Informazioni su Italo Bonassi

Scrittore, poeta, saggista, giornalista pubblicista, Presidente del Gruppo Poesia 83 di Rovereto (TN).

Lulù del tabaren

IL FURTO DELLA MARMELLATA

Proprio ora, dopo anni, torno
ai miei castelli d’aria, giocoliere
di una vita di non so quale costrutto,
volto le spalle a ciò ch’è stato,
ed entro nel presente.Un pugno in faccia,
il vostro risolino d’irrisione
perché erigo i miei castelli in aria
con l’ingenuo candore di un fanciullo.
Manometto tutto ciò che ho fatto,
per adeguarlo a ciò che devo fare,
come quando, fanciullo, nascondevo
la mano ch’era
complice di un furto
di marmellata – ché non veda mamma, –
e mi chiudevo, l’uscio ad doppio giro
di chiave, nel mio stretto bugigattolo
privato. E dopo anni ed anni, ancora,
fra tanti e tanti miei castelli in aria,
conservo il furto della marmellata,
e cerco, quando posso, di rubarla,
attento che mia moglie
non mi veda,
e chiudermi per mangiarla, chiuso a chiave,
ma il barattolo è vuoto, l’ha mangiato
ora mio figlio, che si è chiuso a chiave,
perché non veda babbo. M’ha rubato,
a mia insaputa, il mio castello in aria,
il che non veda mamma.
A quanto pare,
nell’eterno ritorno delle cose
c’è l’eterno furto della marmellata,
del ché non veda mamma, della chiave,
ch’è chiusa a doppio giro. Un’eccezione
è il vaso che mi resta sempre vuoto,
che nessuno più m’empie,
neanche mamma.

SABATO IN CITTÀ

Nel parlare con chi ci si accompagna
– un amico, – passo a passo, di sera,
si lotta con parole disusate,
non facili (è un pozzo di sapere,
e mi parla di temi che gli paiono
semplici – figùrati! -, e s’addentra
via via elucubrando tra arzigogoli
astrusi e fatico a stargli dietro).
E intanto il buio della tarda sera
ha gli occhi tondi e bianchi dei fanali
lungo la via che porta alla stazione
(Abito in periferia ), e, bene o male,
chiacchiera che ti chiacchiera si giunge,
quasi senza accorgersene, in centro.
Si entra in un bar a bere – è ancora estate,
e, anche s’è sera, è caldo, – e ci si siede
a un tavolo a due passi dall’entrata:
ci rinfresca quel poco giro d’aria
che alita tra l’uscio e la vetrata.
Domani, dice,
è sabato, e si cerca
di viverlo come fosse oggi o ieri,
giorni di pena e di passione, un mondo
– un universo – sempre uguale,
per consumare la follia del tempo
– la morte – come fosse cosa nostra
e non di Dio. È lui che l’ha inventata,
ed ora ce ne liberi. Sorride.
(Ma una vita non basta a fare un uomo,
figùrati un Dio! )
Poi, d’improvviso,
Vedi, mi fa, siamo qui per niente,
a raccogliere gli attimi dei giorni
che passano, -inutilmente, –
vengono, li godi, e se ne vanno.
( Anche l’oggi è passato, – ed è domenica,
è mezzanotte. – Un battito leggero
di un orologio. Ma non fa rumore,
pare il respiro di un Dio che muore
nel chiuso di una bara.
Ed io lo ascolto
come ci si ascolta farsi eterni. )

LULÙ DEL TABARIN

Mi ricordo di quella casa rosa
come se fosse ieri, ed io bambino
con la voglia di crescere ed amare
la vita, un male necessario
ma, in fondo, sopportabile ed innocuo,
e mia madre, dolcissima e severa,
mia madre, che piegava le lenzuola
e intanto canticchiava
Lulù del Tabarin.
E con che seria
regalità mia nonna sfrigolava
le uova al tegamino (un po’ di burro
e un pizzico di sale, una frittata
povera ma gustosa). Erano anni
magri, la povertà in agguato,
e mio padre soffiava sulle braci
per riattizzare un fuoco d’erba secca,
di sterpi e segature. E c’era freddo,
sù al Nord, a due passi dal confine
del Brennero (un paese immacolato
da favola, ricordo,
Colle Isarco,
Gòssensass).E neve, tanta neve,
talvolta fino a marzo, e godevamo
la vita come un furto, un qualchecosa
d’averne poi vergogna, di sottratto
a chi non so, bastante a sopravvivere,
in attesa che venissero a riprendersi
il maltolto. Ma oggi li rimpiango
gli anni rubati al tempo, sì, li voglio
perché mi appartenevano, un malloppo
povero, non un granché, però difeso
coi denti e con le unghie. Uno stoppino
per farci un po’ di fuoco e non morire
di freddo e di miseria, e un tossicchiare
nel fumo di un malmesso focolare,
due uova al tegamino (un po’ di burro
e un pizzico di sale, quando c’era),
e mosche, sempre tante, da scacciare
dal naso, e un odore di cipolla
e di cavoli, e mia madre,
Lulù del Tabarin,
con tutto il resto,
la neve, sempre tanta, da spalare
e un battere di denti per il freddo.
Ora, per me, c’è ancora quella casa
di sogni e di speranze, e ci sta un’ombra
davanti all’uscio, un’ombra dai capelli
grigi, piccola e graziosa,
filo esile di vita rifiorente,
mia madre, che risponde al mio saluto
e agita un fazzoletto, come a dirmi:
Figlio, ci sei? E forse canta
lassù, piegando le lenzuola
Lulù del Tabarin,
con tutto il resto.

