Giorni di stupore

L’ORLO DELLE COSE

Nulla di ciò ch’è d’uopo si ha da fare,
nulla, si finga d’ignorarlo,
si faccia solo quello ch’è già fatto,
s’insista nei contorni, nei profili,
come avessimo d’andare lungo l’orlo
delle cose, girarvi tutt’intorno,
s’insista nel ripeterlo, evitando
con somma cura di cadervi dentro.

L’ANGOLO GIRO

La vita non è una cosa piatta,
ma è una sorta di angolo giro,
e nel viverla io volgo tutto intorno
lo sguardo, di qua e di là, di sopra e sotto,
dato che mi trovo in mezzo a un cerchio,
nel foro della punta del compasso,
fermo, immobile, mentre tutto gira.
Vivo così in un mondo immaginato
dove le cose non sono che finzione
fuori dal cerchio dell’angolo giro
di cui occupo il centro, e intanto penso.
E, se mi muovo vado tutt’intorno
sfiorando l’orlo interno di una cerchia
di mura alte messe a protezione
di una città dove nessuno entra.

E ciò che vedo sono come immagini,
– riflesse in specchi posti tutt’intorno,-
di ciò ch’esiste al di là dei muri.
E anche i pensieri che si fanno dentro
sono pensieri ch’entran di straforo
dalle menti degli altri che stan fuori.

GIORNI DI STUPORE

Restano giorni di stupore
e gioia a scandire il tempo
per le strade umide di pioggia.
Ma anche se non cantano nel verde
le cince, e torrenziali e fredde
cadon le piogge a vincere la noia
di un vento assiduo, insofferente,
ogni dolore e pena si smarrisce
nei volti luminosi della gente.
E per le strade diafane, sottile
una foschia si muta in ombre eteree
che pare quasi danzino svanendo
come illusioni effimere tra muri
e macchine che parcheggiano ai posteggi,
e ombrelle colorate come maschere
di gala a carnevale. Oggi
mi disgroviglio in mezzo ai miei pensieri,
dove impietoso il tempo mi s’atossica,
ma vivo canticchiando spensierato,
non sono più indifeso nella vita,
esisto, anzi, vivo, anche gli anni
sofferti con coraggio. Qui ogni giorno
di ora in ora il tempo ci incatena
al passo taciturno dell’autunno,
– un novembre dal pallore della nebbia, –
mentre le vie s’abbuiano e gli ontani
brillano a sprazzi al lume dei lampioni.
Giorno per giorno senza far fatica
e senza neanche accorgermene, io sento
sulle mie spalle un carico di stelle
– ogni stella una pena od una gioia, –
ritmo il cuore al ritmo dei miei passi,
forte, più forte ancora del mio cuore.

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Perché poesia?

Italo Bonassi
Perché poesia?

Perché poesia? A che serve? Che senso ha scrivere in versi e con una certa metrica ciò che si potrebbe assai più facilmente scrivere in prosa?
La poesia non serve certo per comunicare tra di noi, sarebbe ridicolo chiacchierare tra di noi poeticamente.
Se la poesia non serve a fini utilitaristici, se è per questo, non servono neppure la musica, che serve solo a deliziare l’orecchio, e neppure un quadro che serve a deliziare la vista, né una statua, né la danza, e così via.
Serva o non serva, importante o inutile, apprezzata o snobbata, mi viene in mente la risposta di uno studente del Liceo Scientifico Da Vinci di Trento, in un’indagine effettuata dai Quaderni del Gruppo Poesia 83 sul tema: La poesia: a cosa serve?
La risposta è stata tanto breve quanto esplicita: La poesia è bellissima ma inutile.
A spiegazione della sua risposta, non dà reddito (carmina non dant panem) come può darlo vendere un proprio quadro o una propria scultura, non è un servizio sociale e nemmeno un modo per svagarsi, far quattro passi insieme, passare il tempo come ad es. la danza, che può essere un servizio sociale.
Ma allora perché si scrive poesia? La si scrive perché la si sa fare, io credo, almeno quanto il musicista, che risponderebbe: Non so che cosa significhi la musica, ma suono perché ne ho la capacità e mi piace, suono per il piacere che mi dà fare musica.
Ecco, la risposta giusta è: la poesia serve a procurare piacere a chi la scrive e all’appassionato che ha il piacere di leggerla o di ascoltarla.

(Dai QUADERNI del Gruppo Poesia 83, marzo 2016)

Basta ci stia un seme

Metto da parte ogni dubbio e credo,
non titubo, no, ma credo. Sono voci,
queste, lo so, del popolino,
non di uomini savi né di preti.
Ora, di ciò che ho dentro, resta un grido
afono, un torsolo smangiato.
Se guardi al contenuto…beh, pazienza!
Basta ci sia un seme, e nasce un albero.

