La rosa mistica

IL DITO SUL BICCHIERE
il medium

Ma gli angeli fanno
tutti per gioco a parlarci di loro,
quando evochiamo i poveri morti
col dito sul bicchiere. Loro sanno
che dei morti noi abbiamo paura
ma li chiamiamo per nome, cerchiamo
una loro risposta, un consiglio,
una parola, un qualcosa cui credere.
Ma quelli si divertono a mentire,
ridono di noi, che non pensiamo
alla felicità che come meta
di questa vita. E allora così dicono
le falsità che noi crediamo vere
perché vogliamo credere, cerchiamo
la verità, qualunque sia. E loro,
gli angeli, si divertono a mentire.

UN EPITAFFIO

No, non mi stupirei se tu
dicessi che son morto. Ho
o non ho il diritto di non vivere?
Aggiungici una dovuta lacrima,
un epitaffio, un anticipo
di eternità dormiente,
una vita con o senza Dio. Vivere
è un po’ come morire,
perfettamente stupido. Ma innocuo.

ANDARE E TORNARE

Giorgia, forse io non ho ragione
a volere risalire la corrente.
Siamo io e tu e tutti noi dei pesci,
con alle spalle il mondo, e discendiamo,
ridicole unità di un infinito
illimite, incontro al mare.
Ma l’ignoranza è come la sapienza,
dà la gravità del saggio a chi l’esprime,
e noi si fa come certi pesci
che muovono in modo buffo testa e coda,
e girano e rigirano sempre attorno
allo stesso ciottolo tutto il giorno.
Perché girare come fosse niente
tra i ciottoli giù per la corrente?
Ho sempre voglia di andare,
Giorgia, e paura di tornare.

NON ESISTE IL SOLE

Il mondo non ci entra nella mente,
anzi, si dice che vi stia già dentro,
e il corpo è solo un mezzo per vederlo
e conoscerlo, così si sa ch’esiste.

Pensa a quando sogni, e nel sognare
vedi le cose che hai a disposizione
nella tua mente, tutto ti è già dentro,
alzi il sipario e guardi. Non esiste,
dicono, il sole, gli alberi, le case,
esiste solo l’occhio che li vede.

LA TUA ANIMA, MARIA

Che straordinaria forma ha l’anima,
illuminata al lampo del fotografo!
Esce un po’ di sghembo in mezza ombra,
in una luce obliqua, che le dona
una fattezza tale da stupirne,
un’arcana dolcezza d’incompiuta.
Pare una cosa viva e insieme morta,
una nuvola, un batuffolo d‘ovatta,
ma più la guardi e più ti sembra un tizzo
arso, una fiammata di un pagliaio,
e le basta un nonnulla per svanire,
un soffio, uno sternuto, una risata.

Maria, ti vedo tutta l’anima,
occupa il centro del tuo corpo, cerca
una via strozzata a mezza gola,
come smarrita, un fuoco che abbarbaglia
tra luce e buio – come il sole all’alba
di questa estate che già va alla fine.-

L’ho fotografata, Maria, stasera,
con il palcoscenico ormai vuoto,
e lei ed io, seduti, a domandarci
un modo di fuggire da noi stessi,
ad ascoltare i nostri vaniloqui
nel soffoco del buio, ad abbracciarci,
come smarriti e soli, anima e corpo.

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Ma Dio è buono

OH, COME RIDEVI, MARGHERITA!

La camicetta con la scollatura
è irresistibilmente provocante.
La indossasti una volta a Corpus Domini,
e il vento la gonfiava, e tu ridevi,
la testa arrovesciata sulle spalle,
oh, come ridevi, Margherita!
Appoggiavo una mano s’un tuo seno,
e ascoltavo la musica del vento
entrarti per le ascelle. E tu ridevi,
oh, come ridevi, Margherita!

Come mi batte il cuore se ci penso!
La camicetta, ch’era così bella,
or non la metti più. Se chiudo gli occhi,
mi par d’udire il vento tra le dita
toccarti il seno, uscire per le ascelle,
e la mia ma non fingo che sia tua
nel carezzarti sulla scollatura…

LA CINCIALLEGRA

Prima un frullio, e poi, inatteso, il canto:
la cinciallegra. Vivido e scomposto,
il vento ammutolisce al suo richiamo,
e la fuga del fiume si ferma.
Tremo alle parole che mi dici,
ci separa e ci unisce questo volo
di uccello, l’improvvisa ascesa
e il gorgheggio, strazio e tenerezza,
amore e tempo che s’involano.

