La scala

CHIAMIAMOLI

Chiamiamoli, gridiamo i nostri nomi,
forte, ma forte, anzi fortissimo,
chiamiamoli a squarciagola, che ci sentano,
lassù, oltre le stelle e il sole,
come ferve la vita qui dabbasso,
quale fremito di vita ci stordisce.

Qui il tempo non dà requie, corre
come un fiume che corre verso il mare,
e pare che fuggendo si dimentichi
di noi, che si fatica a stargli dietro
e lo s’implora di tiare il fiato.
Se ci si lascia andare alla deriva,
ci porta via con è, e non sappiamo dove,
in un unico abbraccio senza amore.

E allora, sì, chiamiamoli a gran voce,
più forte che si può, a squarciagola,
perché lassù si accorgano di noi
e ci gettino un gommone o una ciambella.

LA SCALA

C’è buio, sotto casa. Si avvicina,
ed appoggia un scala contro il muro
uno che chiama aiuto. Salga!, grido,
salga, senza paura…E quello sale,
piolo per piolo, e, nello sporgermi,
un po’ a fatica allungo una mia mano
a prendere la sua, e l’afferro.
Nel guardarmi,
leggo nei suoi occhi la paura.
Non mi conosce. Tituba, poi sale,
un poco riluttante, due pioli.
Perché mi teme? penso, ma che assurda
paura primigenia ci divide
gli uni dagli altri? C’ignoriamo,
eppure siamo spalla contro spalla,
come s’una barca in alto mare,
e ci si soffia l’alito sul collo,
con l’acqua che si frange sullo scafo,
ignoti gli uni agli altri…
Scuote il capo,
non mi conosce, tituba, indugia
senza un appoggio saldo sulla scala,
e non gli va che uno che gli è estraneo
gli dia un mano. Sali, lo rincuoro,
fidati di me, ti sono amico,
la mano che ti tendo è come un’ancora
sicura. Anch’io sono un superstite
del tempo, un naufrago!
Ha paura
di me, mi fa’ di no, e poi discende.

ANGELI

Angeli, sorridete, non parlate:
se la fine incomincia col principio,
è tempo di rispondere all’appello
e di contarci e vedere in quanti siamo
voi angeli lassù, e noi quaggiù, vivi
Oh angeli, amici miei,
accendetemi voi la luce nella stanza,
strizzo un po’ gli occhi per vedervi
ed attendo qui l’ora che si avvera.

Guardo da quaggiù un angolo lontano
di un cielo che s’avvinghia al davanzale,
mi pare alla portata della mano,
di là dal vetro, dietro il muricciolo
dell’orto, coccio azzurro senza sole,
luce di vetro, buio di bottiglia.

Angeli, mi sentite?
C’è il tempo tra di noi che ci separa:
noi qua e voi là, ma è come non ci fosse
nessuna strada dove camminare,
ed io ho le gambe ruggini a star fermo.
Aspettatemi lassù, prima o poi arrivo..

CAMPANELLI NELLA SERA

Da un bel niente ho tratto io profitto
in questo mio dodici febbraio.
Oltre il muro dell’orto stan le case
di questa mia città che amo ed odio
( forse non è qui, è lontana, altrove,
la mia città che amo e che non odio ),
e il mondo è tutto qui, e mi appartiene
come il silenzio appartiene al sonno.

Tra gli esili alberi, le fiamme
delle bacche intirizzite dell’inverno.
Alta, la giogaia dello Stivo,
a portata dello sguardo, e la contemplo,
come un cieco che contempla il sole,
nel lungo andirivieni delle nuvole
che danno sulla valle. Oggi il tempo
ha l’umido profumo della terra
e un lieve tintinnio di campanelli
che annunciano il respiro della sera;
suonano, e ci chiamano all’appello,
e anche il vento si ferma e gli risponde.

OH MEMORIA CHE PORTI LA MIA IMMAGINE

Oh memoria che porti la mia immagine
spenta, o a volte semispenta,
frughi nel cuore della morte
dove il tempo ha perso ogni valore,
sei una cosa mitica, un faro,
a dare luce agli echi dei naufragi,
a captare segnali di messaggi.

A volte, quando vieni da lontano,
mi porti la mia voce di fanciullo,
stridula voce gaia adolescente
che affiora dallo specchio di Narciso
e mi porta la notte sulle punta
delle dita che si serrano a preghiera.

Il sole scioglie ombre nella luce,
e me ne empio le mani e le pupille.
Non so se sia l’oblio, ma io sono eterno.