La mia casa è piccola

Dopo il magnifico discorso del Papa a Lampedusa, in cui invita
gli italiani ad accogliere tutti coloro che vengono clandestini per mare

Papa Francesco, tu sei pio e buono,
ed io sono piccolo e cattivo,
tu vuoi aprire tutte le porte
di quelli che vengon sù dal mare,
io, scusami, ho un poco di paura
con quello che c’è in giro. Son cattivo
se penso che non devo farmi colpa
di ciò che non ho fatto, e se la casa
che abito è piccola e si sta stretti,
io non mi posso, no, sentire in colpa
se a chi mi chiede di prenderlo in casa
dico di no, mi spiace, ma non posso.
Papa Francesco, tu sei pio e buono,
vedi se hai tu posto in Vaticano,
e poi fa’ sì e dì: Io sì, io posso.

Vento e controvento

VENTO E CONTROVENTO

Vento e controvento
tra orti e torri saracene,
una comunione d’aria
fresca e familiare, come un suono
docile, d’umore aspro, un lungo fischio,
un non so che, un aliare
di brividi. Tacere,
parlare e poi tacere, e poi parlare,
tormento inenarrabile
di voci, di silenzi, di risate,
pulsione di un arioso dialogare
di vento, un mettere giù parole sulle foglie
d’edera e di ornielli con le grida
che fan tinnire i vetri delle case.
Voglio essere vivo come il vento
e andare con il passo trionfante
ad aggredire l’alba
con gli uccelli che strillano insonni
nel silenzio spiovente delle gronde.
Tacere, parlare e poi tacere…

TEMPO DI CACCIA

Non c’è più la risata della gazza,
solo gli ultimi spari delle carabine
che cercano il cedrone. Tutta bianca
corre la strada per la capezzagna,
come una smagliatura in mezzo all’erba.
E’ l’oggi tutto mio, chissà il domani.

Ti vedo e ti penso qui e altrove,
ora che il freddo punge nelle mani
e vado a piedi, solo, passeggiando
al sole. Vado, e il vento cantilena
i suoi singulti dal profumo d’erica.

Per accendere il giorno d’allegria
basta questa mutevolezza d’aria
che agita le foglie degli ontani,
basta anche fermarsi solo un poco
lungo la strada, e immaginarti qui,
nuvola, sole, rondine, respiro.
Ma non occorre, no, andar lontani.

VOLTO DI LUNA

Volto di luna, ora la sera è viola,
ed il tuo sguardo è insonne e non sorridi.
Ti guardo, ma non so se tu sia vera,
là, oltre le luci livide dell’Orsa,
come una cera che via via si squaglia.
Hai le palpebre chiuse, hai arabeschi,
immacolati graffi sulle gote,
quasi come una lacrima di neve
scivoli dai tetti e vai s’un’invetriata
colma di stelle in cerca dell’aurora.
Sei come la mia maschera, la porto
con noncuranza, anche se non l’amo,
sei come la mia vita che non osa.
Volto di luna, il buio via via si smaglia,
e te ne vai anche tu. Ma non m’accora.

SERA DI FESTA

Non c’è nulla al mondo ch’io più ami
della tua voce che va via col vento
questa sera dolcissima d’estate.
Ti vedo là, col tuo sorriso, amore,
carezza lena subito rientrata,
colma di tenerezza. Lungamente
tra i suoni d’aria di una quieta sera,
io qui ti penso in transitati voli
di uccelli migratori e nel furore
giallo di accesi girasoli.
S’illumina la sera a festa, oggi,
e i muri soffocati dentro l’edera
ronzano di stanche api al sole
ultimo, già prossimo all’occaso.
Come fuochi fatui del tramonto,
i papaveri occhieggiano ai confini
dei prati, dove angeli assonnati
lenti vanno nel vento che li spinge.

Memoria

MEMORIA

Il mattino trascolora in lontananza,
porta col vento un odore acuto
di spigo in fiore, oscillano festosi
i gerani penduli ai balconi.
Paion ombre di angeli le ombre
dei panni stesi ad asciugare al sole,
mossi da un’aria fresca che ravviva
i nostri volti e illanguidisce i cuori.
Tutto è presente, stamattina, anche
ciò che non è più: il mare, le ginestre,
Portovenere, i lecci e il davanzale
coi sempreverdi a far cornice al vento,
e il rosso dei mattini verso Lerici,
ad oriente, laggiù, sulle Apuane.