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Le poesie del sabato sera

IL PECCATO ORIGINALE DELLE COSE

Un dado, un temperino, un tritacarne,
uno spillo da balia, un cavatappi,
tante piccole cose indispensabili
e utili alla bisogna…Sì, ogni cosa
ha chiusa dentro sé una redenzione
d’anima peccatrice, che cancella
il suo piccolo peccato originale.
Perché ogni cosa ha un suo Adamo ed Eva.

IL GRILLO, LA CICALA E LA FORMICA

Non mi sono neanche accorto
di un grillo
che scricchiola, nel mentre una cicala
balbetta sprofondando in mezzo all’erba.
Mi stendo ventre a terra
e spio
una formica incerta sul da farsi
attorno ad un minuzzolo di pane.
Nell’agonia di luci e di colori
del prato,
mi sento fuori posto,
non scricchio, non balbetto e non m’affanno
attorno ad un minuzzolo di pane,
sono praticamente
un forestiero
smarrito tra riverberi di sole
e gocce di rugiada, e non importo
al grillo, alla cicala e alla formica,
che pare che mi sgobbino. E pensare
ch’ero sicuro d’ esser chissà cosa,
e invece sono qui, e non son niente,
nessuno mi conosce
né mi bada,
neppure una formica o una cicala.

MEZZOGIORNO

Mezzogiorno. Un refolo improvviso
ed imprevisto, uno sbuffo prepotente,
un ghirigoro d’aria che violenta
gli alberi in attesa di far fiore.
Un passero spaurito si rifugia
dentro un vano finestra che lo accoglie.
Guardo giù in strada. Il mio sguardo coglie
l’iride del sole sopra il colle
verde di Pasqua. Tutto intorno indugia,
anche Dio, dignitoso, nell’attesa.

LO SBADIGLIO DI DIO

Guardo dalla finestra sulla strada
il tempo tutto intento a camminare:
tranquillamente, senza infamia o gloria,
va di via in via, a far la Storia,
ed è vano sapere cosa provi
Dio che lo regola, se pietà o noia.

Io, quaggiù, son stufo d’esser uomo,
e Lui lassù, è stufo d’esser Dio:
siamo un’unica bocca spalancata
a uno sbadiglio: e in ciò io gli assomiglio.

FORSE PASSAVANO DEGLI ANGELI

Il vento ha ripreso a cantare
le sue parole oscure, questa notte,
strappa le cose morte per portarle
altrove, ed agita le foglie
che il giorno ha inaridito per l’arsura,
scivola sui tetti addormentati,
s’annida nei cunicoli ed anfratti
del buio, e forse piange.
Questa volta ha cantato
fino all’alba,
poi, stanco, ha consegnato alla sua quiete
le voci che popolano la notte
e tutto è ritornato calmo e zitto.
Sono uscito in balcone e ho contemplato
il cielo,
impastato con la terra,
tutta un’unica amalgama con gli alberi,
gli orti, le case, i monti, la campagna,
tutto pareva terra e tutto cielo,
un solo unico respiro d’echi.
Nel nero della notte senza tempo
un fresco umidore di rugiada.
Forse passavano
degli angeli,
c’era una luna d’ambra e disegnava
i profili dei comignoli in un chiaro
torpido alone, orrore e meraviglia
del silenzio dell’ora, ed ogni cosa,
sangue e carne di Dio, fiore d’attesa,
era eterna,
e anche il mio cuore in piena

La tartaruga e Achille piè veloce

LA TARTARUGA E ACHILLE PIÈ VELOCE

Lenta per via va la tartaruga
nell’oro del mattino, con l’affanno
di chi si porta addosso un carapace,
utile ma pesante. Non le importa
correre, né vuole fare presto,
anzi, al contrario, ama fare tardi.
Passo su passo, cauta, lentamente,
sempre badando a dove mette il piede,
– perché non si sa mai, c’è sempre il rischio
di sbattere su qualcosa o scivolare, –
va crogiolandosi al pensiero
della favola di Achille piè veloce,
sconfitto da una sua lontana ava.

Dopo anni ed anni di storia,
di passi lenti e movimenti tardi,
di soste per tirare un poco il fiato,
di caute aspettative e di ritardi,
arranca pian pianino e sbadigliando
vive di gloria e d’altro non le importa.
E anche se sbava dalla gran fatica
di andare a sei centimetri all’ora,
si crogiola pensando all’antenata,
a quella piccola eroica tartaruga
che la lascia ora vivere di rendita.