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Il grande Rammemoratore

IL GRANDE RAMMEMORATORE

Dio, scrive il filosofo teologo Robert Späman, è il grande rammemoratore. Vale a dire Colui che, in quanto eterno, tiene insieme il filo dei ricordi e delle esistenze di tutto il creato, dalla creazione al giorno d’oggi. Una definizione che sarebbe piaciuta a molti poeti e scrittori, principalmente a Luis Borges, il grande poeta cieco. Il passato, dice Späman, è tutto fatto di ricordi, e anche il nostro futuro, una volta diventato passato, sarà fatto di ricordi. I ricordi sono tutto quello che ci rimane, si possono diradare ma non distruggere, perché ( lo scriveva anche Shakespeare ), ciò che è stato fatto non può essere annullato. Ma quando l’umanità si sarà estinta, dice Späman, quando l’ultimo uomo che possa ricordare il passato sarà morto, cosa succederà? Non saremo mai esistiti appunto perché nessuno lo farà ricordare agli altri? Ovviamente no, non possiamo pensare, noialtri esseri umani qualsiasi, noi che stamattina ci siamo bevuti il nostro caffè o che stiamo leggendo il giornale in tram, di non essere mai esistiti. Späman vuole dimostrarci che non si può pensare il passato, il futuro e un presente che scorre, senza inserire nel Tempo l’idea di un Dio, ossia di un garante eterno di ciò che è stato o che sarà. “Il pensiero ha bisogno dell’idea di Dio per poter parlare della realtà senza vedercela continuamente sfuggire di mano. Quando noi si parla, lo si fa dal punto di vista di un ricordo che è in noi, e che ha il suo picco nell’idea di Dio, un’idea di eternità che non ha rapporto con l’attuale, il contingente.”
L’ipotesi di Späman è la teoria dell’Infinito futuro. E qui c’è anche un aspetto linguistico e grammaticale. “La nostra esperienza è immersa nel linguaggio ed è fatta di linguaggio ( senza le parole non potremmo neppure affermare di esistere ), e la grammatica che usiamo è fatta teologicamente”.La grammatica ha a che fare con il collegamento tra le parole, e il collegamento è un esercizio di memoria che ha come fondamento l’idea di Dio.
Ha scritto paradossalmente Nietzsche: “Non possiamo liberarci di Dio finché continuiamo a credere nella grammatica” Per Späman “ogni verità è eterna, quindi ha un’impronta divina”, e, siccome la verità è parola, “anche la parola è eterna, è il passato, il presente ed il futuro, ed ha un’impronta divina”.
Ma il futuro, a ben pensarci, forse non esiste, perché abbiamo solo il presente per poter fare qualche cosa, e il passato esiste solo perché quel qualcosa lo si è già fatto, e non perché lo si fa ancora . Il futuro no, nel futuro non possiamo fare niente, potremo far qualcosa solo quando sarà diventato presente
( Da: QUADERNI, marzo 2010

Poco ci manca

E VOI, AMICI

…e voi, amici,
che ho dimenticato,
perdonatemi, io resto qui a chiedervi
i nomi che portaste, a immaginarmi
i volti le cui linee cancellate
dal tempo son svanite dalla mente,
mostratevi almeno in sonno, ch’io vi sogni
così come già foste, non dissimili
da come vi conobbi.
L’orizzonte
lassù è illimitato, ed è impossibile
trovarci tutti insieme, a chiacchierare,
ammesso che sia lecito, di donne
e d’altre cose futili, o altrimenti
ne parleremo, sì,
ma sottovoce,
perché nessuno senta e ci rimbrotti
per via che sono cose delicate,
si pensano caso mai, ma non si fanno
né dicono.
Non si può, ci spiace…

A OGNUNO LA SUA OPINIONE

A ognuno la sua opinione
Per salvare la libertà d’idee,
meglio evitare la valutazione
su ciò ch’è meglio:
a ognuno la sua idea
di che dire e che fare, e lasciar stare
i veri ed i non veri allettamenti,
che si decida
con la propria testa.
Ma che siano oggetto di baratto
anche le idee, mi sta bene, anzi,
ottimi, perché no?, i compromessi
che omologano le idee e ci riducono
a comodi imitatori di noi stessi:
tutti un unico pensiero, tutti uguali,
tutti in coro a dir le stesse cose.
Amicizia per sempre assicurata.
La cicala che è uguale
alla formica.

VIETATO L’INGRESSO

Vietato l’ingresso. Nel piccolo
spazio di un orto
– tre per otto – il cancello
ne conferma il divieto.
Là dentro, da un rovo
borbotta il silenzio
di un bruco che rode le rape.
Qui anche al tempo è proibito l’accesso.
che resti di fuori. Una zappa
appoggiata al muretto
pare abbia un sorriso un po’ stanco.
Riposa. O forse s’annoia.
E tutto è a misura dell’orto,
a misura del bruco che rode
le foglie del rovo, a misura
dei broccoli appena messi a dimora,
e tutto è a misura del tempo
che non puoi calcolare, e il silenzio
qui fa lunghi discorsi
col vento e col volo
dell’ape. Nell’orto
ci stanno tante cose scordate
ed altre da azzerare.
Chi entra nell’orto, non torna più indietro,
lo dice il cancello. È vietato l’accesso
al di fuori. Chi entra, non n’esce.
La zappa pare dire ch’è vero,
e sorride. È proprio il suo caso.

POCO CI MANCA

Vento di piena estate,
l’afa flagra bocca di fornace,
un avvampo di allegre fioriture.
Nei campi e sulle ultime poggiate
di faccia al sole, verdi, le colline;
la siesta sonnolenta del meriggio
è un monotono tripudio di cicale,
giubilo e strazio di un’estate al sommo.
Dio, se non ci sei, poco ci manca,
tu fai la differenza, ti preghiamo
scendi a completare il compimento
dell’opera, un tuo tocco azzurro
a un cielo ripulito dalla pioggia
in un’eterea persa lontananza.
Non sai quanto ci manchi, ti aspettiamo.

ROSE ROSSE

L’onda, calma, si rompe sulla riva
a un formicolio di vento appena mosso.
La sera non ha fretta, si fa lunga
l’ora del pomeriggio, e in fitti stormi
vanno come pregassero gli storni
nell’azzurra foschia dell’orizzonte.

Guardo e non parlo. L’afa si sfa in lampi,
zigzagano silenziosi sullo Stivo
sfregi di luce innocui senza tuono,
effimeri fuochi fatui. Il lago sciacqua
tutta l’acqua che riesce a far sciacquare,
un vieni e vai nel tempo che par fermo.

E pare ferma l’ora che si smèmora
calma nel cuore di un meriggio afoso,
pigro d’un’amorevole indolenza
che si stempera nel volo di un gabbiano,
lento e pacioso, al sole che l’accende
di una raggiera d’oro. Rose rosse
chiedono da un muricciolo un poco d’acqua,
come bocche che piangono la sete.