Perché nulla ritorna? Anche la vita
forse non torna, crescono gli autunni,
e il glicine ha il colore del tramonto
e la rosa canina ha fatto seme.
Ed io son qui, ad indagare il cuore,
ma ancora là tu mi sorridi ancora
a fior di labbra, e tutto quanto tace
intorno a noi, ancor qui, e il peso
della vita è leggero, anzi fugace

LA PAROLA NON PARLATA

Chiuso dentro il mio corpo,
mi siedo s’una panca in cima al colle
all’ombra di un castagno. L’infinito
qui, a due passi, a portata della mano,
non so che sia, si dice sia infinito,
comunque sia, m’incanta, e lo contemplo
anche se non lo vedo, taccio e credo.
Un limite, una siepe, anche un muro,
davanti a me, da superare,
seduto s’una panca, ad occhi chiusi,
all’ombra di un castagno,
perdermi nella Parola non parlata
in cui potermi chiuder prigioniero
degli spazi infiniti del pensiero.

IL GRANELLO DI SENAPE

Ci sono molte, moltissime cose
che potrebbero anche non esistere,
che non servono né possono servire
a nulla. Eppure, e lo si sa,
ci sono,
è stupido, ma esistono, ed a caso
le diamo un nome, un volto, e pure un senso,
un’origine, una storia, e sono cose
magari anche semplici, alla buona,
e forse prima o poi
esisteranno
per caso, proprio sì!, accidentalmente,
con una perfezione matematica
o geometrica, precise, esattamente
fatte come dovrebbero esser fatte,
o un po’ alla meno peggio,
alla carlona,
decisamente semplici e banali
come lo può esserlo un granello
di senape, che, anche non ci fosse,
di certo noi non lo si noterebbe.
Ma anche
in un granello miserello
di senape ci trovi dentro Dio,
ed anche in Dio ci trovi un granellino
di senape poverello, perché Dio
oltre a puro Spirito, è materia.

IDIOZIA ED ESALTAZIONE

Attimo dopo attimo, i minuti
cadono l’uno dietro l’altro,
svelti, ordinati, regolari,
senza nemmeno un solo sbaffo,
corrono imperterriti sul filo
logoro di lama dell’Eterno.
Quasi una smania di non far tardi,
di giungere di là in perfetto orario,
un furore di correre, un non so cosa
di vanità, idiozia ed esaltazione
di giungere all’ultimissimo
limite del tempo,
dove si mette il punto e si va accapo.

IL SILENZIO DELL’APPLAUSO

Sai che non servono parole
al sorriso del roseto in fiore,
basta il profumo alla cancellata
del piccolo recinto di un giardino.
Tenue, delicata solitudine
del bruco s’una foglia d’insalata.
Tra le crepe del muro la clausura
della lucertola che attende il sole.
Come un cifrario segreto, indecifrato,
il colloquio del vento con il prato.
Cialtroni senza voce,
i miei pensieri vanno alla deriva.
Attendono il silenzio dell’applauso.

Sedicimilaquattrocentonove

UNA VITA VIRTUALE

Il sole ora indaga tra le case
e già s’attenua l’aria raggelata.
Entro in città dove le luci giocano
confuse con le ombre, e mi commuove
la crescita del sole. In un’attesa
quasi spasmodica come il tedio
si avviluppano nel nuovo giorno i portici
dove si appisolano ombre e rumori.

Mai sono stato come oggi vivo
in un tempo che non c’è, inesistente,
un tempo senza tempo, vibrazioni
che si avvertono solo se si sogna,
una vita che non vive, ma virtuale.
e che vivo, ma come fossi un altro,
e lo vedo, il mio altro, in ipnosi,
tra luci e ombre andarsene tranquillo,
cerco di andarmi dietro, di chiamarmi,
perso dal tempo, come un morto vivo,
in un tempo che non c’è, e chiamo e corro,
ma più che corro e chiamo, più mi stacco
da me, e via via m’addentro
in un supposto futuro inesistente,
dove va chi non è e non è mai stato.

LA CAREZZA DI DIO

Io non ho mai capito chi mai sia
Dio, codesto Dio di cui si parla.
Ma un giorno girellando l’ho incontrato,
mi ha detto ch’era Lui. Mi ha accarezzato,
un attimo, – e la mano era pesante,
una mano di Dio, – e se n’è andato,
ed io mi son sentito tutto nuovo,
con un rinato aspetto, non più uomo,
ma un uomo-Dio. E sono andato
in giro accarezzando
tutti quelli coi quali m’imbattevo,
e tutti si sentivano più nuovi
e andavano in giro accarezzando
tutti quelli coi quali s’incontravano.
Tutti uomini-Dio senza saperlo.

