L’ascensore

L’ASCENSORE

Entrammo neghittosi e udimmo
le nostre voci empire l’ascensore,
salire verso l’alto. Osservavamo
nei nostri gesti e nelle nostre labbra
un non so che di mistico mistero.
Chiamavamo e urlavamo tutti insieme
parole nel silenzio della gola
del buio giroscale. Si sentiva
l’ascensore salire con noi dentro,
una lunga salita silenziosa,
piano per piano. Fuori, c’era gente
assiepata nel buio delle scale,
e si sentiva battere le mani
rampa per rampa, un battere festoso
ed un unico chiamare i nostri nomi
a voce alta. Anime dannate
o anime redente. L’ascensore
continuava imperterrito a salire,
e le voci via via s’affievolivano,
cessavano gli applausi. Cercavamo
una mano che fermasse l’ascensore,
un grido di saluto al nostro arrivo.
Ma non c’erano mani per fermare,
non c’erano parole di saluto,
solo un unico imperterrito salire
senza più rampe, scale ed ascensori.
Io ero nel grido della mia bocca,
e mi udivo e sapevo di gridare,
ero il grido e il gridante, ero la voce
e l’orecchio che udiva. Ero la corsa
dell’ascensore alla fine della corsa.

LO SQUILLO DELLA TROMBA DELLE SCALE

Sale l’ascensore, sale e scende
nel cratere del buio giroscale,
fruscia come l’acqua in una gora
placida e tranquilla, un sali e scendi
e aprir di porta e chiudersi, un entrare
e uscir di gente, ed un vocio confuso,
un trepestio di passi sulle scale.

Sempre di passaggio, come il tempo
che giunge, sosta un attimo e riparte,
e a ogni sosta c’è chi entra e chi esce,
e c’è chi chiede il saldo del suo debito
col tempo, e scompare
e si perde nel buio giroscale.

Taccio e lo ascolto, e seguo con lo sguardo
il suo monotono tranquillo saliscendi
che porta, dentro, più che corpi, ombre,
voci di ombre, o più che voci echi
di chi vive in attesa che sia l’ora,
come un figlio nel grembo di una madre.

Son qui solo, in ascolto di una tromba
che suoni nel buio giroscale
lo squillo della tromba delle scale
per chi arriva e non sa che invece parte.

IL CIELO A POCHI PASSI

La verità esige una dimostrazione costante
( Gandhi )

Entrammo, agghindati di speranze,
nell’ascensore. Si era a pianoterra,
le scale erano tante – forse troppe
per noi, e non si era più ragazzi -,
ma, usi a non compiangerci, eravamo
pronti a far le scale, tutte, a piedi,
quando uno ci disse: Non vi costa
nulla, prendete l’ascensore,
il cielo è là, a due passi…Così entrammo,
e rampa dopo rampa fummo in cima.

Una speranza, quasi una premessa
di un sentimento prossimo a stupore,
il luminoso quadro della notte
sotto di noi, con le luci accese
nel notturno silenzio delle case
di una città dormiente, ed eravamo
al sommo delle cose, sotto un cielo
di un barbaglio di stelle ed una luna
strana, pareva addormentata,
una gioiosa bianca apparizione
ch’ entrava in noi, un tutto inesistente,
come il nulla che diventa qualche cosa.

Sorpresi, non ardivamo più uscire,
guardavamo nel prossimo domani
l’immagine di un sogno. L’ascensore
piano piano, in silenzio, discendeva.
Nessuno di noi aveva più parole.
Non era tempo d’eternità. Ad ognuno
il suo piccolo tempo nell’eterno.

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La Giornata del Ricordo

Italo Bonassi

10 FEBBRAIO : GIORNATA DEL RICORDO

Anche quest’anno la « Giornata del Ricordo »  delle vittime della ferocia titina slava (croata e slovena, per la precisione) è stata violentemente contestata dalla solita teppaglia di squallidi facinorosi vigliacchi, anarchici, centri sociali, no-Tav, ecc.,  che hanno inneggiato al criminale  infoibatore Tito, dittatore delle ex-Jugoslavia, pur nulla sapendo sulle foibe e sulla diaspora della mia gente (350 mila scappati terrorizzati  dalle foibe e da altre atrocità)

Maresciallo, siamo con te. Meno male che Tito c’è, questi i loro vergognosi cori e striscioni. E anche, sull’aria di una vecchia canzone : Ma che belle le foibe / daTrieste in qua !

Hanno insultato 20 mila morti nelle foibe, compresi alcuni miei zii e cugini ancora ragazzini. Augurerei loro di provare l’orrore di finire vivi in una foiba, ma io non so odiare, loro sì. Odiano anche  i morti.

Mi fanno molto più paura loro, che un  imbecille che fa il saluto romano. I saluti non fanno male, che siano romani o bergamaschi.

Anche Giulio Cesare lo faceva. Anche lui fascista ? Abbattiamo allora tutte le sue statue, con tutti gli antichi fasci littori.

Facciamo come gli slavi che, occupata l’Istria, hanno scalpellato via dove potevano i leoni di San Marco per cancellare tutto ciò che era italiano. L’Arena di Pola non hanno potuto scalpellarla, troppo grande, ma quando arrivano i torpedoni coi turisti tedeschi, le guide slave cittadine dicono agli ignari ospiti : « Questa l’abbiamo fatta noi  2000 anni fa ».

2000 anni fa erano ancora semibarbari….

