La bella vita

PICCOLO IDILLIO STONATO

Pomeriggio di sole malato,
malinconica pace di case,
orti, stretti vicoli, piazzette
e androni semibui. L’estate
ha papaveri rosa di fuoco
tra l’erba che accompagna le aiuole
e la polvere che inquina lo sconnesso
selciato. Nel buio tutto tace,
e il vento ora ha smesso
e riposa. Una pace di usci,
di frusci di grilli assonnati,
e finestre occhieggianti nel lento
respiro dell’ombra che scende
nell’aria che pare di vetro,
leggera, e porta la sera
l’occaso che pare di raso.

Discosto le tende
e una lenta cadenza passi
giù in strada, rintrona sulla lisa
piazzetta davanti al Santuario,
una piccola suora s’affretta,
alacre sentinella della fede,
al rosario. Dolcezza infinita
dell’ora tranquilla e soave
che lenta se ne va alla deriva,
rottamata come una nave
nel buio del mare,
in disarmo. Aspetto l’ultima squilla
del mezzo sbrecciato campanile
del vecchio Santuario,
e me ne vado assonnato al rosario
del sonno, chiedendo perdono
al Signore,
perché, se ho peccato,
ho peccato per amore,
e mi dica che vuol dire peccare.

IL PECCATORE

Entro in un luogo senza tempo,
profugo della mia vita d’uomo.
Ho sete e ho fame del profano,
e paura del sacro. Sento
il mio inconscio che parla nel silenzio
colpevole della mia parola,
voce di carne e sangue, anti-Verbo.

Come fossi un separato in casa,
recito l’Ave Maria del peccatore
nella pietà del mio confessionale.
E non so se assolvermi o accusarmi,
perché sono un colpevole innocente,
come lo siete voi che mi accusate.

NON CI AVEVA FATTO CASO

Era stata, oh, sì, una cosa facile,
tanto che non ci aveva fatto caso,
no, non s’era accorto ch’era morto,
chissà, per noncuranza o distrazione
(come, del resto, accorgersi? ), e lo seppe
solo allorquando venne a lui un angelo
(o uno spirito ) disceso giù dal cielo
a dargliene l’annuncio.
La qual cosa
certo lo colse alquanto di sorpresa
(o, meglio, alla sprovvista ), quella sua
(chiamiamola inopinata ) dipartita
dal mondo del di qua.
Ma poi, a rifletterci,
non era quello il caso d’iniziare
una polemica – dovevano avvertirlo
in anticipo, sia pure per rispetto
della sua sacrosanta dignità
di geometra al Catasto, –
ma, pazienza,
visto che il fatto ( fatto?, no, fattaccio,
chiamalo malfatto ) ora era fatto,
con umiltà di spirito e di cuore
ora era d’uopo
( più che d’uopo d’obbligo)
con malcelato orgoglio dare prova
tangibile di prenderla alla grande
– oh sì, con eleganza, – e lasciar perdere
ogni minimo accenno di fastidio,
e sorridere. E anche l’angelo sorrise
e disse: Vieni!
Ed era quasi l’alba,
e, vago d’aspetto, etereo, evanescente
come un lumino, un refolo di luce
di fiamma di stoppino,
uscì di casa
dietro di lui. Ma chiuse prima l’uscio,
portandosi via le chiavi. Fuori, il buio,
non un’anima viva per la strada,
solo orme di piedi perse nella neve,
e il suo essere-non essere, etereo
spirito non più carne, immateriale
ignota eternità di cui si parla
a sproposito, così, senza saperne
un minimo di nulla,
– quanto meno
si brancola – e senza cognizione
di causa, ipotesi e sproloqui
su ciò che non si sa che cosa sia,
se effimero od eterno,
bello o brutto….

UNA PICCOLA PIOGGIA

Ho spalancato l’uscio e, appena aperto,
n’è entrato il sole, e, con il sole, il vento,
e, con il vento,
un piccolo pezzetto
di nuvola, e, nella nuvola, una goccia
piccola di pioggia ( stava lì, in attesa
di piovere ).
La pioggia di una goccia.
L’ho presa e stretta in una mano,
la nuvola, e prèsala e strizzata
come si strizza un cencio,
n’è schizzata
fuori la goccia. E, con la goccia, un lampo
piccolo, di un piccolo temporale,
un lampo con un tuono.
Ed ho rinchiuso
subito la porta. Ero bagnato
fradicio d’acqua
di una sola goccia.

DI CORSA

Ho perso chissà come la giornata,
o per ingenuità o sbadataggine,
e il bello è che non ci ho fatto caso
che qualcuno mi ha detto : Stai attento,
tienila a bada fino a che sei in tempo…
Ed ora, a compensare la giornata
fatta di corsa, sosto e tiro il fiato:
non mi va di giungere in anticipo,
mi conviene arrivare all’ora giusta
senza troppo correre, e andar piano,
piano, per carità. E se mi dicono
di muovermi e affrettarmi, faccio sì
col capo, ma poi mi fermo e siedo.
Che corrano pure gli altri, io non li seguo.

IN CERCA DELLE COSE

Ho creduto di essere assieme a voi,
invece eccomi qui solo
che ascolto un po’ di musica alla radio
con uno strano senso di allegria.
Ero però già solo ancora prima
di uscir di casa e venire qui
con questo stato d’animo fiorito
di un tocco blu di cielo. Si va,
-poi si vedrà,- incontro al giorno
in cerca delle cose. Siamo noi
la nostra voce che ci parla,
noi il nostro udito che ci ascolta.

LA BELLA VITA

La salvia, la mentuccia e il rosmarino
fanno oramai già quasi primavera.
Questa è la bella vita, e la si vive
passo a passo come i vagabondi
che camminano per vivere. Amici,
andiamocene camminando pure noi
tra sedani, origani e cipolle
in questa vita insulsa, però eterna.
Eterni noi, i broccoli e i radicchi,
poi, se si è d’accordo, anche le rape.

UN MATTINO IN GHINGHERI

Guardavamo dall’alto del balcone
un sole solitario quietamente andare
tra nuvole d’un bianco monacale
nella luce profonda di un mattino
in ghingheri.
Un salottino verde,
l’orto con le prime rose in fiore
e i piccoli lumini gialli delle primule
selvatiche nell’ombra di un ciliegio
bianco di fresco.
Come un’invitante
lasciapassare per l’estate
le rondini a filo di grondaia.
Ho guardato fuori
ch’erano sì e no le sette del mattino,
e per la prima volta in vita mia
ho visto una tamerice
farsi rosa
così come fa questa, un rosa lilla
che più non è possibile, un ardore
vergine di un rosa di bucato
nell’ora chiara e fresca, così intima
che pare salottiera.
Ed un profumo
dolce di viola tricolore.
In questi tempi miseri ci basta,
per dare gioia agli occhi, un po’ di sole
( che importa se fuggevole? ), e se piove,
ben venga anche la pioggia, ma le primule
lasciatele alle sette del mattino
di tutto l’anno
e non soltanto oggi,
lasciatele se nevica e fa gelo,
e la luce s’abbuia e vien l’inverno.
Ma il tempo non ha tempo, va di fretta
anche per noi, che non siamo primule.
Vorrei poter fermarlo,
ma non riesco.

