I ferri del mestiere

APPUNTI DI GRAMMATICA E SINTASSI
ed eventuali divagazioni sulla poesia

(articoli pubblicati sul bimestrale Quaderni del Gruppo Poesia 83)

a cura di Italo Bonassi


IL CONGIUNTIVO

Sui QUADERNI  n. 4 ( luglio-agosto ) del 2013, nell’inserto ” I ferri del mestiere” puoi trovare un articolo dedicato a quella povera snobbata od ignorata forma verbale che è il congiuntivo. Qui a Rovereto per dire di un poveraccio che se la cava come può si dice por laòr, ossia povero lavoro, lavoro fatto male. Ebbene, il congiuntivo per molti è proprio un por laòr. E anche per gente colta, che conosce la grammatica, insomma che sa scrivere.
Quante volte si legge sui giornali o si sente dire alla tivù dai politici: “Non so se devo andare, non mi pare ch’è bello, sono contento che sei venuto, è andata meglio di quanto pensavo, ecc.
Il congiuntivo ( dal lato: coniungere, ossia congiungere ) è il modo verbale di molte proposizioni dipendenti che sono congiunte  a quelle reggenti, principali.
E’ il modo verbale della possibilità, del dubbio, dell’incertezza ( io non so se tu sia capace di farlo ), indicando che l’evento espresso dal verbo non è certo e reale ma possibile, verosimile, ipotizzabile, dubbio, desiderabile, sperato o temuto.
L’ indicativo, al contrario, è il modo verbale della certezza ( io lo so che tu sei capace ).

Nelle proposizioni dipendenti o subordinate o secondarie, il congiuntivo si usa dunque nei seguenti casi:
con i verbi che esprimono
un dubbio: Credo che sia contento, mi chiedo che cosa ne debba fare
un desiderio: Desidero che Anna venga
un’incertezza: Mi pare che Piero parta domani, non so che cosa ne abbia fatto
un augurio: Mi auguro che tu possa tornare presto
un timore: Temo che non torni più, ho paura che tu non ce la faccia
una speranza: Voglia Dio che torni! Spero che ce la faccia
una possibilità: Credo che tu sia arrabbiato con me
una supposizione: Tutti penseranno che tu sia matto, può darsi che sia così, mi sembra che sia partito

Inoltre il congiuntivo segue proposizioni principali terminanti con;
che : devi fare in modo che ti comprendano ( proposizione consecutiva ), devi far sì che ti capiscano
perché: Ti ho chiamato perché tu mi dia una mano ( proposizione finale )
affinché: Te lo dico affinché tu lo capisca
qualora: qualora sia vero, dimmelo ( proposizione condizionale )
se: io non lo so se sia o no vero
benché: benché sia ormai maggio ( proposizione concessiva )
e altri casi come:
M’è andata meglio di quanto pensassi ( proposizione comparativa )
bisogna sbrigarsi prima che sia tardi ( proposizione temporale )

Mi sembra e credo esprimono un’opinione e non una certezza:  quindi vogliono il congiuntivo: mi sembra che tu sia bravo, credo che sia vero, non mi pare che sia vero.

L’indicativo, come già detto, invece indica la certezza. E il verbo sapere è quello della certezza: Io lo so che tu sei bravo
Insomma, uno è dire; So che hai detto la verità ( l’hai detto, su ciò non si discute ) e altro è dire: Credo che tu abbia detto la verità ( lo credo, ma non si sa se sia vero )

Quattro curiosità:
dicono che le pesche siano  ormai mature ( lo dicono, ma non si sa se sia vero, chi parla lo dice per sentito dire, non è personalmente sicuro della cosa, – relata refero,- le pesche possono anche non essere ancora mature )
dicono che le pesche sono ormai mature ( chi parla accetta l’opinione  altrui come un dato di fatto e quindi considera la cosa vera, è stagione avanzata e le pesche devono per forza essere ormai mature ).