SE DIO APRE LA BOCCA

I garofanini nelle aiuole
sgranano i loro piccoli occhi
nell’allegria delle primule di bosco.
Ho serbato per te le mie parole
in questa luce piena di letizia,
leggere come i pappi del soffione.
Mentre il grillo sonnecchia, la cicala
recita il suo noioso abbecedario.
Tempo d’eternità. M’investe a fiotti,
fradicio di guazza – e mozza il fiato -,
un respiro di aria foglia a foglia
a fianco del roseto dove attendo
di vivere la vita che ci resta.
Ho gettato la mia voce al vento,
lieve bisbiglio senza più parole,
come uno sbadiglio, un frizzo d’aria.
Tempo d’eternità. La disperata
rumorosa allegria delle cicale.
Se prima o poi Dio apre la bocca
chissà cosa ne esce: se un sussurro,
un grido, una risata. O uno sbadiglio.

SOGNO O NON SOGNO

Scorre la voce limpida dell’acqua,
invisibile, chissà da quale polla,
giù per il sassame dirupato;
germogli di sussurri la sua acqua,
ogni goccia una musica, e l’ortica
splende immacolata più del giglio.
Sogno, ed ho paura di destarmi,
od è un sospetto, il sogno, e la lucertola
sogna anche lei, ed anche lei sospetta
che ciò ch’è un sogno sia invece vero,
e per timido pudore si nasconde
tra le mille e mille pietre del sassame.
Porta tutto quanto il suo sapere
nel suo piccolo corpo di lucertola;
si stende a riscaldarsi in pieno sole
immobile, tranquilla. E forse pensa
com’è bello e dolce saper fare il morto.

La risata in bocca

L’INUTILITÀ DELL’INUTILE

Non so se sia più utile l’inutile
o più inutile ciò che credi utile,
né se valga la pena di discuterne
o di leggerne o almeno di pensarne:
l’utile è un po’ come l’inutile,
diciamo ininfluenti e relativi.

Io, da parte mia, son consapevole
che l’utilità possa trionfare
perfino sull’inutile, perché nulla
è più utile dell’inutile, ogni cosa,
ogni fatto, ogni vicenda, ogni persona
conta l’attimo che scocca, e poi si annulla.
E ci sorprende una sorta di stupore,
come un particolare smarrimento
di fronte al constatato Nulla storico
dello smarrirsi delle cose utili
che si mutano in inutili e svaniscono
nella fralezza del dimenticatoio:
l’unica cosa utile è l’inutile
inutilità di ciò che sembra inutile.

IL VENTO NON HA SUONO

Codesta è la memoria. Non la senti?
È come un fuoco che al vento si ravviva,
cenere che rinfiamma ed arde.
Ma non è tardi, porta nella scialba
luce della mente
pregno il nostro mondo
segreto. Nel vuoto spazio di un ricordo
che poi l’inghiotte. Voce
di acqua sale su alla gora, stride
la carrucola nell’ora
ferma, ancorata come barcain rada.
Non più il sole cuoce,
e il vento quasi non ha più suono.

LA GUFITA’ DEL GUFO

Con metodica insistenza
il gufo chiama dalla torre.
Ci dovrà pur essere un qualcosa
della dignità di un gufo
che gridi
un suo messaggio
di pena che ci eguagli
ed affratelli nel dolore,
e, comunque sia, che ci avvicini,
noi uomini e lui bestia,
un non so che di lui
che ci appartenga.
Ci siamo costruiti
recinti, che non si può violare
se non sentendoci umiliati,
tra noi e loro, gli animali,
e rimarchiamo ciò che ci distingue
sul metro dei meriti acquisiti
come un’esclusiva di sapienza
e ingegno,e li teniamo a bada,
non senza qualche ambiguità,
perché non sono altro che animali.
E non ci sono ipotesi
diverse, impossibile ogni dubbio,
ad ognuno il suo,a noi la nostra umanità,
a lui la gufità
che lo fa bestia.
E non si sa perché, insistente,
il gufo, ad intervalli regolari,
ci grida con metodica insistenza
il suo diritto
a chiamarsi gufo
di cui lui solo può averne l’esclusiva.

L’UOMO SOTTO LA PIOGGIA

C’era un uomo sotto un acquazzone
(i capelli grondanti per la pioggia,
e tutto il cielo sul suo capo, nuvole
qua e là in un correre di vento),
e la sagoma di antico buono eroe
dei sogni dell’infanzia,
lui, mio padre,
al mio curioso sguardo di straniero
ormai (Ma è lui, gridavo, è lui!
Frugavo con la mano che tremava
sul suo mantello, sul suo volto, forse
come cercando una dimenticanza,
un nome od una mappa per cui accedere
alla memoria),
lui, mio padre,
sempre per me immanente, come in sogno
in quella chiara luce d’acqua fredda
d’autunno, stava immobile, e pareva
un lume che si spegne a un soffio breve
d’alito. Addio,
povero padre, gli gridavo, addio,
mio fratello più grande, amico, padre…
Alte, le nubi erano marosi,
e lui, l’ovale annerito di una foto,
non rispondeva al mio saluto, andava
sotto la pioggia, lento, indifferente,
lungo una via invisibile al mio sguardo.

ANDAVI NELLA NEBBIA

Ti ho vista andartene nella nebbia
lungo una bianca strada.
Veniva sù dai freddi campi
– era novembre – la bruma del mattino.
Gracidavano i corvi appena svegli
mentre la prima luce era nell’aria.
Ritornava come brividi di foglie
la tormentata pietà del nuovo giorno.
La nebbia ti contornava tutt’intorno
come in una bolla di sapone
che l’aria trascinava per la strada,
lieve, in quel mattino così spento.