UN’ARCANA UNICITÀ

Esiste, forse, e dove, una confusa
notte di luna, in cui una comunione
di anime, – qualcosa come ombre
che s’agitano, – ci unisca
in un’arcana unicità come a Natale,
una notte in cui stridano i grilli
sprizzando un’inquietudine di mille
e mille orgasmi di scintille?
Qualcosa come una grandiosa
tremenda bocca di ventosa,
senza pietà, – e pietà non chiedo, – il buio
che mi si aggrumi intorno come un calco
d’argilla, ed io mi faccia statua?
Resti ai miei piedi, insonne, la mia anima
come un re magio ai piedi di un presepe.

SE NON AVESSIMO UN’ANIMA

Se non avessimo un’anima, ma fossimo
delle cose nell’abbaglio del sole,
niente di più che umili povere cose,
come i ciottoli nel greto di un fiume,
nulla noi si saprebbe né di Dio
né della vita, indifferenti, estranei
sia a noi che a tutto ciò che ci circonda.
E non si avrebbe un grumo di memoria,
né di felicità né di pena,
né parole da dire o d’ascoltare,
solo un silenzio atroce, un aspettare
come chi vive trattenendo il fiato,
una pace e serenità di vita-morte.

SEDICIMILAQUATTROCENTONOVE

So di avere perso tante cose,
tante, che non so neppure quante.
Contale! mi dici.
Bene: a occhio e croce
sedicimilaquattrocentonove.
Faccio un esempio: ho perso il nero, il bianco,
il rosso, il giallo, il blu, il fucsia, il verde,
ho perso il buono, il santo, il pio, l’empio,
e via via anche gli incontrari,
ho perso ciò ch’è morto
e se n’è andato
– mio padre, mio fratello, mamma e nonna, –
ho perso amici, conoscenti e gente
vista sì e no talvolta di sfuggita,
e la pazienza ( tanta!), e la poesia,
a volte qualche lacrima, dei sogni,
un gesto d’amicizia, una risata,
e quello che più amo,
i miei vent’anni.
Sono venuti e mi han portato via
tutte le cose e me le han sepolte
nel cuore e nell’oblio.
Ma non sapevo
che giungere alla pagina che vivo
è andar oltre la mano che la scrive:
il pensiero che va al di là del libro
ogni attimo che passa
ci perpetua.
Dunque, noi siamo eterni.
Sù, pensiamo,
facciamoci tutti un’unica pensata,
un coro. Il coro degli Eterni.

IO FUI

Al vaglio della memoria
ben pochi sopravvivono
portando all’avanscoperta i loro nomi.
Nessuno giuri, nessuno può giurarlo
di rompere il silenzio,
d’infrangere da solo il giogo
dell’omertà della dimenticanza.
E’ certo che la morte
coagula e disperde
la gloria o l’infamia di chi va,
e solo, a volte,
di rado, ci tramanda
ai posteri, ci scrolla
la polvere di dosso,
ed eccoci,
belli alla lettura del verdetto
della celebrità, oltre il responso
favorevole, nei secoli
futuri,
eccoci sotto i fari
sorridere alla claque dei nostri cari
supporters, imprimere
le nostre firme sui libri
di studio, nei vocabolari,
in mille seminari.
Eccoci
nel vivo della storia, in ogni secolo
famosi. Non è facile, lo so,
passare oltre il confine di chi va,
salire dove agli altri non è dato
salire, impossibile restare
nel vivo della vita,
in ogni secolo
presente, sempre e ovunque
gridare il nostro nome
ai posteri, imprimerlo
a lettere cubitali, bello e chiaro:
Io fui!

Una volta c’era l’Istria

La pulizia etnica della Venezia Giulia
ciò che la maggioranza degli italiani ignora: le foibe e 350 mila esuli
Il Trattato di Pace e Il Trattato di Osimo:
quello che anche nelle scuole viene taciuto per codardo buonismo