Penso che tu sei triste ( penso che lo sei senz’altro, con tutto quello che ti è capitato )
Penso che tu sia triste ( ho l’impressione, ma posso sbagliarmi, che tu possa essere triste )

Aspetterò finché tornerà ( e sono sicuro che tornerà )
Aspetterò finché torni    ( non sono sicuro se tornerà, speriamo di sì )

Portami la scatola che contiene tutti i cioccolatini che ho comperato ( qualche cioccolatino può anche essere già stato mangiato )
Portami la scatola che contenga tutti i cioccolatini che ho comperato ( la scatola deve assolutamente contenere tutti i cioccolatini, nessuno deve mancare )

Considerazione finale: la grammatica italiana a volte  è tanto complicata da far perdere la Trebisonda. Che cosa poi c’entri Trebisonda, ch’è una città turca, proprio non lo so. Comunque, turca o no, la si perde.
E’ facile che la si perda ( ecco un altro caso di congiuntivo di supposizione ).
Anzi, è sicuro che la si perde ( indicativo di certezza )


METAFORA, METONIMIA, SINEDDOCHE
( QUADERNI n.° 3 – maggio/giugno 2012,  I ferri del mestiere )

Quante volte si parla di metafora a sproposito, anche quando non lo è. Si dice anche: parlare per metafore, senza cognizione di cosa sia veramente la metafora, pensando ch’è un modo di dire figurato che abbellisce i discorsi. Sì, è un modo di dire figurato, ma non solo la metafora lo è, ci sono diversi modi di dire figurati. Parlando, si fanno diverse volte delle metafore e delle metonimie, senza la consapevolezza di farle e senza sapere la differenza tra queste due forme figurate. Quando si vuole parlare chiaro e comprensibile, si dice: parlare fuor di metafora, dire pane al pane e vino al vino. E in quest’ultima espressione c’è proprio  una parte di verità.

La metafora è l’utilizzo di una parola fuori del suo contesto logico e abituale per intenderne un’altra. Una specie di similitudine accorciata.
Ad esempio: acqua cristallina:  cristallino è una proprietà che attiene al vetro, non certo all’acqua, che è liquida e non vetrosa, quindi qui si ha una trasposizione semantica, si è cioè trasposto ( ossia passato ) all’acqua un termine che non è suo, per intendere un’acqua pura e limpida come un cristallo.
Per creare una metafora si attinge ad immagini tra le più svariate:
Quel leone di Achille ( non c’è nessun nesso tra il leone e Achille, l’uno è una bestia e l’altro un uomo ), Giovanni è un pozzo di scienza ( nessun nesso tra il pozzo e la scienza; se fosse per la profondità, allora si potrebbe anche dire: una cantina di scienza, un baratro di scienza ), la donna è l’altra metà del cielo ( nessuna attinenza tra i due termini, così come dire della moglie: è l’altra metà della mela ), un fuoco di fila di domande ( nessun nesso tra il fuoco e la domanda ), Giovanni è l’ago della bilancia, quella roccia di Cassius Clay, un’alba lattiginosa ( nulla di comune tra l’alba e il latte, se non un certo colore biancastro ), fare il pieno di divertimento, sparare  a zero ( e perché no sparare a quattro? ), le gambe del tavolo ( immaginare un tavolo con un bel paio di gambe, anzi con quattro ben tornite gambe di donna, è stimolante ), il cane del fucile ( che attinenza tra una bestia e un’arma? ).
avere un diavolo per capello ( quindi migliaia di diavoli s’una testa multicrinita o una graziosa frangetta di diavolini …)
Mentre nella metafora la sostituzione di un termine con un altro riguarda somiglianze solo vaghe o immotivate, a volte anche assurde e fantasiose, assai diverso è il caso della metonimia.

La metonimia è uno scambio più serio, più aderente alla realtà, e avviene tra parole appartenenti allo stesso spazio semantico, cioè alla stessa area di significanza, con un effettivo rapporto, legame, di reciproca dipendenza.
Ecco alcun i esempi:
La Casa Bianca ( si intende il Presidente degli USA, che risiede appunto nella Casa Bianca ), indossare un Armani ( non l’uomo Armani ma un abito firmato Armani ), la piazza rumoreggia ( la folla scesa in piazza identificata nella stessa piazza ), bersi un Chianti ( ossia un bicchiere di vino Chianti ), leggersi Leopardi (un  libro o una poesia di Leopardi ), s’è bevuto un bicchiere ( naturalmente non il bicchiere, ma il vino che c’è nel bicchiere ), avere un gran cuore ( essere buoni, e non col cuore ingrossato ), il discorso della corona ( le corone non parlano, ma i Re o le Regine che portano la corona sì ), i ferri del mestere ( ferri per intendere gli attrezzi, che normalmente sono di ferro, metallo comunissimo, e non gli acciai del mestiere ), quell’uomo ha del fegato ( c’è un nesso tra uomo e fegato, non sono due figure tra loro incompatibili ), le sudate carte ( scrivere può far sudare, e il sudore può cadere  sulle carte ), sfuggire all’inseguimento ( inseguimento qui inteso come inseguitori ), un uomo di polso (col polso fermo, che non trema, quindi  un uomo risoluto ), ecc.
Come si vede, sono tutte figure retoriche con un più o meno effettivo rapporto tra di loro.

