L’albero fantasma

L’ALBERO FANTASMA

Sta appiccicato a un ramo
di un albero un pipistrello
stanco per la fatica di volare.
Un albero fantasma, e il giorno
stremato s’appisola all’occaso
nello stormiente bruire dei cipressi.

Hanno fermato il tempo, e ora il buio
va per le perdute vie del sonno.
Una alla volta, corrono le nuvole,
lassù, forse hanno un valido motivo
per correre. Probabilmente è il vento,
striscia quaggiù di casa in casa,
zoccola come avesse i tacchi alti,
un gemito di macina nel frantoio.

Tacciono nel silenzio i maggiociondoli,
una lanterna oscilla s’un’altana.
Piange un passero s’un ramo d’avellana.
Hanno fermato il tempo e la clessidra
è vuota, è rimasta senza sabbia.

UN RIVESTIMENTO PARA-MATERIALE

Ma Gesù e gli Apostoli credevano
all’immortalità dell’anima, oppure
che anche l’anima morisse, e poi, morta,
risuscitasse intatta come prima?
Penso che forse Dio, lassù, un giorno,
faccia risuscitare i nostri corpi,
dando però all’anima non la vita
– tanto, ce l’ha, non muore, – ma donandole
una sorta di veste materiale
o para-materiale,- e chi la chiama
rinascita dei corpi e chi altro
rinascita del morti,-il che è lo stesso.
Ma il corpo di chi è morto e poi risorto,
come spiega San Paolo, non è il corpo
morto e sepolto – un corpo corruttibile, –
ma se ne acquista un altro, incorruttibile,
eterno e immarcescibile. Se dunque
ora quaggiù si ha una vita psichica,
e un giorno, lassù, una vita spirituale,
che n’è del DNA? Ce lo riavremo
intatto pure quello, dopo morti?
Un giorno, s’è così, io, per eterno,
anche lassù sarò lo stesso identico
irripetibile Italo Bonassi,
– almeno me lo auguro, – di oggi.

L’INCUBO

L’Angelo mi ha preso per la mano
nel tormento dell’anima – un deserto
senza un’ombra né un grido. – L’ossessione
di un qualcosa tra thanatos e athanatos
col fascino di un quasi paradiso,
termine di chi crede e si dispera
di non credere il dovuto. Ed una voce,
voce di un dio minore, rintronava
– o era il vento in quella mezza luce
di una splendida aurora – e mi chiamava
con parole di un dolce rapimento.
Padre, gridai, tu che stai nel cielo,
dammi l’acqua per spegnere la sete,
pago il debito dovuto, fammi bere
la Verità….Le palpebre abbassate,
scivolavo via via fuori dal sonno
della morte. E mi ritrovai sveglio.
L’Angelo era sparito, e non c’era
che l’orma di un suo piede, ed una piuma
bianca d’ala d’angelo a terra.

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Le cose senza nome

LE COSE SENZA NOME @

Sopra la porta c’era scritto: Entra.
Ma non mi va di aprirla né di entrare.
Busso. Non c’è nessuno? Guardo in alto:
da una piccola finestra al primo piano
c’è un’ombra che si sporge. Non risponde,
ferma come una statua, e tutto è fermo,
e ferma anche lassù la stessa luna
di ieri, bianca come sempre,
sempre la stessa luna dell’altr’ieri,
disfatta dalla tenebra. Un cane,
fermo anche lui, legato a una catena,
uggiola da un lontano cascinale.
Sembra di udire il buio borbottare.
Busso di nuovo. Chiamo: C’è nessuno?

Nulla. Un silenzio. Non si muove foglia.
Scivola come un brivido di aria
l’eco di una risposta, e pare l’eco
di una voce di donna che conosco:
memoria di chissà quanti mai anni,
si accende, si agita e si spegne,
vibra d’echi come erratici lapilli.
Parlami, dico, cara, dolce voce,
parlami ancora…Il vento ora è più forte,
guardo la finestra in piena luce,
e la luna che cresce si fa grande.
Ne capto le parole, vanno e vengono
come un soffio di aria rado e blando
che agiti le foglie ed i capelli.

Amore, mio incantevole amore,
dice, e mi pare un sussurro appena,
lascio la porta aperta, non entrare,
basti il ricordo a molcere nel cuore,
basti l’oblio di un non-ricordo: senti
come nevica, che freddo, è pieno inverno,
nevica nei nostri cuori solitari,
ed io ti vedo, sai, e ti sento, fermo
di là dell’uscio, e cerco una tua mano,
ti sfioro appena il volto, e non mi vedi;
sento il tuo cuore battere in affanno,
lieve come il bacio dell’aurora,
triste come un cuore che non ama.