Miserere par ‘na foiba

La bora sburta in avanti l’alba
e ‘l pescador el va in buriana,
poche stele drio la luna che la mori
cuciandose in’tel mar. E zà i cocài
i svola in prozession longo la spiagia,
pian, le ale grande, e i ziga al vento:
ogni zigo un morto e un miserere.
Cocài, cocài, tornè indrio, fugè
i refoli de bora al mar verto,
cocài amizi, bele statuine,
lotè contro ‘l garbìn e ‘l sirocàl
col beco strento, senza odio o pena,
sbandadi in qua e in  là come linziòi.
Anime bianche che svolè sui ossi
smaniài in’tela  morte dela foiba,
svolè fuor del mio cuor che s’ciopa.
Ogni morto zò in foiba un miserere.

Miserere per una foiba

La bora spinge in avanti l’alba / e i pescatoti vanno nella tempesta: / poche stelle dietro la luna che muore / accucciandosi nel mare. E già i gabbiani / volano in processione lungo la spiaggia / piano, le ali grandi, e gridano al vento: / ogni grido un morto e un miserere. // Gabbiani, gabbiani, tornate indietro, fuggite / i refoli di bora al mare aperto, / gabbiani amici, belle statuine, / lottate contro il libeccio e loscirocco, / col becco stretto, senza odio o pena, / sbandati di qua e di là come lenzuola.  / Anime bianche che volate sulle ossa / smangiate nella morte della foiba, / volate fuori dal mio cuore che scoppia. / Ogni morto giù in foiba un miserere.

L’uomo sulla sedia

L’UOMO SULLA SEDIA

L’uomo sta seduto sulla sedia,
e guarda come viene sù la luna,
e si chiede donde viene e dove vada,
e come mai illumini la strada,
e soprattutto chi glielo fa fare.
Sì, è la luna, e fa il mestiere della luna,
ma si chiede che cosa ci stia lì a fare,
lui, immobile, seduto sulla sedia,
e da quanto e per quanto debba starci,
e perché ci stia lì quella sedia,
e perché, lì seduto, guardi la luna.
E l’orologio batte l’ora ferma.

Guarda la notte e vede che s’annera,
e si chiede perché non si fa bianca,
e che cosa ci stia lì a fare
la mosca che s’arrampica sul muro,
e il ragno lì in agguato. E nel silenzio
dell’orto ormai sfioriscono le rose
e tutto se ne va, scompare,
e la sedia non c’è, non c’è mai stata,
e una voce che grida da lontano
dice ch’è tutto un tempo d’apparenza,
che noi si è tutto ciò che non esiste,
la luna, l’oro, il muro, il ragno.

E ci si chiede perché non sia mai stato,
o dove sia andato, l’uomo sulla sedia,
e se ci siano altri uomini, altre sedie.

UNA SEDIA PER I MORTI

Pensa come sarebbero felici,
i morti, se gli donassimo una sedia:
dopo anni di vita da sdraiati,
diamogli una sedia, e che si seggano
anche loro, comodi, sotto terra.

Che si prendano quante sedie vogliono,
e se ne stiano seduti a chiacchierare
di quello che si chiacchiera tra noi,
ed un giorno ci lascino una sedia,
ce la tengano occupata sotto terra
mettendoci sù un cappello od una giacca.

Date anche a Dio lassù una sedia:
in fondo, se la merita. E si segga
guardandoci da lassù sopra una sedia.

TRE PERSONE SOPRA TRE SEDIE

Tre persone stanno su tre sedie
e agitano tre bastoni verso corvi
tanto lontani da sembrare mosche.
Branchi di nubi immobili di pece
arrugginiscono i campi di granturco
e portano via il sole agli aranceti.

Tre persone stanno su tre sedie,
mute e pensose ascoltano la pioggia
che cade sui capelli e nei calzini,
ascoltano le parole delle nuvole
che parlano del cielo. Tre persone
dove il Nulla, quando accade, è come il canto
dell’allodola con la gola bianca
nel vento luminoso della sera,
un canto non cantato, l’erba fredda
rabbrividente con la prima neve.

Sono solo tre persone su tre sedie,
ma è come fossero un esercito in attesa,
e chiedono di te. Ma non rispondi
al tuo telefono che suona a vuoto.

CINQUE PERSONE SOPRA CINQUE SEDIE

Cinque persone scrivono una poesia,
nero cola l’inchiostro sopra i fogli.
Fuori, la pioggia batte sulle scale,
chiede d’entrare. E bussa pure il vento.
Cinque persone sopra cinque sedie
scrivono cinque poesie. E intanto i versi
mano a mano si staccano dai fogli,
vanno come provvide formiche
dove nessuno siede ad ascoltarli.
Non c’è felicità per chi le scrive,
ogni verso si muta in un sospiro
piccolo di formica, una luce che si spegne.

Cinque persone hanno gli occhi tristi,
mentre la pioggia attende sulle scale
e bussa l’uscio. Non c’è più l’inchiostro,
resta solo la pioggia. E noi, una cosa sola:
l’uscio, la pioggia , il vento, gli occhi tristi.

Cinque persone scendono le scale,
e la pioggia ha finito la sua acqua,
e piove senza pioggia. Resta il vento,
resta la stanza vuota. E cinque sedie.

SETTE PERSONE SOPRA SETTE SEDIE @

Sette persone sopra sette sedie
siedono come dovessero aspettare
sette medici in sette sale d’aspetto.
Forse aspettano come aspettano le ombre
che invocano le nuvole. Comunque,
sette. Sì, come il sette e non l’otto.

C’è in qualcosa in più dell’aspettare,
più che chi aspetta conta l’aspettato,
l’attesa dell’attesa, le parole
che aspettano i silenzi, gli aspettati
che aspettano l’aspettante inaspettato.
E si aspetti in piedi, o s’una sedia.

