L’albero del vento

IL PONTE DEI SOSPIRI

D’estate, con il sole, guardo il cielo,
d’inverno, con la nebbia, guardo a terra.
Ringrazio però Dio sia per il sole
che per la nebbia, tutto è prodigioso,
tutto concorre all’armonia del mondo,
sia l’aquila sù in cielo che il lombrico,
sia il re dei re che il servo.

Tutti si ha da percorrere una via
che passa sopra il ponte dei sospiri,
fino all’ultimo sospiro di sollievo:
sia chi se ne va verso l’Eterno,
sia il lombrico, che forse non ci arriva.

L’ALBERO DEL VENTO

Come gettata un’ancora, il vento,
nuvola d’aria stanca piena d’echi,
or sonnecchia docile e tranquillo
in mezzo ai rami d’un albero azzurro.
Dice la gente:
È l’albero del vento,
è l’albero che muove suoni d’aria,
una musica che pare una preghiera…
Ma voi, voi non suonate?
Non pregate?
Non la portate anche voi nel cuore
un po’ di malinconia di vento,
un po’ di suono che ci incanta e muore,
che porti in grembo voci di memorie,
le piccole nostre storie senza storia?

ERA UN VENTO

Qui al vento oscillano gli alberi,
un tacito vento agostano
che fa musiche di arpa un poco strane.
Non sa di nulla,
è aria un poco mossa,
mi tocca sulla spalla sussurrando
con una voce fioca non so cosa,
e se ne va tranquillo, borbottando
tra sé e sé, e mi lascia in pace,
per vicoli di ombre e tapparelle
aperte a uno sbadiglio.
Era un vento,
ora non più, è voce di compieta,
è suono di campana e liturgia
di brezza vespertina di preghiera,
è ululo di cane che fa eco
al botto di un petardo. Quanto basta
a credere a un miracolo e gridare.

IL SOGNO DELL’ANGELO

Non so se faccia orrore o meraviglia
ciò che ci eguaglia e ci accomuna
agli angeli.
L’ho detto mille volte
in giro, l’ho gridato, che più niente,
comunque sia, ci tenta e disorienta
quanto il credere che un giorno
si era angeli.
Esseri non di carne, ma eterei,
forse, prima d’esser concepiti,
e ora angeli caduchi, effimeri, di carne,
in attesa
di ritornare eterei
e perderci in tante cose lassù eteree
e angeliche, e divenire un Nulla
in mezzo a tutto
un Nulla-Tutto eterno.
E intanto quaggiù, in terra, sradicati
dal mondo del di là, si va alla cerca
di un obolo di sacro, di un sorriso,
forse di un paio d’ali che avevamo
forse, chissà, di là,
di un po’ di luce
che c’infiammava il volto che ora è spento,
qui, sulla terra, spento quel fulgore
ora ridotto a un vago fibrillare
di ombre e di silenzi. E non sai cosa
lì ci si attenda,
e forse è solo un sogno.

IL COMPUTERISTA

Nella scelta del termine più adatto,
uno che sia nuovo e immaginario,
eppure bello, ho netta l’impressione
di attingerlo al computer. E allora lascio
la penna – la mia bic da mezzo Euro -,
e clicco qua e là tra file e file,
navigo tra floppy, web e power.
Io non ho notizie del di là,
ma a ogni clic travalico il presente
e abbrevio la distanza dal futuro,
in bilico nel tempo. E procedendo
con l’ansia che mi scivola sui tasti,
cerco nel mondo cibernetico
la parola salvifica. Un rottame
d’una specie già estinta, l’esemplare
sopravvissuto all’ultimo naufragio
tra le carte di un vecchio rigattiere
fra nuvole di polvere e pattume.
Come un mostro ch’è lì che mi divora,
l’internet. Vorrei restarne al largo,
e navigo tra e-mail, microsoft, google,
elimina e cestina. Dio mi salvi…

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Il sonno delle cose

I PESCI SONO PESCI

I pesci sono pesci, e non lo sanno,
e il grano non lo sa che va in farina,
e l’occhio che si chiude per il sonno
non sa del sogno, che si chiude e dorme.
L’occhio che vede è quello che non vede,
iride e cristallino dentro il sogno,
sguardo senza palpebra, lampione
spento in una piazza buia e vuota,
angolo di sonno dentro un sogno.

UN UNICO PULLOVER

Al grido acuto, quando
d’improvviso uno schianto
inconfondibile mi giunge
di un’automobile in folle
corsa sul rettifilo,
accompagnato da rapidi
passi di gente spaventata,
ecco che, penso, quando
la morte, che aguzza
la fantasia, il suo verdetto
inappellabile grida, e l’urlo
s’alza dall’asfalto insanguinato
come l’ultimo canto di un cigno,
ecco che vita e morte, oltre
la piccola cruna, intrecciano
un unico pullover.