AMICA OMBRA

Lieve, che t’attraverso come un soffio,
ombra amica mia, che mi stai dietro
e a volte pare zoppichi se vado
un po’ di fretta, o corro, perché stenti
e t’affatichi a reggere il mio passo.

Ma oggi che scoloro nella luce
del primo pomeriggio, appari un’altra,
inquieta, e danzi e corri con il vento,
batti le mani e fai le capriole,
vai tra un muretto e l’altro della strada
dentro un velo cenerognolo di polvere,
scompari dietro l’angolo, e ti perdo.

Ed io qui radico in silenzio e non rifoglio.

TORNANO TUTTI A CASA

Tornano tutti a casa. Con un diario
scritto da vivi, pagine su pagine
di anni, coi ritratti della moglie
e dei figli, e mille e mille date,
nascite, matrimoni, compleanni.
Altra foto con data: la morte. C’è
da rubricare il giorno del commiato,
e i documenti del parroco, i bolli,
nome, cognome, nascita, e così via.
Stanno come qui da noi, a far la coda.

BASTA UN DIO SOLO

L’imperfezione della vita è, forse,
uno degli sbagli che Dio ha fatto,
però volutamente, giacché nulla
sfugge al suo occhio, e tutto sa e vuole,
anche l’incompletezza di noi uomini.
Così ci resta sempre l’illusione
di essere come Lui,
e Lui lo sa, perciò ci crea imperfetti,
perché basta, ed avanza, un Dio solo.

IL DIO BAMBINO

Forse, chissà, anche Dio ritorna
ad essere bambino,
quando s’un velo d’erba
si corica al mio fianco e dorme.
La mia anima resta per lui accesa
per fargli lume, e lui riposa
tutta la notte mentre io lo veglio.
Quando ritorna il solito mattino,
il Dio bambino
va, senza un saluto, e torno solo.

COME UN PASSO DI GRILLO

Lungo una traccia d’angeli io vado
di via in via nel tenue del mattino
canto di una cincia. Una cinciallegra,
o cinciatriste, querula, nascosta
nel vergine silenzio di un canneto.
Siamo alle soglie della primavera,
e a ogni passo che faccio cresce un fiore,
ogni cosa che guardo si fa luce:
tutta la vita va verso un’aurora
con bianche ovatte di nuvole rosa.
Dentro la cenere calda del mio cuore,
tu lasci un’ora, live, come un passo
di grillo nella neve, ma mi pesa
come il buio di notte, senza luna.

Per non dover moire con te in cuore,
io prego Dio di diventare eterno,
così anche tu mi vivi eterna dentro.

Diario di un morto

IL PASTORE LIGURE

Ed è ancora il rimbombo dell’antico
corno dei Liguri, cupo, sulle ali
fredde del vento di montagna. Ancora
riecheggia sugli argini del fiume,
dove il salice affoga le sue ombre
tra gli ossami dei ciottoli e le sponde
bianche di brina. Ulula, lontano,
prima del sonno, l’ultimo lamento
stanco dei cani. Dallo Stivo, un canto
di vento solitario fa da eco
nella valle dell’Adige. I cavalli,
odorosi di sole, riposano
quieti nell’ombra. Dove vai, pastore?
Da dove vieni? Fredda, questa terra
di te risuona. Ancora, dai crinali,
di notte, i lupi cupidi discendono
verso il piano sulle orme degli uomini.
Nella notte dolcissima che attende,
suona ancora il tuo corno, e nel silenzio
corrono i lupi a branchi, e i corvi
gridano alla luna lo stupore.

I Liguri erano un’antica popolazione di pastori e commercianti di bestiame principalmente ovino, insediatasi in età storica nell’area che va da Pisa a tutta la Liguria, e da qui fino a Marsiglia e alle Alpi Occidentali, Piemonte e Appennini settentrionali. In precedenza la loro estensione era stata di gran lunga superiore, comprendendo gran parte della Francia, Corsica, Lombardia e Trentino. I Celti restrinsero alquanto il loro territorio, favorendo però la formazione di tribù liguri-celtiche. La conquista romana iniziò nel 238 a. C. e si concluse solo con Augusto nel 14 a. C., che li sottomise definitivamente.