NOVE PERSONE SOPRA NOVE SEDIE

Nove persone sopra nove sedie,
e un trespolo con sopra un pappagallo.
Nove persone sopra nove trespoli
ed una sedia con sopra un pappagallo.
Persone e pappagalli come idee
messe là, a marcire senza parole,
parole senza pensieri. Come nuvole
nere, in attesa della pioggia,
portate via da uccelli invisibili.

Nove persone e nove sedie,
un pappagallo e un trespolo.
E poi, più niente.

DIECI PERSONE SOPRA DIECI SEDIE

Dieci persone sopra dieci sedie
confinano col sole. Una finestra,
sopra di loro, è come un orizzonte
d’azzurrità. Al di là c’è la Parola.
Il buio si stacca dalla luce,
resta la luce e illumina le sedie,
dieci le sedie e dieci le persone,
se ne sentono i respiri un po’ confusi,
come di chi orizzonta con il sole.

Cariatidi di carne, stanno in piedi,
ritti sulle dieci sedie,
attendono la pietà di chi ha da venire,
il grido che confina oltre il silenzio,
scrivono da lassù i nomi delle stelle.
Fermi nell’immobilità del tempo,
guardano da lassù il cielo
che si arrampica al di sopra dei cappelli.
L’eternità inizia dalla fine,
c’è la necessità di completarla.

Dieci persone scendono giù a terra,
s’intrufolano tra la gente che non vede
e lasciano le dieci sedie vuote,
libere ad altre dieci lì in attesa.

Altre dieci persone sulle sedie,
salgono a braccia alte verso il cielo,
a farsi da orizzonte con il sole.
Dieci persone sopra dieci sedie,
scrivono da lassù i nomi delle stelle,
ed altre dieci azzurrità in attesa.

L’uomo che morde un cane

I MORTI NON BUONI

Il 10 febbraio: giorno del Ricordo delle vittime delle foibe

De mortuis nihil nisi bene
Oh, se i morti potessero parlare
– dico dei morti che non fanno cronaca,
sì, di quelli senza aureola, i morti
piccoli, di serie B, i contestati, –
invidierebbero di certo i morti buoni,
quelli di cui si parla e che si onora,
com’è giusto che sia, perfino a scuola.
Bastano anche pochi morti buoni,
morti per la libertà – e a cui m’inchino, –
per essere commemorati a Malga Zonta.
La fortuna di essere i morti buoni.
Ma dite ai giovani: i morti sono morti
anche senza un punto e virgola di storia.
Dite che onorino i morti che non contano,
quelli gettati vivi nelle foibe.
Li aggiungano a matita, a piè di pagina
nei testi scolastici di storia
che li ignorano perché non son morti buoni.

L’ATTIMO DELL’ETERNITÀ

Quante volte mi è mancato un qualchecosa
per non essere più niente…
Un soffio, un bah
di un attimo, un infinitamente piccolo,
il micron di un millesimo di un tempo
ridotto a una bazzecola,
e mi resta
un po’ come una straniante sensazione
di perdita, un mancato ottenimento
del Nulla niente.
E non c’è verso
di chiedere un qualcosa di ripiego
del Niente,
– che so, una mancanza
totale, un assoluto vuoto
del minimo del minimo, uno zero
seguito da una virgola e da un numero
di zeri all’infinito, –
in cui sedermi
comodo a contemplare trattenendo
il fiato, e non per servilismo
becero, né come
un’insaziabile ambizione,
l’attimo in cui Dio mi rende eterno.

L’UOMO CHE MORDE UN CANE

Un cane che morde un uomo non fa cronaca,
la fa l’uomo quando morde un cane.
Leggo s’un quotidiano: “Un pensionato
ha fatto a pezzi un tizio con un’ascia.”
Bene: la stampa è sempre lì, in agguato,
a descriverne i particolari,
il mostro di via Trento in prima pagina,
per vendere più copie, con la foto
della vittima, del mostro, della zia,
della nuora, del genero e dell’ascia.
Mai ho letto una volta sui giornali,
neanche un trafiletto in basso a destra,
di uno che non ha mai fatto niente,
né gli frulla l’idea di far qualcosa,
– non uno stupro, né un abigeato,
né due passi al centro verso sera
per un caffè o giocare a rubamazzo. –
Non un rigo di cronaca che dica:
“È andato al bar di sera con la moglie
per un caffè corretto con la grappa,
con un tanto di foto in prima pagina.”
Ovverossia che non ha fatto niente.

CON L’IMPRIMATUR DI DIO

Io non so dove Dio inizi,
né dove Dio termini. Mi affascina
il pensiero che inizi col mio inizio
e termini quando io termino. Un dio
piccolo, tutto mio particolare,
con l’imprimatur del papa. Ed un mio
piccolo paradiso personale,
con l’imprimatur di Dio, e non del papa.

(O sono io Dio, senza saperlo.)

OGGI O IERI

Com’è vuota di parole oggi la sera,
non una voce, un suono, un giro d’echi
di un vento tra le foglie…Indaffarato,
attimo per attimo, il tempo
avanza, mi supera, mi prende
le misure, mi sberleffa,
mi dà una vaga voglia di gridare.
E invece taccio. Un piccolo barbaglio,
frammento di una luce che trapela
dall’uscio semiaperto, mi ricorda
nel buio una fiorita
cascata di mimose. L’orologio
del tempo ora si ferma.
E non sai se sia oggi oppure ieri.

TEMPO E NUVOLE

Non ci rivedremo forse mai,
o, se sì, noi non lo sapremo;
ma il tempo è come queste nuvole che vanno
via, e non lo sai
quante vadan via e quante torneranno,
perché tu sei chi sei e chi non sei,
non ti rammenti più da quanto
tempo vai,
e i nostri nomi e i nostri volti
son nuvole che vanno o che ritornano
dal di là al di qua,
un unico eterno andirivieni.
E tutto invece pare fermo,
dolce, anzi dolcissimo, e i tuoi passi
scricchiano sulla ghiaia
della strada,
e anche tu, labile memoria fatta scala
in salita,
anche tu vai via e scricchi.