Non avevo la minima sensazione
di cosa fosse andarsene a morire:
forse era appartenere alla campagna,
farsi terra di orto o girasole.
Forse era l’impossessarsi di un pensiero
dolce, perché la morte
avesse anche per me la sua ragione.
Volavi in una bolla di sapone.

LA RISATA IN BOCCA

Tu sei ciò che mi manca, il mio non mio,
e il sogno a volte me la ricompone
la tua risata che ti squilla in bocca.
Tra sogno e veglia va tra le sue ombre
autunno incontro alle gaggìe ormai spoglie,
e le foglie che scricchiano ai miei piedi
hanno il fruscio dei miei persi autunni.
Chi dunque porta via alla memoria
le tue parole? Il vento no. Chi porta
autunno in cuore quando la memoria
è in fiore
e la rosa rigemma e tu dormi?

IL MURO

Ci sono solo alberi e campagne,
eppure, – chi lo sa? – si sentono
parole. E sai cosa?, un muro
a secco diroccato e un tabernacolo
con tanti anemoni di bosco
e primule. E non si vede altro:
né case, né uomini, né strade,
o appena appena un pallido riflesso,
una vita-non vita. O forse è il vento,
-una voce tra gli alberi fioccosi, –
un barbaglio di vento ancora acceso.
Come un moribondo paradiso
abbandonato molti anni addietro,
un sospetto di esser stato eterno.

DEFAILLANCE

L’ho avuto di nuovo, stamani,
come un senso di vivere morendo.
La mia anima andava
esalando col vento d’autunno
nella calca d’una folla vociante,
ed io, stupito, a rincorrerla,
granello di polline
che il vento portava al di là
di un muro sbrecciato.
Passava la morte: un respiro
di foglia. Poi, riprendeva la strada
nel vento. E le tortore
tornavano a tubare nel sole.

CANTA E SCRICCHIA

L’eco d’un tuono e un rantolo di vento,
laggiù, verso Verona. Guardo e ascolto
come un’eco di un grido in una gora,
una voce che non sai se dire voce,
ma grida senza dire una parola,
come la ruota di un mulino in gola.
La reliquia di un vecchio temporale
naviga nella poesia di un cielo azzurro,
solo qua e là una nuvola randagia,
e il vento che sbandiera ai davanzali
porta con sé un grido di rondoni
forieri di bel tempo. Canta e scricchia
la ghiaia sotto i piedi mentre vado
estatico senza passi col pensiero
nella serenità dei miei ricordi bradi.

Una cosa poverella

LA RINASCITA
Morto da anni ed anni, ascoltava
l’allegro chiacchierio dei grilli.
Da tempo innumerevole sognava
di rinascere e assumere una forma,
un volto ed una voce e cancellare
ciò che avevano inciso sul suo marmo,
con due date ed un “riposa in pace”.

Così un giorno uscì
e s’incarnò in un corpo sconosciuto
ch’era di lì, ma solo di passaggio,
ed ebbe un nome, un volto ed una voce,
e aprì la bocca e gli sfuggì un vagito.

Tastandosi qua e là curiosamente,
incominciò a conoscersi, a sentirsi
non più quello di prima, fresco e giovane,
carne della sua carne, e gridò e pianse
lacrime di gioia e di paura.

Spento il lumicino sopra il marmo,
s’allontanò tranquillo, come niente.
C’era una luna cerea, indifferente.
Pareva senza voglia, lì per caso.

UNA COSA POVERELLA
Ricompongo il mosaico del passato,
tassello su tassello, e n’esce un volto,
e un altro, e un altro ancora, e poi una folla,
che man mano si fa sempre più grande
di gente che si sbraccia e mi saluta
chiamandomi per nome. Non capisco,
forse, chissà, non sono mai esistiti
altro che in me i volti che compongo
e a cui dò un nome? Forse non ci furono
mai un Paolo, un Mario, un Bruno, un Piero
che nomino più e più volte quando penso?

O sono forse io che non esisto
se non nei loro mille e più pensieri,
e pensano di me come di uno
che non si sa se vero o immaginario,
uno inventato e messo giù a caso
come per un esempio? E allora siamo
una cosa poverella da scordare,
loro nei miei pensieri ed io nei loro,
Paolo, Mario, Bruno, Franco, Piero…

MI ACCONTENTO
Ma Dio, senza darsi alcun pensiero,
può far di me un qualcosa di geniale,
una specie di fusto strappacuori
o un vescovo, un filosofo, un poeta.
E invece no, non ha fatto niente,
non un colpo di sgorbio o di pennello,
ovverosia mi ha fatto tale e quale
un piccolo borghese alquanto sciapo.
La cosa non mi garba, anzi mi spiace.
Ma non saprebbe più che cosa fare
di me, se non mi decidessi
a dirgli: Basta, resto quel che sono.
Non mi piaccio granché, ma mi accontento.

VA PER STRADE
Va per strade e città non note,
viandante dentro sé, malinconia
di un adulto col cuore di fanciullo.
Lungo la via, a poco a poco vanno,
in una luce fioca, sprofondando
a rilento i passi oramai stanchi,
le rughe e le canizie a fare gloria
di Dio, latèbra dell’inconscio. Va
dentro di sé, naufrago viandante,
muta via via nel volto e nella voce,
giunge esausto fin dove Dio l’attende.
Nulla ricorda più di ciò che era.
È sera, sigillo di dolore
e di gioia, delizia per chi ha fame.
Solo pochi pani e cinque pesci,
ma bastano e ne avanza per l’eterno.