Il 10 Febbraio del 1947, data fatidica per l’estremo lembo del nord-est dell’Italia, la Venezia Giulia: la firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia sconfitta e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale, tra le quali la Jugoslavia: un trattato che veniva imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (verrà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segnava in maniera drammatica le sorti del nostro confine orientale: la cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, ossia dell’Istria ( fra parentesi: la patria di chi scrive) e la costituzione di uno stato cuscinetto tra l’Italia e la Jugoslavia, definito T.L.T.- Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
Diktat tragicamente iniquo, che dava il via ad un drammatico esodo tra il 1947 e il 1948 di 350 mila Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, gli annegamenti in mare, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia. Tutte atrocità che avevano il fine di terrorizzare gli istriani e fuggire abbandonando le loro terre. Ho ancora con me dei “lasciapassare” delle mie zie, sorelle di mio padre, su cui c’era scritto che lasciavano l’Istria per raggiungere i miei a Merano, con la clausola scritta a grandi lettere: “per mai più ritornare”.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità: perché nel ’47 pretese di affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era più quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale democratico e blocco orientale comunista.
Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica dell’esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria e di Zara che quelli di Briga e Tenda si videro ceduti ad uno stato straniero sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la dittatura della Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale.
L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, quello della Venezia Giulia, non certo quello ad occidente, di Briga e Tenda. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si era diviso tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini se realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello Stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste ( la cosiddetta Zona A ), tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere, e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Contemporaneamente la fascia costiera occidentale, quella che da Trieste arriva quasi a Pola, veniva incorporata temporaneamente nella cosiddetta Zona B, in amministrazione alla Jugoslavia.
Il 5 ottobre del 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglarono con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati, la Zona A, quella di Trieste, veniva restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto, e cioè la nascita del minuscolo Stato indipendente di Trieste.
La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., e che doveva essere restituita all’Italia, continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, ciò che era in pieno contrasto con quanto fissato dal Trattato di Parigi, che parlava di restituzione.
La conseguenza umana del Memorandum di Londra fu un esodo ulteriore degli istriani, perché parte degli abitanti di Capodistria, Isola, Pirano, Parenzo, Rovigno, Buie, Umago e Cittanova, memori delle foibe, abbandonarono spaventati la loro terra, diventando esuli in Italia, così come già era avvenuto 10 anni prima per i loro fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.
Il 10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmarono un vergognoso trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati dei masochisti: uno dei due contraenti, il governo di Roma, rinunciò vigliaccamente per sempre alla sovranità italiana sulla zona B ( la cui amministrazione slava doveva solo essere solo provvisoria ) e diede così alla Jugoslavia la concessione di una zona franca a cavallo del confine di Trieste, che aprì a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non diede contropartite di alcun genere,
Da notare che la comunità slavofona nel sopra citato litorale istriano occidentale ( la Zona B ), quello con Rovigno, Capodistria, ecc., era col suo 1% assolutamente irrisoria. E che gli italiani in Istria erano la stragrande maggioranza, con più o meno 350 mila abitanti.
Una sorta di pazzesco patto leonino, nel quale tutti i vantaggi andavano alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma: eravamo infatti in un momento nel quale l’Italia, in pieno boom economico, aveva ormai il rango di quinta o sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia era un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla previsione dell’imminente morte dell’ormai anziano dittatore Tito.
Con il Trattato di Osimo si realizzò tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accettava, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico ( salvo poche eccezioni, le Destre ) se ne accorgersene, o quasi. E chi se ne accorse non s’interessò minimamente della cosa, poiché si trattava di problemi istriani, non della sua regione o provincia.
La medesima indifferenza di oggi. Anzi oggi le frange politiche dell’Ultrasinistra, coi Centri Sociali e gli anarchici in primo luogo, si danno da fare ogni anno, anche usando la violenza, per impedire una pacifica commemorazione delle vittime delle foibe. Non so se perché squallidi filoslavi o, più semplicemente, perché ignoranti imbecilli.
Il 16 gennaio 1992, morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia giunse al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto nacquero nuove realtà statali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vennero riconosciute dai paesi europei e tra questi stupidamente anche dall’Italia.
Da notare che da parte slava nessuna voce si era mai levata non dico per provvedere ai risarcimenti dei beni sequestrati agli istriani, ma neppure per chiedere quanto meno le scuse per le efferatezze sulla popolazione istriana
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’Italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultarono dunque superate, e ciò proprio per via della supina codarda accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entrò così inequivocabilmente e senza più speranza alcuna a far parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani posero solo due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli esuli italiani dei beni
immobili espropriati dal regime di Tito. Cosa che poi non avvenne.
Sarà proprio su questi due temi (tutela degli italiani rimasti, che da maggioranza erano diventati minoranza e restituzione delle case) che si incentrerà, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria.
Contenzioso che con il ministro Martino, arriverà a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrà prima risolto il contenzioso con l’Italia.
Maggio 1996: l’ultimo atto di una storia tragicamente vergognosa. A Roma, appena formato il governo Prodi, il sottosegretario agli Esteri Piero Fassino, prima ancora che il Senato potesse votare la fiducia al Governo, si precipitò a Lubiana per incontrare i suoi governanti (anche loro ex comunisti) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto e la rinuncia alla restituzione dei beni immobili sequestrati, affinché le porte d’Europa si potessero spalancare per Lubiana. E il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente in cambio. Tanto, lui, Fassino, da buon piemontese, degli istriani se ne fregava E i beni sequestrati, del resto, non erano certo i suoi.