UN PICCOLO GRIDO NERO

C’è una rondine, alta, che vola
sopra i comignoli delle case.
Pare un piccolo grido nero
paragrafato in una mia parola,
un cielo senza nuvole. La vedo
in una dimensione nuova,
unica, un grido
di rondine, stupore
attonito di un attimo
che muore. Malinconia e gioia
di una mia parola che vola.

OH, AMICO FIUME

Malinconia della tua liquida voce
nell’incupire dell’onda.
Tu sapevi di monte, di erba,
di canne. Oh, amico fiume…

Danzavano lievi le folaghearli
nel sole d’autunno. Cantavano
donne, le donne odorose
di mele. Cantavano
e ridevano. Correvo,
gridavo e correvo
cantando
nel giallo silenzio del sole.

UNA BANDIERA NEI SOGNI

Talvolta una bandiera
sventola nei sogni,
colori in tripudio mi portano
reminiscenze di angeli.

Tempo d’autunno: il pianto
è nelle mie vene
calde di sole ancora.
Un volto (chissà quale!) evanesce
da lontananza ignote.

Notti dolcissime: a voi, elfi dei sogni,
io chiedo requie e immagini
di paradisi ancora miei.

OCCHI DI DONNA INESISTENTE

Una tenda si muove ad una mano
che scosta appena il lembo, e a due occhi
che guardano giù in strada, dove io,
immobile, incantato, sto a guardarli,
sospeso a mezza via tra terra e cielo.
E sfuma, chimerica illusione,
quell’epifania che mi commuove,
quei begli occhi dolci che trascorrono
nel tempo e rimangono in eterno
a un aprirsi e rinchiudersi di tenda.
Il sole catturato da quegli occhi
è come un grido che si ammutisce
nel tempo taciturno. Mi rimane
una tenda, una finestra, un davanzale
e due occhi di donna inesistente.
Cerco un qualcosa in cui ancora credere,
un appiglio ove ancorare la memoria,
che mi riporti il sole di quegli occhi
mentre attendo incantato giù in istrada,
mentre è tutto nuvolo e già piove.

GLI ANGELI FANTASMI

Ricordo un focolare domestico
e il grembo di mia madre ove posai
il capo da fanciullo. Un paradiso
che non contiene altro più che il nulla,
un’irrealtà di cenere, di scorie,
una camera da pranzo disertata
e un corridoio con le luci spente,
dove più nessuno vi cammina,
solo mamma, e qualche angelo caduto.
Restan solo degli angeli fantasmi,
senza più ali, nell’oblio del tempo,
a costruirmi, al di là del limite,
un orizzonte nuovo, ma non vedo
né angeli né orizzonti, perché tutto
stagna confuso in un’entità di sogno.

La mosca nella tazza

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio,
anche se però poteva farlo meglio.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

LA MOSCA NELLA TAZZA

Come fosse una questione di sensi,
o di pelle, di vista, oppur di olfatto,
preferire il sentimento alla ragione,
l’anima che mette sottosopra
il traffico dei pensieri, e li imprigiona
come gatti selvaggi nel cervello.
Si tratta di non esser prigionieri
dell’ignoranza del saggio, qui ci occorre
una tecnica per estrarre in qualche modo
una mosca ch’è caduta nella tazza
del latte col caffè, identificarne
il nome entomologico, l’età,
e mettici anche il sesso. E guai a illudersi
di giungere a risolvere il problema:
cerchi il punto che ti sfugge, l’aggancio
col dito o col cucchiaio l’esperienza
dei nostri limiti di spazio e di tempo
per un non sai se certo compimento
di libero pescatore senza lenza
né esca. Un pensiero debole,
ma una connessione intellettuale
tra me e lei, il senso della morte
e della vita, un vizio, una iattura,
una solidarietà tra uomo e mosca.
Io, sperduto in questo mio non tempo,
lei nella pietà di un caffelatte,
piccola cosa anonima tra il vuoto
e il nulla del suo indiscutibile
diritto di vivere da mosca.

VOLA LA RONDINE SUL PRATO

Vola la rondine sul prato
nella maturità del giorno,
mezzo pomeriggio se n’è andato,
larga parte del cielo è azzurrofumo.
Un volo, il suo, ch’è un volo senza ritorno,
o, s’è un ritorno, non ha dove posarsi;
ciò che c’era non c’è più, non un indizio
che indichi la via che porta al nido.
Forse viaggiar così, senza trovare
un nido è un volare senza ritorno.
Vola la rondine al tramonto
di uno spicchio di cielo rosafumo.

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre…E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre, ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
e senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare.

Un po’ più in là

PIC NIC DOMENICALE

Cestini sulle tavole,
e donne grasse e uomini in camicia
e ventagli e profumi e un chiacchiericcio
confuso sotto ombrelli parasole
e la smania delusa dei ragazzi
che attendono la torta con la crema
in un placido meriggio a metà estate.

Due violini strimpellano nell’ombra,
Sogna, Maria, sogna,
perché oggi è domenica e domani
un’altra settimana ci divide.

Screzia il sole lo scialle delle nuvole,
per noi, poveri cristi un poco santi
e un poco peccatori, un sole rosso
d’estenuanti pomeriggi tutti uguali
di domenica, a graffiare
la sacralità del tempo che s’invola.