UNA QUISQUILIA

Quisquilia, è una miserabile quisquilia
il tempo, uno stonato contrappunto,
il ventre di un tunnel senza sbocco,
ed io, dietro di lui, inconsciamente,
a correre col peso sulle spalle,
spossato ma estasiato, ad inseguire,
dentro il suo etereo alveo, la sua corsa.
A presidio, in cima al capolinea,
un avamposto, e, in groppa ad un cavallo,
un angelo che dà fiato ad una tromba,
squillo di trionfo e di disfatta,
tromba di latta senza squillo.

BASTA NON PENSARE

Un bianco malinconico di luna
illumina il piccolo camposanto
a dosso del paese. Orti e case
dormono il loro sonno senza sonno,
Come un suono di oboe senza suono,
un po’ di eucarestia di vento
vellica i lenzuoli sui poggioli
stesi ad asciugare nella quieta
limpida agonia di questo occaso
che sa di menta. Un attimo, e ritorna
in un sogno di sogni senza sonno
un’estate senza occasi e senza albe

La memoria ha un non so che d’eterno,
un passato che non riposa in pace
ed appare e scompare nel dolore
di chi non torna. Basta non pensare,
la felicità sta nel non pensare.

UNA FINESTRA APERTA

Il glicine. E l’orto che si sfa
in una tenera ondata verdeazzurra
di grappoli. L’ultima folata
di vento questa sera dà un strappo,
lassù, a una bandiera.
Da una finestra aperta,
un’ombra nella luce,
una fuga di bolle di sapone,
e l’ultima, sospesa
a filo di una lacrima, esplode
sul mio povero cuore che si sdruce.

QUESTA SERA AL BAR

Poca gente questa sera.
C’è una luce un po’ opaca in mezzo ai tavoli.
Zitto, dietro il bancone,
l’uomo coi baffi mesce
il vino, risponde cenno a cenno.
Non una parola sola,
solo una radio, in un angolo, che parla.

S’apre la porta ed entra il vento,
un povero piccolo vento di monte,
si accomoda tra noi. Non è ciarliero,
ha il silente vociare di un fantasma.
O forse siamo noi, forse,
che in qualche modo udiamo
una qualche presenza silenziosa
di un refolo di vento. E gli diamo un nome:
vento Carlo, vento Adele, vento Piero.

IL SONNO DELLE COSE

Dormono il loro sonno buio e quieto
il tavolo e la sedia, i loro sogni
sono i piccoli sogni delle cose
che contano quel che contano. Dormono
nella calma malinconia del buio
i piccoli pesci rossi nell’acquario
un sogno di meduse e di lampare.

E dormono le cose che non contano
– un ago senza cruna, un dente rotto, –
dormono felici il loro sonno
di cose che non contano. E dormono
gli uomini che credono di contare

Il bruco

ZITTO ZITTO

Come un atto d’amore la carezza
del buio sulla vecchia casa.
Un corrosa gronda sulla strada
gocciola balbettando una piovana
acqua di fine aprile. Nell’ascolto
io vivo senza odio e senza amore,
zitto zitto, così, senza far niente.

NACQUI SENZA AVERLO MAI RICHIESTO

Nacqui senza averlo mai richiesto,
crebbi anni ed anni a mia insaputa,
tutto secondo il calcolo di un Dio,
ed imparai a muovermi, a parlare,
a fare questo e quello, a camminare
spontaneamente, senza mai impormelo.
Grazie alla mia mente, so pensare,
ma è lei che, senza ch’io intervenga, pensa,
io sono il suo pensato, e ciò che vedo
e ascolto, è lei che vede e ascolta,
come se dentro me ci fosse uno
che mi comanda e regola a piacere.
E me ne sto qui inerte a contemplare,
in non so quale parte del mio corpo,
tutto ciò che dico e faccio, e applaudo.

DI QUESTO PASSO…

Camminando per le vie di Rovereto,
io ogni giorno mi sento più straniero.
Se ricordo com’era anni addietro,
dio!, non sai come mi stringe il cuore.
Straniero a casa mia… Bene che vada,
quando tutti saranno mussulmani,
io non ci sarò più, e in Vaticano
il papa sarà un papa maomettano.

IL BRUCO

Che tenerezza che mi@ fa il bruco,
che, passo a passo, a modo suo cammina,
lui, così fragile e indifeso,
lungo il muro dell’orto dietro casa!
Con parsimonia, piano, nel procedere
nel suo deambulare faticoso
fra cespi di lattughe e melanzane,
morde qua e qualche radice e foglia,
quel tanto che gli basta per la fame.

Oh, ben poco gli basta, ed è discreto
nel sostentarsi, e, se stai in ascolto,
lo senti che ogni tanto tira il fiato
per la stanchezza. E, se ti fa schifo,
lui, nello sbirciarti tra una rapa e un porro,
dice, alludendo a te, ai suoi fratelli
bruchi, che tu sei brutto, e gli fai schifo.
Se lo vedi, ti prego, non schiacciarlo,
anche tu, in fondo in fondo, non gli piaci,
ma lui mai e poi mai ti schiaccerebbe.