Così, se tu le chiedi perché vada
a passo tanto lento, ti risponde
con superiorità: Perché mi aggrada!
Non sai di un certo Achille piè veloce?
E, passo passo, piano, s’allontana.

UN PICCOLO RICORDO

Ti cerco dove so che non ti trovo,
e affondo con la mano in un ricordo,
ne pesco uno, piccolo, e lo guardo.

A memoria di dolcezza e d’amore
ci trovo dentro la tua casa,
anzi la tua camera, il tinello,
il tavolo e la sedia, ed il fornello,
e la piccola caffettiera a brontolare
sul fuoco. E poi, più nulla.

Un piccolo ricordo, e non mi serve
dare di gomito ed entrare.
O io o tu: in due non ci si entra.
Resta tu dentro. Io rimango fuori.

GLI ANIMALI SANNO DI ESSERE ANIMALI?

Non lo so se gli animali siano consci
di essere animali. Se, brucando,
conoscano l’importanza di brucare,
la voglia di erba medica e di biada,
o gustino la gioia di muggire,
o, in caso che sian asini, ragliare.
Ma se fossero un poco meno bestie,
avrebbero una certa idea di Dio,
magari un loro Dio, che gli assomigli,
convinti, come noi, di avere un’anima,
e di andare anche loro un giorno in cielo.

Ma son bestie, si sa, son animali,
e non pensano d’andare in paradiso,
né tantomeno di scendere in inferno,
e non sanno neppure di morire.
E in questo, solo in questo io li invidio.

PIOGGIA

Pioggia? Cade appena appena, rada,
picchia sulle tegole e per via,
sempre piano, piano, sgocciola, ed eccoti,
smette.
Riprende a una folata,
e, fitta, con più violenza, croscia
l’acqua nella contemporaneità d’un tuono
(un fulmine e un boato),
come il grido
di un cavalcante temporale,
e un grappolo di fuoco alto in cielo,
un fulmine, e un altro tuono,
che subito si estingue.
Schizza,
lampo su lampo, più lontano, alto,
sul Baldo, un vivido riverbero
(forse Dio è imbronciato), di brividi
di luce a fare urto
sul monte, un verde frangiflutti
tra il Garda e la Val d’Adige, e più oltre,
dove lo Stivo è cuspide e pietrame,
e il buio della sera già si appronta
al macero del giorno.
Pioggia,
al cento e più per cento d’acqua,
pura, distillata, mamma!, quanta!,
acqua che goccia a goccia or si dirada,
s’estenua
in una breve sassaiola
di grandine. Un’acqua come questa
pioggia tempestosa a fine agosto
che a poco a poco scema, si fa rada,
a un suono di campane che fa festa
al sole che ritorna.
Forse Dio,
chissà, lassù, s’è rabbonito,
è Lui che fa suonare le campane
a festa.
E non il campanaro,
ch’è al bar per la partita di scopone
col parroco, il sagrestano
e la perpetua.

 

Il cappello dimenticato sulla sedia

SE GLI ALBERI STORMISSERO A DOVERE

In via Istria, cento metri a destra,
ora s’eleva un Centro Commerciale
con agenzie turistiche ed uffici,
supermercati, banche, ristoranti,
dove i bambini non possono giocare
per il via vai di macchine che passano
e sostano ai parcheggi. Qui la gente
non ha tempo per mettersi a scherzare,
non ride più, non parla, ma bisbiglia,
non c’è il gusto del bacio, del sorriso,
del lusso del peccato. C’è chi muore
ogni tanto, ma nessuno ci fa caso,
e si stenta a parlare con chi resta
o a sedersi in un bar per trangugiare
un’aspirina per il mal di testa.
Ma se gli alberi fanno il loro dovere
di mettersi a stormire quando occorre,
– nel caso tiri vento, – e le stelle,
sù nel cielo, si mettono al loro posto,
noi non s’invecchia stupidamente,
possiamo sceglierci una morte onesta,
o quanto meno un poco più decente.

SONO VIVO

Eccomi qui, è in questo controsole
che ora mi abbaglia, che mi sento uomo,
libero di vivere, e son vero,
questo è il mio corpo, questo il mio profilo,
nitida, linda e chiara
la mia voce che grida per la gioia
d’essere un uomo.Sì, io sono vivo,
ed anche Tu ci sei, non sei un sogno,
Dio, ma so
che anche tu sei vero
in questo abbacinante controsole,
e la tua voce grida per la gioia
di essere Dio.
Ed io ti dico grazie,
Dio, e ti rimedio un Pater.

UN DISTINTO SIGNORE

Sento il suono del vento
nel verde declino del monte
che profuma di spigo. Una lingua
di terra s’insinua nel lago
come un piccolo capezzolo di rena.
Qualche albero isolato e una casa,
e rocce e muriccioli corrosi.
Vivo un’altra vita, ed aspro,
lo scirocco rapace che scompiglia
le vele. Un profumo
di timo e di mimosa.
Io, un distinto signore,
mi siedo e m’intrattengo a guardare
lo spigo, il lago, le vele, e il distinto
signore intento a guardare.