Ho visto Dio

UN GIORNO DI SOLE

Gettai nel sole la mia voce ormai
un poco fioca, e tacqui. Solo
restò nel giro delle ore un’eco
forte, lunghissima. Un caldo
anonimo vociare – era il tuo cuore,
amore mio: chissà dov’era. Altrove,
non qui. – Languidamente
il cielo sorrideva sul mio capo.
Era un giorno di sole. Come questa
dolce stagione tutta odio e amore.

QUANDO LUCIA CANTAVA

Quando Lucia cantava,
non c’era più nessuno,
non uno ad ascoltarla dai loggioni,
uno spettacolo con le porte chiuse,
e Lucia cantava per nessuno.
Sul cartellone del teatro
una mosca ronzava
e la lanterna era spenta, spenta
l’ultima lampadina sul proscenio.
E la mosca ronzava, ronzava,
anche lei, come Lucia, per nessuno.
Chiuso il botteghino, un ubriaco
cantava appoggiato ad un lampione.
Cantava, e solo un grillo lo ascoltava.
e strabuzzava gli occhi per il sonno.

HA VISTO DIO

Dicono che ha visto Dio nel volto,
per la qualcosa è diventato cieco.
Ma al ricordo s’illumina di gioia,
e dice, un po’ sconvolto: “Sì, l’ho visto,
camminava come avesse le ali ai piedi
come una nuvola che si assopisce al sole.”
Ora ha gli occhi spenti, è cieco,
ma vede molto oltre il nostro sguardo.

Quando borea lo spinge, lui s’avvia,
anche lui come avesse le ali ai piedi,
non come un cieco, ma va via leggero
come chi dorma e in sogno veda il sole.
La morte non lo tocca, ed il dolore
è un motivo in più per lui di gioia,
e l’assapora, mentre, camminando
col capo in sù e gli occhi che non vedono,
va e intreccia le gambe in una danza
sacra, una rosa in mano e a piedi nudi.
C’è chi lo irride e chi lo dice matto,
chi gli getta una rosa e s’inginocchia.

AMMESSO E NON CONCESSO

Ammesso e non concesso che ti accettino
di là, e non ti rimandino qui in Terra,
ti ci vedi
tornare ancora a scrivere,
nato di nuovo, una seconda volta,
e riscrivere ciò che hai scritto prima,
ed essere condannato poi
per plagio?
Dunque, ammesso, dicevo, e non concesso
che in seguito
ad un Giudizio Universale
tu ti ci trovi un buco, un posticino
dove startene di là a riposare,
– spirito o che altro, –
ignoreresti
d’essere morto dopo aver vissuto
e avere avuto un nome ed un cognome,
con un tanto di corpo ed una storia.
Come da sveglio, appena aperti gli occhi,
non ti ricordi ciò che tu hai sognato,
anzi, sei certo
di aver passato
tutta una notte insonne, senza un sogno,
anche piccolo, breve, trascurabile,
così, tornato vivo,
non ricordi
del tuo di te di là, perciò il tuo solo,
unico esistente è il tuo di uomo,
ed oltre ad esso, nulla.
Mai esistito.
Vana ogni ricerca. Come un viaggio
fatto e dimenticato.
Oppur mai fatto.

Il midollo dell’effimero

Chiama. Ce ne andremo insieme,
fino a dove lungo il fil di vento
la via s’allunga in uno spazio immenso
e le voci sono un fragile accestire
di erba di memoria.
Lieve,
come una nuvola il silenzio
del tocco sulla strada.
Oh tu, memoria,
riportami la silhouette negli occhi
di lei, mia madre, e ridalle il passo
leggero del ritorno.
Tu, memoria,
sei stanca e non trovi più parole
che cerchino la gioia dell’ascolto,
e il silenzio ti pesa nella voce
midollo dell’effimero.
È come
un pulviscolo di voci non gridate,
di cose apparse e subito scomparse.
Sei tutto ciò che non c’è
ma c’era.

L’AUTUNNO MUORE

L’autunno ha ormai quasi terminato
di vivere, agonizza. Si son fatte
rare le cicale, e le genziane,
quelle tardive, occhieggiano nei prati
con la nausea dei petali ormai sfatti.
Improbabile che nevichi, ma è freddo.