VIOLAZIONE DEL TRAFFICO AEREO

Ecco: cercavo un tavolo e una sedia,
per potermici sedere ed ascoltare,
un tavolo per darci sù dei colpi
di nocche per mettermi in contatto
con nonna Uran. Un po’ come
una cosa mediatica, un messaggio
tra il mio di qua e il suo lei di là. Un duetto
spiritico. Mia moglie
stenografava ciò che dicevamo.
A un certo punto suonò il campanello
col mandato d’arresto: intercettato
per violazione del traffico aereo
senza aver preavvisato il Paradiso

UN ALTRO CAOS

Forse Dio, quando un giorno, all’alba,
al risveglio, ebbe aperto gli occhi
appena appena, prima un po’, a fessura,
poi, via via, lentamente, piano,
millimetro per millimetro di palpebra,
forse la luce, man mano che li apriva
poco alla volta, rischiarò il buio
del Caos in cui viveva. Dopo, forse,
mezzo assonnato, piano, a poco a poco,
millimetro per millimetro, – ed era sera –
richiuse gli occhi e sprofondò nel sonno
di un altro Caos. E perciò noi siamo
solo immagini che popolano i suoi sogni.

La ranità

CHI HA SUONATO IL CAMPANELLO

Può l’incertezza (càpita, talora)
darci un certo senso di disagio,
e fare che si giri tutt’a un tratto
gli occhi alle spalle,
per rabberciare poi uno stirato
gesto di sorpresa? Dico: può
indurti ad un certo movimento
cauto, però, con mille precauzioni,
lenti e circospetti, i nostri piedi,
passo dopo passo, fino all’uscio,
e farci aprir la bocca perché chieda
chi è perché ha suonato il campanello?

CÀPITA, DI SERA

Càpita, di sera,
quando accendo la lampada
sul comodino e leggo
prima di addormentami un libro,
che uno, e non so chi, faccia un colpo
o due di tosse nell’altro appartamento,
o che si senta un lieve scalpiccio
di passi in corridoio.
Ti confido
che se lo dico è facile mi giochi
una non so che mia reputazione
di uno che sorride a chi mi parla
di cose fuor di senno, come colpi
di tosse di fantasmi.
Io non per niente
son nato sotto il segno della Vergine,
anche s’è fuor di dubbio ch’io li senta,
i colpi o due di tosse,
e non m’inventi
i passi in corridoio, e tu sta certo
che poi ci rido sù, ma non ci credo

UNA STUPIDA DICERIA

Dopo aver messo tutto in discussione,
anche la morte, una stupida credenza,
un giorno, sai com’è, se n’è andato,
raccomandandosi però in uno scritto
apposto al testamento, di non dire
cosa fosse successo, o, mal che vada,
ch’era andato a trovare uno zio a Trento.
E un giorno ricevetti una sua lettera,
impostata da là, in cui affermava
ch’era una diceria, un pettegolezzo,
un gossip, come dicono gli esteti,
quel che di qua si afferma, ch’era morto,
tanto è vero che adirà alle ve legali
per la propria moralità di vivo.
A chiosa della lettera, le scuse
d’essere andato via senza un saluto,
per via che aveva fretta. E a dire il vero,
in fondo in fondo si era noi i morti,
noi nel di qua, ma non lo sapevamo.

SEI SCESO DA LASSU’

Sento una tua mano s’una spalla,
lo so, sei tu che mi tocchi, babbo,
sei sceso da lassù, ora ch’è sera,
e hai fatto chilometri di cielo,
scendi ogni tanto a leggerti le ultime
notizie sul giornale, per sapere
qualcosa di quaggiù, come solevi
fare da vivo al bar, col quotidiano
e un calice di rosso. Lassù, in cielo,
il giornale è quello che ti manca,
e anche se non si sta per nulla male,
non c’è l’ombra di un bar né d’un’edicola,
non c’è nulla da fare, tutto è fatto,
anche il non fatto, e, per far qualcosa,
sai che si fa? Si ozia. E’ già qualcosa.

URLATE

Sù, muovetevi, andate,
come doveste andare chi sa dove,
e battete le mani, andate, andate,
oltre, più oltre, lasciatevi alle spalle
ciò che si può lasciare, il muro, l’orto
coi cavoli cappucci, il viale, il sole,
l’angolo col bar, la gente
che chiacchiera per strada, e poi svoltate
al semaforo a destra, e costeggiate
la roggia alla sinistra, e poi, d’un tratto,
fermatevi ed urlate,
dio solo sa che cosa, sì, urlate
a bocca spalancata, è un privilegio
solo il fatto di urlare,
di stendervi giù a terra e di ascoltare
Dio che vi risponde con un urlo,
data la distanza, da lassù,
di quelli che Lui solo riesce a fare,
chilometri e chilometri di urlo
da ascoltare.

LA RANITÀ

Un rana rimane sempre rana,
causa la ranità che la distingue
da tutte le altre bestie del creato,
perciò gracida, e gli altri non san farlo,
sa fare tutto ciò che fan le rane;
conscia o non conscia d’essere una rana,
causa il processo etico-biologico
tipico di chi è rana, usa fare
né più né meno quel che fan le rane
e non le talpe, per il qual motivo
fa quel che fan le rane in un pantano,
gracida. E a te viene da pensare:
ecco, è una rana, fa quel che fan le rane,
altri non può essere: se fosse
una pecora, oppure un barbagianni,
probabilmente non graciderebbe:
è un fatto, una verità incontestabile,
come l’uomo che fa l’uomo e non la rana,
quindi caso mai non gracida, ma canta.