Tornano con le ombre dal passato
tutte le cose che non hanno nome,
ed anche lei, senza più nome, torna,
come una cosa che non ha ricordi:
la vedo, od intravvedo, ed è uno spettro,
un coso senza un volto, ma non provo
nulla di più che una stretta al cuore.
Siamo io e lei due cose senza nome.

Le poesie del 17 maggio

UNA TRACCIA

E’ una traccia certa e confortevole
per l’uomo che non sono. E allora vado
dove la poiana spezza il volo
ed ammutisce il canto,
e le nuvole non hanno più la pioggia.
Entro confuso in un riverbero
di luce che mi guida in paradiso.
Ma c’è chi giura che si va in l’inferno…

IL PIEDE SULL’ORLO

Ho il piede fermo in cima all’orlo
del baratro. Cadere o non cadere…
Il silenzio dell’albero stordito
dal vento che sa di maestrale,
le nuvole lassù, in disordine,
stracciate. L’ignoto là in agguato,
il salto – col dovuto
distacco, – la caduta. E il vuoto.
La testa china sopra l’orlo,
seguo la luna
caduta nel bicchiere.
La luna…Lei l’ha fatto, il salto,
e il vento e l’albero stordito
e il cielo, tutti in aspettativa
di un ordine di Dio. Ma nulla da eccepire,
è logico. Quest’altr’anno
vado a fare le ferie in paradiso…

IL PUNTO

Il Punto.
Oh, ecco, sì, il Punto da raggiungere.
Dimmi dove, quale la via
da fare, come e quando
ci s’arrampica, a livello d’infinito,
dove si flette a piegare
curva dopo curva, a risalire a balzo
a balzo fin lassù,
al Punto. Ecco, sì il Punto
sopra tutti gli altri punti,
orograficamente il più elevato,
insegnami a conoscerlo dal battito
del cuore, la vastità del microscopico,
la verità del menzognero.
Il Punto di disordine dell’ordine,
l’antonomasia del chicchessia
di Dio. Il Punto, Oh sì, il punto…

COME DIVENNI DIO

Stamattina sono entrato nel Niente,
prima col pensiero e poi col corpo.
Un Niente un po’ gualcito ma impeccabile,
come lo sa essere il Niente,
dentro il quale si vive senza fare
nulla di nulla, uno stato di nirvana,
presso a poco come quello degli angeli,
che altro non san fare che far gli angeli.
E, immerso in quel fantastico esser niente,
come una cosa che non è mai esistita,
spensi le luci ed entrai nel Tutto,
padre del Nulla, e divenni Dio.

UNA TRACCIA

E’ una traccia certa e confortevole
per l’uomo che non sono. E allora vado
dove la poiana spezza il volo
ed ammutisce il canto,
e le nuvole non hanno più la pioggia.
Entro confuso in un riverbero
di luce che mi guida in paradiso.
C’è chi mi dice che si va in inferno…

IL PUNTO DI PARTENZA

Fugge, è sempre in fuga. Ma da chi?
Pazzo oppure savio? Dimmi quale
la differenza, pare inverosimile,
ma fugge, e nel correre mi grida:
Aiutami a acciuffarlo?
Mi chi? Il tempo!
E ogni giorno, ogni ora, ogni minuto,
insegue l’orologio, è lì che corre.
Il tempo?
È il punto di partenza
delle cose, le va oltre, le sorpassa,
ed è assolutamente logico, normale,
che corra,
è proprio qui per quello!
Ecco, si fa futuro, d’improvviso,
e irreversibilmente, il mio passato
– la colpa di chi è? Chi è che spinge?
Il tempo?, almeno così pare –
Chi è che si propone il mio supplizio?
Dio ? Ma esiste veramente
o è solo un desiderio,
e, metti esista,
che fa? Rimane nel suo empireo
fermo impalato e non ci dice niente?
Esiste, sì, lo so, ma che si annunci,
venga qui fuori e dica:
Mi hai chiamato?
Che vuoi? Oh Dio, se tu non fossi
Dio, ma che vanificarsi
il tempo, che correre per niente,
che scorno avere l’anima e morire
così, come una farfalla…O un geco.
Bello che tu ci sia,
oh sì!, magnifico
dirti da uomo a Dio che sei l’incanto
del mondo. Che dico? del Creato!
Ecco, ora prego. Una preghiera,
sì, per dirti: Grazie, Dio, ch’esisti…