FERMENTI DI PIAZZA
Si strappano i capelli, ma son calvi,
si strappano le vesti, ma son nudi.
E poi, sai che fanno? Se ne vanno
via, strepitando, ma le loro grida
non salgono su in cielo Sono calvi,
colpa del governo la pelata,
chiedono i Caschi Blu, affinché i calvi
abbiano la dignità di chi ha i capelli,
il diritto al pettine e allo shampoo.
Ora o mai più. Evocano il regime,
si vestono da martiri, l’aureola
dei santi sulla testa. Furibondi,
minacciano il governo perché piove,
e, se fa sole, sbraitano perché è sole
e sfasciano tutto ciò ch’è da sfasciare.
Anarchici, no-Tav, Centri sociali,
le giovani promesse del domani.

L’ANTIPOLITICA
Pagaia con aria saputella
sull’onda mossa della vanagloria
il politico che snocciola parole
da bar e comici strabuzzamenti
pateticomaniacali. C’è un qualcosa
d’ingenuo blaterio sgrammaticato,
arzigogoli adontanti sussiegose
e ridicole sgangheraggini
da villico illetterato. Un repertorio
tipico di chi ha studiato
l’arte di far ridere. Ma chi ride?
Sguazzi nel suo becchime. Caso mai,
se qualcosa è da fare, c’è da piangere.
E se altro non c’è, pazienza;
impossibile saperlo, e chi “c’azzecca “?

VIVA E ABBASSO
Troppo facile urlare Abbasso. Cerca
un motivo, se puoi, per dire Evviva.
Poi, se ti riesce d’essere nel giusto,
dopo un piccolo esame introspettivo
e pesato il pro e il contro, grida Abbasso.
Ma vittorie e sconfitte e gioie e pene
si dissolvono in una cieca furia
di anni dopo anni, e a poco a poco
tutto si sfa in un’oasi di memoria,
voce che fu di un tempo che non torna.

Il tempo è una larva evanescente,
uno spettro di tutto ciò che fosti,
una livida ebetudine di ombre
con tanti Abbasso e Evviva a far da palo.
Dietro la bigia cenere degli anni
si spegne ogni odio e ogni passione,
e nessuno più grida Evviva e Abbasso.
Altre ambasce la vita ti prepara.

Quasi quasi

QUASI QUASI
Papa Bergoglio, tu sei pio e buono,
ed io sono antipatico e cattivo,
ma mi stai dissacrando il Paradiso;
non è un luogo da favola, tu dici,
né un fantastico incantevole giardino.
E’ solo poca cosa. Ma vuoi mettere
la splendida magnifica promessa
dei nostri concorrenti mussulmani
di un Eden di delizie, con l’aggiunta
di settantadue Vergini? Ma allora
quasi quasi mi faccio maomettano…
Papa Bergoglio, ma tu, sei cristiano?

E TU TACERAI
Come assorda il rumore
dei passi sul ghiaino,
quando branchi di foglie secche
d’autunno ti fanno scricchiolare
le pedule al passaggio,
dove un soffio di tramontana
presto porterà sul viale
uno strappo di gelido nevischio,
e tu tacerai. Ed anche io, Anna.
Sì, anche io tacerò. Però domani.

FALÒ A SERA
Le case hanno ormai chiuso gli occhi
alla fiamma abbacinante dell’occaso.
Nel frascame ammonticchiato nell’orto
qualcuno ha gettato un cerino
e la gente s’accrocchia attorno al fuoco.
Un odore di bruciato di foglie,
e il calore di un attimo. La cenere
vola qua e là col vento della sera,
e noi sta lì, muti, a guardarla.

C’è una merla innamorata che fischia,
è una presenza amica: piange.
Tutta una malinconia che c’immerla

E’ TANTO SANTO
E’ tanto santo, che anche le parole
e i pensieri profumano d’incenso,
e se prega, ha l’odore della cera
delle candele dell’altar maggiore.
Ha gli occhi del colore che ha il cielo
nel mese dedicato alla Madonna,
maggio strepitoso di colori
e d’armonie di luci.
In un profumo
di mirra e di sandalo e fragranza
di mirto e di corbezzolo la morte
fu il suo capolavoro: un pezzettino
di cielo azzurro scese una domenica
mattina a un suono di campane
a festa, e lo azzurrò portandolo
lassù, dove non volano né rondini
né aerei, ma a volte
solo un po’ di angeli e qua e là un santo.

E’ MEGLIO NON SI SAPPIA
La casa aveva per confine il cielo,
e, dirimpetto, il fiume. Quando giunsi,
uno mi disse: E’ meglio non si sappia,
laggiù, che tu sei morto. Esterrefatto,
mi disperai e piansi. Fosse un sogno,
forse, a questo punto, mi sarei svegliato,
ma era la morte, ed io non lo sapevo,
non me l’avevano detto ch’ero morto.

Fra le cose parlate e le taciute,
ora mi viene in mente lo sgomento
del morto che non sa d’essere morto,
e me ne stetti lì, zitto, impalato,
a sorridere girandomi nel sonno
eterno. E lasciai il mondo alle mie spalle,
incominciando a vivere da morto.
Meglio non lo si sappia, per riguardo
dei miei ch’erano giù vivi ad aspettarmi.
E mi asciugai una lacrima, e poi feci,
tutto ciò che si fa quando si è morti,
ch’è poco o tanto quel che si fa da vivi.

Ero un morto vivo. Per favore,
non ditelo, non voglio che si sappia
che continuo a vivere da morto,
ma pensino che ho sonno e dormo.

E così non lo dissi mai a nessuno,
e nessuno si disperò né pianse.

I SOGNI DELLE ROSE
Omologarsi al sonno della mente
e sgretolare via via ogni pensiero
fin a trovar rifugio nel silenzio
di là della memoria. E ciò che resta,
lo zero di ogni cosa, il non-pensiero,
la nullità del tempo e dello spazio,
è un qualcosa di nostro che s’invola
nei sogni dei boccioli delle rose
selvatiche. Però fare attenzione
alle correnti d’aria e al mal di gola.