Abbassa la musica

Troppo alta la musica.
Abbassala…
Come non detto, ecco, fragorosa,
schizza una nota altissima, uno scoppio
di un fragorosità vertiginosa,
s’alza, s’abbassa, esplode
in un tripudio
come d’un improvviso fuoco di bengala.
Scusami,
mi fa, ma mi si è rotta
la chiave di violino…
(Un preludio di Bach, a quanto pare)
Punto su punto la ricuce e scende
nota dopo nota in un calando
lieve e piacevole,
una musica
soave, pianissima, una nenia.

Un suono di un’azzurra lontananza,
come in una domenica aprilina
nell’assolato incanto di un mattino
un coro giaculatoria di pie donne
al suono gaio di campane a festa.

Così suonano gli angeli,
dici.
Un suono, o, più che suono, una preghiera.
Sentivo in un luminoso caos
una voce. Una voce bassa, roca.
Ecco, fa uno,
è un angelo che canta
l’Angelus….
Applaudiamo.

Mimosa

DAL DIARIO DI UN MORTO

Abbuiava e la collina, silenziosa,
s’apprestava a sfumare nella sera
come un sonno nel quieto dopocena.
La vecchia se ne stava sulla porta,
avvolta in uno scialle in lana nero,
come un ricordo avvolto in un pensiero.
Laggiù, un fruscio indistinto di un grillo
al limite del prato. Sulle case,
bianche, appassite, sbadigliava
la luna per la noia, rovistava
nel cielo come un vecchio pellegrino
curioso. Strano, il suo destino.
Di là dalla collina, una campana
suonava a morto. Ma era un suono allegro,
come di chi va via ed è sereno.
Venne così, e senza alcun preavviso,
anche la notte, e i radicchi e i broccoli
sfumarono svaporando coi piselli
nel buio. Parevano fantasmi
di nera cotonina. E noi si andava
in fila, i corpi trasparenti,
l’uno dietro l’altro, come i morti
ch’escono per il solito passeggio
sgranchendosi le ossa. Sventolando
una bandiera in segno di vittoria.

LA PERVERSIONE DELL’ABITUDINE

C’è la perversione dell’abitudine,
che degenera
nell’insensatezza
e nell’apatica tristezza della noia.
E ci pare, vivendo, di morire in un silenzio
di tedio, in cui tutto va e viene
baluginando, come le lampare
di notte, sulle barche, in alto mare.
Per vivere
la malattia dell’abitudine,
noi si cerca di spingere all’estremo
lo sradicamento dal mondo della noia
accompagnandoci ad altri come noi,
vittime del tedio.
E ci si siede
l’uno e l’altro accanto, e cincischiando
si passano i nostri giorni a sbadigliare
e a perderci in tante cose vane
e futili – la tivù, le carte,
il bar per il solito caffè,
il cinema, la politica, eccetera,
eccetera, – e si ammette
che a morire e a far gli scemi ci si annoia.

IMMAGINE

La mimosa, le colline, il cielo,
la terra ancora fredda, il bosco,
la luce della primavera, lasciali
alla memoria, dimentica.
Tutto si quieta, dilegua.Tutto
rimane immagine, fantasma
evanescente nel ricordo. Sfuocate
rimembranze che si disfano,
mutano. scompaiono. Senti vaghe
dissonate armonie che sfiorano
il fondo del pensiero, lo sfiorire
del ricordo in spenti occhi
che non distinguono, non vedono.
Tutto mi parla di te, tutto ti annulla.
Solo la mimosa fiorisce, dove
il ricordo sfuma il suo pallore
di un tempo, quando la mano
ti stringevo, in silenzio.Tacevi,
e ti lasciavo, senza chiedere. Ora
disegno sul vetro il mio rimpianto
appannato dal tempo. Piango
la primavera tramontata. Dove sei,
lontana immagine del pensiero?

MIMOSA

Ti penso per scordarti, e guardo il cielo
pieno di rondini, e il fiume, il grande fiume,
dove si bagna il sole a mezzogiorno.
Questa illusione non gettarla al vento
umido e fresco, con la sua voce roca
fatta di foglie sonnolente.
Che solitudine, lungo il fiume tranquillo,
dove la vita sembra ferma, e l’orizzonte
non combacia col cielo.
Basta un pensiero che sussurri, e muore
questo silenzio. Ho ascoltato come
un illuso. La tristezza, sempre quella,
che mi si cela. Le colline verdi
di Pasqua sono gialle di forsizie.
Il mio silenzio ha generato il ricordo,
come una vita che si rinnova e torna
alla riviera del suo cielo. Qui
non profuma nell’aria la mimosa,
e non sorride la gente innamorata.
Questo silenzio non ha fine né principio.

ANNA LO SA

Sguscia da una fenditura
rapido un ramarro.
L’ora è sacra, la siesta. Detro l’angolo
del muro che delimita il giardino,
Anna distesa al sole del meriggio
posa stanca sull’erba e dorme.
Il sole è come un calice di brace,
miliardi su miliardi gli anni in veglia
ad ardere, un cerchio arroventato
del palpito di Dio. Imperturbabile,
il brivido di luce che promana
anno per anno piano si esaurisce,
ogni raggio lo porta all’estinzione.
Questo Anna lo sa, ma dorme.

LA CINCIA

Un qualcosa di piccolo e innocente
– è solo una cincia che canta, –
e il viottolo con le case sul poggio
e l’intrico dell’edera sui muri
e le gocce di pioggia così rade,
tutto sgronda una pace fatta gioia,
un silenzio di acqua di gronda.

E ridisegno l’ombra del tuo volto,
amore mio, e do voce all’eco
della memoria che intuisce il canto
della cincia come il nostro canto.

MORÌ DI TROPPA VITA

Morì di troppa vita, all’alba.
Era un giorno che cadeva neve,
e i lillà, curvi sotto il peso
del manto soffice, oscillavano
ai gemiti del vento. Cosa strana,
quello che era stato e che era,
finiva tutto in un ronzio esitante,
incerto, di una mosca tra lui e il lume.

E tutti trattenevano il respiro,
come se la vita stesse andando
via solo per finta, e poi tornasse,
tentando di forzare il sonno,
lieve o profondo, – non si sa -,
viatico non sapido, mistero.

Chissà se c’era un aldilà
ad attenderlo, una musica,
una parola o due di benvenuto.
( Anche lui nel morire era perplesso ).

Metti che ti capiti

METTI CHE TI CAPITI

Metti che ti capiti ad un tratto
un tutto-niente, un qualchecosa
d’effimero,
uno starnuto, una risata,
un colpo di mano o di tosse,
secco, un movimento
brusco di muscolo, un tic, un non so che
per te d’inconsapevole e furtivo,
ne sentiresti una tristezza al cuore,
un sogno di una felicità che muore.
Ecco, te ne andresti stralunato
in uno smarrimento d’aria,
col freddo nelle ossa, e fingeresti
di non capirne il senso,
e te ne andresti via anche tu
come un colpo di tosse o una risata.

IL GRILLO, LA CICALA E LA FORMICA

Non mi sono neanche accorto di un grillo
che scricchiola, nel mentre una cicala
balbetta sprofondando in mezzo all’erba.
Mi stendo ventre a terra e spio
una formica incerta sul da farsi
attorno ad un minuzzolo di pane.
Nell’agonia di luci e di colori
del prato, mi sento fuori posto,
non scricchio, non balbetto e non m’affanno
attorno ad un minuzzolo di pane,
sono praticamente un forestiero
smarrito tra riverberi di sole
e gocce di rugiada, e non importo
al grillo, alla cicala e alla formica,
che pare non mi badino. E pensare
ch’ero sicuro d’ esser chissà cosa,
e invece sono qui, e non son niente,
nessuno mi conosce né mi bada,
neppure una formica o una cicala.

