
di un’ape s’un fiore, un fruscio
tra l’erba di un perso ramarro.

La vita qui esala
un calma parvenza di noia
intessuta di biondi riflessi
di luce che odora di ortiche
e sambuchi sfioriti, un torpore
ubriaco di azzurro, di sole,
e un’afa che cuoce
le foglie, e un supplizio
di dolci memorie,
un silenzio d’attesa, una voce
fuggita dal tempo, un allegro
leggero tinnio di sonagli.

Grida alle poggiate
in pieno sole un vento sonnacchioso
sugli opulenti salici e sugli orni,
e il cielo è di cristallo sopra il muro
nido di ragni e di formiche,
e la voce è una danza di parole
ignote e famigliari, una presenza
invisibile, un’assenza.

TUTTO A POSTO

Come una fredda mano sulla schiena,
l’aria della sera. Non c’è vento,
e la porta e le finestre sono aperte,
non un giro d’aria impercepito
sul tavolo, dove giacciono i miei fogli
in ordine come sempre. Nel silenzio,
solo un fruscio di passi – un trepestio
che tu non sai se dire voce o suono. –
Un brivido. Eppure tutto è calmo,
dalle finestre il buio m’entra in casa
come una sospiro d’aria calma e ferma.

È una sera di luglio come tante,
eppure ogni cosa oggi è diversa,
diverso anche il pane sul tagliere,
e il libro di poesie sulla poltrona
pare non più quello, pare un altro,
e un’altra la mia mano che lo sfoglia.

Tutto appartiene a un mondo di memorie,
anche le bucce verdi del cocomero
anche i semi sul piatto ed il coltello,
e i denti che divorano la polpa,
ogni cosa a suo tempo. Tutto a posto,
e anche ciò che ha d’accadere, stia in attesa
come un cane fedele alla catena.

E anche l’eternità è là che aspetta
con le bucce del cocomero e il coltello
e il libro fuori posto e la finestra
e il buio ch’entra a fiotti: a tutti un tempo
prestabilito, impossibile sgarrare,
quindi chi c’è, c’è, e gli altri, fuori.
E andiamo, altrimenti si fa tardi.

COLPI DI NOCCHE

Una volta andai a lezione
di psicologia. Un picchio per maestro
m’insegnò a battere col becco
la Marcia dell’Aida. Ed io battevo
non col becco, no, ma con le nocche
di una mano. Io e lui a picchiare.
Ora, ogni tanto, picchio ancora
con la cadenza con cui picchia il cuore.
Ogni colpo una cadenza, ogni cadenza
un colpo delle nocche e del cuore.
Un incanto, la solfa picchiatrice
del tempo: e siamo in tre a picchiare
all’unisono: il tempo, il picchio e il cuore,
tutto un unico ritmato solfeggiare
come zoccoli di un asino al macello.

LA CASA ABBANDONATA

Niente più ormai accade, tutto è assenza,
e anche il pensiero è una stanza chiusa.
Ma vedi di non perdere coraggio
e resisti, dimentica che sei
vuoto come una casa abbandonata
dove hai lasciato le tue poche cose,
ma, in fondo, è logico, anzi giusto
che sia così. Umano e prevedibile
che ora tu non sia in nessuna parte,
sei uscito, andato via, assente,
non hai passo né gesto o grido o pianto.

Tutto è al suo posto, come sempre, gli alberi,
le rose, il fico, l’ombra della casa,
e anche la terrazza e l’orto e l’insalata
e il muro e le tortore sui tetti
che lanciano i loro gridi al sole.
Nessuno ha pietà della tua pena,
nessuno. Dio, fammi morire all’alba.
Che nessuno se n’accorga o gridi o pianga.

IL FALCO E L’ETERNITÀ

Il mio sguardo va oltre il confine
del monte, balza per balza, vìola
gli anfratti ed i cunicoli e contempla
tra ombre e luci perdersi lontano
stormi di uccelli come sciami d’anime
in fuga. Lassù, alto, sui ghiaioni,
solitario va un falco: cerca asilo,
allunga l’eternità per qualche attimo
di due o tre chilometri. Stranito,
caccio le mani in tasca e guardo
questo tempo che sa di mutazione,
e noi, passanti frettolosi,
di casa in casa si va via svelti
nell’ora che ormai svampa nel crepuscolo
il sole, e il nostro cuore si fa avaro.