METTI PER IPOTESI

Metti che per ipotesi passasse,
sopra le case, all’improvviso, un UFO
o qualcosa del genere, e coprisse
tutta la città di una marea di fiori,
pensa a che scriverebbero i giornali…
Un delirio d’ipotesi, sì, è vero,
certo sarebbe più che bello splendido
se piovessero garofani, petunie,
mimose e violaciocche, però senza
che un vigile con tanto di verbale
e fischio gli elevasse
(è facile, da noi) una contravvenzione
per intralcio del traffico e reato
d’inosservanza della differenziata.

ATHANATOS

Quando mi desterò da un lungo sonno,
guardando il sole, i fiori, i fili d’erba,
in un di là senza spazio e tempo,
vita, chi mi darà il tuo sorriso,
le tue lacrime? E che occhi furtivi
guarderanno nei miei, chi mi darà
l’amore di una donna innamorata?

Ogni giorno che passa sarà come
quello passato, senza odio e amore,
senza gioia e tormento, come pecore
curve, che brucano tranquille
la stessa erba sullo stesso prato,
giorno per giorno, sempre…

Penso allora che nulla in quella vita
sia bello – e nulla brutto, – ma che a me
convenga rassegnarmi, e, in questa, vivere
a sazietà, tuffarmi sopra il piatto
come uno che muoia dalla fame,
non lasciare una briciola. L’eterno
risplendere della luce, chissà, forse
non fa per me, non mi dà gioia andare
come uno che vada alla deriva
col volto in sù, gridando lo stupore
del cieco che tutto a un tratto vede.

La notte negli occhi

UN FATTO ECCEZIONALE

Esce di casa solo con il corpo,
non con l’anima, che vi resta dentro,
comoda e tranquilla, sul divano,
su cui s’era sdraiato a pisolare,
stanco com’era, a mezzo pomeriggio.

Ed è un fatto a dir poco eccezionale,
uscirsene solamente con il corpo,
un fenomeno diciamo dicotomico,
l’anima a casa e il corpo fuori, in strada,
ma comunque nessuno ci fa caso,
neanche gli amici, al bar, per il consueto
solito caffè o la sfida a briscola,
in attesa dell’ora della cena.
Anima o no, che importa? Se nessuno
ci fa caso, ne viene da arguire,
ci sia o non ci sia, è indifferente,
è una cosa che non serve proprio a niente.

C’È UNA SEDIA IN CIELO

C’è una sedia, mi dicono, sù in cielo,
una sola, per me, che mi aspetta,
anzi, mi spetta, gli altri che si arrangino,
se la vogliono occorre prenotarsela,
altrimenti lassù si resta in piedi.
Ma m’han detto che l’hanno posteggiata
in divieto di sosta, per la quale
me l’hanno trasferita giù in inferno.

Pur di non stare per eterno in piedi,
anche se sono pio e misericordioso,
ho deciso: me ne vado giù in inferno.

LA NOTTE NEGLI OCCHI

La notte stava dentro i nostri occhi,
il mio e il tuo un unico respiro,
chilometri di cielo e nebulose
lassù, che illuminavano la strada
che obliquava tra di noi e le stelle
in una gaia sarabanda di grilli.
Noi si andava senza saper dove,
né come né perché, ma dovevamo,
forse si sognava o si era svegli,
o forse non si era neanche vivi
– morti no, i morti non camminano,
così dicono, ma mancano le prove.-

Era un respiro che ci totalizzava,
quello del buio trapuntato d’echi
di grilli e di luccichii di stelle,
era il Tutto dentro il nostro Nulla,
lo Spirito incarcerato nella carne.

Una chissà che spiritualità fisica,
con la mia bocca come un sacerdote
che recita il mea culpa alla mia anima,
e io, anima e corpo, sussurravo: Amen…

TUTTO SOMMATO

Non importa tutto ciò ch’è fermo,
ma solo ciò che muta. Perché, vedi,
tutto sommato, è nella metamorfosi
che il divenire muta in divenuto,
così come l’essere in esser stato.
E sta nel transeunte delle cose
il nostro tendere a assomigliare a Dio
tramite il mutamento, ch’è la sola
unica via che porta al paradiso.
Siamo l’attimo che muta, solo Dio
resta così com’è, è sempre fermo.

ZITTO ZITTO

Come un atto d’amore la carezza
del buio sulla vecchia casa.
Un corrosa gronda sulla strada
gocciola balbettando una piovana
acqua di fine aprile. Nell’ascolto
io vivo senza odio e senza amore,
zitto zitto, così, senza far niente.

Questo sì!