L’eternità ci piace

UNA TRACCIA

E’ una traccia certa e confortevole
per l’uomo che non sono. E allora vado
dove la poiana spezza il volo
ed ammutisce il canto,
e le nuvole non hanno più la pioggia.
Entro confuso in un riverbero
di luce che mi guida in paradiso.
C’è chi mi dice che si va in inferno…

C’È UN QUALCOSA

C’è un qualcosa in ogni cosa che non muore,
senza pur tuttavia che lo si avverta,
non tutto in ogni cosa muore, resta
un quid, un non so che, una sciocchezzuola,
un’ombra che si lascia a chi ci segue,
un chissacché d’eterno e immateriale,
che ci fa dire:
Non c’è più, ma c’era.
E allora, noi si accende una candela,
nel buio della strada, e si cammina
come i fantasmi a cercar qualcosa
che non si sa ,
un broccolo smangiato
da un bruco, una foglia d’insalata
pasto di una chiocciola, un tubetto
vuoto di un dentifricio, un filo d’erba
piegato da una goccia di rugiada,
ed altro che non dico, ciò che insomma
non sappia né di nobile né sacro,
che ci fa dire:
Non c’è più, ma c’era.
E allora ci si dà la buonanotte.

L’ETERNITÀ CI PIACE

C’è un ampio giro d’echi
per le vie della città all’alba.
indugia all’uscio ad ascoltare
I pipistrelli, paion balbettare
la loro infelicità di pipistrelli.

E intanto viene,
viene per portarlo in altri lidi,
gli dice ch’è già l’ora,
lo porta dove i morti sono vivi,
e fanno cenni e picchiano le nocche
sul tavolo, e li chiamano fantasmi.

Da anni ed anni, dice,
gli si sedeva accanto
e gli parlava come un padre al figlio,
che lì da lui ci si stava bene,
anche se ci stanno certe regole
severe, e indossa un camicione
e ci ha le calze bianche fatte in maglia,
quelle che gli ha fatto la sua nonna,
i giorni che pioveva, alla finestra,
a guardare le anime passare,
perché anche lassù fa sole e pioggia.

Viene così a prenderlo e lo porta
dove la luce è tanta che ci vogliono
le lenti affumicate e un berrettone
con tanto di visiera,
e la morte non è altro che un pretesto
per vivere immortali, e non c’è altro
da fare che lasciare i vivi in pace,
senza medium né sfere di cristallo.

L’eternità è così così ma a noi piace.

Una storia banale

Pencola un’afa quasi solstiziale
senza sollievo per chi siede all’ombra.
Nella piazza una donna in bicicletta
pare una postilla a piè di pagina
di un romanzo d’amore di Liala.

Ogni attimo ne prolifera un altro
– una sequenza come al solito ordinata,
coperti e allineati – nella lunga
mostruosa monotonia del tempo
che ansima come avesse il fiato grosso
in una noia smisurata, eterna.

Occhieggiano i fari delle macchine
che lente se ne vanno nella sera
e intossicano di nuvole di scarico
la piazza, dove s’una scalinata
che dà adito alla chiesa, il sacrestano
chiacchiera col parroco. Una storia
piccola, banale, una storiella.

Cestinala, ma sì, e chi se ne frega?

Il profumo del fiore

RINNOVAMENTO

Fin dal primo giorno della Storia
dell’Universo, Dio rinnova il mondo,
ogni attimo che passa è un rinnovato
atto di creazione:
cade un seme
e radica sotto terra e poi fa foglia,
sibila un lampo, un attimo, ed esplode
un tuono – un attimo – e un fil d’erba
trema e tremando sgronda silenzioso
una stilla di guazza,
una ragazza
si ravviva la frangia sulla fronte
e sgrana le pupille, canta un grillo,
un attimo,
e il mondo si rinnova
senza alcun bisogno di chiamare
Dio perché possa intervenire,
non perché Dio non debba né non voglia
farlo, ma perché è un peccato
che Dio si sprechi
a far di queste cose
piccole e banali. Ci vuol altro,
ci vuole ben di più per disturbarlo:
sprechi il Suo tempo
a far le cose grandi.

IL PROFUMO DEL FIORE

Sei a una distanza che non so se infinita,
lassù, a chilometri e chilometri di eterno,
oltre ogni oltre, oltre ogni altro cielo,
a misura d’eterno, lassù, madre
mia sempre presente ma lontana,
fatti viva quaggiù, vienimi in sogno.