La donna di Marco

I CICLISTI

Vanno nel mese di settembre,
a boccoli d’ovatta, dallo Stivo
giù giù verso Verona le purissime
nuvole che portano il bel tempo,
paiono panni messi ad asciugare
dagli angeli sù in cielo.
Ed anche noi
andiamo pedalando in bicicletta
lungo la via ciclabile dell’Adige.
È senz’altro una giornata memorabile
di fine estate, e andiamo pedalando,
amici di una volta ritrovati,
e solo Dio lo sa,
son tanti gli anni
che s’era perso il filo del discorso
spezzato chissà quando e chissà come.
E ora si va tranquilli pedalando
in pace ed amicizia coi ricordi
che pesano sulle spalle, ed ogni tanto
una sorsata di acqua alla borraccia
a spegnere la sete e la memoria.
Si chiacchiera pedalando – siamo in tanti,
ci stanno quelli vivi e i non più vivi -,
tutti ci stanno,
è il tempo ritornato,
di un vecchio catecùmeno, è sembrato
uno di quei discorsi che si fanno
a tavola, finito il funerale,
c’è chi ti parla mentre, pedalando,
si appoggia con la mano a una tua spalla,
e fianco a fianco i nostri volti accosti
paiono volti d’angeli un po’ stanchi.
Lunga e piana è la rosta, e, pedalando,
c’è chi tenta la fuga ed inarcandosi
a un tratto sulla sella, dà di forza
la spinta sui pedali, e ci distanzia,
scompare ad una curva.
E c’è chi stenta,
lo vedi che barcolla, ed è sudato
ma lieto di sudare, e resta indietro,
se volgi appena il capo per guardarlo
lo vedi che man mano va più piano,
gli cedono le gambe sui pedali,
ansima e scompare ad una curva.
Ora siamo ora in pochi, e si era in tanti,
e andiamo pedalando ma più piano,
è lunga la ciclabile ed il sole
è alto, è ancora presto, e pedalando
si chiacchiera col vento che da tergo
ci spinge e ci sospinge. siamo in pochi,
pochi ma buoni. Angeli in ritardo.

La donna di Marco
una prostituta che per anni si offriva lungo la strada tra Rovereto e Marco

Lungo la via che porta a Marco
c’è da anni una donna grassa
che non lesina di certo amore
alla gente che passa,
siede nella sua seicento e sorride
come una matrona,
una minigonna
come sottana
e in grembo un girasole.
La gente dice: È una puttana.
Sta come un’orchidea
sfatta nella pinguedine
di una corolla rosa,
e fra tanto vento e tanto sole
sorride come una bambola
di porcellana. Forse
mi sta in una mano
il suo piccolo cuore di fragola.
Ma lei, anche s’è grassa,
non vuole, dice di no,
fa da allodola col sole.
Sorride e fa di sì alla gente che passa.

SPLEEN

Tu mi parli delle voci dei morti
e mi passa da presso mentre ascolto
come un vento scordato di memorie;
ne tremo, quasi avessi udito i passi
di qualcuno che va con me per strada.
Ti ascolto, sì, son tutt’orecchi. Parli
di fantasmi che vivono con noi,
come se li vedessi. Vedi, dici,
il sole quando affonda sprofondando
nei silenzi del cielo, a poco a poco
muore, e il vento lo accompagna,
corre di là dagli alberi e le case.
Dove s’attarda ancora un po’ di luce,
un’ombra s’alza e parla con le ombre
d’una felicità che non è mia,
e la sua voce è quella che confonde
il vento e muove a carezzar le foglie.
Tu non sai se stanotte ultimo viene
il mio pianto di spettro. Sei venuto,
tempo in cui tutto tace, come un’ombra
l’ora langue per strada, e il vento fa
di me uno sbandierare di memorie.

Un Dio di carne

L’ULTIMA CURVA

Un giorno si parlò di noi a lungo
nella tranquilla alacrità del tempo
che ingialliva i cipressi foglia a foglia,
si fecero discorsi su discorsi
chiacchierando di noi,
del prima e dopo,
del tempo che si segue a malavoglia.
Era il tempo d’estate, e s’inclinava
il capo come fanno i girasoli
per prendere più luce, e si rideva
un po’ per incoscienza e un po’ per noia.
La vita ,
uno scherzo malandrino,
e noi, giovani avventati, si viveva
senza dar peso al caso né al destino,
così come veniva, il cuore libero
da inutili patemi, non conforme
al tempo né alla moda,
stupidi ma felici.
E chi parlava
di noi, oggi non parla più, ma dorme
e vede noi nel sonno, noi ancor desti
anche s’è tarda ora, e chiacchieriamo
di lui ch’ era là.
E nel conteggio,
uno per uno d’anni e di memorie,
al millesimo, esatto, come d’uopo,
si mette nel pareggio
il prima e il dopo,
l’avuto e il non avuto, il meglio e il peggio.
E c’è ancora chi a sera, dopo cena,
sceso in istrada, col motore acceso,
indugia a salutare e poi sgommando
infila a tutto gas l’ultima curva,
e pare che lo inseguano in silenzio
le voci degli amici
fermi al palo.

I SOGNI NON HANNO UN NOME

Quando il sonno mi prende e m’addormento,
vedo solo ciò che sta nei sogni,
e mi pare sian cose vere, vive,
e non mi rendo conto che son solo
cose irreali, impossibili non vere,
e anche tu, amore mio, sei un sogno.