L’UOMO IN SALITA

L’uomo camminava nel ricordo,
andava allontanandosi in salita,
diventava piccolissimo, e sentivo
il suo fiato ansimare alle mie spalle,
e la via era deserta
e la campana
di una chiesa lontana ci annunciava
l’ora della compieta.
Era un mistero
quel passo che sentivo e quel respiro,
ma l’uomo era piccolissimo, lontano,
e il sole grande più di un melograno.
Oh memoria
di quella lunga strada
nel giorno ch’era prossimo alla sera,
memoria,
tu che tutto mi rannuvoli,
amata ed invocata, non lasciarmi,
dammi un volto, un nome, un qualche cosa
di là, da dove vengo, una parola
sola, ed è
come fossi eterno.

LA SENTENZA DEL BICCHIERE

Oggi, chissà perché, mi pare d’essere
un dito d’acqua dentro il mio bicchiere,
tanto che non so se debba berlo,
o se debba io essere bevuto
dalla mia stessa acqua, quando ho sete.
Guardo perciò il bicchiere che ho sul tavolo
con un’enorme voglia di svuotarlo,
ma temo che sia lui che debba bermi,
lui lo svuotatore, io lo svuotando.
Così mi tengo a debita distanza.
Bere o non bere? Far che la mia mano
s’alzi alle labbra a versarvi l’acqua,
oppure farmi bere io dall’acqua?
Ai posteri la sentenza del bicchiere…

ANDIAMO A FARE ECOLOGIA

Chissà se andare a piedi o in bici,
senza ascoltare il ridere cretino
di chi va in auto, e ci supera suonando
con una certa ostentazione il clacson,
chissà se serva a fare ecologia!
Magari basta incominciare, dici,
a ragionarci sù, a parlarne
in casa con la moglie o con i figli,
o gli amici, ma senza esagerare,
e senza escludere che un giorno, prima o poi,
non si riesca a pensare tutti eguale,
tutti a piedi o in bici, in città.

Dunque parliamone, andiamo per la strada
da bravi camminatori, a piedi,
in conviviale amico conversare.
Basta con la macchina. A piedi.
A mangiare la polvere degli altri.
A fare ecologia. Non noi, gli altri.

QUESTO SÌ!

No, non è semplice
chiacchierarsi, ascoltarsi, ripetersi, riudirsi,
farsi lunghissimi discorsi arzigogolati,
incidersi memorie sottovoce
di queruli vocianti, pensarsi
pensieri pensati a mezza via,
domandarsi quale sbifido autunno
riverberi negli occhi
della donna che vende i peperoni.
Dolcissimamente possedersi
nell’abbraccio della memoria
dimenticata, oh, questo sì,
è possibile!

DONNA SULLA VIA CHE PORTA A CASA

Donna, sulla via che porta a casa,
tra la polvere e le buche,
gettami una coperta sulle spalle,
ho freddo, e la strada è tanto lunga,
e le case che incontro sono vuote,
ma il tuo cuore io lo so che è pieno
e i nostri passi vanno ad un lontano
esilio che non vedo,
e spingo come un mulo spinge il carro.

Giunge la notte, quella che consuma
tutto, ma non l’amore.
Donna, ti rimane un sogno, fallo
vivere con me, sogniamo insieme.

È buio il sonno senza sogni,
prendimi per mano, e andiamo.

Vestimi della tua pelle, ho freddo.

GLI SDRAIATI

VOI, ANGELI

Voi, angeli, che nessuno ha mai visto
se non nel buio, di profilo, vaghi
nella figura, pallidi nel volto,
quasi sfumati al chiaro della luna,
se uno di noi con voi si accompagnasse,
lo accettereste pur essendo vivo?
Uno per esempio come me, un uomo
che con fatica mastica la vita
giorno per giorno, – il solito anonimo
barcamenarsi opaco quotidiano,-
voi lo accettereste come amico?

MA DIO È BUONO

Ecco l’autunno. Nella mano stanca
poso la fronte, come a riposare,
ora che il sole viene meno e il giorno
a poco a poco scende e si fa sera.
Ma che silenzio! Solo qualche foglia,
d’albero che il vento porta via,
solo un latrato che vien sù dal fiume,
rauco, monotono. Una donna,
triste, appoggia il gomito s’un muro,
guarda i ragazzi che giocano in silenzio
a diventare grandi. Tutto intorno
è una luce che s’appisola nel buio.

Esamino la mia giornata,
chissà se a Dio è piaciuta,
s’io abbia o no da vergognarmene.
C’è un alito di vento che va e viene.
Ma Dio è buono, e trova tutto buono.

PRIMAVERA

La cicala ha ripreso a borbottare,
ed è un tiepido mattino d’aprile,
una nenia piacevole, un lamento
d’amore per la vita che rinasce
nel prato, e le farfalle
curiosano come loro sanno fare
nei roridi appena aperti boccioli
dei denti di cane. Un’ape
svolazza qua e là in cerca di un fiore
che sia pronto all’amore. Sofferta
allegria, penosa gaiezza
d’aprile, è tornato sereno
e giulivo anche il salice piangente
che ha smesso di piangere e ora ride.
Ed è tutto un sorriso di fiori,
di sedani, di broccoli e rape.