Oggi, ad esempio, le montagne hanno un rosso
arancio cremisi, e in ogni angolo
cantano qua e là a fior di gola i grilli
nell’ora della cena, mentre lunghe
calano le quiete ombre del crepuscolo
e c’è un profumo buono di polenta,
crauti e spezzatino. Oh madre mia,
lassù, da te, c’è tutta una stupenda
luce d’eternità a vista d’occhio,
e tu sei viva più di me, lo sento,
lassù e quaggiù, in me tu sopravvivi
come il profumo sopravvive al fiore
anche dopo che se n’ha reciso il gambo.

E anch’io lassù, anch’io, con le mie cose,
un giorno me ne andrò, ma non del tutto,
si sentirà ancor battere il mio cuore
con quello dei miei figli, eternamente,
lassù e quaggiù, madre mia, presente,
come il profumo sopravvive al fiore.

PROBABILMENTE IMPROBABILE

Torna la rosa a primavera
a fare fiore, e, grazie a Dio, ritorna
Anna – sì, Anna – che raccoglie
la prima viola nata questa notte
sotto le foglie mucide ed il muschio
molle che palpita di vita. E senza
volgersi indovina l’inattesa
dietro di lei
mia invisibile presenza:
anche io ritorno dal passato
nel vento marzolino, e, nel vedermi,
accenna ad un gesto di stupore,
un grido che si strozza nella gola.
Poi si rannicchia e nasconde il viso
nel palmo di una mano. Il desiderio
vago del tempo, il fascino struggente
di ciò che fu,
l’eternità lì a due passi,
e a un tratto non c’è più, – o non è mai stata,-
ma è come se ci fosse, ed io ne capto
il grido di sorpresa.
E forse anch’io
son come se ci fossi,
e invece non ci sono, non esisto,
probabile o improbabile, neppure
io, io, Anna, e te lo grido,
gridiamolo, io e tu: Non esistiamo!

AVREI VOLUTO DIRTI

Avrei voluto dirti: Va’,
è inutile aspettarmi.
E non l’ho detto,
son io che sono andato, ed hai taciuto
guardandomi mentre andavo.
Avessi avuto
tempo e voglia d’attenderti, senz’altro
un sì col capo, un motto o una battuta
ironica, un cenno di diniego,
oppure, perché no, anche d’intesa,
di certo l’avrei fatto.
E invece no,
t’ho detto: Vado io!, e sono andato

C’È UN QUALCOSA

C’è un qualcosa in ogni cosa che non muore,
senza pur tuttavia che lo si avverta,
non tutto in ogni cosa muore, resta
un quid, un non so che, una sciocchezzuola,
un’ombra che si lascia a chi ci segue,
un chissacché d’eterno e immateriale,
che ci fa dire:
Non c’è più, ma c’era.
E allora, noi si accende una candela,
nel buio della strada, e si cammina
come i fantasmi a cercar qualcosa
che non si sa ,
un broccolo smangiato
da un bruco, una foglia d’insalata
pasto di una chiocciola, un tubetto
vuoto di un dentifricio, un filo d’erba
piegato da una goccia di rugiada,
ed altro che non dico, ciò che insomma
non sappia né di nobile né sacro,
che ci fa dire:
Non c’è più, ma c’era.
E allora ci si dà la buonanotte.

Il ruolo della mucca

IL RUOLO DELLA MUCCA

Impossibile, impossibile,
e, se non basta,
centoquattro e più mila impossibili,
tanto è il tempo passato,
ch’è impossibile
che abbia trovato il tempo di passare,
un tempo che puoi dire scalmanato,
feroce e irresponsabile. Eppure,
era non dico ieri, ma l’altr’ieri,
ch’ero seduto solo a meditare
sopra una panca al Parco di via Dante
sulla possibilità
dell’impossibile,
difficile da inquadrare, pur sapendo
che il tempo è un po’ come una donna a ore
che viene, fa il suo compito, e ti lascia
poi solo s’una sedia a meditare
sul ruolo della mucca
nel Creato.
Forse è quello tuo, lo stesso ruolo.
Chiediglielo, e, vedrai, te lo conferma.
Tu e la mucca, sulla stessa barca,
come ai tempi di Mosè. Una goduria.

