La luna nella scarpa

GLI ADORATORI

Piero adora i broccoli e i radicchi
come gli Inca adorarono il sole
e gli antichi Maori
le formiche.
C’è una grande fantasia nell’adorare
le cose che non contano e ignorare
l’infinta Sapienza di chi conta.
L’homo sapiens,
l’istinto di adorare
tutto ciò che gli passa per la mente,
dal sole alle formiche.
Ma voi, gente,
accendete dei piccoli lumini
nel buio della vostra ignoranza
e guardatevi tranquilli invecchiare,
perché il Tempo non cambia idea,
vi attende
alla fine della strada.
Ed è un disastro.

L’INGUARDATO

Vedo Piero davanti a me fissare
immobile l’Inguardato
che ha di fronte
Io non lo guardo, forse fa paura
guardare ciò di cui non s’ha misura,
il Nulla che nessuno può guardare,
l’Inguardato
di cui non si sa nulla.
Piero non sa né saprà mai cosa
diamine ci sia di là del nostro sguardo,
l’inguardabile Inguardato:
nessun occhio
abbia in animo sfidarlo con lo sguardo.
Dicono che ci sia di là
un muro,
e, oltre, una luna algida e bianca
e una solitudine di anime in attesa
di ritornare
al di qua del muro,
dentro l’al di qua del nostro sguardo,
nel mondo dove stiamo noi Guardati,
dove anche Piero guarda ed è guardato.
Piero si alza
e chiude la finestra
e lascia fuori il muro e l’Inguardato,
l’orto coi broccoli ed il nonno,
l’occhio di Dio che guarda e non si guarda,
quello che noi non siamo
ma saremo.

Datemi un’altra vita

Vedo la luna che si accomiata,
anatre e galline intanto dormono.
Penso alla vita che non ho fatta,
e, anche se non granché, alla non fatta.

I camini fumano contro vento,
unica loro incombenza è fumare,
non si fanno sfuggire l’occasione,
oggi, per farlo. Il nonno è già nell’orto.
Guardo le nubi come sono sfatte
e lacere dopo il temporale.

Non chiedo molto, solo un po’ più di niente,
oggi mi basta un accappatoio
e un paio di pantofole. E non altro.
Datemi un’altra vita. Ed una biro.

L’occhio di Dio

Gli alberi si piegano nel vento
nel declinante giorno di settembre.
Le nuvole sono stanche di correre,
sbocciano come grandi fiori bianchi.
Muta è la campagna, gli alberi
offrono la loro ombra a chi la chiede,
non possono, oltre all’ombra, darci nulla.

L’occhio di Dio in un triangolo
vigila sul traffico del tempo,
povera carta straccia che va al macero.

Se credi di avventurarti nell’Eterno,
pensalo come uno slancio ascensionale
od un colpo di coda del Futuro.

E intanto, avventùrati pure a piedi,
una sera qualsiasi, a tua scelta.
Tanto, ce ne hai di tempo. Senza fretta.

La luna nella scarpa

Alta la luna vola sopra il prato,
sfiora il campanile.
Guardo fuori
gli alberi che s’incurvano nel buio,
forse s’inginocchiano al respiro
delle ultime folate. Sono un uomo
ch’è in grado di calzare
le sue scarpe,
mi vanno ancora bene anche se lise,
e me le infilo e scendo sulla strada.
E anche gli alberi si son messi le scarpe
e scendono pure loro
a camminare.
Sogni, sono sogni di bambino,
ma ora che son grande metto indietro
tutti gli orologi, ché ritardino,
basta il tempo
a fare il suo dovere,
mi dice che se cambio, resto uguale,
lui m’autorizza ancora di sognare.
Dico il mio nome al tempo,
e che lo gridi
che son io che metto indietro gli orologi.
La luna ora è entrata
in una scarpa
lasciata a piè del letto: forse spera
di mettersi anche lei un giorno a camminare.
Perché a nessuno
piace restar fermo.
E la scarpa con la luna è tutta bianca.

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Poesie per finta

POESIA

Entri a piccoli passi nel mio cuore
in quest’ora struggente di memorie
– una tristezza-gioia, un qualchecosa
che turba e dà allegria -, ed un mattino
come un’ostia di luce che germoglia
alla finestra un tormento tutto sole.
Non c’è nessuna cosa per me al mondo,
cara come te, che m’empi
di felicità e di gioia
l’ora del giorno quando si fa sera.
Mi piacciono gli alberi, le case,
le noci che cadono ancor verdi,
mi piacciono i gerani ai davanzali,
mi piacciono le tue mani, la tua voce,
i tuoi occhi da sogno, tutto insomma,
tutto di te mi piace. E io ti creo
e ti do vita ogni giorno nel pensiero.

TRA UN VASO DI MARMELLATA ED UNA ROSA

Era estate, ricordi?, e ti guardavo,
camminando con te, la mano in mano.
E anche adesso ti guardo, nella foto,
il tuo volto stampato sulla carta,
un simpatico volto carta kodak.