Abbiamo poi un’altra comune espressione retorica:
Le sinèddoche, un trasferimento di significato da una parola all’altra con una certa relazione di contiguità:
La parte per il tutto: non avere un tetto dove dormire ( per tetto s’intende la casa, di cui il tetto fa parte ), ha tre bocche da mantenere ( ossia tre persone, che hanno tre bocche ), vela ( invece di barca, di cui la vela è solo una parte )
Il tutto per la parte: l’uomo prese una palla e la gettò ( chi ha preso la palla è stata la mano dell’uomo, la mano, che è una piccola parte dell’uomo)
Il genere invece della specie: dire felino invece che gatto o tigre
La specie invece del genere: il pane non manca ( ossia il cibo, non solo il pane ma anche la pasta, la carne, ecc.)
Una parola di significato più ampio di quella considerata: dire la macchina invece di automobile, lavoratore invece di operaio, i colletti bianchi invece di impiegati
Il plurale invece del singolare. la servitù invece di domestico o cameriera
il singolare invece del plurale: l’inglese è compassato ( invece di: gli inglesi  sono persone compassate )
Sineddoche generalizzanti: dire mortali invece che dire uomini ( generalizzanti, perché anche le bestie e le piante sono mortali, muoiono )
Sineddoche particolareggianti: dire zulù invece di negro ( gli zulù sono una popolazione di  africani , particolareggianti perché non si può dire: una notte zulù )


GLI IMPERATIVI
( QUADERNI n.° 5 – settembre/ottobre 2013,  I ferri del mestiere )

Un altro argomento: il dubbio che può sorgere come scrivere gli imperativi
va via!, fa questa cosa, da un pane, sta fuori, di qualcosa,
Essendo forme imperative, non si può scrivere: vai via, fai questa cosa, dai un pane, stai fuori, dimmi qualcosa, che sono indicativi.
La grammatica ci dice che nei troncamenti della vocale finale di tali imperativi va l’apostrofo e mai l’accento.
Si scriverà quindi: va’ via!, fa’ questa cosa, da’ un pane, sta’ fuori, di’ qualcosa
Un errore è invece scrivere: và via!, fà questa cosa, dà un pane, stà fuori, dì qualcosa.
Altrettanto è un errore scrivere tutto senza accento: va via!, fa questa cosa, da un pane, sta fuori, di qualcosa.
E se è frequente la brutta abitudine di metterte l’accento o addirittura di non mettere niente, ciò non vuol dire che se lo fa qualcun altro lo debba fare anch’io.

Così come un errore assai comune è anche scrivere un  invece di un po’ ( un po’ di pane )
Ci sono poi, ma sono eccezioni, troncamenti finali con l’accento invece che con l’apostrofo, retaggio di un’abitudine dei secoli passati ancora in uso, come: a piè di pagina, a piè fermo, e anche diè, pochissimo usato, invece di diede.
Un altro argomento riguardante l’accento riguarda la preposizione su.
Come si sa,  nove sono le preposizioni: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Vediamo il caso della paroletta su. Abbiamo due casi diversi: su preposizione ( atona, senza accento ) e avverbio di luogo ( fortemente tonica, con l’accento )
Su preposizione: mettilo su quel tavolo, su quel muro ci sta una lucertola, su ciò non si transige
In questi casi la su è assolutamente atona alla pronuncia, si sente, pronunciadola, che non ha l’accento.
Sù avverbio di luogo: mettici una tovaglia, guarda , verso quella montagna, metti la pentola sul fuoco.
In questi casi la sù, alla pronuncia, è fortemente tonica, accentata.
Questa maggior posa della voce sulla u di diversi scrittori ( cito così come mi vengono in mente: Bacchelli, Mario Luzi, Massimo Bontemplelli, Panzini, Landolfi, Pirandello )  la segnalano correttamente anche visivamente con l’accento:

lèvati , ch’è tardi!
va’ a vedere,
è meglio riderci
mettere casa
mettici una pietra