GLI INESISTENTI

Mi mormora delle parole che non mormorano,
poi serra le labbra e ammutolisce.
Chiude la busta e ci scrive l’indirizzo
con una penna che non è una penna,
anzi, non c’è né penna né indirizzo.
Si alza dalla sedia e va alla finestra,
anzi, non c’è una sedia da cui alzarsi,
come non c’è uno straccio di finestra,
né c’è la casa, no, non c’è una casa
che abbia una finestra dove andare
alzandosi da una sedia. In due parole:
ci sono solo io, ma non esisto,
ma un giorno esisterò. Chissà. Forse.
la sacralità del tempo che s’invola.

L’IMPOETICO CANTO

Ho amato delle cose mai esistite,
che mai probabilmente esisteranno.
Me le creavo come fosser vere,
estraendole dall’oblio del Nulla.
Cose dai mutili orizzonti
dell’inesistere, ombre smarrite
in cerca di riscatto, come spighe
nel tacito granaio del silenzio.

Cose, vi amo perché non esistete,
e mai esisterete. Per voi scrivo
questo impoetico appassionato canto.

DIO È MORTO

A un metro o poco più dal cielo,
allungo, per toccarlo, un braccio;
sento che c’è del duro, spingo forte,
niente da fare, perché ci sta un muro.
C’è una voce, di là, che fa’: Che vuoi?
Titubo un po’, e poi dico: Cerco Dio…
Dio? mi fa’ l’altro, non c’è più, è morto.
È un angelo, affacciato a una finestra
alta del cielo, a dirmelo, e la sua
è una voce che sa di un Paradiso
perso, disabitato. Un sordo suono
lontano di campane sparpagliava
al vento un rauco miserere
di colpi di battocchio. Dio è morto…

INSANIA

Alzo una mano e poi l’altra,
e tutti gli altri le alzan tutt’e due,
volto il capo all’indietro, e tutti gli altri
lo voltano all’unisono all’indietro,
m’alzo e poi mi siedo, e tutti gli altri
fan come me, si alzano e si siedono,
e sempre tutti insieme ci mettiamo
contemporaneamente a fare un passo
lento di danza, un valzer, e ritorniamo,
e sempre tutti insieme, al manicomio.

SE TI TOCCO CON UN DITO SULLE LABBRA

Ha ragione chi dice d’aver torto,
ed ha torto chi dice che ha ragione.
Non c’è nulla da dire né da fare
se uno che parte dice ch’è in arrivo:
la verità non è che sia sempre vera,
e la menzogna è a volte veritiera,
tutto dipende come la s’intende.

Se ti tocco con un dito sulle labbra,
prima controllo che ci sian le labbra,
poi vedo se ci ho il dito, ed appurato
che tu ci hai le labbra ed io il dito,
ti tocco e poi ti dico: Non parlare!

Càpita, sì, a volte, che tu intenda
che io ti dica: Parla! E allora taci.

DIETRO L’ANGOLO

Oggi, svoltato l’angolo, ho incontrato
Dio quasi per caso, ma era di spalle,
stava svoltando dietro un altro angolo
sfuggendomi alla vista. Affascinato,
presi l’aire e raggiunsi l’angolo
e lo svoltai, e lo rividi ancora,
sempre di spalle, un attimo, svoltare
anche stavolta dietro un altro angolo.

Quanti angoli mi toccherà svoltare
prima di raggiungerlo, e quanti
angoli Lui continuerà a svoltare,
sempre di spalle, e quante volte ancora
gli griderò: Dio fatti guardare!

NATALE ROVERETANO

Natale amico, giorno caro al cuore,
palpita nel vespro un mutevole
giro di vento, il guscio della luna,
alto sui tetti, pare una particola.
Porto con me, strizzata come un panno,
l’anima prima di recarmi in chiesa
– forse ha una macchia d’unto, – in ogni caso
ne sgocciolo lo sporco, e mi redimo.

Penso: Mio Dio, perdonami, non trovo
più le parole adatte alla preghiera.
Sento un respiro – o è l’aria della sera, –
passa qualcuno, ma non fa rumore,
mi lascia un segno, il lampo di un sorriso,
e se ne va, e saluta con la mano.

Come brontola il vento sul sagrato!
Un suo singhiozzo m’entra nella gola,
forse qualcuno piange, e sono solo,
non sono io che piango, perché prego
dentro di me. E mi sento strano…

UNA MANO AGGRAPPATA AL DAVANZALE

C’è una mano aggrappata al davanzale
di una finestra con le ante aperte.
Dal dentro della stanza s’odon grida
di chi tenta impedire al proprietario
della mano di lanciarsi giù nel vuoto.
Uno appoggia una lunga scala in legno
sul muro sottostante la finestra
con la mano aggrappata al davanzale.
L’urlo di una sirena in lontananza
dei vigili del fuoco. Troppo tardi.
Odo il tonfo della mano sul selciato.

UNA SEDIA PER DIO

Pensa come sarebbero felici,
i morti, se gli offrissimo una sedia:
dopo anni di una vita di sdraiati,
diamogli una sedia, e che si seggano
più comodi anche loro sotto terra.
Che si prendano quante sedie ne han bisogno,
e se ne stiano seduti a chiacchierare
di quello che si chiacchiera tra noi,
fino a quando non li chiamano sù in cielo,
com’è giusto che capiti, ed allora
ce la tengano occupata sotto terra
mettendoci sù il giornale od un cappello.

E date anche a Dio lassù una sedia:
in fondo, se la merita. E si segga
guardandoci finalmente un po’ più comodo.