E ti carezzo appena con un dito,
ma è come porre un dito dentro un vaso
vuoto di marmellata, o voler cogliere
una rosa sbocciata sotto vetro.

Basta che ci sei, e anch’io in ispirito
entro, amore mio, nella tua foto,
col mio volto stampato in carta kodak
tra un vaso di marmellata e una rosa.

L’ANGELO MI HA DETTO: RESTA

Mettiti qui seduto, e ascolta:
altro non v’è da fare che ascoltare.
Ebbi vita dal grembo della terra,
crebbi e ancor cresco ascoltando il vento,
sono come un rogo senza fiamma
una stella spenta nella notte.
So di appartenere alla non-morte,
da quando l’Angelo mi ha detto: Resta.

Sgomento, ho abbassato la testa,
perché pareva scrivere il mio nome
sull’acqua, un’acqua che dà sete.
Ho in me la terra, il vento e ho in me l’acqua,
ho in me la vita e ho in me anche la morte.
Ecco, ora che ho detto, non v’è altro
che il tempo che non muore, eterno.
Io amo quel che ho, e ciò mi basta.

HA FATTO TANTA STRADA

Il Tempo entra a passettini,
come si vergognasse, nel giardino
dove, seduto, medito. Lieve
come un’ombra si mette giù seduto
a me di fronte. Gli esce uno sbadiglio,
non so se per stanchezza o per noia.
Ho fatto tanta strada, si confessa,
e poi, dove andare? È mezzo autunno,
e la gazza ormai non fa più il nido,
né l’ape va per nettare. Ora dorme
la cicala in mezzo alle foglie secche…

Brontola qualcosa, e non gli bado,
intento alle mie cose. Non ho voglia
di dirgli che sì, in fondo, è un po’ invecchiato,
e ha fatto tanta strada…Non desidero
sentirmelo col fiato alle mie spalle,
vada pure avanti, io non lo seguo.

Non c’è nessuno che mi corra dietro,
e oggi ho da fare. E mentre tiro il fiato,
che riprenda la sua solfa giornaliera,
macini i suoi chilometri. Lui, certo,
non può prendersela comoda, vada,
e non rompa le scatole… Lo sappia:
non ho tempo da perdere, non posso
andarmene con lui, e mi lasci in pace.

Il Cristo del monte Pipel

L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua bolle nella pentola, ed io
penso che sia ormai l’ora di buttarci
dentro qualcosa. Vedi tu che cosa.
Dice: Butta giù gli spaghetti,
piacciono a tuo padre… E’ la tua voce,
o non piuttosto quella di mia madre,
o di una che non so, ma non importa,
c’è il fuoco e la pentola e dentro
la pentola c’è l’acqua in ebollizione.
Dio, che leggerezza la tua voce,
o quella di mia madre che mi parla
di angeli… Un sussurro. Lei è sempre
quella di un tempo, identica a sé stessa.
La vedo che discende ora le scale
nella sua eterea identità di madre
col passo che s’incespica, e sorride
come per dirmi: E’ sempre quel gradino,
vedi di ripararlo, prima o dopo
cadi e ti fai male. È sempre quello,
sì, lo scalino, e siamo – s’è per questo,-
identici a una volta, lo scalino,
io e tu e mia madre ed anche Dio,
sì, anche Lui, lassù, è sempre uguale.
Mamma si volta, un attimo, e sorride
e fa di sì col capo. E poi scompare.
– Ma Dio non s’inciampa a quel gradino.-

IL CRISTO DEL MONTE PIPEL

Sta con le braccia alzate in pieno sole,
come in attesa d’esser crocifisso,
ma non ci stanno croci, ed è lì solo,
sul Monte Pipel, e non ci stan pie donne,
solo una che stende il suo bucato
nell’aia di una casa contadina,
e una talpa mezza cieca e una lucertola
lì acciambellata che si gode il sole,
e a due passi da lì una cicala
che fa quel che sa fare, ozia e cricchia.

Eccolo, nel vento che smanaccia,
vento del nord, con gli occhi al cielo,
assorto, la barba ed i capelli biondo oro,
a torso nudo, è bello come un Cristo,
ha il compito di farsi crocifiggere
per poterci redimere. Sì, eccolo,
è lì immobile, in trance, come rapito,
sul Monte Pipel, tra cicale e grilli
e lucertole accoccolate al sole,
per essere inchiodato s’una croce
per redimerci e non farci più peccare,
a senza una pia donna che sia una,
tranne quella che distende il suo bucato,
che pia non è, peccare non le spiace.

La ginestra fiorita e l’eucalipto,
lassù, nel verde vergine del monte,
sanno di sole, cielo, e di preghiera,
fresco di panni e di lenzuola al sole
che odorano di vento e di liscivia.