Com’è strana la vita dei sognati:
una stanza che non sai se buio o luce,
tutto sa di miracolo ed è assurdo,
una vaghezza di sentirsi un altro,
fuori del tempo, fuori di ogni cosa,
e una pace che sa di paradiso,
in cui il presente si mescola al passato
in un’unica essenza. E anche tu vivi,
sì, lo sento che vivi, però eterea,
tutta azzurra in un mondo tutto azzurro
come un cielo di un limpido mattino.
Faccio il tuo nome, e lo ripeto, piano,
sennò mi sveglio: lo scandisco appena,
sillaba per sillaba, il tuo nome.

Poi, mi risveglio, ma non so chi eri,
non ricordo neppure più il tuo nome;
i sogni non han nome, sono sogni,
e forse tu ed io non siam che sogni.

IL CORAGGIO DI GRIDARE

Non restano che le cose che amo
e i nomi che noi gli abbiamo dato
da sempre:
la pentola, il bicchiere,
la scatola delle scarpe e le scarpe,
la corda su cui stendi ad asciugare
la biancheria sul balcone al sole,
resta il muro e il chiodo
che non tiene
più il quadro, perché il buco s’è allargato,
resta il buco, il dado e il controdado,
la vite, il martello e le tenaglie,
e il vaso senza rose.
Ecco, resta
il tavolo e il centrino con sù il vaso,
ma mancano le rose,
e manca il Tempo,
quello ch’è andato e quello da arrivare,
c’è solo quello
– poco, sì, un po’ poco –
d’ora, il Presente, il Tempo d’orologio,
ne vedi le lancette sul quadrante
che corrono implacabili ruotando
a giro pieno attimo su attimo,
ne senti il cadenzato suo ritmare
che pare dica:
Affrèttati, ch’è tardi…
Non resta più che mettersi a aspettare,
come ai miei tempi, sulla pensilina,
e perdere l’autobus o il treno
nell’ora dell’attesa non segnata
da orari né orologi,
resta questo
mio coccio d’anima immortale
che ho avuto non per merito,
ma a caso.
Ma tutto ciò che resta è transitorio,
l’altro, il mancante,
il mazzo con le rose,
il tempo del passato e del futuro,
ciò che non c’è più e ciò che non è stato,
l’autobus e il treno e l’ora non segnata,
resta e resterà, per sempre, eterno.
Ma forse, chi lo sa, quest’illusorio
mondo di cose resta a cadenzare
il tempo del futuro,
resta l’anima
con tutto ciò che ha dentro, il transitorio,
il meno transitorio e l’immortale,
il resto da gettare, col coraggio
di rompere il silenzio
e di gridare.

UN VESTITO APPESO A UN CHIODO

E ancora un sordo tuono
di un ultimo temporale:
ne porta l’eco il vento. Lontano
fresco vento d’autunno
con una levità di foglie morte.
Dici: Sbattono le imposte…
È l’onda lunga del vento
che corre sulla ghiaia e tra i cipressi
nella fiammata di un occaso d’oro.
Cerco le radici del dolore
nel midollo di un albero squarciato,
nel tormento di chi è dimenticato
come un vecchio vestito appeso a un chiodo.

UN DIO DI CARNE

Il mio volto scolpito dalla furia
e levità di un dio che mi modella
a suo uso e consumo, è forse il volto
tragico e ridicolo di un uomo
che porta in sé le stigmate di un dio
effimero e immortale, un dio di carne,
un dio felicità e disperazione.

Mi guardo come fossi una mia immagine
assorta di un non so quale fantasma,
un effimero spettacolo di luce,
ed io, fermo in disparte, dentro l’ombra,
solo e triste, lontano, quasi assente,
chiuso in un angolo, a guardarmi,
e a dirmi: Sono io, ma non ci credo…

UN APPANNAGGIO PER L’ETERNO

Una mano che saluta, una persiana
spalancata e il volto di una donna
che mi sorride. Ma chi sa se gli anni
siano quelli che sono, o più di mille.

Pago dei miei versi in cui rivivo
sognando inquieto ogni vago sentore
di gioia e di dolore, inseparabili
amici che accompagnano il cammino
di chi come me si offre come preda
al tempo che ci incalza e non dà pace,
vivo il mio effimero giro d’orologio
come un appannaggio per l’eterno.
Perché so che vivo anche dopo morto.

Aggiornamento alla Divina Commedia

LA DIACQUA COMMEDIA
aggiornamento alla Divina Commedia

CANTO I
PARADISO
NE LO HALL DE LO PARADISO

I’ non mi nomo Dante, e scrivo ‘l vero:
li nostri due eroi, che per turismo
avèan già visitato i mali lochi
dove Dante non andòe né la Beatrice,
giunser, per non salsi che ipnotismo
e sanza aeroplan, – ch’altro non lice,-
dove non vi stan purghe né fochi,
ma sol amor, amor pio e sincero,
e anco chi piagne ride et è felice.

Canuta Pera, Skizz ed Adriana
vennero a caval de ‘na nube lieve,
l’una, leggera, in blusa di lana,
– tal che parèa un cuscin di neve
soffice qual nube, – e l’altri due, pesanti,
di qua e di là, a carponi e titubanti
immersi fino al cul et ai ginocchi,
movèan piedi e man come i ranocchi.

Scesero adunque, e lì v’era un portone,
largo, di fior di cucco e mortadelle,
pien di firme e di date di persone
venute lì per visita ai parenti,
e fra le tante firme v’eran quelle
di Foscolo, di Ariosto e di altre genti
famose, come quella di Bonassi,
sì noto che ‘l conoscon anco i sassi.
Ma non v’eran firma e data di Dante,
quindi, eziandio, perciò era una fola
quel che di Dante noi si studia a scola.
Càpera tosto estrasse un temperino,
e scrisse il suo nome in greco et in latino.