UN PO’ PIÙ IN LÀ

Scosta la sedia un po’ più in là, e vedi,
sopra di te, il cielo, e, sotto, un grillo;
davanti, ci sta il monte, e, dietro, il muro
che delimita l’orto – poca cosa,
due melanzane e un cespo d’insalata.-
Tutto è di Dio, ed anche tu e la sedia,
tutta un’irrealtà che pare vera,
ed anche Dio, lassù, pare irreale,
veri e irreali il vento e la pioggia
e la gronda che gocciola tranquilla,
vera e irreale l’acqua che la bagna,
ed altrettanto il nonno sulla sedia
che chiacchiera più in là, e vero io,
che scosto un po’ più in qua la sedia,
ov’era prima, da dove non si vede
il sopra, il sotto, il davanti e il dietro,
dove la talpa dorme e il grillo tace,
e pure Dio, lassù, ci lascia in pace.

Lettera a mio padre

LETTERA A MIO PADRE

CARO BABBO,
ti scrivo, e so che tu mi stai leggendo; sono sicuro che voi anime potete vederci e sentirci come foste qui con noi, l’eternità non contempla né tempo né distanze, anzi, ne è lo zero assoluto. Ti scrivo, ed è difficile non commuovermi, non provare come un vago senso di spaesamento, come se mi mancasse l’orientamento giusto per tenermi in contatto spirituale con te, eppure ho la sensazione che sei qui accanto, sento che sorridi leggendo man mano queste mie righe, e forse anche tu ti stai commovendo come me, ammesso che voi anime possiate provare le stesse sensazioni di noi quaggiù, come la commozione, la trepidazione, la tristezza, la gioia, l’allegria, la frustrazione, ed altro ancora.
Sei qui accanto a me, e magari guardi con meraviglia e curiosità questo complesso aggeggio che si chiama computer, con tanto di video, tastiera e stampante, quando tu eri quaggiù ancora non c’era, è tanto che te ne sei andato, e nessuno più va con quella specie di Vespa antidiluviana di cui eri fiero, e con la quale siamo anche andati a sbattere contro il ponte di ferro, quello in fondo a via Manzoni, ricordi?, eravamo seduti sull’unico sellino, io dietro di te che mi tenevo stretto avvinghiato a te, per non cadere, con la gamba destra ingessata, e abbiamo sbattuto contro la spalletta del ponte, perché la mia gamba ingessata ti aveva impedito di andare col piede sul freno mentre curvavi per attraversare il ponte. Ricordi, babbo, il volo che hai fatto giù nel torrente Passirio, per fortuna nell’acqua, altrimenti ti saresti spaccato sulla roccia, ed io, a terra con la mia gamba di gesso, a vederti portato via dalla corrente, ammutolito dal terrore, e una donna lì vicino che mi gridava: Ma che fa lì?, si butti giù e lo salvi! Ricordi, babbo, come sei riuscito a cavartela, a portarti a riva con poche vigorose bracciate e a risalire il muro inclinato che faceva da argine, la testa insanguinata ma salvo? Ricordi che siamo rimontati sulla sella e siamo andati all’ospedale, la Vespa un po’ ammaccata, io per farmi togliere il gesso e tu per farti medicare? Che testa dura che avevi, babbo! Bisogna avere la testa dura quando si va in Vespa, altro che casco! E chi portava il casco in quegli anni? Altri tempi, sì, altri tempi…
Ma babbo, sto scrivendo un po’ a vanvera, così come mi assalgono man mano i ricordi pensando a te. E ho anche scritto due poesie, lo sai, su te e la tua Vespa. Eri come un Centauro, l’uomo-Vespa.Scusami, babbo, ma mi accorgo che adesso tu ti stai commovendo, sì, mi pare di sentirti anche piangere, in silenzio. Il pianto dei babbi…Ma ridiamoci sù, tanta acqua è passata, forse è passata anche tutta quella del Passirio, compresa quella in cui sei
caduto dentro. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, quell’acqua che ti ha portato via per una decina di metri c’ è ancora, non nel più nel Passirio ma nell’Adriatico, con l’acqua di tutti gli altri fiumi che vi vanno a morire. Ma se potessi coglierne in una brocca anche solo mezzo litro, quell’acqua che magari porta ancora qualche goccia di sangue della tua dura capoccia, me la metterei in un’ampolla, e me la conserverei con amore sul tavolino accanto al computer, e direi agli amici: Questa è l’acqua benedetta che porta le stigmate di mio padre.

Tuo figlio Italo

P.S. Ti invio questa mia per posta aerea, così ti giunge prima. Sperando che non ci sia un altro sciopero dei piloti. Ti prego di confermarmi il recapito come sempre fai per via onirica.

( DAI QUADERNI DEL GRUPPO POESIA 83, MAGGIO 2016 )

Le poesie di Capodanno

L’UOMO CON L’OMBRELLO

Piove. Sì, piove dappertutto,
la pioggia fa quel che può, e piove
sulla città, sulle vie, sugli orti,
piove sui colloqui dei piccioni
nel parco di via Dante, piove, piove,
tumultuosamente sulle case
(quelle che ci sono), sulle bici,
sui taxi, sui lillà e sulle ambulanze,
piove sulle gronde, sui comignoli,
compresi gli abbaini e le cimase,
piove dappertutto, o almeno pare,
però non sulle stelle, troppo alte,
e la pioggia discende ma non sale.
Va col passo lento un uomo.
Non piove su di lui, perché ha l’ombrello,
perciò su lui non piove. Lo contemplo
con simpatia. Mi pare di conoscerlo.
Ma sì, son io! Son l’uomo con l’ombrello.
Mi dà un’occhiata, e fa: Ma sì, son io!
Poi caccia una risata e scompare.
Ma solo lui. A terra c’è l’ombrello,
l’unico che resta Sì, l’ombrello,
chiuso, perché è ritornato il sole.

GIOSUÈ E IL SOLE

Il sole si è fermato lassù in cielo,
come per ammirare l’universo.
Povero sole, tutto fuoco e luce,
solo uno una volta ti ha fermato,
solo una volta. Chi ti ha fermato
è un certo Giosuè. Pietrificato,
fermo, in attesa di un suo grido,
il sole della Bibbia si è fermato.