Ed ogni giorno, quando vien la sera,
scende dal Monte Pipel per la cena,
un po’ di pane e vino, per tornarci
il giorno dopo allo spuntar dell’alba
per redimerci e non farci più peccare

Poesie per scherzo

UNA RIUSCITA OPERAZIONE DI MARKETING

Stamattina, svegliandomi, ho scoperto
che mio padre non è morto, ma vivo:
i giornali che avevan dato la notizia
della sua morte, avevano orchestrato
una ben riuscita operazione
di marketing coi finti funerali,
come quelli di anni fa di Umberto Eco,
in buon ritiro a Monte Cerignone.

Oggi, così, come sempre, andrò,
a trovare mio padre sù a Merano,
e lo vedrò comodo in poltrona,
quella sua gialla, a legger sul giornale
la notizia d’esser morto e ridacchiare.

E allora penserà: Oggi, quando,
verrà mio figlio, gli darò il giornale
con la cronaca fasulla, e gli dirò:
La morte non esiste. Dì ai giornali
che io e il Padre eterno si è da anni
in ottimi rapporti. Detto questo,
s’addormenterà e riprenderà a morire.

UN SENTORE D’ETERNO

Cammina avanti e indietro nel pensiero
nel favoloso mondo del Pensato,
in cui si ferma a volte ad ascoltare
le parole che mai nessuno dice.
Ed indugia ad un vento d’echi
nel silenzio del buio della mente
orfana di parole, consapevole
d’un sentore d’eterno vago e lieve
come di notte quando vien la neve.

CERTO CHE UN DIO CI HA DA ESSERE

Certo che un Dio per forza
ci ha da essere,
anche se non qui, – e chi lo sa ?- ma altrove,
uno che sia capace d’inventare
tutto quello ch’esiste ed è esistito
e un giorno esisterà, uno che, insomma,
tanto per dire, un giorno s’è inventato
di punto in bianco di creare il cosmo
– dicesi il firmamento, – e tutto quello
che, visibile o no, ci può star dentro,
stelle, galassie, nebulose, lune,
nuvole, vento, pioggia, ed anche il sole,
e, come no?, il grillo e il pachiderma,
l’asino, il bue, il topo e il coccodrillo.
Uno insomma che fa quello che vuole.
E l’Uomo. Sì, anche l’Uomo. E ciò che conta,
anche Italo Bonassi. E lo ringrazio
(certo, però, poteva farlo meglio).

FRIZZA UNA BREZZA

Frizza una brezza e i lillà nell’orto
sbandierano – li vedi dal balcone –
e t’illudi che il tempo sia più umano,
un gentiluomo, e attendi che la sera
rida come la luna – una luna vecchia –
lassù, in cima ai comignoli e alle antenne.
Una luna – o una vecchia – a un davanzale
al primo cri cri di un grillo – un cri cri roco,
perché anche ai grilli viene il raffreddore
o la raucedine, e cricchiano col naso -,
una luna – o una vecchia – mi sorride,
la bocca sgangherata, con un dente.
Forse, chi sa, è il dente del giudizio.
Sorridiamoci anche noi coi nostri denti.

La banalità del sublime

FORSE LASSÙ SI STA MEGLIO

Poco dopo essersene andato,
giunto alla prima svolta della strada,
si ferma e guarda verso me, rimasto
solo sull’uscio, e mi fa un gesto,
come per dirmi:
Ciao, ci rivediamo.
Qui, dove sto, mi pare di star bene,
ed anche lui, mio padre, n’è sicuro,
se qualche volta torna, ma, in effetti,
di là, là dove va,
ci sta sua moglie
– mia madre, – ed anche Gian e, da non molto,
Viviana, ch’è arrivata dall’America:
son anni ed anni che non si vedevano,
babbo, mamma e lei. E lui, mio padre,
scende ogni tanto qui da me a trovami
e mi porta notizie di mia madre
e degli altri che stan là.
Se qui sto bene,
forse lassù, di là, si sta ancor meglio;
oh dio!, senza tivù né quotidiani,
né libri, né caffè, né il Marzemino,
e neppure, così, per ingannare
il tempo, che lassù dicono sia eterno,
gli amati cruciverba,
per non dire
la pipa, sì, la pipa, perché a mamma,
e forse anche agli angeli, il fumo
mi pare dia fastidio, a mala pena
sopportano la pipa.
Oh babbo,
sai bene quant’io sia alquanto pigro
a muovermi, ci stan troppi chilometri
tra qui e voi, e inoltre, se non guido,
mi viene il mal di macchina.
Perdonami,
babbo, perciò, e dillo pure agli altri
che, fin che posso, resto.
Caso mai
ti mando una e-mail quand’ho deciso.

LA BANALITÀ DEL SUBLIME

Vorrei rendere eterno
ciò ch’è effimero, caduco,
vorrei lo spazio circoscritto,
ambito, limitato
da linee infinite,
vorrei la sublimazione
dell’Errore,
il rantolo dell’Assoluto.
Vorrei il cerchio di Giotto,
dove si cela il Compiuto,
il limite del banale del Sublime.