Vento, oh sì!, tira sù dal Garda,
mi sfiora sul balcone e le petunie,
dolcemente allegre, sono tristi,
come snervate, dentro i loro vasi.
Uno strappo di vento, ed un piccione
tuba arruffando nelle piume. Resta
dentro di noi, e nessuno ci fa caso,
un qualcosa che ancora può accadere,
l’inaccaduto, il niente, il mai stato,
ciò che non sappiamo e non sapremo.
E una pietà, un’infinita pena
per l’ortica che passa inosservata
a un’ultima ventata che l’aggriccia.

Un mattino stanco

UN MATTINO STANCO

Qui, tra la gente solita, io muovo
i passi tra le care cose anonime.
Immobile lassù nel cielo il sole
mi saluta da oltre il filo di una gronda.
Un sofficissimo tinnio di vento
mi segue borbottando passo passo,
pare faccia fatica a starmi dietro,
ansima. Ha fatto tanta strada,
e s’aspetta che vada un po’ più piano.
E’ un po’ tra il malinconico ed il gaio
questo mattino anonimo, incerto.

Lungo le vecchie vie ci sono donne
giovani che mi offrono un sorriso
come un bouquet. Non guasta né fa male,
guasta di più il silenzio e l’abbandono.
E’ una vita profuga, superstite
nel tedio di un mattino nato stanco.
Vado più piano. E il vento me n’è grato,
rallenta pure lui. E tiriamo il fiato.

DORME

Dorme, non destatela, ha sonno.
Tutto con lei dorme mentre dorme,
e il sonno sale, scende, cresce, riempie
la camera di lei, ch’è lì che dorme,
lei che mentre dorme ci sorride.
Sogna, e voi toccatela,
toccatela sui seni, sulle labbra,
sentite come sogna? Ecco, il sonno,
e il sogno, sale sempre più, vi empie,
vi è sul collo, sale al naso, agli occhi,
vi entra nella voce. Se si desta,
dite che non sapete il vostro nome,
dite che vi chiamate senza nome.

Un disastro

SOTTO I VOSTRI PIEDI

Fermo, alla fermata di un pensiero,
Alle cinque della sera. Nell’attesa,
Obbligo di non pensare. Per favore,
Si svuoti immantinente ogni cervello,
Si intimi il silenzio, tutto taccia,
Anche gli alberi la smettano di alberare.
Ed ansimi caso mai, però, ma piano,
Appena appena, passeggiando, il vento,
Solo a lui sia concesso di ventare,
E le foglie non foglino, e le rose
Si limitino eventualmente a radicare.
Mi mescolo tra le piante e mi confondo
In un via vai di petali e farfalle,
Vado tranquillo e mi vedo andare,
Cerco il perché di questo camminare,
E se mi perdo d’occhio e resto solo,
Mi stendo in terra e mi tramuto in ombra.
Ombra di ciò che fui, leggera, nera,
A ogni nube che passa muoio un poco.
Se volete trovarmi sono l’ombra
Che calpestate sotto i vostri piedi.

UN DISASTRO

Sì, fondamentalmente sono serio,
Ma stupido. E, come non sapessi
Di esserlo, ho una certa presunzione
Sciocca di contare come
Gli altri meno sciocchi. Spesso
Mi capita poi di avere qualche idea
Non proprio male,
Seguendo il filo logico
Mi pare naturale
Esprimerla. Un disastro!,
Tutto un unico rimprovero,
Uno scuotere di teste contrariate.
Sbaglio, lo so. Anche se ho ragione.

L’URLO

Apro la finestra getto un urlo,
E la gente lo ascolta e dice: è pazzo,
È pazzo da legare. E guarda in cielo
Tra venere ed orione. Poi d’un tratto
Tutti aprono la finestra e gettan urli,
Pure loro son pazzi da legare.
Anche la notte ora si mette a urlare.

SOLIDARIETÀ

Uso a obbedir tacendo, l’onorevole
alzò non una ma ambedue
le sopracciglia. Tanto a far sapere,
ma dopo, a cose fatte, ch’è contrario.
Ora l’onorevole che grida
alla legge alla quale ha dato il voto,
si cosparga la testa con la cenere.
Hanno aperto le porte agli emigranti,
ma non si sa ove metterli. Usciamo,
diamogli la casa nostra, e sono a posto

L’UOMO CHE ASPETTAVA

L’uomo si barricò un giorno a casa,
tappate le finestre e, chiuso l’uscio,
si mise con pazienza ad aspettare,
spenta la luce, zitto, s’una sedia.
Tutta una vita una lunga attesa,
senza sapere chi e perché aspettare.