DIARIO DI UN MORTO

Non percepisco tutto in una volta,
ma a poco a poco. Qui da noi le voci,
qui, sotto terra, tardano a arrivare,
ci mettono più tempo per raggiungerci.
Come dentro una camera antiacustica,
suoni, rumori, voci son smorzati
di quel tanto che arrivano un po’ fiochi.

Tanto per dire, oggi, a mezzogiorno,
c’è stato per esempio un funerale
di un povero operaio di un cava
di porfido di Albiano. C’era il prete,
un chierico che aveva l’acqua santa
e un vecchio ch’era lì proprio per caso
in visita di una zia morta da anni.

Dunque, appena il prete fa il discorso
che di solito si fa se uno muore
(oh, due parole, non di più, era povero…),
ecco levarsi un coro di preghiera,
un coro dolce, tenero, soave,
tanto che ci alziamo tutti noi morti
dai loculi, a guardare chi è che canta.

Nessuno! Non il prete e neanche il vecchio,
né tantomeno il chierico. Cantavano
gli Angeli delle lapidi di marmo.
E, con loro, due talpe e quattro grilli…

LE MASCHERE

Quando a febbraio Carnevale ride
di mille luci, e per le vie le maschere
impazzano agitando i campanelli,
non sai, tu, come io vesto a festa
il cuore, e col sorriso
mio maschero il mio viso? Dimmi:
ora, felice e libero, io rido,
ma tu non ridi, amore? E’ un arlecchino,
in me, che ride questa strana sera,
un uomo con il volto di arlecchino.
Ma dove vai, mio cuore, tra le maschere
che passano guardandoti curiose?
Tu piangi, loro ridono. Mio cuore,
forse le guardi e forse con stupore
metti anche tu la maschera, e vai,
agitando ridendo i campanelli.

GLI SPIRITI DEL SONNO

Quando il vento cambia direzione,
guarda l’orologio ed alzati. E’ l’ora,
che la luce si fa breve, e, festive,
danzano le prime ombre della sera.
Escono a frotte, a passi incerti,
gli spiriti del sonno, il cuore in gola,
frugano qua e là nel buio, cauti, zitti,
pronti a popolare i nostri sogni
appena noi si chiude gli occhi e dorme.
Ombre, fantasmi, misteriose,
oniriche creature, ne sentiamo,
lieve, intrigante, il timido respiro
non appena si mettono distesi
accanto a noi, il capo sul cuscino,
e ci entrano leggerissimi nel sonno
a farci compagnia fino al risveglio.
La notte, ah, la notte, con le stelle,
alte, lassù in cielo, appollaiate
zitte zitte, in cima al monte Stivo,
avvertono la luna quand’è giorno.

LETTERA A UN FIGLIO

Vedi, ti parlo con la voce roca,
e nel tuo sguardo di ragazzo affiora
un sorriso pulito, quasi ingenuo.
Parlami, dico.
Io non ho l’età
che sfugge ai desideri, ascolto ancora
le parole che salgono dal cuore.
Primavera è lontana, ma gli uccelli
estivi inseguono nel sole
l’eco a mezza sera delle voci,
ed io le sento.
Parlami, sapessi
quanto ti chiamo, figlio! Quanto attendo
che cerchi, come un tempo, la mia mano,
un colloquio spontaneo!
E tu sei qui, mi guardi, mi sorridi,
giungi a me da lontano…
O mia cicala vagabonda, è morta
primavera che urlava nei cortili
le sue mille chitarre: e un’eco appena
a me ne giunge.
E questa furia
di ultimi uccelli migratori ancora
resta nel dolce suono dei pastori
che adunano le greggi lungo il fiume.
Parlami ti prego. La tua età
ha puledri di luna nella sera,
criniere al vento. E la tua voce è un grido
che mi sale nel sangue e mi s’aggruma.

I VECCHI E LE RONDINI

Che tenerezza quei rugosi vecchi
sulla panchina inondata di sole!
Siedono silenziosi e le tremanti
scarne lor braccia offrono alla luce
come rami di alberi ormai spogli.
Sanno di pane fresco, di bucato,
ti salutano con gli occhi e se ne vanno.
Oh, certo vanno oltre i fiume, dove
trovano ancora profumata e fresca
l’ombra ventosa d’un cipresso amico.
Tutti vestiti a festa, tu li vedi
seduti su una panca a pisolare
l’uno accanto all’altro sorridendosi
con la dolce tristezza dei fanciulli.
E li chiamano vecchi! Son bambini,
o rondini in attesa di spiccare il volo…