Riflessioni sulla poesia

Italo Bonassi
Riflessioni sulla poesia
Ci sono giornalisti che hanno tanto in uggia la poesia da rasentare il ridicolo o il macabro. Certamente perché non la conoscono, o hanno solo vaghe reminiscenze della poesia che ci insegnavano a scuola dei professori che ce la facevano odiare. Ricordo che al Liceo Classico ero terrorizzato dalla matematica e dalla Divina Commedia. Seguivano come incubo il Foscolo e, ex aequo, il Manzoni e l’Alfieri.
Finito il Classico, ho cominciato a rileggermi i poeti che avevo massimamente odiato, Dante, Foscolo, Manzoni, Carducci, Pascoli, Vincenzo Monti, trovandoli non dico interessanti, quello no, ma almeno parzialmente sopportabili. Poi, studente universitario, dei sei sopra citati cinque li ho esclusi o quasi per sempre dalle mie letture, tenendomi solo Dante, soprattutto perché mi divertivo a trarne delle satire in terzine dantesche, con tanto di endecasillabi.
Dicevo di certi giornalisti che per ignoranza ( da ignorare: non conoscere ) o per persuasione di essere dei critici illuminati fanno di tutta un’erba un fascio e sii scagliano lancia in resta contro i poeti o la poesia in genere.
Sentite questa: “Di solito, quando muore qualche poeta che in qualche modo ha ottenuto una qualche fama, si ghigna: Ecco, ora la poesia è davvero morta! “
È accaduto anche in questi mesi, dopo la morte di due poeti di grosso calibro, come Edoardo Sanguineti e Luciano Erba. E l’estensore prosegue: “È vero che dopotutto la poesia è cambiata, a volte svilita a slogan, a volte addomesticata come mangime per palati adatti a raffinati happy hour. Ma d’altronde da chi dobbiamo attenderci la parola definitiva, dai romanzieri che sono messi peggio dei colleghi che fan versi? “
Tale preambolo è servito al cosiddetto estensore ad iniziare un lungo articolo colmo di elogi sperticati per il poeta Giancarlo Pontiggia, ( che cercherò oggi stesso in internet ) con definizioni come: materia sapienziale, sontuosamente poetico, con una lucidità che beatifica e salva .E via dicendo. Meno male che al giorno d’oggi ci sono ancora poeti così grandi, allora non è vero che la poesia è morta…

Dall’inizio di quest’estate si legge di aspre polemiche sull’industria editoriale. Un critico letterario ha affermato che la grande editoria sta compiendo una sorta di pulizia etnica globalizzante, al termine della quale agli amanti della buona letteratura non resterà che fuggire in un villaggio al confine tra l’Italia e la Slovenia, Topolò, dove si tiene il più piccolo festival letterario del mondo.
Ci si domanda come mai in Italia non si riesca a far leggere della buona letteratura; alcuni danno la colpa a ragioni storico-culturali. Ma allora, si dice, se è così, la buona letteratura in Italia non vende per la medesima ragione per cui gli italiani non sanno mandare un loro uomo sulla luna.
Forse proliferano troppe pubblicazioni di autori stranieri a scapito di quelli buoni nostrani, e questo è anche vero, basta vedere Garcia Lorca e Pablo Neruda, i dappertutto onnipresenti nelle vetrine di tutte le librerie ( due poeti che non mi hanno mai convinto, troppo spagnoleggiantemente enfatici ), e nessun Alfonso Gatto, nessun Attilio Bertolucci, nessun Bigongiari, nessun Vittorio Sereni, e tantomeno nessun Franco Fortini, nessun Sandro Penna, nessun Carlo Betocchi, tanto per citare i grandi del 900 ( reperibili quasi solamente nelle biblioteche ). A mala pena qualche Mario Luzi. Mentre abbondano, tra i nostri poeti, edizioni e super-edizioni dei soliti Montale e Ungaretti, di cui ci sono già migliaia di edizioni in giro.
Se poi si guardano le vetrine dei nostri negozi di libri, chi troviamo in primo luogo? I romanzi dei soliti De Luca, Baricco, Mazzantini ( a tal proposito un critico ha così scritto: “un fenomeno degenerativo impressionante che non ha eguali” ) Poi, sempre in bella mostra, anche a decine di copie, come non bastasse, la Littizetto ( ???!!! ) Paolo Villaggio ( ???!!! ), Antonio Moresco, Matteo Nucci e il solito solitissimo Tabucchi, e altri tenuti in grande considerazione dai venditori di libri
Grandi romanzi come Fantasmi romani di Luigi Malerba, La furia del mondo di Cesare De Marchi o Il tramonto sulla laguna di Guido Conti rimangono invenduti. S’impongono oramai i romanzetti usa e getta o i raccontini pseudo-gialli e i libri di poesie di certi celebrati autori “postmoderni”. Io, da parte mia, continuerò sempre a sostenere che un poeta come Mario Luzi è cento volte meglio di un Maurizio Cucchi e che uno scrittore come Gadda fa letteratura mentre uno come Tabucchi fa narrativa, si limita a raccontare. Gadda lo vedo bene nella storia della letteratura italiana, Tabucchi no. Neppure se gli danno il Premio Nobel per la Letteratura, come successo a Dario Fo, colui che ha portato via il Premio Nobel al grande Mario Luzi.