INVIDIO LA MOSCA

Non so se star seduto qui in poltrona
o andare alla finestra e volare.
Mi guardo, mi soppeso e poi allargo
le braccia, come fossero le ali
( mi piacciono gli aironi ) per volare.
(So che non è possibile, ma tento,
non si sa mai, di diventare uccello,
mi basta immaginarlo ) E ad occhi chiusi,
piano mi alzo a poco a poco in volo,
salgo a mezz’aria lieve alla finestra,
ne esco a braccia aperte in un azzurro
e quieto fil di vento fino in cielo.

Ma appena che apro gli occhi, torno a terra,
come poc’anzi, e me ne sto in poltrona
accanto alla finestra (e fuori piove,
il cielo è bigio e pare quasi autunno),
e se alzo le braccia e tento il volo,
mi chiedono se sia matto, o se stia male.

Resto così immobile a guardare
il volo lento e lieve di una mosca,
libera e felice di volare.
E nessuno le chiede se stia male
o dia da matti. Però intanto vola,
Dio, come la invidio… A lei riesce.

SENZA UN PERCHÉ

Dietro un muro mezzo diroccato,
un arcobaleno che cerca l’autunno.
Una musica che pare quasi un pianto
di uno zingaro seduto a cavalcioni
d’un tronco. Mille e mille foglie
danzano la danza della morte.
Delizia di perdersi e morire.
Vivo senza un perché, ma intanto vivo.

L’ANIMA DELLE FORMICHE

Quando mi desterò
dalla caducità della materia,
mi troverò più libero e leggero,
più leggero di una piccola formica.
Forse anche le formiche hanno un’anima,
ma non proporzionata al loro corpo,
un’anima enorme, immane,
e se la trascinano a fatica,
come fosse una briciola di pane,
di qua e di là, andandosene per cena.

E vanno trascinandola pregando
il loro dio di dargli tanta forza
da potersela portare spintonandola
lassù, dove vanno le formiche,
perché anche le formiche sono eterne.

IL VOLO DELLA MOSCA

Una lucertola immobile s’un muro
segue con l’occhio attento al primo sole
il volo un poco incerto di una mosca.
Mi affascina la sua estatica pazienza
di stare lì, sul muro, in ferma attesa.
Poi, chissà come, dato che c’è posto,
e il muro è basso e lungo, e sono solo,
mi stendo accanto a lei di pancia, e seguo
quasi incantato il volo dell’insetto.

Passano le ore, i mesi, gli anni,
passa la vita e passa anche la morte,
e ancora stiamo immobili a guardare,
fermi ed eterni, il volo della mosca.

IL RITO DELLA COLAZIONE

Mattino: inciabattati ed in pigiama,
si compie il rito della colazione,
la barba lunga e il sonno dentro gli occhi.
Caffè col dietor, pillole e biscotti.
Mite è il silenzio delle prime ore
del giorno che ritorna a farsi chiaro
per imbastire altro tempo, altre storie.

Le mille finestrelle sulle strade
si accendono come fossero un presepe
e le prime vecchine vanno a messa.
Forse c’è chi, lassù, ci fa da guida
mentre si va incontro a un nuovo giorno.
Spero ci dia una mano e ci protegga..
Altrimenti, pazienza. Ci arrangiamo.

DOPO L’11 SETTEMBRE 2001

Come una iena in cerca di cadaveri,
alza le braccia in segno di vittoria,
l’uomo dell’ISIS. Ecco,
ha portato a termine il suo compito:
uccidere gli infedeli. Puntuale
l’odio della belva assatanata.

È questo l’Islam? E noi,
con tanti e tanti, qui, a casa nostra,
di arabi come lui, di mussulmani,
ci troveremo prima o poi, un mattino,
svegliatici, e usciti fuor di casa
per il solito caffè con il giornale,
una piccola sparuta minoranza,
ospiti indesiderati a casa nostra.

Un odore di anima

UN LAGO GRIGIO E SPORCO

Grigio e sporco. Guardo dalla sponda
il piccolo lago, come un occhio
spento nel verde di un’estate in fiore.
Anna dice: È malato.
Un ragazzino,
come se niente fosse, vi ci orina.
Senti come scotta, ci ha la febbre,
Sento nell’aria un non so chi
che piange,
forse è una rana. È una cosa buffa,
scrivere di un lago sporco e di una rana,
con tutto questo cielo che c’è sopra:
meglio piuttosto scrivere del sole.
E invece no,
io scrivo di una rana.
Ma intanto il sole sta lassù tranquillo,
col suo fare estraneo e negligente
alle cose del mondo, e non ci bada
né al lago, né a chi orina,
né alla rana.

QUATTRO QUINTI

Ho udito delle voci in ascensore
mentre salivo a piedi per le scale.
Via via che salivo l’orologio
da polso si fermava. Qualche cosa
di me piano piano se ne andava,
saliva verso l’alto, e non restava
di me non più che un quattro quinti:
poco, ma mi bastava. E sorridevo
a quel mio quinto fermo al piano terra.

LA NORMA

Dietro una finestra illuminata
c’è un gatto, un batuffolo nero
che dorme pacifico e beato
nel sole di uno splendido meriggio.
Emblema del silenzio, in una piena
calma sonnolenta bava d’aria
l’ora della siesta. Una ragazza
s’affaccia ad un balcone e guarda in strada
una lenta processione che va mesta
tranquilla dietro un carro. Una serena
malinconia la noia della morte,
come un atto dovuto. Ma che noia!
Anche il morto sbadiglia. Ma è la norma

MEMORANDUM

Fosse solo il tinnio di un campanello,
lieve, argentino,
mentre fuori piove,
– una pioggia che cade sulla neve
scesa stanotte -,
un tinnìo leggero,
e la porta malchiusa col battente
appena appena accosto, come un gemito
che sgretola improvviso l’aria,
un dolore, dentro, che ci rode.
Ma non è un tinnio,
è una memoria
ch’entra dall’uscio e non si fa annunciare,
una memoria, e prende corpo e vita,
siede alla mia tavola imbandita
e chiacchiera con me, e piange e ride,
arde nel buio
come fosse il sole.
Viene da un sonno d’anni ormai scordati,
con tante e tante cose avute e perse,
vaghe, indefinite, evanescenti
come mummie
in un museo di cera,
in attesa di chissà che eternità
con sobria parsimonia, un ritrovarsi
ove si è stati tutto
e non si è più niente.

UN ODORE DI ANIMA

È rimasto come un odore
di anima sulla ruvida seggiola
impagliata. E una parola
a mezz’aria, sospesa, che mi parla,
e degli occhi malinconici, le mani
giunte a preghiera. Un grido,
– come il sussurro di un grido -,
il timbro di una voce
mozzata, un ventata,
un brivido di una risata.
È lui,
col suo passo leggero, un sopore
di un paradiso di sonno, sospeso
in un intaglio di luce. Il vento
preme sulle imposte, stride
come una bocca che ride.