IL CAPPELLO DIMENTICATO SULLA SEDIA

Stavo non so da quando lì in attesa,
immobile, con pazienza,
dell’attesa,
forse da sempre, o giù di lì, e non c’era
uno scampolo d’ indizio lì, in arrivo.
Nulla di nulla, tutto fermo, immobile,
ciò che lì c’era, l’orto con le ortiche,
e i papaveri ai bordi della strada,
che non facevano più un solo fiore,
tutto un unico star fermo immacolato
da secoli o da millenni, lì, immutato.
Era come fossi lì
da anni ed anni,
eternamente, nato s’una sedia,
immobile, nell’attesa dell’attesa,
seduto s’una sedia, sempre quella,
sempre la stessa, immobile, la sedia,
la casa e l’orto, e stesse anche le ortiche
e i papaveri, sempre lì, in ferma veglia,
come le sette
o non so quante Vergini
con un tanto di fiaccole in attesa
di chi non c’è, o, se c’è, è in attesa
di attendere di arrivare, e non viene.
E anche il cappello,
lì, dimenticato,
sopra una sedia, il solito cappello,
come tutti cappelli sulle sedie,
dimenticati, sempre quelli,
sta lì fermo da secoli, o millenni,
saecula saeculorum.
Ed io pensavo
che tutto si sdipana e riaddipana,
ma nessuno però tiene la conta
del tempo sul vecchio ebdomadario,
nessuna conta più quanti i cappelli
scordàti sulle sedie, e quante sedie!
Ma è come non ci fosse più nessuno
in attesa di un’attesa di qualcosa,
immobile, seduto s’una sedia,
nulla è mutato,
tutto è sempre quello,
si attende solo quello che non viene,
nulla più appare e nulla più scompare,
e se il nonno
ora ha tanto di dentiera,
e sorride, è sempre quello, uguale,
tutti i nonni ora hanno tanto di dentiera,
e sorridono, sorrisi di gengive,
le gengive che sorridono dei nonni,
e, perché no, anche quelle delle nonne.
E noi si è qui,
gengiva o non gengiva,
seduti s’una sedia, dove abbiamo
un giorno (chissà quando!) incominciato,
mentre tutto scompare e ricompare,
la sedia, le ortiche, le dentiere,
i nonni e le gengive, ed il cappello
dimenticato.
Ma non ci stan più nonni
seduti sulla sedia, né più sedie,
c’è sempre solo il solito cappello
dimenticato, a terra. E, accanto a quello,
c’è un sorriso,
ma senza più dentiera.

Esci il cane

Italo Bonassi
Esci il cane

L’Accademia della Crusca, la massima autorità nata in difesa e diffusione della lingua italiana, ha aperto lo scorso gennaio una pagina web in cui gli utenti possono proporre parole da inserire a pieno diritto nella nostra lingua. Una pagina insomma per proporre parole nuove, ma non da linguisti di fama, bensì dagli ignoti frequentatori del popolo web.
Si sa che la lingua italiana è un fatto complicato: unitaria sì, ma solo da anni recenti, quando l’italiano “standard” si è diffuso soprattutto ad opera della televisione, che negli anni ’50 è entrata nelle case degli italiani a divulgare una lingua più o meno unitaria. Ma le espressioni gergali non sono del tutto morte, e per questo qualcuno si chiede se siano ammissibili alcuni usi particolari, quale è il caso di assurde e sgrammaticatissime espressioni come “scendi il cane” (invece di fa’ scendere il cane) o “siedi il bambino“ (invece di fa’ sedere il bambino), che tanto hanno fatto discutere in questi tempi.
L’Accademia della Crusca sembrava averle ampiamente sdoganate, ma dopo un coro di proteste e sarcasmi, ha rapidamente chiarito che no, non si potranno usare queste espressioni in contesti formali, cioè per iscritto, ma solo in situazioni familiari, e solo nel comune popolaresco parlato.
Ma com’è che l’Accademia si è espressa su questo fenomeno? Esiste, come scritto, una pagina apposita, in cui gli utenti possono proporre e segnalare parole che, anche se non diffuse, ritengono debbano essere ammesse a pieno titolo nel patrimonio della lingua nazionale. Si tratta di un’esigenza che vede in prima linea il linguaggio dell’ultima generazione, quello più attento alla sgrammatica che alla grammatica.
Tutti termini che prima non potevano, per forza, esistere, appunto perché assurdi o, peggio ancora, sgrammaticati.