AVREI VOLUTO DIRTI

Avrei voluto dirti: Va’,
è inutile aspettarmi.
E non l’ho detto,
son io che sono andato, ed hai taciuto
guardandomi mentre andavo.
Avessi avuto
tempo e voglia d’attenderti, senz’altro
un sì col capo, un motto o una battuta
ironica, un cenno di diniego,
oppure, perché no, anche d’intesa,
di certo l’avrei fatto.
E invece no,
t’ho detto: Vado io!,
e sono andato.

IL BUCO NEL PRATO

Hai pensato di strappare un filo d’erba,
ed era lì, con tanto di rugiada,
– era mattino presto, – mezza in bilico
in cima a una foglietta. Non l’hai fatto,
non volevi rubare il verde al prato.
Ci sarebbe rimasto il posto vuoto,
un buco, per farci poi la foto.
Con quel buco potresti i rovinare
l’estetica del prato. Ed hai lasciato
così il filo d’erba in santa pace.

VORREI ANDARMENE

Vorrei andarmene d’inverno
con la nebbia
e le dita rattrappite per il gelo,
sul tardi, verso sera, con le strade
vuote, nessuno in giro,
e un freddo boia,
mentre la gente è intenta a divertirsi
e a festeggiare nelle discoteche.
Vorrei andarmene
però da solo,
senza nessuno: in certi casi è meglio
lasciar stare parenti o conoscenti,
nessuno, né di casa né di fuori,
e chiudere piano,
appena appena l’uscio
dietro le spalle, senza far rumore,
e appiccicare un foglio sulla porta
con sù l’avviso:
Chiuso per le ferie.
E appena fuori, andare in sacrestia
per fare quattro chiacchiere col parroco,
o col chierico, il prevosto o il monsignore,
basta che ci sia uno
con la tonaca,
perché c’è sempre tanto da discutere,
tante cose da dirsi, da discorrere
su quello che sarà,
sulla pietà
( chiamala misericordia ) del Signore,
per sciacquare
poi l’anima dal diavolo.
Assolto questo compito,
fregare
la Morte, e cambiare casa,
cancellare il mio nome dalla targa
di sotto il campanello,
e poi bruciare
codici, targhe, tessere, cartelle
del fisco e dell’ U Esse Elle,
insomma tutto ciò che sa di vivo.
Forse non basterà, comunque è meglio
fare una prova. In ogni caso ò bene
far sapere alla Morte
che si è morti,
che resti là dov’è. Ci pensa un altro.
E che non venga
a romperci le azze