NEVICATA

È arrivata così, senza clamore,
in un silenzio inaspettato, la neve,
come la nostalgia di un sogno
– forse neppure i sogni
sono più lievi e più leggeri -,
come il fremito fugace dell’aurora,
un battito di ciglia.
S’è posata
nell’ora del respiro mattutino
sui fili d’erba fragili e gelati
nella piacevole attesa della luce.
Stamattina,
con l’ultima nevicata, così lieve,
così candida, furtiva, passeggera,
il gelsomino giallo
ha aperto i fiori
– forse credeva che ci fosse il sole -.
Mi sento anch’io un fiore, ho la sua luce,
l’anima di un gelsomino color oro,
e mi scrollo di dosso la paura
di aver coraggio,
ed esco
con la prima campana del mattino.
Fuori, nella neve, ardito annaspa
zampettando il primo pettirosso.
Ora sì che quasi quasi son felice.

BRINDISI

Brindo a tutto quello che la vita
non mi vuol dare, ai mai colti incanti,
alla gioia di chi coglie nel sublime
ciò che non ha, al passato prossimo,
al gerundio del tramonto delle cose,
alla mia anima che ha il sapore
delle aringhe sott’olio andate a male.

IL DIO DEI PESCI

Quando suonano le campane della sera,
esci di casa e va fino giù, al lago,
a Torbole del Garda. E là vedrai
che anche i pesci si recano a pregare
il loro Dio, il Dio dei pesci. Pregano
in una piccola cala fuor di mano
tra Torbole e Tempesta il Dio dei pesci
che li tenga a una debita distanza
dal pericolo famelico degli ami
che gli squarciano la gola e le budella.

Ma non sono che dei poveri pesci,
che non contano né possono sperare
d’aver lo stesso Dio che hanno gli uomini,
il loro è un piccolo dio da niente,
e ci ha la d minuscola, mentre
il Dio di chi gli strappa le budella
è un Dio che la D ce l’ha maiuscola,
grandiosa. E’ inutile pregare,
meglio stare alla larga ed invitare
il loro piccolo dio senza pretese
che non gli salti in testa di abboccare.

LA PERFEZIONE DELL’IMPERFEZIONE

Vorrei poter rendere immortale
ciò ch’è caduco
e caduco tutto quello ch’è immortale.
Vorrei per me lo spazio circoscritto,
ambito, limitato, di un futuro
prossimo – o almeno un congiuntivo -,
vorrei che fosse mia la perfezione
dell’imperfezione dell’Errore,
il rantolo del mio assoluto.
Vorrei il cerchio di Giotto,
in cui si cela il Sublime
per rendere compiuto il mio Incompiuto.

Vedi, amico mio

VEDI, AMICO MIO

Vedi, amico mio,
ci basta un attimo
di sosta meditata, il tempo corre
troppo rapidamente, e non fai in tempo
a dire: bah, che intanto se n’è andato
là dove ci ha da andare, e non arrivi
a esprime un pensiero, ch’è già tardi,
ch’è già l’ora
di smetter di pensare.
Giorno per giorno tutto va, ci lascia,
imperturbabile nel suo rocambolesco
fluire verso non si sa che approdo,
laggiù, lontano,
in alto mare, al largo.
Ci sarà pur dato diventare eterni,
un giorno, ma chissà dove e quando,
trasfigurati in anime divine
o, chi lo sa?, in idee pensate,
spezzoni di memorie tramandate
ai nostri figli. Vano ali di farfalla
iridescenti,
Vedi, amico mio,
Nella profondità di questa sera,
che ci trova qui uniti a conversare
piacevolmente tra noi, ci basti
una sillaba, un gesto una risata,
a dare un senso al giorno che va via
senza di noi.
E che si dica:
di ogni cosa vista e non vista,
oggi, ci resta in mente lo stupore
dell’ateo che si desta
e vede Dio
nell’immenso silenzio delle stelle,
e che sia dato anche a noi gridare,
le braccia in sù, con tutto il nostro fiato,
come Saul sulla via
che va a Damasco.

IL PENTAGRAMMA DELLA STONATURA

Scrive le poesie
che cantano i grilli
sul pentagramma della stonatura,
dato che i grilli stonano cantando,
raschi più che canto. I suoi versi
han la sensibilità di chi non canta
ma stona.
Imita il grillo, e stona.
Siede s’un muricciolo in pieno sole
accanto a un grillo, e cantano stonando
l’uno più dell’altro,
è un duo perfetto,
un passatempo a consolazione
della loro inimitabile tristezza,
un canto da far risuscitare i morti.
Ogni dò di petto,
una lacrima
scivola furtiva dalle antenne
del grillo, e cola dalle gote
del suo partner che gli si siede accanto,
gocce che sono pianto di rugiada
di una gaia mattinata tutta sole.
E’ un concerto sinfonico che incanta
chi non l’ascolta. Dio, lassù,
lo approva,
ne chiede il bis. E’ commosso, e piange.
Altre gocce di un pianto di rugiada.
Canta anche con me, canta, grillo,
anch’io faccio piangere Dio.
Anch’io stono.