CONCERTINO DI BUON’ORA

Il violino di un grillo questa notte
ha strofinato a lungo col suo archetto
un po’ stonato. Forse causa il freddo
-è fine estate -, oppure la vecchiaia.

Oggi comunque il vento ci ha portato,
verso mattina, un cri cri penoso:
era il grillo di ieri, lo conosco,
lo riconosco tra mille e mille.
Ora il vento e il grillo sono stanchi
e tacciono nell’erba. M’inginocchio:
non sono grillo, son stonato e canto.
Canto di libertà di chi non è grillo.

L’ISTANTE

Schiocca, lassù, una frustata d’aria,
e una finestra sbatte e fa rumore.
Giù, sulla strada, gente che s’affretta
nel caos del temporale. Va senza ritorno
un vecchio.
( Per vivere l’istante,
basta una scia di luce che abbarbagli
sul vetro di una macchina che passa. )
Nell’aria che già trema mulinella,
un lampo. Un non so che di gaio
negli occhi di una donna.
( Una risata )

DISCENDEREMO DALLE VIE DEL SONNO

Tu, per qualche indizio non ben noto,
dici che forse un giorno torneremo
coi nostri corpi nuovamente svegli
a fare altre estati ed altri inverni,
e alle colline illuminate a giorno
imploreremo ancora un po’ d’azzurro
per fare innamorare i nostri cuori.

Discenderemo dalle vie del sonno
dall’eterno letargo della notte,
e imploreremo di non far ritorno
lassù, perché noi siamo uomini,
non angeli, è questo il nostro mondo,
è questo il nostro inferno e paradiso.

CANTA E SCRICCHIA

L’eco d’un tuono e un rantolo di vento,
laggiù, verso Verona. Guardo e ascolto
come un’eco di un grido in una gora,
una voce che non sai se dire voce,
ma grida senza dire una parola,
come la ruota di un mulino in gola.
La reliquia di un vecchio temporale
naviga nella poesia di un cielo azzurro,
solo qua e là una nuvola randagia,
e il vento che sbandiera ai davanzali
porta con sé un grido di rondoni
forieri di bel tempo. Canta e scricchia
la ghiaia sotto i piedi mentre vado
estatico senza passi col pensiero
nella serenità dei miei ricordi bradi.

L’elica gira

LA VITA CHE VIVE

Guardo dalla finestra qui di fronte
il campanile. Il sole sopra i tetti
langue di noia : autunno già avanzato
bussa col vento alle finestre chiuse
e le foglie cadute sulla strada
paiono impazzite. A un davanzale
una donna con una rosa in mano
mi fa’ un cenno di occhi per saluto.
Il cielo è una tunica di luce.
Gli orti, le vie, gli alberi, le case,
vivono dei suoni d’echi dell’eterno:
m’appaiono man mano più lontani,
piccole macchie in fondo all’orizzonte,
e il vento ne cancella suoni e voci.

Ma il senso della vita è questo vivere
vivendola. Non noi, ma è lei che vive,
noi la subiamo, inerti, senza voglia.

A PENSARCI UN PO’ SU

A pensarci un po’ su, non è poi male
questo addensarsi d’ombre nella sera.
Il sole non c’è più, annotta.
Bianca, sdrucita come in filigrana,
una metà di luna quasi scialba
empie d’intorno l’aria di una noia
curva come un peso. In mezzo all’orto
l’ombra di un gatto scivola leggera
con nonchalance sul logoro muretto
che dà sul prato. Il senso delle cose
ora traspare e sfuma come un sogno
e le voci qui intorno sono palpiti
di un refolo di foglie e di parole.
Acque di memoria
approdano a fatica sulla battima
dell’anima. E mi perdo
con nonchalance nel buio che divora.

SONO NATO UOMO

Sono nato Uomo forse per caso,
potevo nascere albero od uccello,
ma potevo anche non nascere,
o nascere e morire come nebbia
lungo verdi argini assonnati,
senza fremiti di vento tra pioppaie
e deserti capanni in riva al mare.

E invece no, sono nato Uomo,
un povero Cristo senza croce,
ma libero di scegliermi il Calvario
e l’albero su cui essere impiccato.
Però, se fossi una albero, vorrei
essere l’impiccato e l’ impiccatore.

L’ELICA GIRA

L’elica gira, gira, gira,
gira anche se non ha da girare,
si perde lassù, in un lungo sibilo,
e il vento canta e canta con gli uccelli.
Dicono che basti un solo istante
per alzare gli occhi e contemplare
l’attimo che va, e tutto intanto gira,
gira e rigira, e noi lo rincorriamo
urlando i nostri nomi a squarciagola.

GLI IPPOCASTANI

Vola al muoversi del vento una foglia
bionda di sole: un piccolo strumento
nelle mani di Dio per farne autunno.
Tanta è la luce, e il viale è già in attesa
del mezzogiorno: il grande ippocastano
pare sollevi i suoi grossi rami
in umiltà e preghiera. Da qui basso
alzo le braccia quasi ad emularlo
anch’io, in umiltà, Ma lui è più bravo.

NON C’ERO

Mi chiamarono. Ma io non c’ero,
ero andato già via, e non li udivo.
No, non c’ero quando me ne andai,
ero già andato,
ma anche – metti che ci fossi stato,-
avevo ormai lasciato il posto vuoto.
Dunque, squillò il telefono. Il mio
no, perché non ce l’avevo.
E così, quando tornai,
mi dissero che ormai me n’ero andato,
dunque che non c’ero
più, ma per davvero

TOSSIVA

Pareva il ciglio di un ferro ruggine,
nel vento che saliva. A passi lenti
venne la Morte a farci visita. Il vecchio,
stretto nel suo tabarro, ora tossiva.

Non la guardò e si sdraiò in silenzio,
la pipa in mano, – aveva sonno, – a terra.
Non davamo importanza a certe cose,
tanto meno alla tosse. Sapevamo
che aveva preso freddo ed era vecchio.
Cercava di dormire, ma tossiva.

Ma avevamo paura, e si rideva.

IL NULLA E LA NEVE

Nascondere il Nulla delle cose
che non contano, è come fa la neve
che copre col suo candido lenzuolo
immacolato tutto ciò che trova,

E poi guardare e non veder più niente,
né la neve che ricopre il Nulla,
né il Nulla che c’è sotto la neve.

Un qualcosa di vago

Un esempio
di come possa a volte interpretarsi
male un problema e sbagliare in pieno
la nuda verità di un postulato,
è non credere alla vita come un punto
di partenza dall’oggi al domani,
ma come uno stare fermi ad aspettarla.

UN MATTINO COME TANTI

Ti ho pensata come penso che si pensi
a chi non c’è, all’assenza,
e ti ho vista dove il sole all’angolo
della via è un miracolo d’agosto.
Era un mattino come tanti, e, intorno,
tutto era desto dopo tanto sonno,
ed ancora fioriva il gelsomino
bianco, e volavano gli aironi,
acrobati sulle scie della memoria.

Volavano come petali nel sole,
lassù, dove non vanno gli aquiloni.

TUTTO SARÀ BOCCIO E CANTO

Siano cinti i vostri fianchi e accese
le lampade, e tenetele sù alte
per meglio camminare senza inciampi
perché la strada è lunga e si fa sera,
e il vostro cuore indugia silenzioso
e gli occhi sono stanchi di guardare.