I girasoli del buio

TUTTO QUI

Quando tutto pare stato detto,
ecco, t’accorgi che non è detto nulla.
Forse era un abbaglio, od uno sbaglio,
– basta una “di” di più ed è uno sbadiglio, –
vedi quindi quant’è facile l’errore,
ma una risata non puoi dirla pianto,
nuvole rade non è pioggia, è sole.
Ecco,
In un giorno imprecisato,
fu come un grido senza grido, muto,
– pare che non l’abbiano gridato,
certi giurano di sì, ma nottetempo,
quando la luna era sù a ascoltare. –
E tutto ciò ch’era stato detto,
lo ebbe detto una bocca inascoltata
– e l’alfabeto? oh, quello sì, era muto,
e non c’erano bocche per gridarlo, –
quindi,
come appena dianzi detto,
non c’erano bocche ciarlatane,
solo labbra ed occhi spenti e chiusi.

– Dateci qualcosa da parlare, –
dicevano. – Una bocca ciarliera
che non parli soltanto alla memoria,
ma possa dire almeno una parola
a noi sopravvissuti,
ma piccola, e che ci entri negli orecchi,
basta che gridi. – Tutto qui, dunque.

IL RAGNO NON FA RUMORE

Parla, parla forte, ragno,
non startene silenzioso nella tela
a tessere, fa’ sentire la tua voce,
parlaci, – la vita fa rumore,
ed anche tu, ragno, non star zitto,
grida, se puoi.
Senti la cicala,
ragno, come chiacchiera? Ed il grillo?
Anche il silenzio,- ascolta,- fa rumore.

Senti il fiocco di neve quando cade
mentre fa notte e l’eco ci frastorna?
Anche l’erba che cresce fa rumore,
anche la rosa quando fa una spina
ed apre i petali ai suoi fiori,
e solo tu, ragno, lì, nell’angolo
tessi la tua tela e non ci parli.

Fa che i tuoi svelti passi cauti
sù e giù lungo la tela siano
come i colpi violenti di un batocchio.
Anche la morte, ragno, fa rumore.

ANNA, MA CHE IMPORTA?

Il tavolo, la sedia, il video. Fogli
qua e là scarabocchiati ( il solito
disordine quotidiano dopo cena
tra libri, carte, schede, dizionari,
e un andare sù giù come per caso
sulle pagine di Luzi ). Dalle scale
salgono le voci delle donne
affaccendate a ridere e parlare.
Sbircio s’un album alcune foto
con le didascalie: c’è Anna,
Anna, che prende corpo nel silenzio
del mio album. Anna petulante
con un sorriso con i denti finti
( l’età glielo concede ). Beh, d’accordo,
ma Anna è un nome facile da scrivere,
bastano due sole sillabe, e mi piace,
ecco, mi piace pronunciarlo adagio,
scandendolo concentrandomi: An – na.
Costa poco, anzi niente, dire un nome
facile e breve: meglio a bassa voce,
ma che il tono e l’accento siano giusti.
( Eppure, Anna, so che non esisti,
ma che importa? T’immagino di sghembo,
accavalli le gambe sulla sedia,
mi guardi di tralice. Oppure, Anna,
affiori nel tepore profumato
dell’acqua saponata di una vasca,
con un sorriso Durbans tutto denti. )

Esito un po’ dubbioso. Non mi piaci,
no, sulla carta. Non ti chiami Anna,
scusami, ti ho presa per un’altra.

Fuocoluce

Giallo, il sole. Giallo
di un fuoco luce. Esplode
in una nube, in alto, svaria
in un violento tramutarsi
di rifrangenze
sulla scoperta plaga
di questa terra luminosa.
Giallo deliquio di vampa,
inesauribili lumìe
nella profondità di una meridiana
di luglio.
Divalla
la sua luce in un delirio
di fuga all’orizzonte
tra terra e cielo,
tra scogli e tra salsedine
di venti.
Luce e roccia
franano le une sulle altre
a fiore d’acqua.
Uno sfarsi
di un fibrillare d’aria, un lumeggiare
di un cielo sgrovigliato dalle nuvole.