Il vento tra i capelli

IL VENTO TRA I CAPELLI

Italo era il mio nome di battesimo,
ora non più. Il vento tra i capelli
mi profuma di viola, mi stordisce
l’aria di aprile, il mandorlo già in fiore.
Ed io ti chiamo, amore, da lontano,
ma forse tu non senti la mia voce
nel sole del mattino. Qui ora tace
l’allodola assonnata, ma già ride,
solitaria, la gazza tra le vigne.
Ed io, disteso sopra l’erba, taccio e guardo
non so che cosa, e sogno. E forse attendo,
in sogno o non in sogno, di morire
e di baciarti, coi capelli al vento
e gli occhi chiusi, per morire meglio.
Italo era il mio nome. Ora son terra,
sole, rugiada, mandorlo, stupore.

CHIARI SUONI D’ACQUE

Nel silenzio s’ode il pianto del fiume,
amore mio, e nel pensiero corre
basso tra i salici
il lamento dolcissimo.
Lo chiamo: si spezza
l’eco in melodiose armonie
e il rimbombo m’è caro, il fluire
in chiari suoni d’acque.

A te io giungo stremato,
senza amore; ed arde, dentro,
un fuoco di stecchi aridi,
un quieto lume di lucciole.

Acque amarissime: in voi
io mi posseggo. Un’eco appena
s’alza della mia immagine,
voce di onda e pianto
basso di folaghe.

SE INTATTI SILENZI

In te ancora m’acquieto,
mio amore, se intatti silenzi
serba il ricordo dei giorni,
degli anni. Ritorna,
riaffiora dal ciglio dell’onda,
risento la voce di un tempo.

E se corro a riprenderti,
e stanchi echi il grido
chiama da cieli non più miei,
chissà se mi ode il mare,
se onde di poesia mi mena
questo strazio di albatri.

ERANO CANTI NOTTURNI DI PASTORI

Erano i canti notturni dei pastori
che destavano i cani nelle aie
nei solstizi d’estate. Rade pecore
salivano brucando le erte alide
delle vecchie olivete.
Tra le raffiche
di un vento aspro d’agosto, il monte
trascorreva i suoi giorni quieti. Ancora
l’acqua saltava al giro della ruota,
branchi di lupi bradi lungo l’Adige
latravano alla luna.
Ancora udremo,
prima dell’alba, l’ultimo lamento
degli uccelli di bosco, il brusio verde
della pianura, che si accende al primo
fuoco del cielo.
E ancora dai capanni,
sui monti, i suoni limpidi verranno
verso il fiume, a rispondere all’urlo
cupo della faina.
Un giorno, un solo
giorno, per noi, ultimi poeti,
prima che squilli ancora il corno, e cada
nell’ultimo silenzio la cicala

Mio pane

MIO PANE

Ora che i giorni corrono veloci,
ci portano gli azzurri di albe chiare
scintillanti di luglio, ora ti sento,
vita che mi entri nl sangue, musica
d’un juke-box tra le canne
verdi di questo lago malinconico,
immagine offuscata, ecco, nel limpido
degli occhi, in un brillio
di acque di ricordi. Se ti guardo, gonfi
tenero il seno coi tuoi battiti
celeri, passano e si rinnovano
aliti di vita.
Ma per me
questa musica improvvisa ora mi accende
leggero tra le canne come un sole
di vita, amplessi morbidi
di luci ed ombre dentro i miei pensieri,
come castelli in bilico nel gioco
di schiume tra le onde, quasi un fremito
di mani che si cercano inseguendosi
nel gemito del vento.
Ed io, insaziabile,
ti mordo a lungo, avidamente, vita,
dolce mollica, mio pane.

IL VENTO NON È FORTE

Ma l’aria più tiepida d’autunno
d’inquietezza ci empie, cresce un sentore
di umili cose,
di panni al sole, di muri sbrecciati.
E’ ottobre che illumina i mattini
di una luce più tersa,
di toni che brillano ialini.
Vieni, ti dico, tenerezza,
in questi lievi vellutati oblii
che portano l’azzurro tra le braccia…

Guardo con occhi attenti attorno. E tutto
è improvviso, più dolce: un trepidare
di un sentimento vergine, un fluire
di un mare tutto pieno di colori,
quasi una luce interna; è come a un tratto
l’anima mi uscisse
tenera ed aspra in quest’aria frizzante.
Stamani il vento non è forte. Gli alberi
sono come un miracolo di luce.