Non hai più domande né risposte,
non una voce sola a confortare,
ma una voce che molce il vostro esilio,
ma una voce ch’è quasi un paradiso.
È autunno, gente, ed hai da camminare
fino all’ultimo giorno, e poi fa sera.
Dopo, spegni la lampada e riposa
Fino a quando non ritorna il sole.

E tutto intorno sarà boccio e canto.

In pompa magna

IL BASTONE GIRASOLE

Cerco nel sonno le sembianze
di chi conobbi, e ne individuo il volto,
ne animo il respiro e si ridestano
e mi serrano in un lungo caldo abbraccio.
Hanno le care voci dei miei amici
e tentano di farmi prigioniero
sbarrandomi l’uscita. Ma io vivo,
offro il mio corpo al giorno che mi desta,
lo vedo con sollievo germogliare
al sole. E guardo alle mie spalle
il sogno come un uscio che si chiude
dietro di me, coi miei amici dentro.

Raccolgo il mio bastone girasole
come un bimbo la mano di sua madre.

IL VOLO DELLA MOSCA

Una lucertola immobile s’un muro
segue con l’occhio attento al primo sole
il volo un poco incerto di una mosca.
Mi affascina la sua estatica pazienza
di stare lì, sul muro, in ferma attesa.
Poi, chissà come, dato che c’è posto,
e il muro è basso e lungo, e sono solo,
mi stendo accanto a lei di pancia, e seguo
quasi incantato il volo dell’insetto.

Passano le ore, i mesi, gli anni,
passa la vita e passa anche la morte,
e ancora stiamo immobili a guardare,
fermi ed eterni, il volo della mosca.

ABBASSA LA MUSICA

Troppo alta la musica.
Abbassala…
Come non detto, ecco, fragorosa,
schizza una nota altissima, uno scoppio
di un fragorosità vertiginosa,
s’alza, s’abbassa, esplode
in un tripudio
come d’un improvviso fuoco di bengala.
Scusami,
mi fa, ma mi si è rotta
la chiave di violino…
(Un preludio di Bach, a quanto pare)
Punto su punto la ricuce e scende
nota dopo nota in un calando
lieve e piacevole,
una musica
soave, pianissima, una nenia.

Un suono di un’azzurra lontananza,
come in una domenica aprilina
nell’assolato incanto di un mattino
un coro giaculatoria di pie donne
al suono gaio di campane a festa.

Così suonano gli angeli,
dici.
Un suono, o, più che suono, una preghiera.
Sentivo in un luminoso caos
una voce. Una voce bassa, roca.
Ecco, fa uno,
è un angelo che canta
l’Angelus….
Applaudiamo.

L’ORA DI NESSUNO

Nell’alchimia del tempo
andiamo tra crogioli d’ombre
e di silenzi. Il vento
rantola tra i lampioni allampanati,
striscia contro i muri delle case
cauto, anonimo, come un ladro.
Respiro il profumo delle rose
che occhieggiano dal buio degli orti,
mentre quieta canta la gora
il suo singulto d’acqua morta.
Nell’ora che moltiplica i silenzi,
ride la luna ai tetti delle case.

Sento il rumore dei tuoi sandali
sull’impiantito di una stanza.
Al frullare dei primi pipistrelli,
voci da una balconata
spezzano il silenzio della sera.
Vieni, randagia di memorie,
da non so che stupite lontananze,
e ridi (hai rinnegato i giorni
in echi senza suono),
passi come un’ombra frettolosa
mentre mi sporgo sopra lo strapiombo
che ci divide ( io di qua,
tu là), in un ronzio di voci
in uno sfinirsi lento di memorie.
Risalgo lento il viale solitario
nell’ora di nessuno. Sfilano le ombre
dei nostri corpi al limite del buio
( muri di pietre o di mattoni rossi
tinti d’edera al nostro lieve incedere,
e maschere di volti senza volto
tremanti in una saga di ricordi.
Ricupero dai silenzi la tua voce
(un suono ritrovato
nel cielo di una stanza),
arriva solitaria dai meandri
del buio di un pensiero e m’esce
dalle mie labbra in suono di preghiera.

Mi appoggio a te, stasera,
pensiero. Ottobre già dilaga
di là dei vetri, fuori, sulla strada,
e l’occhio spazia incredulo e curioso
nel verde sgretolato dell’autunno.
Pietre e mattoni rossi tinti d’edera
sfilano a parata di calvario
nel brivido di un vento di rapina,
e la tua voce è un’eco che scompare
nel placido singhiozzo della gora.

AVVICINACI L’ORECCHIO

Malgrado il tempo,
è sempre là, eguale. Pronto
all’orecchio,
ancor ne capto un suono
afono, un mormorio di voci,
un mugghio di una brezza vespertina
che sale, scende, s’allontana, torna.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio,
pare un dialogo di spifferi di aria
che parla con le foglie
– non li senti? –
son fibrillii, vibrazioni, scosse,
ronzii di mosche o d’api o calabroni.
Come un branco di cose che non vedi.
No,
non è tempo di parole,
se non per le parole senza voce,
non è tempo di voler parlare,
no, non c’è tempo per il tempo.
Dici:
Avvicinaci l’orecchio
e ascolta: ora passano gli spettri
del passato; tra uno sbadiglio e l’altro
e una risata s’allontanano
in una lunga lenta processione
tra un salmodiare e l’altro di campane.
Resta un cane
a sfrugare col muso tra le foglie
e una cuccia senz’ombra di catena,
e una fontana
che i bambini riempivano di ghiaia,
e noi, fuori
della portata della voce,
a fare addio con gli occhi e con le mani.
Gli unici ancora qui, a chiacchierare.

DOPO L’11 SETTEMBRE 2001

Come una iena in cerca di cadaveri,
alza le braccia in segno di vittoria,
l’uomo dell’ISIS. Ecco,
ha portato a termine il suo compito:
uccidere gli infedeli. Puntuale
l’odio della belva assatanata.
È questo l’Islam? E noi,
con tanti e tanti, qui, a casa nostra,
di arabi come lui, di mussulmani,
ci troveremo prima o poi, un mattino,
svegliatici, e usciti fuor di casa
per il solito caffè con il giornale,
una piccola sparuta minoranza,
ospiti indesiderati a casa nostra.

QUANDO I MUTI CHIAMANO

Vanno di corsa ogni giorno i giorni,
e la fede va in tilt e la coscienza
è come, o peggio, un vaso di Pandora,
dentro cui ci trovi un po’ di tutto,
il buono ed il non buono, il bello e il brutto.

E intanto ce ne stiamo qui in attesa
che si apra una porta e che qualcuno,
dopo il tanto bussare, esca a dirci
che s’entra se si crede a qualchecosa,
non occorre a che cosa, basta credere.

Che Dio? mi dici, uno qualunque,
sia il mio, che quello d’altri? Ce ne occorre
uno, basta uno, piccolo, modesto,
e ci aprono se anche non si bussa.
Quando sono i muti che ci chiamano,
è l’ora che vi entrano anche i sordi.
Beato chi non ha occhi ma vede.