Considerazioni sulla poesia

Italo Bonassi
Considerazioni semiserie sulla poesia

Un fatto che mi capita ogni tanto, e penso a molti di voi che scrivete poesie, è ricevere una lettera che ad es. reca sù l’indirizzo : al poeta Italo Bonassi. Non al sign. Italo Bonassi, no, al poeta Italo Bonassi. Una distinzione di categoria, al giorno d’oggi si direbbe di casta. Penso che se fossi un appassionato cercatore di funghi, dovrei ricevere delle lettere con sù scritto: al fungaiolo Italo Bonassi, altra distinzione di casta. Poeta o fungaiolo, la cosa cambia di poco, in quanto il fungaiolo penso abbia una gelosa cura del suo raccolto, tanto da sostenerne la sua preziosità quanto uno che scrive versi, e sarebbe certo lieto di veder scritto sulle lettere a lui indirizzate “al fungaiolo Giovanni Rossi” quanto lo è uno che scrive versi di vedere scritto sulle lettere “al poeta Giovanni Rossi.””
Badate che parlo di chi scrive versi e non di chi è poeta. Entrambe le categorie hanno in comune l’amore per la scrittura, il che è lodevolissimo, e anche se chi scrive versi non arriva all’altezza di un poeta vero e proprio, merita ogni rispetto e stima, così come il pittore dilettante cui manchino gli strumenti e l’estro per uscire dalla mediocrità, ma i cui quadri sarebbe crudele chiamarli “croste”, perché possono pur sempre avere qualcosa di originale, di interessante.
Dunque, una volta, al portalettere che, nel consegnarmi una lettera con su scritto: al poeta, mi aveva chiesto sorridendomi con sorpresa curiosità se fossi io il poeta Italo Bonassi, gli avevo risposto: “so che sono l’utente del gas Italo Bonassi.” Da quel giorno mi ha guardato con più rispetto: pensate un poeta utente del gas. Doppia certificazione.
Cosa dire quando mi si pone la domanda: Perché scrive poesie? Resto davvero perplesso, non saprei trovarne il motivo. Molti risponderebbero senz’altro che è una loro esigenza interiore, un qualcosa che gli ditta dentro, come era successo a un certo Dante, che del resto era solo un poeta, non un poeta utente del gas.
Sarebbe come se mi chiedessero perché ho il dito mignolo della mano destra. Cosa risponderei? Ce l’ho perché è mio, semplicemente per una questione di appartenenza. La poesia io ce l’ho, non so dove, forse in qualche circonvoluzione del cervello, in un gene del mio patrimonio cromosomico, o chissà dove. Oppure non ce l’ho, ma la capto dal di fuori, un qualcosa che riesco a fare mio, a personalizzarlo, a metterlo in versi, come altri potrebbero tenerlo sotto forma di prosa o di ciancia e farne lunghe chiacchierate.
Noi, del Gruppo Poesia 83, nel nostro piccolo, possiamo a volte arrivare a scrivere delle belle poesie, altre volte belline, o anche poesiole, certamente all’inizio della nostra avventura nel Gruppo avevamo ancora
parecchio da imparare, io compreso, e la nostra esperienza di Gruppo ci ha aiutato ad affinare la nostra sensibilità e il nostro stile di scrittura: chi va con lo zoppo impara a zoppicare, e chi va con chi scrive impara a scrivere.
Una volta diversi di noi sapevano solo scrivere poesie, non si erano mai cimentati nella difficile arte del critico o del saggista (però scrivere una poesia è più difficile che farne un profilo critico, così come comporre un brano musicale per pianoforte è più difficile che mettersi al pianoforte e suonare un brano composto da un altro ).
Siamo poeti, dunque, o cosa siamo, solo autori di versi? Guardiamo dentro di noi, facciamo i giudici di noi stessi, ma senza troppo manica larga né eccessiva severità. Ma solo chi è severo con sé stesso ed accetta i consigli e le eventuali correzioni da parte chi è più avanti di noi, può fare passi avanti, e Giotto può raggiungere Cimabue. Ottimi banchi di prova sono i concorsi letterari, lì uno vede, se non sono truccati, quello che vale.
Anni fa avevo perso l’amicizia di una poetessa dialettale alle prime armi nel settore lingua, bravina nella metrica ma ancora piuttosto a disagio con la sintassi, e che tra l’altro ogni due versi sì o no apponeva un bel punto esclamativo ed ogni tre o quattro i tre puntini sospensivi.
Perdetti la sua amicizia quando glieli tolsi tutti dal testo che mi aveva dato in visione. Era convinta di essere arrivata? Ecco, quando uno ha una tale convenzione, è segno che non è arrivato affatto.
Noi del Gruppo operiamo in un mondo molto affezionato al suo dialetto, e che a volte si commuove a sentir leggere del nonno che faceva il contadino (molti poeti, anche quelli in lingua, scrivono di nonni contadini col volto bruciato dal sole e le mani callose per l’uso della zappa e della vanga, raro che scrivano del nonno impiegato al catasto o conduttore di tram, quelli sono nonni che appartengono a chi non scrive poesie). Ma a poco a poco siamo riusciti ad entrare nelle simpatie, e forse anche nel cuore, anche con le nostre poesie in lingua, oltre che con quelle dialettali. Una volta, dopo una recita qui a Rovereto, una signora del pubblico degli ascoltatori, alla fine della serata, mi si avvicinò e disse: L’ultima poesia che ha letto è stata la più bella di tutte, anche se non l’ho capita. Come fa a dire allora che era la più bella? E che aveva delle belle parole e ha fatto delle immagini piene di colore, non mi importa se non le ho capite, mi sono piaciute .Ecco, che una nostra poesia piaccia a volte può essere più importante che venga capita, come certi quadri che non sai da che parte appenderli alla parete.

Le poesie dell’11 marzo

LUGLIO LUGLIOSO PIOVORNO              @

Dio dà la parola d’ordine alla pioggia,
e la pioggia gli obbedisce e piove,
piove un’acquerugiola leggera
domenica mattina
sui tetti, le altane e i muriccioli
e gli orti, e piove sulle strade,
piove un po’ dovunque
riesce a piovere,
una musica di acqua fitta e lieve
antica come il mondo.
Cielo e terra
sono tutt’un’unica frescura
di acqua da bronchiti e reumatismi.
Poggia tranquilla,
pioggia di domenica
che cade un poco ovunque stilla a stilla,
solo ogni tanto un tuono che deflagra
di qua e di là, lontano,
e una scintilla
di un fulmine che schizza all’improvviso
e all’improvviso spare.
Piove, piove,
luglio pacifico, luglioso,
fradicio, piovorno, luglio piove
giorno dopo giorno,
quasi ogni giorno.