Silenzioso io ti guardo negli occhi:
hai un pallore che affascina. Non sento
altro che il cuore che ci trema,
una dolcezza che ci parla dentro.

Nitido il sole ti modella il viso.

QUANDO ERO VECCHIO

Una mattina di pioggia,
quando le fredde ventate che spazzavano i campi
si addolcivano appena tra i vecchi casolari,
e le strade, bianche di polvere e nebbia, andavano
etra le vigne abbracciate con gli olmi, come bave
di lune moribonde,
passeggiavano i morti
lungo i muri dei fossi, tra i fumi dei falò
bagnati di sterpi. Un odore d’inverno, che sapeva
di marcite, di debbii, di grumi di terra.
Erano i poveri morti di campagna,
tra le vigne e i falò
ritornavano alle case,
un po’ curvi, coi volti rigati dalla pioggia,
(i passi, leggeri, sfioravano appena le stoppie
denudate dal gelo).
Diceva mia madre
che dalle case, tra le aie e la strada,
s’udivano a volte le voci
arrivare dai campi. I latrati dei cani
ne inseguivano i fischi, i richiami.
Ora, da noi, si vedono le campagne
deserte. Hanno fermato anche i passi,
i poveri morti.
Non discorrono più
con il vento, con gli alberi, con le voci
dei campi. Ogni cosa oggi ha un suo senso,
e i piccoli e i grandi rumori del giorno
sommergono i rumori di quelli che vanno
alle case, avanzando tossendo lungo i filari
e i falò. O forse ora dormono,
come mille anni fa,
quando io ero vecchio.

UNA MONETA SULL’ASFALTO

Ti attendo senza fretta,
disse il vento.
Cercava un posto dove andare. Un soffio
appena percepibile sfiorava
l’abito della donna. Una parola
cadde come una moneta sull’asfalto.
Tintinnò nel silenzio della strada.

Oggi voglio combattere la noia,
disse lei.
La luna lo sapeva,
abbandonò nel buio uno sbadiglio
di luce un po’ annoiata.
Il tempo era
Senza una via d’uscita. Come a dire,
che la brutta stagione era in anticipo.

GLI GNOMI DEL VENTO

Nelle illuni nottate, fragranti
di teneri germogli e spighe d’oro
pendule a fiore aperto dentro i sogni,
(creste di onde morbide al ventoso
brivido verde oscillano festose
bianche ombrelle di allegre infiorescenze),
escono gnomi a stendere lenzuoli
tra gli alberi di fitte ragnatele
umide di guazza. Ne intravvedi
le giubbe rosse e i buffi cappellacci
di mollica. Sappilo che suonano,
di notte, i pifferi del vento,
vagando sui pendii di mezzo monte,
coi grilli a far da banda. Sono loro,
dicono, a stendere moquettes
di stelle per l’Assunta.

FILIGRANE DI STELLE

Non ricordi? Mi fermai in tuo pensiero,
quella notte di vento. E la luna
intesseva filigrane di stelle. (Amore,
ti dicevo, mio amore, già luglio
incastona le gemme nel silenzio
notturno, Se tu vuoi,
entrerò nei tuoi sogni…) Ridevi,
era l’ultima estate. Già il vento
scuoteva le rose, correva,
odorava di erba. (Il tuo viso sapeva
di lacrime, di baci
di vento. Amore,
mio impossibile amore mai esistito…)

NOI E GLI ANGELI

In nessun caso mai nessuno
tra gli angeliche vivono tra noi,
viene meno al patto col Creatore.
Sempre stanno in incognito, discreti,
mai una volta ci dicono chi sono;
sempre pronti a sorridere, non dicono
una sola parola che possa dare adito
al minimo sospetto. E loro sanno
di noi cose che solo loro sanno.
Forse non possono essere felici
finché vivono da noi, ma hanno fama
di angeli alla mano, bonari,
che sian Giacomo o Gianni o Anna o Piero,
ci seguono dove andiamo per proteggerci
e farci compagnia. Ma non sappiamo,
noi, che sono Angeli.