LA COSA NON CAMBIA

Si restringono anche le braghe,
figùrati i pensieri!
Oramai
pare non ci sia più neppure l’acqua
nei fiumi, né i pensieri nella mente,
tutto è un vago disegno del destino,
o di Dio,
– la cosa poi non cambia, –
e non resta che un fiotto di respiro,
uno stallo silente di parole
impotenti a dar voce
a qualchecosa
che parli. E’ come a dire;
un deserto senz’oasi,
e qui dietro,
nell’orto, c’è solo, beato, tranquillo,
sopra un gambo di sedano, un bruco
ch’è intento a mangiare. Felice
o infelice, che importa?,
non sa
ch’è una povera piccola cosa,
solo un piccolo bruco, ed il sedano
non sa ch’è un gambo di sedano
mangiato da un bruco.
Non sanno,
no, non sanno di non essere felici.

IN POMPA MAGNA

Non era lontano il cielo
dalla mia stanza,
era là, a due passi,
e le foglie si staccavano dai rami
per volarsene poi via, in pompa magna,
e nell’estasi dell’occaso, la finestra
s’imbeveva dell’iride del sole.
Ero in compagnia
della mia anima
nell’aria un po’ sfumata della sera
(era aprile, o forse no, maggio), quando
sentii come un:
Àlzati e cammina!
O forse era solo un’impressione?
Uno spiffero d’aria tra le imposte?
Chiusi la finestra e me ne andai
nel silenzio di sfinge del crepuscolo
che serbava la sua ultima elemosina
di luce.
E mi diedi a lei,
senza contratto, senza usucapione,
solo col segreto del mio cuore,
il dolore di un gesto. La guardavo
spiandola con gli occhi un po’ curiosi
prendermi e portarmi via
mentre morivo. Volavo
via, in pompa magna, come una bolla
di sapone.

Almeno un buco

HO PERSO LA MIA OMBRA

Ho perso questa sera la mia ombra:
girato l’angolo in fondo alla mia strada,
mi s’è scollata come una cosa inutile
dai piedi – è un giorno freddo di novembre,-
e la strada era bianca per la brina
e il sole più che un sole era un ghiacciolo,
e mi ha lasciato nudo e tutto solo,
senza l’ombra a far ombra alle mie spalle.
E man mano che incontro per la strada
uno che cammina e getta un’ombra,
la seguo passo passo per pestarla,
perché mi si appiccichi a una scarpa
e possa poi incollarmela alle spalle
nel fiato d’aria fredda della sera.
Mi basta solo un poco, un qualchecosa,
da mettermi alle spalle e farmi ombra.

PERCHÉ NON FAI IL MIO NOME?

Perché non fai lassù, Dio, il mio nome?
Gridalo forte, perché alto suoni
e sia un tuono nelle calme sere
d’un temporale prossimo in arrivo.
Anche se tutto intento sei a tessere
tela su tela, a fare e poi a disfare,
a far di sì col capo e no col dito,
gridalo forte, Dio, lassù, il mio nome,
fa che rimbombi in tutto l’universo
tra una tela che fai e una che disfi,
gridalo forte, e fa che io lo senta.

L’UOMO, L’ASINO, IL BUE, ECCETERA

Tra le ombre di un vicolo assolato
va, col passo lento e stanco, un uomo,
curvo. Un asino, paziente,
gli va d’appresso e zoccola. E forse
camminano e zoccolano da anni,
li vedo sempre, lassù, lenti e stanchi.

Un bue calmo e bianco sta s’un prato,
dove i maggesi gialli di sterpaglie
pitturano l’orizzonte. Con lo sguardo
perso nel cielo seguo noncurante
il volo basso e iroso d’un moscone.

L’asino, l’uomo, il prato, il bue, il moscone
sono là intatti e identici da sempre:
nulla è mutato e nulla muta. Colgo
quanto più posso di qua e di là a caso
nella memoria quanto è là da sempre:
un uomo, un bue, un asino, un moscone,
un prato, un cielo e il dolce volto
di Dio, un caro amico sempre uguale.

DIO ERA STANCO

È ancora lì che lo racconta: Un giorno,
andandosene a zonzo, incontrò Dio,
sì, Lui, seduto sopra un muricciolo
dell’orto della Gegia, e gli diceva:
Ho smesso di creare e sono stanco;
ciò che ho fatto ho fatto, tocca al Caso,
ammesso che lo voglia, proseguire
il mio operato. E sorrideva
come uno che se ne va in pensione.

Ma era un sorriso triste. E l’Universo
sorrideva anche lui. Anche lui triste.
Così, se ne andò. Ma non era il caso
che se ne andasse e subentrasse il Caso.

HO PARLATO COL VUOTO

Ho parlato col Vuoto, ed il Vuoto,
ascoltatomi, è uscito in un sospiro,
e mi fatto come un cenno a ricordarmi
di accendere una lampada. L’ho accesa,
un timido tremolio baluginante
nel vuoto della stanza. E c’era un’ombra,
sul muro, di una mosca, e la seguivo
attento, con lo sguardo. Ombra e mosca,
ed io, la profana trinità del Vuoto.

Posai la lampada sul tavolo.

Illuminami dall’alto, disse il Vuoto.
Presi la lampada e l’alzai,
il braccio in sù: nel Vuoto illuminato
sopra di me, un ragno, la sua tela
come un angolo di buio là in agguato,
e l’ombra intrappolata della mosca.

Non avere paura, disse il Vuoto,
vieni con me. Io sono la tua tela.

Scesi dalla sedia e m’aggrappai ad un filo,
e piano piano lo salii. Ero il ragno.

METTITI LE SCARPE

Dai, mettiti le scarpe ed esci,
vieni con me oggi che c’è il sole
lascia il computer, vèstiti e vieni,
dammi la mano, andiamo in paradiso.

Vedi l’albicocco ch’è già in fiore
e ogni giorno si va verso la fine
di questo freddo inverno senza neve.
Mettiti anche tu la primavera in cuore:
è marzo. A ogni passo un fiore.

HAI LE GUANCE ROSSE

Com’è bello il momento in cui si nasce…
Fosse così anche quello in cui si muore,
con il vento che non fa più rumore,
come un sospiro, un alito di aria
che s’apre ad un rantolo o a un vagito.
La morte è poco più che un graffio al cuore.
Com’ bella la morte in cui si vive,
un rantolo che si muta in un vagito.
La luna intanto è là, un poco scialba,
e le stelle hanno una luce inquieta.
Ho in mano un batuffolo di luce,
lo guardo come a poco a poco muore,
sgocciola dalle dita. Sono ciance
quelle che dici, ed hai le guance rosse,
sei timida. E stai per dirmi addio.
Fa’ che non accada. E intanto accordo
le ascisse e le ordinate del mio cuore.
C’è l’inizio e la fine della fine,
e l’inizio della fine del principio.

ALMENO UN BUCO

Dev’esserci pur sempre
qualchecosa
( un torsolo, una zampa di gallina,
una ciotola sbeccata, una conchiglia,
insomma, ci ha da essere
un qualcosa
in un sogno che sia degno d’esser tale,
impossibile
non abbia dentro nulla,
neppure un buco, o ciò che vi sta dentro
( dentro, nel buco,
e tu non starmi a dire
che dentro un buco non ci sta che il buco,
senza neppure un ago od un bottone,
un ragno senza tela ).
Io, comunque,
son certo che ci debba star qualcosa
nei sogni che si fanno.
Almeno un buco,
un buco che sia un buco, un forellino,
piccolo quanto vuoi, ma con qualcosa
dentro d’infilato,
un amorucolo
ormai dimenticato, un bacio dato
e perso, un sogno mai sognato,
tutto purché qualcosa, anche un buco
con dentro un altro buco, e,
dentro, io,
ma piccolo, piccolissimo, che sogno.