Disse la Donna: “Esto è lo Paradiso,
per qui si va ne la Città gaudente,
per qui si va tra la beata gente,
abbiate ogni speranza, voi ch’entrate!”
Este parole di colore chiaro
disse Adriana ai piè di quella porta,
e Punza a lei, come persona accorta:
“Quinci è mestier entrar sanza sospetto
dove dimoran le anime beate..”

“ Ora quinci siam dove Dante ha detto
d’aver veduto cose strepitose,
ma sanza manco esser quinci stato,
con la Beatrice che gli fea da scorta:
fue vate mentitor matricolato
che non possette ‘l ben de lo intelletto.”

Poscia la donna, un dito, gaia in viso,
struccòe sul campanel e attese un mese
(li minuti duran mesi in Paradiso),
un mese, dico, fur là sù per niente,
o forse venne manco la corrente
a causa d’un contatto, e finalmente
l’uscio aprissi e uscìnne il portinaro,
usciere, maggiordomo e calzolaro,

Ma per entrar ci voller nove mesi
d’eternità, però furo ben spesi,
tanto gentil l’àere che corrèa,
tal da far venir la gonorrea,
e la gente, contenta, se ‘n godèa.
E come che la porta a lor si schiuse,
un flash uscìnne con tremila volt:
era ‘na spia che impiantàr le Muse,
et un guerrier, con in man ‘na Colt,
chiuse il porton, e tosto i chiavistelli
giràro ne la toppa con strimpelli.

Sì come un riflettor, ove lo sguardo,
fissando, deve cedere ad oltranza,
perché di più guardar è sommo azzardo,
cotal di tanta luce a la possanza
l’occhi dei tre abbagliati si chinàro,
tal qual su le ciabatte il ciabattaro.

O somma luce, che tanto ti levi
sui concetti mortali, a la mia mente
deh, mena un po’ di quel che tu parevi,
ché appena a lor la porta fue a le spalle,
tre angioli arrivàro su cavalle:
eran seduti, e le cavalle a piedi.

Poscia fue buio pesto (a la genovese),
e di botto s’alzòe un gran romore,
tal che fèa pensar a un trimotore,
come ‘n romor di robe di ferraglia,
con scariche di foco di mitraglia,
e poscia li percosse un gran fulgore
di luce lieve e tenera, cortese,
e tosto tornòe il chiaro, e quel che segue
dopo diròllo, ché or chieggo tregue.

Aggiornamento alla Divina Commedia

LA DIACQUA COMMEDIA
aggiornamento alla Divina Commedia

PURGATORIO
CANTO V
Gli inventori folli di cose ancor più folli di loro

Or siamo a l’altro colle, e la mia rima
convien che scorra su lo stesso metro
di quel de l’Alighier, ché esto colle
è loco d’inventori sanza stima,
folli, dal cervel lubrico e tetro,
sanza saver di far cosa folle,
altrimenti andrìan dritti in lo Inferno.

Come salìro in cima con gran pena,
sentìssi un freddo come fusse inverno,
e tutto paréa un solo manicomio,
con spirti sanza testa o sanza schiena
che andavan ‘vante e indietro, un pandemonio
di zighi, pianti e battere di mani
e dar di pugni e calci. Un, sanza testa,
passò lì appresso e fè dei gesti strani,
come a dir: “Te ‘n priego, deh, t’arresta!”

V’era chi corrèa sanza aver li piedi,
e altri rincorrèan le loro gambe
che fuggìan più ratte innanzi a loro,
altri ancor facèan cose strambe,
la testa stretta in man, e, sanza mano,
uno dicèa, ma sanza bocca: “Piano!
Fate men casin!” e, con decoro,
tenèa la bocca in man, e dicèa cose
ch’è meglio qui tacer, tanto furiose.

In mezzo a esta gente trafelata,
vennero ordunque i nostri tre turisti,
li occhi a quel veder eran sì tristi,
come chi non ha più la marmellata
per ispalmar sul pan col caffelatte,
e subito, piagnendo, delle teste
ch’eran lì appo a terra, li chiamaro
pregandole di rimetterle sui colli,
dond’erano cadute. Francobolli
sanza gomma appiccicar non si puote,
né far andar un’auto sanza ruote.

Lo duca, Skizz, e, appo a lor, Capèra,
tiravan dritti in tutto quel baccano,
tal come avvien là suso che in corriera
si avanza a stento, a gran pena, piano,
non dico poi nel tram, ch’è cosa abietta,
o come chi pedala in bicicletta
tra mille e più ciclisti. Tanta gente
era lì insomma intenta a non far niente,
che ci sarìa voluto un salvagente,
tante teste, tante braccia, tante gambe,
a far sanza i loro corpi cose strambe.

Uno di lor piombò con fare altero
con un monopattino sanza ruote,
et ei sanza le gambe: “Non si puòte
quinci venir” strillò “col corpo intero,
quivi è mestier venir sanza la testa
o sanza naso, orecchi, ciccio o bocca!”
Càpera lo guatò con aria mesta
e dìssegli: ”Messèr, no’ ‘l sai, ci tocca
quivi venir a visitar la gente
del mondo morto. Or t’acquieta!” Niente
di più d’un ghigno l’altro allor emise,
mìsesi sul col la testa, e poi sorrise.

“I’ fui là sul mondo pazzo o scemo,”
dìssegli poi, “che la forca ho inventato,
ma per tagliar salami e mortadelle,
e tu non sai che or un boia io temo
che vegna, e seco lui un diavolaccio,
per istaccar la testa ch’aggio al collo
( e sì dicendo la indicò col braccio,
lo qual gli penzolava giù a tracollo ),
sì come i’ fussi un tacchin o un pollo.”