VISSI CON LA MIA ANIMA

Vissi con la mia anima. Passai
anni felici in unità d’intenti;
lei mi amava, ero suo. Io l’adoravo,
più che pago, ero felice, d’ospitarla.
Ora vado in città solo di notte,
povero corpo adesso non più suo,
disorientato. E, nella solitudine,
io mi torco le mani e penso a lei.
E nel pensarla sento un qualchecosa
dentro di me che la cerca e chiama,
una voce che piange e si commuove.
Ma che ci faccio, se non ho più l’anima?

E in un angolo buio della strada,
io mi tocco, per sentire se son vivo,
come uno che non sappia ch’è già morto.
Ma i morti non provano dolore,
né piangono, son cose inanimate,
come un sasso che grida per la strada,
ma non m’ode, s’immagina. E questo
è l’unico vantaggio che hanno i morti.

MEDIOCRITÀ

Questa è la mia mediocrità,
una non scontata consuetudine:
seguire dieci, cento, mille volte
la stessa via percorsa
avanti e indietro, e giorno dopo giorno
fare i soliti miei gesti più abituali,
ripetere ogni volta, ogni momento,
gli identici monotoni rituali
– ridere, sedersi, camminare,
fare di sì o di no, – lo stesso impegno,
sempre, a disposizione. Un quotidiano
perdermi in un giro di parole
un po’per sopravvivere, o non piangere,
con benevola paziente educazione
fare le solite povere mie cose.

E il tempo intanto invecchia, rattrappisce,
come una foglia ch’è lì lì che cade.

GLI SDRAIATI

I vivi non rimangono distesi
da svegli. I morti sì,
che dormano o stian svegli, se ne stanno
distesi sotto terra a faccia in sù
a pensare alle tante e tante cose
che devono sbrigare, Non sarebbe,
forse, più dignitoso,
per loro, ogni tanto alzarsi,
sgranchirsi un po’, soffiarsi il naso,
scrollarsi un po’di terra dagli abiti
e sorridere? Perché loro,
i morti, sono come noi,
né più né meno, solo che non muoiono.

La rosa mistica

IL DITO SUL BICCHIERE
il medium

Ma gli angeli fanno
tutti per gioco a parlarci di loro,
quando evochiamo i poveri morti
col dito sul bicchiere. Loro sanno
che dei morti noi abbiamo paura
ma li chiamiamo per nome, cerchiamo
una loro risposta, un consiglio,
una parola, un qualcosa cui credere.
Ma quelli si divertono a mentire,
ridono di noi, che non pensiamo
alla felicità che come meta
di questa vita. E allora così dicono
le falsità che noi crediamo vere
perché vogliamo credere, cerchiamo
la verità, qualunque sia. E loro,
gli angeli, si divertono a mentire.

UN EPITAFFIO

No, non mi stupirei se tu
dicessi che son morto. Ho
o non ho il diritto di non vivere?
Aggiungici una dovuta lacrima,
un epitaffio, un anticipo
di eternità dormiente,
una vita con o senza Dio. Vivere
è un po’ come morire,
perfettamente stupido. Ma innocuo.

ANDARE E TORNARE

Giorgia, forse io non ho ragione
a volere risalire la corrente.
Siamo io e tu e tutti noi dei pesci,
con alle spalle il mondo, e discendiamo,
ridicole unità di un infinito
illimite, incontro al mare.
Ma l’ignoranza è come la sapienza,
dà la gravità del saggio a chi l’esprime,
e noi si fa come certi pesci
che muovono in modo buffo testa e coda,
e girano e rigirano sempre attorno
allo stesso ciottolo tutto il giorno.
Perché girare come fosse niente
tra i ciottoli giù per la corrente?
Ho sempre voglia di andare,
Giorgia, e paura di tornare.

NON ESISTE IL SOLE

Il mondo non ci entra nella mente,
anzi, si dice che vi stia già dentro,
e il corpo è solo un mezzo per vederlo
e conoscerlo, così si sa ch’esiste.

Pensa a quando sogni, e nel sognare
vedi le cose che hai a disposizione
nella tua mente, tutto ti è già dentro,
alzi il sipario e guardi. Non esiste,
dicono, il sole, gli alberi, le case,
esiste solo l’occhio che li vede.

LA TUA ANIMA, MARIA

Che straordinaria forma ha l’anima,
illuminata al lampo del fotografo!
Esce un po’ di sghembo in mezza ombra,
in una luce obliqua, che le dona
una fattezza tale da stupirne,
un’arcana dolcezza d’incompiuta.
Pare una cosa viva e insieme morta,
una nuvola, un batuffolo d‘ovatta,
ma più la guardi e più ti sembra un tizzo
arso, una fiammata di un pagliaio,
e le basta un nonnulla per svanire,
un soffio, uno sternuto, una risata.

Maria, ti vedo tutta l’anima,
occupa il centro del tuo corpo, cerca
una via strozzata a mezza gola,
come smarrita, un fuoco che abbarbaglia
tra luce e buio – come il sole all’alba
di questa estate che già va alla fine.-

L’ho fotografata, Maria, stasera,
con il palcoscenico ormai vuoto,
e lei ed io, seduti, a domandarci
un modo di fuggire da noi stessi,
ad ascoltare i nostri vaniloqui
nel soffoco del buio, ad abbracciarci,
come smarriti e soli, anima e corpo.