Ecco qui alcuni termini tra i più proposti, alcuni dei quali sono esclusivamente utilizzati dai giovani e giovanissimi, e riguardano soprattutto i nuovi mezzi di comunicazione.
Abbiamo così “postare”, “taggare”, “screenshottare” “photoshoppare” “shazzammare”, “whatsappare”. Anche “sbuguiardare”, “apericena” o “stalkerare” ormai possono considerarsi termini diffusi in alcuni ambienti. Qualche nostalgico che è rimasto bambino ha proposto, alla stregua del “mammano”, anche “babbano, che identifica i non maghi nella saga di Harry Potter.
Altri hanno suggerito anche “buongiornotte”, “puccioso”, “ansieggiare”, “ideicida”. E poi, sulla scorta di “petaloso”, ecco una quantità di improbabili aggettivi con desinenza in “-oso”, come “petoso”, “ruttoso”, “inzupposo”, “scondinzoloso”, “batuffoloso” o “cementoso”,
Oltre ai più strampalati nonsense, come, tanto per citarne alcuni, “cicciogamer”, “astralopiteco”, “urgentilmente”, “maquantoèbelloskyrim”, “vammà”, “patatonzolo” e “awware”.
Basta entrare in google, e divertirsi a leggere simili amenità. Ci manca solo che l’Accademia istituzionalizzi nel nostro linguaggio anche il “non c’aveva” e il “penso che è bello”, e siamo a posto. E allora, che dire?
Rispetto la decisione di tanto esimi esperti di linguistica, e mi ci adeguo,
sfruttando l’accademica licenza di usare le popolaresche gergali espressioni. E se vi sembra di trovare errori e sgrammaticature, adeguatevi anche voi, o siete dei retrogradi.

“A me mi pare pero giusto che il presidente del’H-demia ha fato marcia in dietro e coreto al suo ex-ponente piu ilustre, il profesor Coleti, che aveva deto che in itagliano si puo anche scrivere “scendi il cane” e “siedi il bambino”. Scrivere no, ma, caso mai, solo dire. S’iamo una democrazzia transitiva, e se uno vuole scendere il cane o pisciare il cane, nula osta dilierlo. Transistiziamo tutto! Io abollirei per lege tuti i intransitivi.
La lingua non è il porto chiuso di Salvini, bisonia essere buonisti con tuti i erori, anhe queli clandestini, è belo andare incontro agli bisogni del po’polo. Se a cuelli dela Crusca gli stà abbene, a me mi dispiace per cuelli che scrivono correto. Ocore chiedere al ministro dela Gramatica, dela Sintassica e dela Nalisi Logica che facessero un Re Ferendum republicano. Se i propetari dei cani voliono scendere, abaiare e pisciare il cane, lo facino. E, se non c’è ne avete abastanza, che vadino pure a pasegio col cane al guinz’aglio o cola amuseruola, perche l’Itaglia non è una ditatura, e tuti anno il dirito a andare a spaso come dio commanda. E cuesto velo dicce uno che è uno studiato, non un gnorante cualuncue, ma il pressidente del Grupo Poesia Otantatre, e chi non è dacordo, che vadi al diavolo, a me non minteressa per gnente.Eviva la lingua itagliana, a me mi piacce tanto. Per cuesto agiungo sempre nell’alegato “I feri del mestiere” i miei inteligenti apunti di dramatica e sintassi, perché anche i miei letori potesero imparare a scrivere come io, senza erori.”
( QUADERNI, bimestrale del Gruppo Poesia 83, marzo 2019)

Dimenticavo di dirvi che son morto

NON SPIACCICA UN SILENZIO

Non spiaccica un silenzio. Parla e parla,
solo, – e di rado, – tace, per sapere
ciò che ha appena detto, e poi riprende,
che diavolo non sai che voglia dire,
è tutto un farfugliare di parole
che gli escono di bocca, è quasi rauco
a forza di parlare, emette suoni
a volte gutturali, raschi in gola,
è come fosse caricato a molla,
certo non è possibile fermarlo
se non ci hai una pietra od un bastone
per arma contundente, non mi riesce
a farlo stare zitto, ma sta certo
che se lo rompi, è un vaso di Pandora:
non sai che salta fuori. Allora è meglio
spegnere la tivù e andare a letto.

INCOMINCIARE A VIVERE

Da anni ed anni attendo
d’incominciare a vivere, ho cercato
più e più volte di farlo,ed è un’impresa
ogni mio tentativo, ho ipotizzato
che al gatto certamente gli ci riesce,
talvolta, sì, però senza saperlo,
e mi chiedo e richiedo che mai diamine
io debba o possa fare, è ossessionante
ogni volta tentare e ritentare
di vivere, ma, ahimè, non mi ci riesce
è l’ora di piantarla, e proseguire,
per intanto, a finire di morire.

TUTTO QUI

Quando tutto pare stato detto,
ecco, t’accorgi che non è detto nulla.
Forse era un abbaglio, od uno sbaglio,
– basta una “di” di più ed è uno sbadiglio, –
vedi quindi quant’è facile l’errore,
ma una risata non puoi dirla pianto,
nuvole rade non è pioggia, è sole.
Ecco,
In un giorno imprecisato,
fu come un grido senza grido, muto,
– pare che non l’abbiano gridato,
certi giurano di sì, ma nottetempo,
quando la luna era lì a ascoltare. –
E tutto ciò ch’era stato detto,
lo ebbe detto una bocca inascoltata
– e l’alfabeto? oh, quello sì, era muto,
e non c’erano bocche per gridarlo, –
quindi,
come appena dianzi detto,
non c’erano bocche ciarlatane,
solo labbra ed occhi spenti e chiusi.
– Dateci qualcosa da parlare, –
dicevano. –
Ma una bocca ciarliera
che non parli soltanto alla memoria,
ma possa dire almeno una parola
a noi sopravvissuti,
ma piccola, e che ci entri negli orecchi,
basta che gridi. –
Tutto qui, dunque.