Il grillo parlante

IL GRILLO PARLANTE

Ma sì, ci credo, eccome che ci credo,
figùrati! A volte non ci penso,
ma ci vuole pazienza per rispondere
anche al grillo parlante, quando rompe
coi soliti piagnistei.
(Così non va,
questo non lo puoi fare, questo sì,
davvero è meglio che ci pensi sù,
fai cadere la lampada, attento!)
Eh no,
a mettersi a giocare con i grilli
alla mia età, è già difficile,
figùrati con quelli che borbottano
sul muro…
Ma se uno
è appena astuto, penso che un martello…
ciac! …per spiaccicarlo
a pancia all’aria sia la soluzione
drastica ma giusta che s’impone.
Se è di questo che parli, e sei sicuro
che sia così, che vuoi di più?
Metti
sul conto una coscienza sporca
in più e un grillo parlante in meno….

NON SIAMO GARIBALDI

In questi casi penso che non conti,
né avrà senso, gettare una parola,
così, per screditare
la libertà di u vivere tranquillo,
senza patemi.
Noi non siamo eroi,
anzi, al contrario, siamo un po’ restii
al titolo, che so, di Garibaldi,
di Pecos Bill, di martiri cristiani
od ottentotti. Ed a maggior ragione,
dunque, vedi qual è la posizione
nostra di fronte alla leggenda
stupida dei cento giorni
da pecora.
Che vuoi,
un giorno da leone? E’ immaginabile
il senso dell’eroe, il truculento
Ettore Fieramosca al giorno d’oggi,
dico? Arteriosclerosi
a parte, è sintomatico
scegliere la libertà d’essere una pecora,
ma vivere, per Dio!
E che ci frega,
a noi, un monumento
in Piazza Municipio? O una tabella
all’angolo del viale
con sù la scritta: Via Italo Bonassi,
martire caduto chissà quando,
gridando libertà?
Meglio il silenzio,
credo, di chi non fa mai niente.
Ma ve l’immaginate
una tabella segnavia che dica:
Via Italo Bonassi, non ha fatto
niente?

La presenza invisibile

IL BUIO NELLA STRADA

Come ci fosse tutt’a un tratto buio
nella mia stanza, dove sto scrivendo.
Apro una finestra e guardo fuori,
ma anche in istrada è tutto buio,
un oscuro andirivieni d’ombre ed ombre
di una vita svanita nelle tenebre.
Nemmeno una finestra illuminata,
non una stella, e non c’è la luna,
cerco la strada, gli alberi, gli orti,
la casa a me di fronte, qualche cosa
insomma che mi riesca familiare.
Vedo nel buio, in strada, la tua ombra
– incanto di una primigenia estate -,
ora che la solitudine del cuore
germoglia solo ombre di memorie.
Guardo la strada e il buio, dove transita
il vento – anche il vento pare un’ombra -,
e ti vedo evanescere leggera
nella straordinaria chiarìa del buio.
Seguo con una stretta al cuore
la tua ombra come un fuoco fatuo
nel silenzio dell’ora – è sera tarda-,
e so ch’è un sogno, nulla più che un sogno,
incanto e struggimento la tua ombra.

LA PRESENZA INVISIBILE

Spira il vento, l’albero arioso muove
le sue pallide foglie, l’ora è alta
allo zenit, una nuvola vela
il sole, si fa zitta e quieta
la sua presenza invisibile al mio fianco.
Come una vertigine che passa
e dà alla gola, simile a un bagliore,
un guizzo nell’ombra fresca e profumata
sfiora appena il mio volto, e lascia un vuoto
di morte e una risata.
È passata di qua come un barbaglio,
come una scia di luce alle mie spalle,
grida il mio nome, un urlo, e poi scompare.

COM’ERI BELLA

Dall’alto della torre il vento
rompe il silenzio e parla.
Ascolto il suo sommesso chioccolio
mentre un merlo s’affaccia da un muretto
e fischia. Ho imparato
a scrivere il tuo nome dentro il vento
dei salici piangenti. C’è una strada
che i pensieri percorrono al crepuscolo
quando il buio mitiga l’arsura
di questa torrida luminosa estate.
Com’eri bella, amore,
quando rubavi all’aria il volo,
andandotene lontana nella sera…