Ma Dio è buono

OH, COME RIDEVI, MARGHERITA!

La camicetta con la scollatura
è irresistibilmente provocante.
La indossasti una volta a Corpus Domini,
e il vento la gonfiava, e tu ridevi,
la testa arrovesciata sulle spalle,
oh, come ridevi, Margherita!
Appoggiavo una mano s’un tuo seno,
e ascoltavo la musica del vento
entrarti per le ascelle. E tu ridevi,
oh, come ridevi, Margherita!

Come mi batte il cuore se ci penso!
La camicetta, ch’era così bella,
or non la metti più. Se chiudo gli occhi,
mi par d’udire il vento tra le dita
toccarti il seno, uscire per le ascelle,
e la mia ma non fingo che sia tua
nel carezzarti sulla scollatura…

LA CINCIALLEGRA

Prima un frullio, e poi, inatteso, il canto:
la cinciallegra. Vivido e scomposto,
il vento ammutolisce al suo richiamo,
e la fuga del fiume si ferma.
Tremo alle parole che mi dici,
ci separa e ci unisce questo volo
di uccello, l’improvvisa ascesa
e il gorgheggio, strazio e tenerezza,
amore e tempo che s’involano.

AMICA OMBRA

Lieve, che t’attraverso come un soffio,
ombra amica mia, che mi stai dietro
e a volte pare zoppichi se vado
un po’ di fretta, o corro, perché stenti
e t’affatichi a reggere il mio passo.

Ma oggi che scoloro nella luce
del primo pomeriggio, appari un’altra,
inquieta, e danzi e corri con il vento,
batti le mani e fai le capriole,
vai tra un muretto e l’altro della strada
dentro un velo cenerognolo di polvere,
scompari dietro l’angolo, e ti perdo.

Ed io qui radico in silenzio e non rifoglio.

TORNANO TUTTI A CASA

Tornano tutti a casa. Con un diario
scritto da vivi, pagine su pagine
di anni, coi ritratti della moglie
e dei figli, e mille e mille date,
nascite, matrimoni, compleanni.
Altra foto con data: la morte. C’è
da rubricare il giorno del commiato,
e i documenti del parroco, i bolli,
nome, cognome, nascita, e così via.
Stanno come qui da noi, a far la coda.

BASTA UN DIO SOLO

L’imperfezione della vita è, forse,
uno degli sbagli che Dio ha fatto,
però volutamente, giacché nulla
sfugge al suo occhio, e tutto sa e vuole,
anche l’incompletezza di noi uomini.
Così ci resta sempre l’illusione
di essere come Lui,
e Lui lo sa, perciò ci crea imperfetti,
perché basta, ed avanza, un Dio solo.

IL DIO BAMBINO

Forse, chissà, anche Dio ritorna
ad essere bambino,
quando s’un velo d’erba
si corica al mio fianco e dorme.
La mia anima resta per lui accesa
per fargli lume, e lui riposa
tutta la notte mentre io lo veglio.
Quando ritorna il solito mattino,
il Dio bambino
va, senza un saluto, e torno solo.

COME UN PASSO DI GRILLO

Lungo una traccia d’angeli io vado
di via in via nel tenue del mattino
canto di una cincia. Una cinciallegra,
o cinciatriste, querula, nascosta
nel vergine silenzio di un canneto.
Siamo alle soglie della primavera,
e a ogni passo che faccio cresce un fiore,
ogni cosa che guardo si fa luce:
tutta la vita va verso un’aurora
con bianche ovatte di nuvole rosa.
Dentro la cenere calda del mio cuore,
tu lasci un’ora, live, come un passo
di grillo nella neve, ma mi pesa
come il buio di notte, senza luna.

Per non dover moire con te in cuore,
io prego Dio di diventare eterno,
così anche tu mi vivi eterna dentro.

Diario di un morto

IL PASTORE LIGURE

Ed è ancora il rimbombo dell’antico
corno dei Liguri, cupo, sulle ali
fredde del vento di montagna. Ancora
riecheggia sugli argini del fiume,
dove il salice affoga le sue ombre
tra gli ossami dei ciottoli e le sponde
bianche di brina. Ulula, lontano,
prima del sonno, l’ultimo lamento
stanco dei cani. Dallo Stivo, un canto
di vento solitario fa da eco
nella valle dell’Adige. I cavalli,
odorosi di sole, riposano
quieti nell’ombra. Dove vai, pastore?
Da dove vieni? Fredda, questa terra
di te risuona. Ancora, dai crinali,
di notte, i lupi cupidi discendono
verso il piano sulle orme degli uomini.
Nella notte dolcissima che attende,
suona ancora il tuo corno, e nel silenzio
corrono i lupi a branchi, e i corvi
gridano alla luna lo stupore.