DIMENTICAVO DI DIRVI CHE SON MORTO

Dimenticavo di dirvi che son morto,
non so da quando, e pure se talvolta
nemmeno me ne accorgo, e faccio solo
quello che fanno normalmente i vivi
– oltre a vivere, leggo, scrivo, penso,
m’incavolo, sorrido, parlo e taccio, –
pure se dunque non ci faccia caso,
anche se non lo sembro, sono morto,
morto ufficialmente. E non è detto
che ai morti tocchi solo star distesi
e oziare tutto il giorno: io, ad esempio,
quando mi sdraio, è perché ho sonno,
e ho voglia di dormire – anche ai morti
è lecito distendersi e dormire,
nessuno glielo vieta. – Ecco, insomma,
basta un po’ di governata follia,
per vivere da morti: a volte riesce,
e non è uno sciocco elucubrare,
no, non straparlo, non sono fuor di senno,
e, chi vi riesce, finga d’esser vivo,
i morti fan paura. – A parte il fatto
che sono i vivi che mi fan paura.-

LA BEAT GENERATION

A volte, se mi capita di andare
turistegggiando per città lontane
da quella in cui abito, straniere,
e guardo i palazzotti e i monumenti,
vestigia di non sai quale passato,
provo la felicità di non sapermi
fortuito ed arbitrario, ma di essere
anch’io come un erede di un qualcosa,
una parte, non so quale, della Storia.
E allora mi scuso e mi giustifico
per questa mia non nobile esistenza
di uomo senza infamia e senza lode,
da farne un monumento e d’ammirare,
un miracolo del Nulla, un Giulio Cesare
di una beat-generation senza gloria.

Parole in fuga

ETEREE COME LE ZENDADI

Le fiaccole svaporavano nel buio,
eteree come le zendadi.
Te ne andavi come una lacrima al vento,
nell’impalpabile lucore di un sogno.
E c’era un odore morto di rose
e l’edera si torceva sul muro.
Ricordi? La mano sui capelli,
una carezza sofferta, fantasmi
di un paese di nebbie. Esitava,
quasi stanco nell’aria, un profumo
di sole, un alone di luce
sul tuo volto. Parole,
soltanto parole d’amore
nel vocio del silenzio. Sognavo
te, eterea nei sogni, fantasma
di un dolce svanente ricordo,
e il tempo, che vestiva a festa
ogni cosa d’azzurro. Eri il volo
e l’allodola che fugge nel volo,
ed io lasciavo le ombre, la siepe,
il viottolo col vento a compagno,
ripiegavo le ali senza volo e tornavo
al mio solito popolo di sogni.
Fantasma di luce,
tornavi a un paese di nebbie.
Una fiaccola d’eteree zendadi.

IL MIO NOME

Penetro nel mio nome e mi scandisco,
in sillabe – son tre, – e cinque lettere,
solo due consonanti e tre vocali
i, a, o, semplici da dire,
e, ancor di più che dire, da gridare
e ripetere, e ne ascolto il breve suono
sdrucciolo, lo grido e lo rigrido
dentro di me. Il nome? Cos’è il nome?
Il mio è ossa, carne, sangue, pelle,
è tutto ciò che ho e non ho, è midollo,
anima, memoria, impulso, riflessione,
spasimo, vitalità, poesia, voce,
e tutto un po’, anche quello che non sono
fuori di me, ma dentro, il nome è vita
di alito spezzato nella gola,
che m’esce a fior di labbra, e nel gridarlo
esco in frantumi nelle mie tre sillabe,
scisso e sminuzzato in cinque lettere,
in tutto ciò che sento e che non sono.
Ed io mi c’incorporo e perpetuo
saecula saeculorum. Cosi sia.

CAMPANELLI NELLA SERA

Da un niente ho tratto io profitto,
in questo mio dodici febbraio.
Oltre il muro dell’orto stan le case
di questa mia città che amo ed odio,
e il mondo è tutto qui, e m’appartiene
come il silenzio appartiene al sonno.
Tra gli spogli alberi le fiamme
delle bacche intirizzite dell’inverno.

Alta, la giogaia dello Stivo,
a portata di sguardo, e la contemplo
come un cieco a tentoni cerca il sole
nel lungo andirivieni delle nuvole
che danno sulla valle. Oggi il tempo
ha l’umido profumo della terra
e un lieve tintinnio di campanelli
che annunciano il respiro della sera.
Suonano, e ci chiamano a raccolta,
noi e il tempo. A ognuno il suo dovere.