Tutti casi in cui , fortemente tonica, è avverbio di luogo e non preposizione.
Cosa si potrebbe pensare allora, leggendo la frase che segue  con due su di fila non accentate:
metti su su quel tavolo una tovaglia?
Che è senz’altro un  errore, bastava una su sola: metti su quel tavolo la tovaglia.
E invece no: nella frase i due su sono ben diversi, e lo si sente dalla maggior posa della voce sulla prima delle due, che è un avverbio di luogo, mentre la seconda è completamente atona. Allora bisogna scrivere:
metti sù su quel tavolo la tovaglia.
Non per nulla si mette l’accento sulle parole composte  lassù e quassù, che sono l’unione di due avverbi: là sù e qua sù. Perché allora, scrivendole separate, si dovrebbe scrivere senza accento là su e qua su, e, unendole, accentarle: lassù, quassù?
Nessuno scriverebbe mai lassu e quassu ( senza accenti ), così come nessuno scriverebbe senza accenti orsu ( orsu, fatti coraggio ) e insu ( andare all’insu ), ma non avrebbe alcun dubbio nello scrivere orsù abbi coraggio, andiamo  all’insù.
Assurdo che la su avverbio, se sola, la si scriva senza accento e poi, se unita a formare una parola composta, le si metta l’accento!

Pensare che una volta un giornalista di un quotidiano di Trento non aveva voluto pubblicare una mia recensione perché avevo messo alcune accentate dove dovevano essere accentate, lasciando detto in redazione che era un articolo “pieno di errori”! Così mi sono beccato dell’ignorante.
Gli avevo risposto con una lettera inviata alla direzione, mettendo a fuoco la faccenda del su preposizione e del avverbio, aggiungendo poi alcuni madornali errori comuni a buona parte dei giornalisti, e non solo trentini, come il famoso “non c’aveva niente da fare”. Una lettera naturalmente cestina


E CHI C’AZZECCA?

C’è un ex pubblico ministero ed ex simbolo di Mani Pulite, nonché ex ministro, che non ha mai brillato  come fine cultore della lingua e in particolare della grammatica  italiana; molti certamente si ricorderanno i suoi  focosi comizi politici ( per carità di patria lasciamo stare certe sue intemperanze di ex pubblico accusatore come “io quello lo sfascio”, che fa il paio con il  “se mi capita a  tiro gli faccio un mazzo così”, parole pronunciate da un emerito presidente della Corte dell’Assise ).
Scomparso dalla scena politica, ha lasciato in retaggio un grosso svarione grammaticale che la mia maestra delle Elementari avrebbe segnato con la matita rossa: E chi c’azzecca? Uno svarione che è stato accettato da gran parte dei giornalisti , anche di quelli nazionali, che, continuando a  ripeterlo nei loro servizi, lo stanno a poco a poco istituzionalizzando, al punto che verrà un giorno in cui chi si asterrà dal ripeterlo e  scriverà in modo corretto, verrà considerato un ignorante in fatto di grammatica. Un po’ come si sta istituzionalizzando il te al posto del tu: Sei stato te ( al che io rispondo: No, non sono stato me )
A me è già capitato di fare la figura dello sgrammaticato con la su preposizione e la avverbio, la prima atona e la seconda fortemente accentata.
La su preposizione e non accentata la troviamo nella frase: “mettilo su una tavola”, la avverbio nelle frasi: “Mettici una tavola”, “, Agata, fatti corggio!”, “mettici una pietra”, “ci ho fatto un pensierino. ”
A
bbiamo poi un caso limite nella seguente frase: “metti sù su quel tavolo una tovaglia:
il primo è avverbio, il secondo su  è preposizione, e lo si sente chiaramente dalla pronuncia. Non mettendo l’accento, si scriverebbe: “metti su su quella tavola”, e si penserebbe ad un errore di ripetizione.
Se per un punto Martin ha perso la cappa, io, per un accento messo giustamente sui avverbi, mi sono visto rifiutare la pubblicazione della recensione di un mio libro su un giornale locale. Quando ho spiegato al giornalista che non io ma lui non conosceva bene la grammatica ( con tanto di esempi di grandi scrittori ) me lo sono fatto nemico.