I GIRASOLI DEL BUIO

Questa notte anche la luna ha sonno,
ed il vento la veglia fino all’alba.
Nel cuore mi si appisola pian piano
una voglia di vivere dormendo
senza ansia e senza noia in eterno.
Pencola nel buio della camera
il miraggio di un sogno appena acceso,
me lo plasmo e rimodello nella mente
e gli do un nome, un volto ed un sorriso.

Rompe la solitudine dell’ora
il sognatore che rientra a casa
da un sogno fatto. Arde sopra un tavolo
una piccola lampada nel buio.

Dice che ha sognato, ed or è stanco,
l’amore per una donna mai avuta,
da lui desiderata. Mille volte
e mille i già trascorsi pleniluni
gli hanno dato una spenta lontananza
in un buio allinearsi di memorie.

Ne seguo i movimenti che fa andando
di qua e di là tra il letto e la specchiera,
grida scarne parole di saluto
ed ammucchia una sedia sopra l’altra
per non sbattere in un sogno che non vuole.

Ascolto la musica del mio cuore
mentre il buio s’incastra con le ombre
come i pezzi del domino. In silenzio
fioriscono i girasoli del buio.

CHI MAI SAREMO

Dimmelo tu chi mai saremo,
tristi oppure ridanciani,
quando in un sogno entreremo al buio
per un pertugio aperto e troveremo
l’alba di un nuovo giorno
e un strada tra orti e muri a secco
e case qua e là e colline in fiore,
ed angeli, angeli dappertutto,
di via in via, gli angeli di un tempo,
non belli ma bellissimi ed allegri,
ed un’aria di festa e di vacanza,
e noi, stupiti, a contemplare il sogno,
a cercare un legame tra noi e loro.

Oh, sì, saremo pure noi degli angeli,
e vestiti di petali e di pollini
saremo fiori, nuvole, farfalle,
echi di voci e brusii di nomi
dimenticati un giorno, giù, da vivi…

Persi in un’immobile bellezza
riavremo la nostra gioventù di un tempo,
i nomi da gridare, il cuore in gola,
angeli di un’eterna primavera.

Un Dio in fuga

LEGGI IL VANGELO

Leggi il Vangelo: un Uomo,
il figlio di un vecchio falegname,
forgiò amore e pace
con cui sconvolse il mondo.
Ma ora nessuno più forgia
amore, nessuno più dona pace.
E per le strade della Galilea
non passano più Profeti,
e nessuno più moltiplica
i pani e i pesci.

I PREMI LETTERARI

I megalomani, simpatiche creature
piene di buon gusto! Mi ricordano
certi poeti ai Premi letterari,
quelli, che a loro dire, sono i meglio,
che ti prendono da parte e ti spiattellano
versi da far venire la pellagra.
Roba da impiccagione…Chi gli ha detto,
il medico, di essere poeti?
Fuggili, se sei in tempo, appena iniziano,
sedendosi compunti a te dappresso…
Si credono poeti laureati,
ben che vada hanno fatto le Elementari.
( Come da noi la Ministra all’Istruzione…)

NOTTE D’AGOSTO

Notte d’agosto, splendida, grandiosa,
incommensurabilmente bella.
Siedo rapito e guardo dal balcone
l’Orsa maggiore, Orione e la Via Lattea,
una stupefacente chiarìa di stelle.
Nell’irrealtà che sfugge al nostro sguardo, –
– nell’alito che lo permea dell’Eterno, –
splende la sublimità della materia.
E noi, Spirito redento dalla Carne,
noi, effimeri ed eterni,
si è l’ostia consacrata dal Peccato

UN DIO IN FUGA

La sua idea del di là è mangiare pâtè de foie gras
al suono di trombe ( Sydney Smith )

Guardi, mi spiace disturbarLa,
la mi voglia scusare, ma mi dica
quanti giorni ci danno e per quale
calcolo meritorio?
A parer mio,
qui si deve fischiare i fuori gioco
e non fare gli zelanti servitori
del Tempo, o chi per esso.
Qui nessuno
(e vedi il bello dell’interlocuzione)
ha la chiave dell’evento straordinario
che a torto ci sconfìnfera; il ventre
molle della vita: un’impostura
la chiave di riserva di una casa
vuota, disabitata, e dalla quale
non n’esce un suono che non sia che un suono
di piffero di carta?
Qui ci vuole
un non so che da trarne un non so cosa
che ci indichi la sosta provvisoria
dell’explicit
– un salto ed un’occhiata
di là, per poi fissarne il punto
(può essere un revival) del ritorno.
Un flash-back di cose luminose,
simili a intermittenze di lampare
e angeli fantasma come in fuga
dal “là”. E un Dio che li comanda.
Un Dio in fuga….
Impossibile ma vero.