LO SGORBIO

Vedo di me ciò che non ho mai visto,
lo guardo e lo riguardo con stupore
(non paio io, mi dico) il mio altro io,
nato chissà mai dove. E’ uno sgorbio,
una specie di mostro, e non lo voglio.
Un passato, un presente e un avvenire
amalgamato in un solo corpo,
tutto un confuso caos di quel che fui,
sono e sarò mescolati insieme.

E, nel pensarmi, inconsciamente
vi ci entro con gli occhi e col pensiero,
mi sento penetrarmi a poco a poco
come se fossi un abito, e vi entrassi
tutto, completamente. Uno sgorbio.

Ora che sono dentro in questo orrendo
guazzabuglio di anime diverse,
è come m’affacciassi a una finestra
col corpo dentro e l’anima di fuori.
Visto da qui, il mondo è un po’ diverso,
siamo tutti in un caos che ci accomuna
in un’unica nascita, vita e morte.

Chiudo la finestra, e così rientro
ricomponendomi nel mio corpo d’oggi.

PIOGGIA NELL’ALDILÀ

Nelle notti di pioggia le grondaie
musicano tranquille
malinconie di acqua.
Al passo labile del vento
si agitano le voci sulle alzaie,
tutta una noia, uno sbadiglio d’acqua,.
Piove anche forse così
nell’aldilà, tutto un tranquillo
noioso cader d’acqua fitto o rado
sui riccioli degli angeli, che ebbri
di gioia stanno come i fiori,
fermi sullo stelo, ad inzupparsi,
la faccia in sù, di pioggia. Errabonde
malinconie di pioggia
di qua e di là. E tu non sai, no, quanta
noia la noia della pioggia…
Dicono che lassù ci siano gronde
che musicano tranquille
un noioso cadere d’acquasanta.

Le poesie del 2 luglio

Un fiore s’un altare

Oggi mi appresto a vivere di fuori,
lascio la vita fatta col mio corpo
e m’accompagno scalzo fino a letto
per stendermici un po’sù e pensare.

Sono da sempre attento a come vivo,
e ogni parola mia è in muto accordo
col mio corpo di uomo, e a lui m’ispiro
con simpatia e pudore, e se mi chiedo
se fare o no una cosa, gli ubbidisco
premurosamente, come un figlio.

Stendo il mio corpo, piano, come un fiore
che poso s’un altare e m’allontano
da me, in un esilio volontario,
nido d’eternità nella mia morte.

Una sorta d’avventura

Il primo giorno c’era un po’ di pioggia,
poi la sera discese con il buio,
e pioveva, però non si vedeva,
la stanza centoquattro era buia,
l’albergo, una sorta d’avventura.
Così ci amammo, e c’era freddo e pioggia,
ma eravamo abbracciati e caldi,
e si andava a casaccio, camminando
nel sogno, sottobraccio, senza ombrello,
in cerca di un letto d’avventura.

Andare, andare, andare, un poco a caso,
un poco eravamo noi a guidare il caso,
buio tutt’intorno, anche il letto
era buio, e i nostri corpi assenti,
lontani, in cerca d’avventura.

L’autunno negli occhi

Felicità e pena, si cammina
dentro una luce che via via dirada
e fugge verso l’ora dell’occaso.
Negli occhi c’è l’autunno e nel naso
l’odore di castagna, e si va zitti
su foglie qua e là a terra, secche, sparse.
Fresca è l’aria, opaca, una foschia
ove affonda un’aia, un cascinale,
un orto, una stradella, una legnaia
e uno spaventapasseri stranito,
E la ghiaia mi scricchia sotto i piedi.

Una poiana scende alta e lenta,
un cerchio di volteggio s’un dirupo,
cala solenne sulle rocce. Scocca
da un campanile, roco, un martellare
quieto di campana. Incerta appare,
alta, la luna, diafana, tranquilla,
e il cielo è ancora d’un azzurro rosa.

Le ortiche in fiore

Oggi le ortiche sono in fiore,
e non c’è raggio di sole che dia luce
all’orto dove crescono, è l’ombra
quella che le nutre ed accompagna,
come le lucertole col sole.
Ma Dio non ha pietà per le ortiche,
le veste di un abito innocente
che brucia sulla mano che le tocca;
nella loro solitudine ignota
attendono il colpo della zappa
che liberi le rape ed il prezzemolo.

Un coso di ripiego

Certo, non posso escludere a priori
di non essere l’ultimo Suo fine
( parlo di Dio ), anzi, a dire il vero,
sono piuttosto un coso di ripiego,
non da mercatino dell’usato
( poco ci manca ), epperò un soggetto
che paga il fio di una mossa errata
di un Dio un po’ distratto nel forgiarmi,
un qualchecosa che gli è riuscito male.

Smemoria

A volte mi dimentico il mio nome,
la mia età e la casa dove abito,
la moglie, i figli e tutto ciò che insomma
uno ha da tenere impresso nella mente,
ma non è una questione di memoria,
e non mi cure delle conseguenze,
anzi, è da un po’ che cerco di protrarre
al massimo il vuoto della mente,
perché ogni qualvolta io mi dimentico
di me, mi piaccio e ne gioisco.
Lo so, sì, ch’è un’abitudine innocua
chiudermi nel mio guscio per poi viverci
come una perla chiusa dentro l’ostrica.
Dimentico di me e di noi tutti,
godo della mia morte spirituale
e attendo che mi vengano a gettare
via, come una cosa che non serve.

Faccia attenzione

L’ALTRO GIORNO AL BAR

Ero io l’altro giorno al bar, seduto
col giornale spiegazzato in mano,
tra un sorso e l’altro di un aperitivo,
un po’ svagato e un poco asceta? Forse,
perso in non so che straniamento
a rinvenirne un senso, non lo nego,
forse ero io, meditabondo e serio,
nello sfondo di un giorno immaginato
calmo e sereno ( e invece c’è una nebbia
bastarda, melanconie d’inverno…)

Almeno in questo vivo, nel pensiero,
e non mi pare d’essere mai esistito
se non nella memoria di chi pensa
e nel pensarmi mi dà un volto e un nome.
Mi basta un poco di pensiero-vita,
l’eternità non è un abito da gala.

IL ROSETO HA FATTO UN FIORE

Oggi il roseto ha fatto un fiore, rosso.
Che lo voglia o no, però l’ha fatto.
Sboccia radioso s’uno stelo,
uno stelo di rosa, – a quanto pare –
ed io son qui, e ne soffro, nel tranquillo
trepido suo rosso fare fiore,
e mi sento l’ultimo degli ultimi,
perché non so come si fa a fare un fiore.

Oggi il roseto ha fatto un fiore. Altro
non sa, ma lo fa a puntino. E applaudo.

HO VISTO CAPPUCCETTO ROSSO

Ho visto Cappuccetto Rosso con il lupo
nel bosco non lontano da dove abito:
era un lupo ammansito e se ne stava
contemplando Cappuccetto e la sua nonna
raccogliere i bucaneve sotto casa.