PAROLE IN FUGA

Uscimmo io e gli altri e udimmo
le nostre voci fuori, sulla strada;
sospettosamente vi andammo dietro,
dato che se ne n’erano fuggite
inconsapevolmente, ed ogni voce
gridata lasciava una sottile
eco, a far da battistrada.
E non erano messaggi, o, se lo erano,
non erano di certo quelli nostri,
comunque sia,vi camminammo dietro
come i passeri che vanno zampettando
qua e là dietro le briciole, col fine
di riprenderle e ricacciarcele in bocca,
da dov’erano fuggite, e rigridarle,
noi, poiché nostre, e non degli altri.
E ad una ad una le recuperammo
spartendocele, ad ognuno quella sua
e ciascheduno se le ricacciò in gola
con una procedura straordinaria
ammessa dalle leggi, una misura
logica ed urgente da gridare
o rimettercele in bocca. A ciascheduno
la sua propria democratica opinione
di scegliere. Ed è quello che facemmo:
una stretta di mano, e tutti a casa.

Una miserabile quisquilia

PIOGGIA DI UNA SERA D’ESTATE

Lacrime di pioggia nella sera
a ridestare i broccoli assetati,
a rincuorare i porri e le insalate,
a battezzare gli orti e le grondaie
di acqua benedetta di lavacro.
Canto di gronda e brontolio di gora,
è come una ninnananna nella sera,
canta la poesia della primavera,
gola di roggia e bocca di grondaia.

Fa risuscitare i vivi e i morti,
canto di litania di gora,
gorgoglio negli orecchi di chi dorme
in eterno nel sonno sotto terra.
Canto di pioggia di grondaia,
canto di malinconia di roggia.

ANDARE E RIMANERE

Padre, la mia città splende nel sole,
e noi si è sempre vivi, qui e altrove,
tu te ne andasti, ed eri morto e vivo,
l’addio non fu facile, un curioso
andare e rimanere senza tempo,
e gioivo del mio esser vivo e morto,
effimero quaggiù e lassù eterno.

Avevo gli occhi umidi dal pianto,
e tu eri il vento e l’acqua, eri puro
come un roseto in fiore, e non sapevo
più cosa dirti, padre, se non: Resta
ancora qui con me, anche se piove.

Sei venuto a trovarmi l’altra notte,
ero solo, e attendevo sulla soglia
che smettesse di piovere. Pensavo
a mia sorella, morta or non è molto,
e mi dicessi: E’ qui, da me…Oh padre,
che vai lassù per strade e non ti bagni,
perché lassù non nevica e non piove,
c’è sempre il sole, il sole dei vent’anni,
portami sue notizie, e che sian fresche…

Sei tu che mi hai dato questa forza,
è il tuo vivere in me che mi fa vivo,
e ora che sei con mamma e i miei fratelli
insieme, eternamente, lassù, in cielo,
lascia che mamma chiacchieri, sai come
le piaccia chiacchierare, a voce alta,
forse anche lassù mamma è un poco sorda,
tu la conosci, sì, sai quanto parla…

Tu te ne andasti un giorno, e c’era il sole,
di là, da te, lassù, fuori del mondo,
ma io restavo, e ti sentivo entrare
dentro di me, andavi e rimanevi,
ed io con te, io rimanevo e andavo,
effimero quaggiù e lassù eterno

UNA MISERABILE QUISQUILIA

Quisquilia, è una miserabile quisquilia
il tempo, stonato contrappunto,
ventre di un tunnel monosbocco,
ed io, dentro di lui, inconsciamente,
a correre col peso sulle spalle,
furente ma estasiato, ad inseguire
dentro il suo buio alveo, la sua corsa.

A presidio, in cima al capolinea,
un avamposto, e, a cavallo d’un cavallo,
un angelo che dà fiato alla sua tromba,
squillo di trionfo o di disfatta,
tromba di latta senza squillo.

La sedia Anna

LA SEDIA ANNA

Ho appoggiato la testa allo schienale
di una sedia, e t’ho pensata,
immagine dell’Assenza. Sai che gioia,
abbracciato seduto sulla sedia
ti chiamavo per nome, e non sapevo
ch’era il nome della sedia che chiamavo.
Eri come una cosa fatta in legno,
con quattro gambe dritte e uno schienale,
eri la luce che riverberava
dalla finestra, erano le stelle,
era la luna o Dio solo sa che cosa
sopra la sedia, e anche tu eri bianca
come la luce, e pallida sedevi
e ti cercavo dove tu iniziavi,
ma ti trovavo dove tu finivi.
Eri di carne, ed ora sei di legno.

Questa sera ci sta con me una sedia,
ma è come fosse Anna. Sì, è una sedia,
ma è come se parlasse e mi dicesse
che anche una sedia può chiamarsi Anna,
Anna, posta in mezzo alla mia camera,
s’una morbida parquet, ed io, seduto
sopra di lei, abbracciato, e a dirle: Oh Anna…

Sì, c’è una sedia in ogni desiderio.
C’è un desiderio in cerca di una sedia.

LA SEDIA CHE NON ESISTE

Piero siede s’una sedia e guarda
ciò che non c’è e non è mai stato.
Anche lui, lui, Piero, non esiste,
e lo sa di non essere mai stato.
Malinconia di ciò ch’è inesistente,
e non gli viene in mente di pensarlo,
sa solo che non c’è, e ciò gli basta.
Siede s’una sedia, e ha la mestizia
di chi non pensa e sa di non pensare,
come il vento che va avanti e indietro,
e non lo sa che soffia, né ch’è il vento.
Piero guarda il suo Non essere che siede,
zitto e tranquillo, nella sua inesistenza,
come un cane che ha voglia di abbaiare,
ma lo sa che non esiste, e non abbaia.
O beata infelicità di chi non sa
di non esistere, di essere il non-Piero,
di tutto ciò che sa, non sa sia vero.