Dunque torniamo al chi c’azzecca. C’azzecca, voce del verbo cazzeccare: io cazzecco, tu cazzecchi, egli cazzecca, ecc.  Un orrendo strafalcione che va prendendo sempre più piede sulla stampa, con tutti i suoi derivati: non c’aveva più nulla da fare, non c’ha fatto una bella figura, ecc.
Dimenticandosi che bisogna invece scrivere: chi ci azzecca, non ci ha nulla da fare, non ci ha fatto una bella figura.
Addirittura ho letto su un giornale ( su preposizione! ): era tanto sordo che non c’udiva quasi più ( c’udiva, voce del verbo cudire ).
Se si toglie alla particella ci la sua i, si legge infatti: chi cazzecca, non caveva più nulla da fare, non cà fatto una bella figura, non cudiva.


FAMILIARE O FAMIGLIARE?

A volte, leggendo certe parole, ora scritte in un modo ed ora in un altro, si finisce col non raccapezzarcisi più, e si va a cercare un vocabolario per cercare la soluzione del problema.
Prendiamo l’aggettivo famigliare. Leggo sul Devoto-Oli: “aggettivo pertinente alla famiglia ed ai reciproci rapporti tra i suoi membri. Ad esempio: un quadretto di vita famigliare.” ( ossia un quadretto ad es. con papà, mamma, nonni, figli, accanto al focolare domestico ).
Ma si trova spesso scritto anche familiare, e c’è chi ne fa largo uso, e scrive, sbagliando, ad esempio:” un  quadretto di vita familiare.”
Leggo infatti sul Devoto-Oli, sotto la voce familiare: “reso facile da una lunga consuetudine. Ad esempio: “quel sentiero nel bosco gli era familiare“. Senza cioè che vi sia sia alcun rapporto tra il sentiero e la famiglia, dunque, ma per indicare qualcosa di già veduto, già udito o già sentito, non nuovo: quell’uomo aveva un volto familiare, un’espressione familiareuna voce o un suono familiare, un carattere familiare, un qualcosa di familiare, ed anche: familiarizzare, familiarità, ecc. Tutti casi in cui la famiglia non c’entra per niente.
Ed infatti proprio qui sta la differenza:  solo se si fa riferimento alla famiglia, si deve conservare la g ( un’azienda famigliare,  gli assegni famigliari, un lavoro famigliare, una tragedia famigliare, un componente famigliare )


DIO, DEI
Una curiosità, a ben pensarci: il plurale della parola Il dado è, come si sa, i dadi, quello di il danno è i danni, di denaro è i denari, ecc. Invece il purale di il Dio non è i Dei, ma gli Dei.
Perché? Il motivo è semplice: anticamente si diceva iddio ( termine ancora talora usato ), che al plurale faceva: gli Iddei. Da Iddio, col tempo, si è passati a Dio. E da Iddei è venuto il termine Dei.

DETERIORE
Un errore comunissimo la parola insidiosa deteriore, che è un aggettivo comparativo, che vuol dire: peggiore, più cattivo. Quindi, se è errato scrivere più peggiore, altrettanto errato è scrivere più deteriore
Se si scrive: “la conseguenza più deteriore di tale situazione politica”, è come scrivere: “la conseguenza più peggiore di tale situazione politica.” Volendo usare il termine deteriore, si deve scrivere: ” la conseguenza deteriore, ” ecc. Sensa cioè il più.
Fino a una cinquantina d’anni fa quasi nessuno usava tale termine, non conoscendolo. Poi, forse perché suonava bene, o faceva “fino”, o per dimostrare di conoscere più parole degli altri, qualcuno l’ha scoperto. Da qui l’uso ( o l’abuso ). Primi ad usarlo sono stati i giornali, e subito hanno cominciato a scrivere: “più deteriore”.
Gli stessi giornali che stanno introducendo da diversi anni l’uso di mostruosità lessicali come “non c’aveva niente da fare”, “era tanto sordo che non c’udiva quasi più.” Promotore di  questo strafalcione un magistrato ch’ è stato anche Senatore della Repubblica, ideatore del: ” E chi c’azzecca? ” Voce del verbo cazzeccare.
Centodieci e lode al Merito dello Strafalcione.

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5 thoughts on “I ferri del mestiere

  1. Pingback: Ecco dove attingere (APPUNTI DI GRAMMATICA E SINTASSI ed eventuali divagazioni sulla poesia) – Giusy Carofiglio

    • sei molto gentile, ho piacere che i miei appunti sui Ferri del mestiere ti piacciano, li pubblico da 20 anni ogni 2 mesi sul bimestrale di poesia e saggistica Quaderni.
      Se ti interessano, il mio e-mail è italobonassi@alice.it Sono 6 numeri all’anno, 10 €, e li ricevi per posta, con diritto a vederti pubblicare una tua poesia.

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