Una fiaba in via di accertamento,
in cui i lupi divorano tranquilli
stupidi Cappuccetti con le nonne.
senza boschi di mezzo e cacciatori.

Tra i lenzuoli madidi di sudore
la nonnetta sognava la nipote
con il lupo accoccolato in fondo al letto
che sognava di mangiare Cappuccetto.

FACCIA MOLTA ATTENZIONE

Faccia molta attenzione, per favore,
quando mi caccia una mano dentro
le viscere, e mi amputa,
come un chirurgo, ciò che sto sognando.
Faccia attenzione! Resta tra le dita
l’oro e la porpora dei sogni,
e mi ci sono avvezzo,
pensi!,
che appena che la gioia mi fa giacomo
le gambe, e tremare il cuore,
sempre c’è un uno, ogni volta, a dirmi:
Guarda ch’è un sogno!
Oh sì, perbacco!,
mi si lasci quantomeno due o tre briciole,
– un sogno in bianco e nero e senza l’audio, –
in modo d’ascoltarlo trattenendo
appena appena il fiato, e me lo goda.
Che poi sia bello o brutto, mi si dica
pure ch’è stato un sogno,
però dopo.
Meglio piuttosto esser miope che cieco,

UNA DISPERATA ALLEGRIA

Nella sua minuscola dimensione
eterna il giorno ora impallidiva
in un occaso a lungo assaporato.
Come uno sbadiglio un vento pigro,
vento d’agosto, turba il pergolato
di glicini nell’orto. Oggi un nome
si offre all’orecchio non distratto,
lieve bisbiglio cui nessuno bada,
e solo io lo sento e mi commuovo.

Di là dalla palizzata del piazzale
(i soliti lavori in corso ormai consueti)
i platani scapitozzati a primavera
dicono e ripetono quel nome,
nome di chi non so, sussurro
frale di vento, un bacio d’aria
che abbrivida in un’eco, mille echi.,
una gialla allegria di calceolarie.

Dillo il nome, vento, che io lo oda,
mi piace qui struggermi all’ascolto
se chiudo gli occhi e apri le tue labbra,
dammi la mano e portami a qualcosa,
a un giro d’echi che va e che viene,
a una disperata allegria di voci.

IN CAMMINO PER EMMAUS

E anche oggi il sole va al tramonto,
anche questo giorno è terminato,
e il mio diario volta un’altra pagina,
e lunga è l’avventura e arduo il passo.

Guardo con nostalgia alle mie spalle
la casa di mio padre, i miei fratelli,
i compagni, gli amici e i genitori,
e mi ritrovo, stanco pellegrino,
lungo la via che abbiamo fatto insieme
chilometri e chilometri, un cammino
che porta a Emmaus. Speranzoso,
cerco qua e là un compagno con cui andare
e stringere amicizia e fare sosta,
che sia bettola od ostello, non importa,
prima che faccia buio. Un confratello
che mi versi del vino e spezzi il pane
a tavola, e scompaia,
come Cristo sulla via che porta a Emmaus.

PIOGGIA PRIMAVERILE

Si sdipana il meriggio nella pioggia
primaverile che crepita a folate
di vento. Dilaga a immateriale
caducità di tempo la tristezza
di disadorne opacità di strade
che tagliano la nebbia tra muraglie
alte e ballatoi dal tratto incerto
nel gemere del vento. C’è un preludio
di sole che dirompe per un attimo
sulla spalliera di un roseto in fiore,
vertigine di un rosso che si spappola
nel covo della nebbia. L’inquietudine
di un cane che prolunga col suo abbaio
il brivido del vento si consuma
di là dal bla bla bla del pomeriggio.

Nell’abbaglio del sole

L’UOMO CHE NON SA CHE SIA LA ROSA

L’uomo che non sa che cosa sia la rosa,
la tiene in mano ma non sa d’averla,
non sa del suo purissimo profumo:
lo incantano gli occhi di una donna,
le offre la rosa, ma non sa d’offrirla.
Con tutto il fuoco che ha nel cuore,
l’ama, però non sa d’amarla,
pare che lei lo inviti con lo sguardo,
ma lui non sa che cosa sia l’invito
di una donna che riceve una sua rosa,
ma è felice della rosa, della donna,
di non sapere che cosa sia l’amore.

E le prende una mano, e lei sorride,
mentre il vento viene sù dal mare,
sa solo che sia il vento, che sia il mare,
che sia il vento che porta un canto d’acqua.
Ma non sa che cosa sia il sorriso
di una donna che sa che sia l’amore.
Sa solo ch’è felice. E ciò gli basta.

UN FIL DI VOCE

Lacrime di erba la rugiada
e nuvole in fuga come mandrie
tra dita d’aria sulle balze ripide
del Baldo. Sta di luce asperso
l’olmo di fronte alla legnaia,
immobile, le foglie che gli tremano
appena. Tentenna il calicanto
sul margine dell’orto, a un alitare
pudico di favonio. Fiata
oggi un’aria tra le foglie,
e i rami vanno in ceca di carezze
come mani in cerca di altre mani.

Sono dove non sono, non qui, altrove,
immagine di un sogno ch’è un mistero,
e lo seguo andandomene in silenzio
come un Cristo che cammini su d’un lago
mentre una mano sfoglia tra i ricordi
d’una pagina di non so che diario.
Cos’è un filo di voce? Una memoria?

Capto un fruscio, un battito di ciglia,
un gesto delicato di una mano,
appena percepibile, e una lacrima
ferma sull’orlo d’una gota,
le mie aspre parole, i suoi inganni.
Guarda, mi dico, è il tempo che ci inganna,
mi terge e poi m’inquina la memoria,
tendo una mano e subito la fermo,
cerco una carezza, ma mi trema.
Tentenno come a carezzare un volto
che non c’è più, un volto che dimentico.

Il vento ora è calmo. Senti? Pulsa
piano anche il cuore. Dolce è ora l’aria,
le rose ondeggiano come pavoni.
Resta il profumo delle tue parole.
Un profumo che ancora mi fa male.

SE MI TORNASSE UNA VOLTA IN MENTE

Se mi tornasse una volta in mente
quella via vuota ove cade l’ombra
su d’una pietra con una foto e un nome
e un mazzo di garofani in un vaso,
se mi tornasse in mente quella voce,
nuvola di pappi in primavera,
ritroverei le lacrime e il sorriso
per strappare un segreto al paradiso.

E troverei la via per continuare
e fare anche di me un volto e un nome,
nuvola di pappi di un soffione,
su d’una pietra ove non cade ombra
e l’autunno non sfoglia ma rifoglia.

LA PREGHIERA

Nulla di più vicino a Dio di noi
che il tempo dedicato alla preghiera,
naufraga rondine che a sera
porta la luce all’abbuiato cuore.
L’alba ch’è in noi sboccia alle parole
d’amore a un Dio che non ha un nome,
come un inno a chi ci è sconosciuto
ma vive nei viottoli del cuore
in un annuncio tutto azzurro e sole.

NELL’ABBAGLIO DEL SOLE

Se non si avesse un’anima, ma fossimo
delle cose nell’abbaglio del sole,
– niente di più che sassi in un pietrame, –
non si saprebbe nulla né di un Dio
né della vita, estranei ad ambedue.
E non avremmo un grumo di memorie,
né parole da dire o d’ascoltare,
zitti e immobili alla luna e al sole,
come chi viva trattenendo il fiato.