UN PO’ PIÙ IN LÀ

Scosta la sedia un po’in più in là, e vedi
sopra di te il cielo e, sotto, il mare,
davanti, ci sta il monte e, dietro, il muro
che delimita l’orto – oh, poca cosa,
due melanzane e un poco d’insalata. –
Tutto è di Dio, ed anche tu e la sedia,
tutto è irreale eppure pare vero,
e pure Dio lassù pare irreale,
veri e irreali il vento e anche la pioggia,
e la gronda che gocciola tranquilla,
vera e irreale l‘acqua che ne sgoccia,

ed altrettanto il nonno sulla sedia
che chiacchiera più in là, e vero io
che scosto un po’ più in qua la sedia,
dov’era là, da dove non si vede
il cielo il mare, il muro e l’insalata,
dove la cicala dorme e il grillo tace,
e pure Dio lassù ci lascia in pace.

UNA PREGHIERA PICCOLISSIMA

E’ un miracolo che sia tornato il sole
dopo giorni di pioggia.
Tengo d’occhio,
fuor dell’uscio, le rondini volare
e il tiglio tutto intento a profumare,
cosa per lui consueta.
Ecco, penso,
esco a comperarmi il quotidiano,
è domenica, e stan suonando le campane,
un suono che mi dà una dolcezza al cuore
difficile da descrivere, un invito,
non so perché, a pregare.
E non importa
se non ricordo più quale preghiera,
se non poche parole. Me le invento
e prego a modo mio.
E prego Dio
che contino lo stesso, anche se mie,
non quelle di mia madre, e non si offenda,
ma faccio quel che posso.
E’ una preghiera
piccola, piccolissima. E forse, spero,
gli arrivano lo stesso. Un’altra volta
è meglio gliele mandi con un tanto
di blog con ricevuta di ritorno.

La camera delle scarpe

L’UOMO E IL RAGNO

Pensavo che la stanza fosse vuota,
così ho spinto la porta e sono entrato.
Dentro, c’era un tavolo e una sedia
senza schienale, e sulla sedia un uomo,
e sul tavolo un bicchiere e nel bicchiere
un po’ di vino. L’uomo mi guardava
come chi guarda un bruco od una mosca.
E una mosca ronzava, e il suo ronzare
era una sfida a un ragno lì in attesa.

L’uomo poi s’alzò, ed era il ragno,
orribile, ed incominciò a guardarmi
fisso e piano piano s’avanzava
come solo un ragno sa avanzare
verso una mosca, ed io, inorridito,
urlai, e feci un balzo e fui sull’uscio,
lo spinsi ed uscì e così fui salvo
dalla sue grinfie. Lui il ragno, ed io la mosca,
salvo. Libero e felice di ronzare.

ENTRA, TI ASPETTAVO

L’aveva accompagnato, fino al portone
del paradiso, – lunga la salita,
dura e faticosa, non l’aveva,
a quanto si ricorda, mai salita -,
e suo padre era assai affaticato,
molto più di lui. Ripreso il fiato,
suo padre bussò all’uscio, che si aprì
e apparve un Angelo, bianco, con le ali
che parevano ali di farfalla
grandi e iridescenti, e, presolo per mano,
disse al padre: Entra, ti aspettavo.
L’uscio si chiuse, e il figlio restò fuori,
E a poco a poco se ne rientrò a casa.
Il cielo era tutto bianco, e nevicata.

La prossima volta lo accompagnerà suo figlio.

LA CAMERA DELLE SCARPE

Nella camera delle scarpe gli orologi
sono impazziti, si son messi a urlare
invece che a suonare: E’ mezzanotte!
Nonno scende dal letto, è buio fondo,
e cerca di calmarli e di convincerli
di stare buoni e zitti e non urlare,
perché sveglia i vicini che s’infuriano
ed urlano anche loro.Il cuore in gola,
apre la finestra e fa entrar la luna,
e, appena mette piede a piè del letto,
tutto ritorna tutto calmo e zitto,
e anche gli orologi tacciono. La luna,
oh sì, la luna, ora però non vuole
saperne di dover tornare in cielo,
è notte, e tutto è buio, ed ha paura,
anche se ha per compagnia le stelle,
e preferisce starsene a dormire
a letto con il nonno. E l’accontenta,
e lei vi si accomoda, il bacio al nonno
della buonanotte, e in men che non si
dica, beata, s’addormenta.
Restano lassù le stelle, tutte sole,
orfane, nel buio. Oh, sì, le stelle,
loro del buio non ne han paura,
e, luna o no,lo sanno cosa fare.

TRATTENENDO IL FIATO

Se non avessimo un’anima, ma fossimo
delle cose nell’abbaglio del sole,
niente di più che ciottoli di un fiume,
non si saprebbe nulla né di Dio
né della vita,estranei ad ambedue.
E non si avrebbe un grumo di memoria,
né di felicità o di pena,
non parole da dire o d’ascoltare,
ma zitti, inerti, al sole, ad aspettare
come chi vive trattenendo il fiato.