GLI ANGELI LO SANNO @

Il mio nome è gridato lassù in cielo,
e gli Angeli lo sanno,
lo ripetono parlando tra di loro,
e, nel dirlo, abbassano un po’ le ali,
deferenti, e si scappellano l’aureola.
Qui, sulla terra, invece non un cane
che scodinzoli a sentirlo sussurrare.

  

LO SCONTENTO  @

 
Al solito politico, che ci aveva promesso la felicità se gli si dava il voto. Gliela abbaiamo dato, ma siamo più infelici di prima.

Non ci ha dato la felicità che ci ha promesso.
Neppure l’ombra, anzi, ora è  peggio:
se prima si era tristi, ora si piange.
Ma invece di star lì a blaterare
le sue solite menate giornaliere,
pensi piuttosto a noi, alle famiglie
che arrivano Dio sa come a fine mese.
Ora fra poco rincarano il metano,
l’acqua, la luce, il pane, i francobolli,
l’autobus, il treno, la benzina,
il telefono, i servizi, l’ascensore,
il ticket sul parchimetro, il sale,
lo zucchero, l’autostrada, l’aspirina,
eccetera, eccetera. Ma allora
questa à la felicità di cui si parla?
E invece no, stan lì a litigare
senza perdere di vista la poltrona.
Eccola, la felicità, è quella loro:
starci sù seduti e non mollarla.
Ma la felicità non sta nel Fisco…

 
LA SUBLIMITÀ DELLA MATERIA  @

Notte d’agosto splendida, grandiosa,
incommensurabilmente bella,
siedo rapito e guardo dal balcone
l’Orsa Maggione, la Via Lattea e Orione
e una stupefacente chiaria di stelle.
Nell’irrealtà che sfugge al nostro sguardo,
oltre di là, nell’alito dell’Eterno,
splende la sublimità della Materia.
Noi, spirito redento della Carne,
noi, effimeri reali eterni,
si è l’Ostia Immacolata del Peccato.

 
L’OCCHIELLO DELLA GIACCA    @

T’ho costruita con l’immaginazione,
amore mio, ma poi mi sei appassita
come una viola in un vaso senz’acqua,
perché t’ho colta e messa a fare mostra
con tenerezza all’occhiello della giacca.
Avrei dovuto coglierti e goderti,
ed ora sei all’occhiello della giacca
di un altro. Ho sbagliato. Beh, pazienza…

 
L’ANGELO DELLA DISOBBEDIENZA    @

Nella rigorosissima sfera angelica,
c’è anche l’Angelo della disobbedienza:
tra l’undici ed il sedici di giugno
dell’anno della cabala ritorna
a riannodare i nodi da disciogliere,
a fare caos nell’ordine del disordine.
Come una passerella tra il pensiero
e il desiderio, gioca a far l’interprete
tra l’anima ed il corpo, e chi l’ascolta
vince l’insonnia e s’addormenta
disobbedendo alla sua disobbedienza.

La mosca nella tazza

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio,
anche se però poteva farlo meglio.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

LA MOSCA NELLA TAZZA

Come fosse una questione di sensi,
o di pelle, di vista, oppur di olfatto,
preferire il sentimento alla ragione,
l’anima che mette sottosopra
il traffico dei pensieri, e li imprigiona
come gatti selvaggi nel cervello.
Si tratta di non esser prigionieri
dell’ignoranza del saggio, qui ci occorre
una tecnica per estrarre in qualche modo
una mosca ch’è caduta nella tazza
del latte col caffè, identificarne
il nome entomologico, l’età,
e mettici anche il sesso. E guai a illudersi
di giungere a risolvere il problema:
cerchi il punto che ti sfugge, l’aggancio
col dito o col cucchiaio l’esperienza
dei nostri limiti di spazio e di tempo
per un non sai se certo compimento
di libero pescatore senza lenza
né esca. Un pensiero debole,
ma una connessione intellettuale
tra me e lei, il senso della morte
e della vita, un vizio, una iattura,
una solidarietà tra uomo e mosca.
Io, sperduto in questo mio non tempo,
lei nella pietà di un caffelatte,
piccola cosa anonima tra il vuoto
e il nulla del suo indiscutibile
diritto di vivere da mosca.