Io no sono Giosuè, tento lo stesso,
forse mi riesce. Chissà che non riparta.
Va’, gli urlo, cammina!, e lui riprende
il lungo suo celeste itinerario,
ed io sotto di lui, esterrefatto,
fermo, quaggiù, a domandarmi
se mi prenda per quello della Bibbia.

DI LÀ SI RIDE MEGLIO

Forse non ci convincono a priori
le ipotesi
s’una resurrezione
del corpo, il solito battibecco
sull’eterno ritorno delle cose,
e ogni volta, puntuali,
i risolini
e le repliche di chi non ci crede
e ci taccia di pura fantasia,
o, al limite, d’ignavia.
Ma chi crede
a una nostra possibile avventura
di uomini transeunti, giunta l’ora,
intraprende il cammino all’incontrario
che lo porta di là,
perché ci crede.
E lascia che gli ridano alle spalle,
perché sembra che di là si rida meglio.

CE NE USCIAMO MALE

L’unica differenza macroscopica
tra me e la cicala,
è quella che lei dìssipa, e io pure,
il tempo che a lei e a me Dio ha dato,
ma io vorrei vivere cantando,
cosa che a lei, e non a me, riesce,
ed ambedue ce ne usciamo male
dal gioco della vita che ci eguaglia,
solo che io lo so e lei lo ignora.
Lei canta anche se muore. Poi, varcato
il limite del poi, noi si riprende
la nostra eternità, lei col cantare,
ed io col mio stonato elucubrare.

ROTTI GLI INDUGI

Da voci di bottega si sentiva
dire che non ci si capiva niente.
Una precisazione, un caso a parte
da evitare di dire, in quanto l’ora
era l’ora una volta convenuta
per dire di star zitti. Ed allora,
rotti gli indugi e sciolta l’assemblea,
e il popolo festante, tutti a casa
per far parte del miracolo del sonno.

LA VERITÀ NEL FONDO DELLA PENTOLA

L’idea di un qualcosa in embrione,
come un ritmo in discesa silente,
una fibrillazione appena vaga
di una luce che sì e no trapela
tutt’intorno a una sagoma sospesa
tra orto e tetti, un niente,
un punto appena appena a mezza altezza
oltre la verde linea che disegna
l’ acrobata profilo della siepe,
che evanescendo segue una parabola
lenta in discesa e via via si sfiamma
come un piccolo sole che si spegne
sopra i broccoli, dimmelo, è un miraggio?
Un qualchecosa tra realtà e sogno?
Ciò che non distingui, impercepito,
provoca in noi solo supposizioni
gratuite, inverosimili, riflessi
d’immagini storpiate in uno specchio,
di quelli concavi. E allora
l’unica vera verità è nel fondo
della pentola.
E sta a noi grattarla.

LA CHIAVE

Meglio una peccatrice che una santa
con tutti i suoi incubi e complessi,
con cui poter discutere e permettersi
di tanto in tanto
qualche barzelletta
e perdere e lasciar perdere
chi ci angustia e stomaca la coscienza.
La vita?
Ogni giorno si perde e si ritrova
la chiave, che poi, in fondo, non ci apre
nessuna porta,
o perché lunga o corta.
Di là, la stanza del silenzio,
dove chi entra non disturbi
il piccolo dio che vi sta dentro.

Così, ogni giorno noi ci si consuma,
un nostro pezzo d’anima, un qualcosa
di noi che se ne va.
E non si sa
se stare inerti, mani in tasca, oppure
gettare via la chiave e lasciar fare.

UN’ORA ANONIMA

Era un’ora qualsiasi, anonima,
di un qualunque martedì di agosto.
Sentivo il vento correre per via
( era il solito vento d’ogni giorno,
vecchio di anni ed anni, senza suono,
asmatico e acciaccato ), e nel passare
davanti alla bottega del lattaio,
la sua lieve irrequietezza si sfiniva
in un congedo d’aria piano e fioco.

Quieto era il vento, era quieto e roco,
come l’ultimo saluto di una mano
che ti carezza come a dirti addio.
Un addio qualunque in una sera
qualsiasi di un martedì di agosto.

Volsi la testa e risi dietro quella
ultima ventata. Un riposa in pace.
Un silenzio qualsiasi, una non-eco
di un gracidio a pelo di uno stagno.

L’eterno ritorno delle cose

Il DIAVOLO RIUSCITO

L’Uomo non è un Dio mancato
(vedi Sartre), ma un diavolo riuscito
anche assai meglio dell’originale.
Nel suo dar da farsi per essere Dio,
più che un Don Chisciotte è un Sancio Pancia,

È, in fondo, solo il Dio del suo destino.
Dio sta lassù, e ha altro per la testa….

ANCHE DIO HA SONNO

Vado alla finestra, e penso
se quando vado a letto per dormire
anche Dio ci vada perché ha sonno
se siamo in due, io e Lui, a sognare,
io qui, e Lui lassù, dove ci vanno,
con Lui, pur’anco gli angeli ed i santi,
e dormono magari pure loro
a bocca aperta e russano. E allora,
vinto dal sonno, ne vado a letto,
spengo la luce, chiudo gli occhi, e dormo.
Ed anche Dio lassù, vinto dal sonno,
spegne la luce, chiude gli occhi e dorme.