L’ETERNITÀ È UN LUSSO

Forse che l’ironia non è il tuo forte,
ma non importa.Io mi ostino a vivere,
anche se a malapena, come posso,
ma intanto vivo, e d’altro non mi fido,
no, non mi fido di chi è certo e giura
che dopo di noi l’eternità. Oh, certo,
diglielo tu a chi è morto: Sei eterno…
Ma se ci fosse un aldilà, chi mai,
fra chi ci è andato, ha fatto mai ritorno?
Forse, chissà, qualcuno che ci è andato,
forse è tornato, e lo sa, ma tace.
Ma se l’eternità è dimenticare,
una volta tornati, di esser morti,
e poi risuscitati, perché eterni,
che senso ha la morte? Non vi pare
più semplice e sbrigativo non morire?
L’eternità, un prezzo troppo alto
per addivenire a un compromesso
(e poi, con chi? con chi non conosciamo,
e, forse, chissà, non conosceremo?),
e anche se a volte non si sa che farsene,
come uno che ha una macchina di lusso,
ma è come non l’avesse (troppo cara,
oh, sì, la manutenzione), beh, allora
diglielo tu, a chi è di là, già morto,
che l’aldilà non c’è, e chi è morto è morto.

L’ABISSO DI DIO

Sì, è logico,
così doveva andare,
angeli caduti giù dal cielo
a farmi compagnia.
Dio me ne scampi
dal pensiero ch’è tutto un solo scherzo,
che voi non esistete.
Accomiatarmi
dunque da voi si può, ma con cautela,
e spingere, di là, la porta per entrare
e trovarvi soltanto
un po’ di diavoli,
e un tintinnio di catene ai piedi,
che stiano lì buoni. E poi gridargli
con ira: Consegnatemi l’abisso
di Dio,
e lo imbottirò di sonno.
Nessuno lo saprebbe, ne son certo,
forse nemmeno Dio: Almeno spero
che sia distratto
e non ci faccia caso.
Tanto, chissà, con quello che ha da fare,
neppure sa chi sono.
È quanto spero.

Lulù del tabaren

IL FURTO DELLA MARMELLATA

Proprio ora, dopo anni, torno
ai miei castelli d’aria, giocoliere
di una vita di non so quale costrutto,
volto le spalle a ciò ch’è stato,
ed entro nel presente.Un pugno in faccia,
il vostro risolino d’irrisione
perché erigo i miei castelli in aria
con l’ingenuo candore di un fanciullo.
Manometto tutto ciò che ho fatto,
per adeguarlo a ciò che devo fare,
come quando, fanciullo, nascondevo
la mano ch’era
complice di un furto
di marmellata – ché non veda mamma, –
e mi chiudevo, l’uscio ad doppio giro
di chiave, nel mio stretto bugigattolo
privato. E dopo anni ed anni, ancora,
fra tanti e tanti miei castelli in aria,
conservo il furto della marmellata,
e cerco, quando posso, di rubarla,
attento che mia moglie
non mi veda,
e chiudermi per mangiarla, chiuso a chiave,
ma il barattolo è vuoto, l’ha mangiato
ora mio figlio, che si è chiuso a chiave,
perché non veda babbo. M’ha rubato,
a mia insaputa, il mio castello in aria,
il che non veda mamma.
A quanto pare,
nell’eterno ritorno delle cose
c’è l’eterno furto della marmellata,
del ché non veda mamma, della chiave,
ch’è chiusa a doppio giro. Un’eccezione
è il vaso che mi resta sempre vuoto,
che nessuno più m’empie,
neanche mamma.

SABATO IN CITTÀ

Nel parlare con chi ci si accompagna
– un amico, – passo a passo, di sera,
si lotta con parole disusate,
non facili (è un pozzo di sapere,
e mi parla di temi che gli paiono
semplici – figùrati! -, e s’addentra
via via elucubrando tra arzigogoli
astrusi e fatico a stargli dietro).
E intanto il buio della tarda sera
ha gli occhi tondi e bianchi dei fanali
lungo la via che porta alla stazione
(Abito in periferia ), e, bene o male,
chiacchiera che ti chiacchiera si giunge,
quasi senza accorgersene, in centro.
Si entra in un bar a bere – è ancora estate,
e, anche s’è sera, è caldo, – e ci si siede
a un tavolo a due passi dall’entrata:
ci rinfresca quel poco giro d’aria
che alita tra l’uscio e la vetrata.
Domani, dice,
è sabato, e si cerca
di viverlo come fosse oggi o ieri,
giorni di pena e di passione, un mondo
– un universo – sempre uguale,
per consumare la follia del tempo
– la morte – come fosse cosa nostra
e non di Dio. È lui che l’ha inventata,
ed ora ce ne liberi. Sorride.
(Ma una vita non basta a fare un uomo,
figùrati un Dio! )
Poi, d’improvviso,
Vedi, mi fa, siamo qui per niente,
a raccogliere gli attimi dei giorni
che passano, -inutilmente, –
vengono, li godi, e se ne vanno.
( Anche l’oggi è passato, – ed è domenica,
è mezzanotte. – Un battito leggero
di un orologio. Ma non fa rumore,
pare il respiro di un Dio che muore
nel chiuso di una bara.
Ed io lo ascolto
come ci si ascolta farsi eterni. )