TUTTO A POSTO

Ma un giorno di pioggia non fa storia;
pioggia o no che sia, m’impigro
sedendomi s’una sedia,
la prima che mi capita. Son vivo.
Fuori dei vetri intanto piove,
ma non tribolo, non peno né m’importa
se piove, perché no?, quasi mi piace,
nell’usura del tempo, il transitorio
della pioggia che cade, la monotona
inveterata cadenza di chi cade.
Cade anche il Passato, redivivo,
nell’attimo del Presente – tutto a posto
nel novero del Tempo. – Oh voi beati,
che vedete e sentite lassù Dio,
dove l’aquila in volo ci sovrasta
in un unico sacro annullamento,
dite, come si sta sospesi in aria
senza un valido motivo per tornare?
E voi ditemi se lassù c’è il Paradiso…

METTI A REGISTRO

Metti a registro: il tempo che non viene,
la porta che si apre con i sogni
che si urtano tra loro per entrare,
e, in mezzo, nella calca, una candela
sopra una sedia. Una candela accesa.

Poi Anna, col capo sul cuscino
che non c’è, la trovi dentro un sogno,
tra quello appena entrato e un bouquet rosso
di rose, ed Anna che sospira.

Poi, un uomo alla finestra che la chiama
per nome. Ma non succede nulla,
tutto immaginato, la finestra
non c’è, non c’è mai stata, e neanche l’uomo.

No ci sta che la sedia, e la candela,
ed il nome di Anna. Ma in un’eco.
E forse c’è la bocca che la chiama,
anche s’è ora tarda. Oh Anna, Anna….
Forse non c’è nessuno. Un’invenzione.

Forse neppure io son qui che scrivo.
Quello che c’è è la candela. Spenta.

Il bignè nel caffelatte

IL BIGNÈ NEL CAFFELATTE

Un mistero, un anagramma, un enigma,
di cui non s’intenda la ragione
né il fine, né si scopra le sua origine,
forse uno strumento psichedelico
di formule archeotipiche, un’arcana
irrealtà simbolica ed astrusa
ai margini del Caso.
Un paradigma
con cui si cerchi di accontentare
il nostro desiderio d’infinito,
un bisogno d’istanze metafisiche.
Piero lo sa, e va come un iniziato
lungo gli itinerari gnoseologici
del sacro Transeunte, tra scandagli
esoterici, in ciabatte,
ogni mattina
a tavola, in cucina, appena sveglio,
quando inzuppa
il bignè nel caffelatte,
la pillola che abbassa la pressione
e una foto con la dedica di Socrate.

NON SONO IO

Difficile definirmi,son diverso
da quel che sembro o paio di sembrare,
perché son tutto quello che non sono,
quindi son tutto quello che non sembro,
un qualchecosa di bambino adulto,
il semplice del complesso, vale a dire
la complessità del semplice.
E nulla al mondo
mi pare tanto stupido, oltre che inutile,
quanto la felicità di essere qualcosa
di utile a sé stessi,
io non mi servo,
di me non so che farne. Mi sopporto
come si sopporta un mal di testa,
però con mille scrupoli.
E, scusatemi,
ma mi sento antipatico a me stesso,
ed allo specchio ho un cenno di fastidio,
come dire?, un senso di disagio
sol se mi guardo, e nego di conoscermi.
Non sono io, mi dico.
E faccio in modo
che se ne resti lì, e non mi segua.

CHI MI HA INSEGNATO A CREDERE?

La calda felicità del sole
sfiora le gemme chiuse delle rose
di primo aprile. Ancora senza foglie,
la magnolia infiora i suoi torti rami
di petali lilla rosa. Oasi d’ombra
celano le ultime primule in fiore.

Tu mi domandi: Chi ha insegnato al sole
a splendere quando inizia il giorno
e alla magnolia a fiorire a marzo
e alle primule a occhieggiare a fine inverno?
E chi ha insegnato a me a sopravvivere
in un contesto senza pietà e amore?
Chi mi ha insegnato a credere ad un Dio,
cui è assai più facile non credere?

AMO IL DIO PIETOSO DEI CRISTIANI

Amo il Dio pietoso dei cristiani,
il Dio di mio padre e di mia madre,
giusto, ma buono, che mi insegna a amare
e a porgere l’altra guancia a un altro schiaffo,
e amo anche il suo tramite, l’Angelo,
la mia possibilità di meritarlo.

E su ogni foglio che scrivo c’è il suo nome
invisibile tra una sillaba e l’altra,
e m’è caro il suo Verbo, e gli dedico,
come un suggello alla sua amicizia,
un libro di poesie che poi non scrivo,
perché non c’è bisogno che lo scriva,
tanto, lo so ch’è dentro me, e mi legge.