VOLA LA RONDINE SUL PRATO

Vola la rondine sul prato
nella maturità del giorno,
mezzo pomeriggio se n’è andato,
larga parte del cielo è azzurrofumo.
Un volo, il suo, ch’è un volo senza ritorno,
o, s’è un ritorno, non ha dove posarsi;
ciò che c’era non c’è più, non un indizio
che indichi la via che porta al nido.
Forse viaggiar così, senza trovare
un nido è un volare senza ritorno.
Vola la rondine al tramonto
di uno spicchio di cielo rosafumo.

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre…E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre, ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
e senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare.

Lettera a mio padre

LETTERA A MIO PADRE

CARO BABBO,
ti scrivo, e so che tu mi stai leggendo; sono sicuro che voi anime potete vederci e sentirci come foste qui con noi, l’eternità non contempla né tempo né distanze, anzi, ne è lo zero assoluto. Ti scrivo, ed è difficile non commuovermi, non provare come un vago senso di spaesamento, come se mi mancasse l’orientamento giusto per tenermi in contatto spirituale con te, eppure ho la sensazione che sei qui accanto, sento che sorridi leggendo man mano queste mie righe, e forse anche tu ti stai commovendo come me, ammesso che voi anime possiate provare le stesse sensazioni di noi quaggiù, come la commozione, la trepidazione, la tristezza, la gioia, l’allegria, la frustrazione, ed altro ancora.
Sei qui accanto a me, e magari guardi con meraviglia e curiosità questo complesso aggeggio che si chiama computer, con tanto di video, tastiera e stampante, quando tu eri quaggiù ancora non c’era, è tanto che te ne sei andato, e nessuno più va con quella specie di Vespa antidiluviana di cui eri fiero, e con la quale siamo anche andati a sbattere contro il ponte di ferro, quello in fondo a via Manzoni, ricordi?, eravamo seduti sull’unico sellino, io dietro di te che mi tenevo stretto avvinghiato a te, per non cadere, con la gamba destra ingessata, e abbiamo sbattuto contro la spalletta del ponte, perché la mia gamba ingessata ti aveva impedito di andare col piede sul freno mentre curvavi per attraversare il ponte. Ricordi, babbo, il volo che hai fatto giù nel torrente Passirio, per fortuna nell’acqua, altrimenti ti saresti spaccato sulla roccia, ed io, a terra con la mia gamba di gesso, a vederti portato via dalla corrente, ammutolito dal terrore, e una donna lì vicino che mi gridava: Ma che fa lì?, si butti giù e lo salvi! Ricordi, babbo, come sei riuscito a cavartela, a portarti a riva con poche vigorose bracciate e a risalire il muro inclinato che faceva da argine, la testa insanguinata ma salvo? Ricordi che siamo rimontati sulla sella e siamo andati all’ospedale, la Vespa un po’ ammaccata, io per farmi togliere il gesso e tu per farti medicare? Che testa dura che avevi, babbo! Bisogna avere la testa dura quando si va in Vespa, altro che casco! E chi portava il casco in quegli anni? Altri tempi, sì, altri tempi…
Ma babbo, sto scrivendo un po’ a vanvera, così come mi assalgono man mano i ricordi pensando a te. E ho anche scritto due poesie, lo sai, su te e la tua Vespa. Eri come un Centauro, l’uomo-Vespa.Scusami, babbo, ma mi accorgo che adesso tu ti stai commovendo, sì, mi pare di sentirti anche piangere, in silenzio. Il pianto dei babbi…Ma ridiamoci sù, tanta acqua è passata, forse è passata anche tutta quella del Passirio, compresa quella in cui sei
caduto dentro. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, quell’acqua che ti ha portato via per una decina di metri c’ è ancora, non nel più nel Passirio ma nell’Adriatico, con l’acqua di tutti gli altri fiumi che vi vanno a morire. Ma se potessi coglierne in una brocca anche solo mezzo litro, quell’acqua che magari porta ancora qualche goccia di sangue della tua dura capoccia, me la metterei in un’ampolla, e me la conserverei con amore sul tavolino accanto al computer, e direi agli amici: Questa è l’acqua benedetta che porta le stigmate di mio padre.

Tuo figlio Italo

P.S. Ti invio questa mia per posta aerea, così ti giunge prima. Sperando che non ci sia un altro sciopero dei piloti. Ti prego di confermarmi il recapito come sempre fai per via onirica.

( DAI QUADERNI DEL GRUPPO POESIA 83, MAGGIO 2016 )