LULÙ DEL TABARIN

Mi ricordo di quella casa rosa
come se fosse ieri, ed io bambino
con la voglia di crescere ed amare
la vita, un male necessario
ma, in fondo, sopportabile ed innocuo,
e mia madre, dolcissima e severa,
mia madre, che piegava le lenzuola
e intanto canticchiava
Lulù del Tabarin.
E con che seria
regalità mia nonna sfrigolava
le uova al tegamino (un po’ di burro
e un pizzico di sale, una frittata
povera ma gustosa). Erano anni
magri, la povertà in agguato,
e mio padre soffiava sulle braci
per riattizzare un fuoco d’erba secca,
di sterpi e segature. E c’era freddo,
sù al Nord, a due passi dal confine
del Brennero (un paese immacolato
da favola, ricordo,
Colle Isarco,
Gòssensass).E neve, tanta neve,
talvolta fino a marzo, e godevamo
la vita come un furto, un qualchecosa
d’averne poi vergogna, di sottratto
a chi non so, bastante a sopravvivere,
in attesa che venissero a riprendersi
il maltolto. Ma oggi li rimpiango
gli anni rubati al tempo, sì, li voglio
perché mi appartenevano, un malloppo
povero, non un granché, però difeso
coi denti e con le unghie. Uno stoppino
per farci un po’ di fuoco e non morire
di freddo e di miseria, e un tossicchiare
nel fumo di un malmesso focolare,
due uova al tegamino (un po’ di burro
e un pizzico di sale, quando c’era),
e mosche, sempre tante, da scacciare
dal naso, e un odore di cipolla
e di cavoli, e mia madre,
Lulù del Tabarin,
con tutto il resto,
la neve, sempre tanta, da spalare
e un battere di denti per il freddo.
Ora, per me, c’è ancora quella casa
di sogni e di speranze, e ci sta un’ombra
davanti all’uscio, un’ombra dai capelli
grigi, piccola e graziosa,
filo esile di vita rifiorente,
mia madre, che risponde al mio saluto
e agita un fazzoletto, come a dirmi:
Figlio, ci sei? E forse canta
lassù, piegando le lenzuola
Lulù del Tabarin,
con tutto il resto.

Le poesie del sabato sera

IL PECCATO ORIGINALE DELLE COSE

Un dado, un temperino, un tritacarne,
uno spillo da balia, un cavatappi,
tante piccole cose indispensabili
e utili alla bisogna…Sì, ogni cosa
ha chiusa dentro sé una redenzione
d’anima peccatrice, che cancella
il suo piccolo peccato originale.
Perché ogni cosa ha un suo Adamo ed Eva.

IL GRILLO, LA CICALA E LA FORMICA

Non mi sono neanche accorto
di un grillo
che scricchiola, nel mentre una cicala
balbetta sprofondando in mezzo all’erba.
Mi stendo ventre a terra
e spio
una formica incerta sul da farsi
attorno ad un minuzzolo di pane.
Nell’agonia di luci e di colori
del prato,
mi sento fuori posto,
non scricchio, non balbetto e non m’affanno
attorno ad un minuzzolo di pane,
sono praticamente
un forestiero
smarrito tra riverberi di sole
e gocce di rugiada, e non importo
al grillo, alla cicala e alla formica,
che pare che mi sgobbino. E pensare
ch’ero sicuro d’ esser chissà cosa,
e invece sono qui, e non son niente,
nessuno mi conosce
né mi bada,
neppure una formica o una cicala.

MEZZOGIORNO

Mezzogiorno. Un refolo improvviso
ed imprevisto, uno sbuffo prepotente,
un ghirigoro d’aria che violenta
gli alberi in attesa di far fiore.
Un passero spaurito si rifugia
dentro un vano finestra che lo accoglie.
Guardo giù in strada. Il mio sguardo coglie
l’iride del sole sopra il colle
verde di Pasqua. Tutto intorno indugia,
anche Dio, dignitoso, nell’attesa.

LO SBADIGLIO DI DIO

Guardo dalla finestra sulla strada
il tempo tutto intento a camminare:
tranquillamente, senza infamia o gloria,
va di via in via, a far la Storia,
ed è vano sapere cosa provi
Dio che lo regola, se pietà o noia.

Io, quaggiù, son stufo d’esser uomo,
e Lui lassù, è stufo d’esser Dio:
siamo un’unica bocca spalancata
a uno sbadiglio: e in ciò io gli assomiglio.