O forse era venuto, e solo un attimo,
poi, visto che non c’era chi aspettava,
se n’è andato pure lui, e non sapeva
per che cavolo ci fosse da aspettare.
E tutti e due restarono in attesa,
spenta la luce, zitti, s’una sedia,
senza sapere chi e perché aspettare.

Un buio al quintuplo

Un buio che non c’è uno più buio,
un buio tutto buio fino in fondo,
non c’è, né c’è mai stato un altro buio
tanto buio da dire: ma che buio!
Il fatto è che il buio è tanto buio
da fare buio dove non c’è il buio,
un buio che s’abbuia in doppio buio,
anzi, di più, in quadruplo, in quintuplo,
in sestuplo, in settuplo ed in ottuplo,
e via di questo passo all’infinituplo.

PIOGGIA
Ogni giorno di pioggia porta un fresco umido di bruma e gli uccelli stanno rintanati nei loro nidi senza volo né canto, mentre per le strade vanno ombrelli e mantelline per la pioggia come naufraghi in cerca di un approdo.Tutto un diluvio sopra e sotto, che cade, schizza, scivola e dà un suono d’acqua, di fango, di scrosci di grondaie, una musica di rimbalzi su tetti, vetrine, muri, ombrelli, mantelline, gonne, pantaloni.
Scendo in istrada, ed esco nella pioggia, esco ad inzupparmi testa, corpo, braccia, gambe, in un canto di pioggia e di grondaie, sotto un’acqua che cade ininterrotta a brente, a secchiate, a mastelli, a catinelle, e via via mi sfaccio in gocce d’acqua, piovo anch’io col cielo, divento canto di acqua e musica di grondaia.
E piovo, piovo, piovo, a Dio la manda

La vecchina che vende i broccoli

PENSAVO

Pensavo…Ero il mondo,
l’incipit, il tutto, ero io,
la mia continuità, il mio post-scriptum
d’effimero e d’eterno, ero il barbaglio
di luce e d sapienza,
la mia dualità
e unicità di spirito e materia
Consustanzialmente
passato, presente ed avvenire,
mi sorrido pensandomi
così, umile e grandioso,
sacro a metà e a metà profano
cibo di Dio e pastura d’animale.
Io, sempre e solo io. Ufff…ma che noia…

NON PREOCCUPARTI PER ME, MADRE

Non preoccuparti per me, madre.
Non sono uno che sfugge
alla Parola di Do, cammino
sì, senza pregarlo, ma lo penso
sì, a volte con un non so che
di malinconico, quando,
al di là della tua porta, sento
come un profumo azzimo di pane
dimenticato.
Non preoccuparti per me, madre,
Dio non ha bisogno di chi crede.

TUTTO SI PUÒ

Il finito si addipana all’infinto
e l’infinito si sdipana nel finito.
Nel nostro panorama mentale
tutto si può, tutto è, accade,
anche l’inaccadente inaccaduto
come la neve non vien giù ma sale,
bioccoli in caduta ascensionale.
E solo Dio è in caduta libera
dentro la nicchia della nostra fede,
persa nella mente la Parola
del muto che ci schianta nella gola
ed esce senza voce dalla bocca.
Dio, spengo la lampada e vengo.

LA VECCHINA CHE GIUNGE DI BUONORA

La vecchina che giunge di buonora
per la solita visita giornaliera
al marito buonanima, stamani
è venuta nuovamente di buonora
piano piano, furtiva, come un ladro,
a dire addio al mondo. L’han trovata,
nel tranquillo disordine di rose
e glicini in germoglio, stesa a terra
nel tremulo frizzante ponentino
come un fiore caduto dal suo stelo.
E ci diceva addio mentre moriva.

LA VECCHINA CHE VENDE I BROCCOLI

La vecchina che vende i broccoli
non lo sa se li venderà in paradiso,
lei lo spera, se lo augura. È una vita,
e anche lassù lo sanno, che li vende.
E ci ha una bancherella
in città, ed è una fortuna
per via che la clientela è danarosa
e va matta per i broccoli. E spera
che anche lassù in paradiso
la gente vada matta per i broccoli.

IL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE

Al nonno gli si è rotta la dentiera
e lo dice al telefono alla nonna.
Ma, per fatalità, proprio quel giorno
il suo numero era stato intercettato,
ma per caso, e solo di passaggio.
Non è un caso però se sui giornali,
il giorno dopo, capita di leggere
del nonno che si è rotto la dentiera.
Il diritto però all’informazione
dice ch’è giusto, anzi sacrosanto,
che il popolo sia edotto in ogni caso
sia sul nonno che sulla sua dentiera.
Se poi il nonno s’è aggiustata la dentiera,
che ce ne frega? Resta per la stampa
non la dentiera a posto, ma la rotta.