I Liguri erano un’antica popolazione di pastori e commercianti di bestiame principalmente ovino, insediatasi in età storica nell’area che va da Pisa a tutta la Liguria, e da qui fino a Marsiglia e alle Alpi Occidentali, Piemonte e Appennini settentrionali. In precedenza la loro estensione era stata di gran lunga superiore, comprendendo gran parte della Francia, Corsica, Lombardia e Trentino. I Celti restrinsero alquanto il loro territorio, favorendo però la formazione di tribù liguri-celtiche. La conquista romana iniziò nel 238 a. C. e si concluse solo con Augusto nel 14 a. C., che li sottomise definitivamente.

DIARIO DI UN MORTO

Non percepisco tutto in una volta,
ma a poco a poco. Qui da noi le voci,
qui, sotto terra, tardano a arrivare,
ci mettono più tempo per raggiungerci.
Come dentro una camera antiacustica,
suoni, rumori, voci son smorzati
di quel tanto che arrivano un po’ fiochi.

Tanto per dire, oggi, a mezzogiorno,
c’è stato per esempio un funerale
di un povero operaio di un cava
di porfido di Albiano. C’era il prete,
un chierico che aveva l’acqua santa
e un vecchio ch’era lì proprio per caso
in visita di una zia morta da anni.

Dunque, appena il prete fa il discorso
che di solito si fa se uno muore
(oh, due parole, non di più, era povero…),
ecco levarsi un coro di preghiera,
un coro dolce, tenero, soave,
tanto che ci alziamo tutti noi morti
dai loculi, a guardare chi è che canta.

Nessuno! Non il prete e neanche il vecchio,
né tantomeno il chierico. Cantavano
gli Angeli delle lapidi di marmo.
E, con loro, due talpe e quattro grilli…

LE MASCHERE

Quando a febbraio Carnevale ride
di mille luci, e per le vie le maschere
impazzano agitando i campanelli,
non sai, tu, come io vesto a festa
il cuore, e col sorriso
mio maschero il mio viso? Dimmi:
ora, felice e libero, io rido,
ma tu non ridi, amore? E’ un arlecchino,
in me, che ride questa strana sera,
un uomo con il volto di arlecchino.
Ma dove vai, mio cuore, tra le maschere
che passano guardandoti curiose?
Tu piangi, loro ridono. Mio cuore,
forse le guardi e forse con stupore
metti anche tu la maschera, e vai,
agitando ridendo i campanelli.

GLI SPIRITI DEL SONNO

Quando il vento cambia direzione,
guarda l’orologio ed alzati. E’ l’ora,
che la luce si fa breve, e, festive,
danzano le prime ombre della sera.
Escono a frotte, a passi incerti,
gli spiriti del sonno, il cuore in gola,
frugano qua e là nel buio, cauti, zitti,
pronti a popolare i nostri sogni
appena noi si chiude gli occhi e dorme.
Ombre, fantasmi, misteriose,
oniriche creature, ne sentiamo,
lieve, intrigante, il timido respiro
non appena si mettono distesi
accanto a noi, il capo sul cuscino,
e ci entrano leggerissimi nel sonno
a farci compagnia fino al risveglio.
La notte, ah, la notte, con le stelle,
alte, lassù in cielo, appollaiate
zitte zitte, in cima al monte Stivo,
avvertono la luna quand’è giorno.

LETTERA A UN FIGLIO

Vedi, ti parlo con la voce roca,
e nel tuo sguardo di ragazzo affiora
un sorriso pulito, quasi ingenuo.
Parlami, dico.
Io non ho l’età
che sfugge ai desideri, ascolto ancora
le parole che salgono dal cuore.
Primavera è lontana, ma gli uccelli
estivi inseguono nel sole
l’eco a mezza sera delle voci,
ed io le sento.
Parlami, sapessi
quanto ti chiamo, figlio! Quanto attendo
che cerchi, come un tempo, la mia mano,
un colloquio spontaneo!
E tu sei qui, mi guardi, mi sorridi,
giungi a me da lontano…
O mia cicala vagabonda, è morta
primavera che urlava nei cortili
le sue mille chitarre: e un’eco appena
a me ne giunge.
E questa furia
di ultimi uccelli migratori ancora
resta nel dolce suono dei pastori
che adunano le greggi lungo il fiume.
Parlami ti prego. La tua età
ha puledri di luna nella sera,
criniere al vento. E la tua voce è un grido
che mi sale nel sangue e mi s’aggruma.

I VECCHI E LE RONDINI

Che tenerezza quei rugosi vecchi
sulla panchina inondata di sole!
Siedono silenziosi e le tremanti
scarne lor braccia offrono alla luce
come rami di alberi ormai spogli.
Sanno di pane fresco, di bucato,
ti salutano con gli occhi e se ne vanno.
Oh, certo vanno oltre i fiume, dove
trovano ancora profumata e fresca
l’ombra ventosa d’un cipresso amico.
Tutti vestiti a festa, tu li vedi
seduti su una panca a pisolare
l’uno accanto all’altro sorridendosi
con la dolce tristezza dei fanciulli.
E li chiamano vecchi! Son bambini,
o rondini in attesa di spiccare il volo…