FORSE PASSAVANO DEGLI ANGELI

Il vento ha ripreso a cantare
le sue parole oscure, questa notte,
strappa le cose morte per portarle
altrove, ed agita le foglie
che il giorno ha inaridito per l’arsura,
scivola sui tetti addormentati,
s’annida nei cunicoli ed anfratti
del buio, e forse piange.
Questa volta ha cantato
fino all’alba,
poi, stanco, ha consegnato alla sua quiete
le voci che popolano la notte
e tutto è ritornato calmo e zitto.
Sono uscito in balcone e ho contemplato
il cielo,
impastato con la terra,
tutta un’unica amalgama con gli alberi,
gli orti, le case, i monti, la campagna,
tutto pareva terra e tutto cielo,
un solo unico respiro d’echi.
Nel nero della notte senza tempo
un fresco umidore di rugiada.
Forse passavano
degli angeli,
c’era una luna d’ambra e disegnava
i profili dei comignoli in un chiaro
torpido alone, orrore e meraviglia
del silenzio dell’ora, ed ogni cosa,
sangue e carne di Dio, fiore d’attesa,
era eterna,
e anche il mio cuore in piena

La tartaruga e Achille piè veloce

LA TARTARUGA E ACHILLE PIÈ VELOCE

Lenta per via va la tartaruga
nell’oro del mattino, con l’affanno
di chi si porta addosso un carapace,
utile ma pesante. Non le importa
correre, né vuole fare presto,
anzi, al contrario, ama fare tardi.
Passo su passo, cauta, lentamente,
sempre badando a dove mette il piede,
– perché non si sa mai, c’è sempre il rischio
di sbattere su qualcosa o scivolare, –
va crogiolandosi al pensiero
della favola di Achille piè veloce,
sconfitto da una sua lontana ava.

Dopo anni ed anni di storia,
di passi lenti e movimenti tardi,
di soste per tirare un poco il fiato,
di caute aspettative e di ritardi,
arranca pian pianino e sbadigliando
vive di gloria e d’altro non le importa.
E anche se sbava dalla gran fatica
di andare a sei centimetri all’ora,
si crogiola pensando all’antenata,
a quella piccola eroica tartaruga
che la lascia ora vivere di rendita.

Così, se tu le chiedi perché vada
a passo tanto lento, ti risponde
con superiorità: Perché mi aggrada!
Non sai di un certo Achille piè veloce?
E, passo passo, piano, s’allontana.

UN PICCOLO RICORDO

Ti cerco dove so che non ti trovo,
e affondo con la mano in un ricordo,
ne pesco uno, piccolo, e lo guardo.

A memoria di dolcezza e d’amore
ci trovo dentro la tua casa,
anzi la tua camera, il tinello,
il tavolo e la sedia, ed il fornello,
e la piccola caffettiera a brontolare
sul fuoco. E poi, più nulla.

Un piccolo ricordo, e non mi serve
dare di gomito ed entrare.
O io o tu: in due non ci si entra.
Resta tu dentro. Io rimango fuori.

GLI ANIMALI SANNO DI ESSERE ANIMALI?

Non lo so se gli animali siano consci
di essere animali. Se, brucando,
conoscano l’importanza di brucare,
la voglia di erba medica e di biada,
o gustino la gioia di muggire,
o, in caso che sian asini, ragliare.
Ma se fossero un poco meno bestie,
avrebbero una certa idea di Dio,
magari un loro Dio, che gli assomigli,
convinti, come noi, di avere un’anima,
e di andare anche loro un giorno in cielo.

Ma son bestie, si sa, son animali,
e non pensano d’andare in paradiso,
né tantomeno di scendere in inferno,
e non sanno neppure di morire.
E in questo, solo in questo io li invidio.

PIOGGIA

Pioggia? Cade appena appena, rada,
picchia sulle tegole e per via,
sempre piano, piano, sgocciola, ed eccoti,
smette.
Riprende a una folata,
e, fitta, con più violenza, croscia
l’acqua nella contemporaneità d’un tuono
(un fulmine e un boato),
come il grido
di un cavalcante temporale,
e un grappolo di fuoco alto in cielo,
un fulmine, e un altro tuono,
che subito si estingue.
Schizza,
lampo su lampo, più lontano, alto,
sul Baldo, un vivido riverbero
(forse Dio è imbronciato), di brividi
di luce a fare urto
sul monte, un verde frangiflutti
tra il Garda e la Val d’Adige, e più oltre,
dove lo Stivo è cuspide e pietrame,
e il buio della sera già si appronta
al macero del giorno.
Pioggia,
al cento e più per cento d’acqua,
pura, distillata, mamma!, quanta!,
acqua che goccia a goccia or si dirada,
s’estenua
in una breve sassaiola
di grandine. Un’acqua come questa
pioggia tempestosa a fine agosto
che a poco a poco scema, si fa rada,
a un suono di campane che fa festa
al sole che ritorna.
Forse Dio,
chissà, lassù, s’è rabbonito,
è Lui che fa suonare le campane
a festa.
E non il campanaro,
ch’è al bar per la partita di scopone
col parroco, il sagrestano
e la perpetua.