SEMEL IN ANNO

Mi parla, e la sua voce è come il vento,
antica, parole disusate,
ne capto qualche termine e fatico
a decifrare il senso del suo dire.
E intanto il Carnevale impazza,
-è festa grande, un gaio andirivieni
di maschere con coriandoli e trombette -,
è la vita che oggi si ribella,
bando alla malinconia, e chi ride,
chi grida e chi si sbellica a cantare.
Guai a chi oggi è triste, guai a chi piange,
a chi non esce e sta tappato in casa,
le lacrime siano lacrime di gioia,
ci s’inghirlandi l’anima a festa,
gente, è Carnevale, è festa grande!
Mi parla, e mi dice di gioire,
anche lassù da lui è festa grande,
ci si mette la maschera e si ride,
ci si sbellica a cantare e a dar da matti,
bando alla malinconia anche a chi è morto,
anche ai morti è concesso fare festa.
Se chiudo gli occhi un attimo, ed ascolto,
li sento, in lontananza, festeggiare,
sento le loro grida, le risate,
i botti dei petardi, le trombette,
fanno come da noi a Carnevale,
anche loro, là, in cielo, si divertono

CINQUANTA UOMINI CAMMINANO TUTTI INSIEME

Cinquanta uomini camminano
tutti insieme
per la strada ch’è tutta piena zeppa
di decine e decine di cinquanta
altri uomini che camminano
tutti insieme.
Si fermano ogni tanto a rastrellare,
tutti insieme, le mille e mille foglie
che cadono di notte mentre lenta
e bianca già s’approssima l’aurora,
ed il gallo,
ormai stufo di cantare,
rientrato nel pollaio, si addormenta.
Ma che bella la città quand’è mattino,
con le aiuole che profumano di menta,
e le rondini strimpellano gaie
mentre gli uomini, via via, nel camminare,
puliscono, in cinquanta,
tutti insieme,
ogni tanto le foglie sulla strada…
Passa a fatica il camion della frutta,
è senza ruote e senza guidatore.
Ma che importa?
Ci basta immaginarlo.
Provalo. E vedi se ti riesce
una qualche storiella,
anche se brutta

L’occhio nero

UN FIOCCO AZZURRO

Ha cacciato un grido di gioia,
il gallo, all’accendersi del giorno.
Nel fitto bosco di betulle
l’antica zigzagante mulattiera
porta al cascinale sul groppo
del monte.
Dal poggio in fondo alla gola,
un campanile batte i suoi lenti
rintocchi stonati sul vecchio villaggio
ancora nell’ombra.
Sull’anta
dell’uscio di una casa
hanno appeso un piccolo fiocco
azzurro.
E’ nata una viola,
e il bosco è felice e fa festa.

L’OCCHIO NERO

Son qui ( mi vedi? )
in questa foto
che pare d’anteguerra, e siamo in tanti,
una folla che gesticola e s’affolla
in piazza
(ricordo, era domenica
mattina, e si usciva dalla Messa,
come si usava nel buon tempo andato,
ora morto e sepolto nei ricordi ).
È una foto panoramica col Duomo,
con il tizio che vende il granoturco
per le tortore, e il nonno col nipote
più in là, e Giovanni con la sciarpa
(era gennaio, forse, se non erro ),
e i due sposi di Rimini (ricordi?,
quelli rivisti l’altro ieri a Bergamo ).
Poi ci son io, al centro,
con il bavero
sù sopra il collo ( quello che ti guarda:
vedi che ti sorrido dalla foto,
e ti saluto con la mano alzata,
come per dirti:
Sono qui, mi vedi? )
Oh, è vero, sì, è difficile distinguermi,
ma son quello al centro della foto:
no, non lo spilungone con gli occhiali,
né quello col berretto a papalina,
ma l’altro, alla sua destra, sì, son quello
col sorriso ebete, il capotto,
la borsa sotto un braccio,
e un occhio nero.
Forse è un riflesso, o un non so che cosa
entrato di straforo nella carta,
pare l’occhio di un pugile suonato
da un uppercut
…pazienza, che vuoi farci?,
vedi che sporgo un braccio dalla carta
per prenderti una mano e venir fuori?
40
E tu mi guardi, ridi e fai la gnorri,
come da una finestra al primo piano,
ed io giù strada,
a suonarti all’uscio,
a chiederti di aprirmi e farmi entrare.
Pensa a quanti anni sto nell’album
in mezzo ad altre foto a far la muffa!
Anna, se sapessi che a non far niente,
chiuso stampato
in questa vecchia foto,
tra le pagine di un libro di ricordi,
a uno gli salta prima o poi il cervello,
forse, chissà, tu avresti compassione,
tirandomi fuor di qui…
Estràimi, Anna!
Se appena appena mi avvicini un dito,
qui, dove sono, al centro della foto,
(quello con l’occhio nero ),
io mi ci aggrappo
come a una fune. Tira sù, Anna,
aiutami, tira, tira forte, Anna…