L’ETERNO RITORNO DELLE COSE

Dopo un certo numero di anni,
tutto ritorna
al Caos originario
per riformarsi nello stesso ordine,
e pari pari
con le stesse cose,
i medesimi episodi e accadimenti,
e le stesse medesime persone
che l’ebbero popolato anni ed anni,
e non solo una volta, all’infinito,
forse, chissà, in eterno.
E noi uomini
si ripercorre mille e mille volte
tutte le tappe della nostra vita,
con tutte le sue gioie e le sue pene,
d’affrontarsi ogni volta con coraggio,
cura, solerzia ed abnegazione.
È l’eterno
ritorno delle cose,
l’eterna ripetitività dei fatti,
l’eterno rivedere Gianni, Piero,
Giacomo, Maria, Anna, e tutti gli altri,
e ogni volta ripeterci le stesse
strette di mano, e dirci:
Ciao, è tanto
che non ti vedo, come va? E Mario,
dimmi, dov’è? E che ne è di Anna?
Nel cosmico
avvicendarsi delle cose,
noi si rivive con lo stesso corpo,
la stessa voce e stesso anche il nome,
la stessa vita e gli stessi amori,
normali e clandestini.
Un sempiterno
monotono ritorno delle cose,
ma non per me, perché sarò diverso,
io, ogni volta, Achille, Antonio, Gianni,
Girolamo, Hanspeter, Anna, Piero.

DOVE TUTTO È RIDOTTO A NIENTE

Forse una storia, una non-storia questa
mia pagina ancora bianca di memoria,
forse un buio di cose dove stare,
forse un rebus da sciogliere. Una fioca
voce mi parla, dice le parole
che non comprendo, cose mai udite,
perché entrino in gola e anch’io le dica.

Qui, dove tutto è ridotto a niente,
l’incanto è il rosa tenero del pesco
dietro il muro muscoso che nasconde
le cose che non parlano, il brusio
delle tante e tante vite tra gli anfratti
delle foglie, miriapodi e formiche
cui la pietà di Dio non dà una voce
ch’esca di bocca, – e neanche gliene importa -.
Hanno la non-storia di chi tace,
di chi vive e non sa della parola,
e, se lo sa, non gli va d’averla.

Il Dio decodificatore

BASTA CHE TU SIA DIO

Io ti vedo in ogni cosa creata,
ed anche in me, Dio dell’Universo,
in me, che sono una tua piccola parte,
umile e transitoria. Chiunque sia,
che Tu sia o no cristiano,
basta che Tu sia Dio, il Dio che amo.

IL SOLE È GIALLO E ALLAH È GRANDE
(L’Italia nel 2050)

Il sole è giallo e la strada è bianca,
la chiesa, in alto, ha una grande croce
e una campana che ogni tanto tace
e la piccola canonica sbilenca
ha mezza scorticata la facciata.
Vola il tempo e volano le rondini,
e le memorie rompono gli indugi:
malinconicamente fan ritorno
da una ormai lontana primavera.
Parlano di com’era chiaro il giorno
nel filo degli anni, ed il tuo cuore
faceva ancora rima con amore.

Ma il sole è giallo e la strada bianca
ora è diventata un’autostrada,
e la chiesa sta chiusa e il prete è morto,
non ci sono più preti per aprirla.

Però ci sta una moschea e una torre
chiamata minareto, ed un muezzin
che grida Allah è grande. Non un prete
che gridi che anche il nostro Dio è grande.

TUTTO VA BEN, MADAMA LA MARCHESA

Siamo nella stagione dell’estate,
ed è già giorno, il giorno del Signore,
– saranno sì e no le sette e mezza, –
e l’erba è tutta pregna di rugiada.
La rondine ha ultimato il primo volo
e s’è posata sopra la grondaia.
La lucertola è mezza accoccolata
sul muro a prenotarsi un po’ di sole.
Il bruco è in cima a un filo d’erba
E la chiocciola ha addentato la lattuga.
E il gatto ha già fatto le sue fusa.
Dio è misericordioso lassù in cielo,
e non si sa se lo sia qui in terra.
Ma tutto va ben, Madama la Marchesa.

LE IDI DI MARZO

Gemito di vento, e, dopo, sole.
Fumi a pennacchi sopra i tetti
confusi in un cielo troppo azzurro
per dire che poi piove.
Anche oggi
le ore a poco a poco se ne vanno,
una pena che non dico andargli dietro,
vanno ad un non so quale eremitaggio
a prendere possesso della sera.
Il nonno intanto è lì
che vanga l’orto,
ci ha appena messo del letame fresco,
pensa alle rape rosse e all’insalata.
È felice, e mi pare un ragazzino.
Dietro, nell’ombra, c’è la prima viola.

A VOLO D’AEROPLANO

Per quanto sembri prossima la meta,
resta però incolmabile un abisso
che c’è tra noi e Dio, come una fonte
inesauribile dell’insaziabile
sete di conoscerlo. E più pare
a due passi da noi, e più è lontano,
inaccessibile, a volo d’aeroplano.

IL DIO DECODIFICATORE

La ragione che regola l’Universo
forse è affine alla ragione dell’Uomo,
ma incommensurabilmente più grande.
Perché noi non si è frutto del caso,
dato che si è decodificati
da un altopensante Codice cosmico,
prodigio e meraviglia
di un Dio decodificatore. E noi si è come
le parole che escono dalla bocca
di un muto, le immagini non vedute
di un cieco. Ce lo dice l’illusione
decodificata della ragione.

E SE DIO FOSSE UNA PERSONA?

E se anche Dio fosse
più o meno come noi una persona
in carne, ossa e sangue, in un lontano
mondo materiale,
eterno ed immanente, ma invisibile
a noi, che lo si crede immateriale?
Dio, una materialità, come un impasto
fatto come noi, di carne, sangue e spirito,
di una intelligenza straordinaria
oltre qualsiasi nostra conoscenza,
Dio, un genio costruttore di materia
fattosi da sé, immenso, eterno.