OLTRE LA PIOGGIA

C’è chi va e chi viene
e chi resta.
Usci
che si aprono e si chiudono,
chi ha la faccia allegra e chi mesta,
baci, risate, lacrime, saluti.
Siamo gli occhi e la voce della gente
che va, che viene
e che resta,
siamo chi fa lutto e chi fa festa,
l’eternità e il tempo che ci serra,
il seme e l’angolo di terra,
i broccoli nell’orto
e il niente
in cui si muore e si rimette fiore.
Questo è il nostro mondo,
rotondo o triangolare
– Dio, patria, famiglia -,
il timido bagliore di un cerino
a un battito di ciglia dal sole,
Anna, mia Anna, qui ci vuole
non so quanta pazienza
e un po’ di penitenza. Anna,
lassù ci sta una nuvola
di pioggia. Andiamo
dunque di là, dove non piove.

Una mano nella pioggia

PARLARE, PARLARE, PARLARE

Sono venuti in tanti, da lontano,
noti e non noti, visti e mai veduti,
amici e anche nemici, a branchi, a frotte,
vengono qui, si assiepano
al mio fianco
a dieci, a cento, a mille e più ancora,
tutti da me, mi vogliono abbracciare,
mi fanno festa e gridano il mio nome,
vogliono starmi tutti
ad ascoltare.
Con la necessità di starmi appresso,
e conoscermi e sentirmi chiacchierare,
mi cacciano i microfoni un po’ ovunque,
senza badare di non far malanni,
e tanto è l’entusiasmo che ci mettono,
che apro la bocca
e parlo, parlo, parlo.
Dopo tante giornate di silenzio,
dopo tanto star a ascoltare gli altri,
anch’io vorrei prima o poi parlare
con tutti gli altri intorno zitti e attenti,
e nessuno però che m’interrompa,
fino all’ultima parola,
al punto e basta.
Poter parlare finalmente anch’io,
una parola dietro l’altra, in fila,
e tutti a bocca aperta ad ascoltare
come oro colato il mio sproloquio,
senza una piccola sola sbavatura
od una pausa per tirare il fiato.
Dopo, alla fine, un solo battimani,
un unico gridare:
Bene! Bravo!

UNA MANO NELLA PIOGGIA

Una mano si sporge dalla pioggia,
e mi fa’ un cenno, come a voler dire:
Entra, non temere, senza ombrello,
credimi, che indugi?, non ti bagni,
che aspetti? Qui dentro stai al sicuro,
come fossi nel ventre di tua madre.

Titubo. E’ un mattino di settembre,
e viene giù una pioggia che non dico,
e in tutto quell’anomalo silenzio
sento la mano sopra la mia spalla.
Entra, ti dico…Ho deciso, ed entro.
Che cosa sia successo, non lo dico,
non posso, no, la mano me lo vieta.

E sono ancora qui, sotto la pioggia,
fradicio inzuppato, da anni ed anni,
la mano stretta al collo e senza ombrello.

FORSE AVEVA FRETTA

Se n’era andato via senza dir niente,
come da sua abitudine, un soffio,
non più, e poi si è spenta
la lampada da tavolo. E forse,
chissà, aveva fretta,
qualcuno lo aspettava, ed era tardi.
Era maggio, e trionfavano le rose.

Ora lo sento, flebile, un sospiro,
un colpo o due di tosse, ed un anello
o due di fumo di una sigaretta,
un battito di nocche, piano, all’uscio,
ma non ci sta nessuno, il giroscale
è tutto buio e vuoto. E sono solo,
eppure so che c’è, è lui, mio padre,
mi pare di sentirlo, e dico: Babbo,
sei tu? Ma la mia stanza è vuota,
vuota, e babbo non risponde.
Forse, chissà babbo aveva fretta.
Forse lo attendeva mamma, ed era tardi.

COME UN FUNAMBOLO

Vado come un funambolo in bilico
tra l’essere e il non essere, e, se cado,
cado in silenzio e senza che mi vedano,
come un gatto che va s’un cornicione
e non si sa né quando né se cada.
Mi sentono e non mi vedono: e vado
dentro di me con il fiato in gola,
non dico una parola che sia una sola,
rubando il tempo al tempo che mi è dato,
ma nessuno lo sa né grida al ladro.