Dimenticavo di dirvi che son morto

NON SPIACCICA UN SILENZIO

Non spiaccica un silenzio. Parla e parla,
solo, – e di rado, – tace, per sapere
ciò che ha appena detto, e poi riprende,
che diavolo non sai che voglia dire,
è tutto un farfugliare di parole
che gli escono di bocca, è quasi rauco
a forza di parlare, emette suoni
a volte gutturali, raschi in gola,
è come fosse caricato a molla,
certo non è possibile fermarlo
se non ci hai una pietra od un bastone
per arma contundente, non mi riesce
a farlo stare zitto, ma sta certo
che se lo rompi, è un vaso di Pandora:
non sai che salta fuori. Allora è meglio
spegnere la tivù e andare a letto.

INCOMINCIARE A VIVERE

Da anni ed anni attendo
d’incominciare a vivere, ho cercato
più e più volte di farlo,ed è un’impresa
ogni mio tentativo, ho ipotizzato
che al gatto certamente gli ci riesce,
talvolta, sì, però senza saperlo,
e mi chiedo e richiedo che mai diamine
io debba o possa fare, è ossessionante
ogni volta tentare e ritentare
di vivere, ma, ahimè, non mi ci riesce
è l’ora di piantarla, e proseguire,
per intanto, a finire di morire.

TUTTO QUI

Quando tutto pare stato detto,
ecco, t’accorgi che non è detto nulla.
Forse era un abbaglio, od uno sbaglio,
– basta una “di” di più ed è uno sbadiglio, –
vedi quindi quant’è facile l’errore,
ma una risata non puoi dirla pianto,
nuvole rade non è pioggia, è sole.
Ecco,
In un giorno imprecisato,
fu come un grido senza grido, muto,
– pare che non l’abbiano gridato,
certi giurano di sì, ma nottetempo,
quando la luna era lì a ascoltare. –
E tutto ciò ch’era stato detto,
lo ebbe detto una bocca inascoltata
– e l’alfabeto? oh, quello sì, era muto,
e non c’erano bocche per gridarlo, –
quindi,
come appena dianzi detto,
non c’erano bocche ciarlatane,
solo labbra ed occhi spenti e chiusi.
– Dateci qualcosa da parlare, –
dicevano. –
Ma una bocca ciarliera
che non parli soltanto alla memoria,
ma possa dire almeno una parola
a noi sopravvissuti,
ma piccola, e che ci entri negli orecchi,
basta che gridi. –
Tutto qui, dunque.

DIMENTICAVO DI DIRVI CHE SON MORTO

Dimenticavo di dirvi che son morto,
non so da quando, e pure se talvolta
nemmeno me ne accorgo, e faccio solo
quello che fanno normalmente i vivi
– oltre a vivere, leggo, scrivo, penso,
m’incavolo, sorrido, parlo e taccio, –
pure se dunque non ci faccia caso,
anche se non lo sembro, sono morto,
morto ufficialmente. E non è detto
che ai morti tocchi solo star distesi
e oziare tutto il giorno: io, ad esempio,
quando mi sdraio, è perché ho sonno,
e ho voglia di dormire – anche ai morti
è lecito distendersi e dormire,
nessuno glielo vieta. – Ecco, insomma,
basta un po’ di governata follia,
per vivere da morti: a volte riesce,
e non è uno sciocco elucubrare,
no, non straparlo, non sono fuor di senno,
e, chi vi riesce, finga d’esser vivo,
i morti fan paura. – A parte il fatto
che sono i vivi che mi fan paura.-

LA BEAT GENERATION

A volte, se mi capita di andare
turistegggiando per città lontane
da quella in cui abito, straniere,
e guardo i palazzotti e i monumenti,
vestigia di non sai quale passato,
provo la felicità di non sapermi
fortuito ed arbitrario, ma di essere
anch’io come un erede di un qualcosa,
una parte, non so quale, della Storia.
E allora mi scuso e mi giustifico
per questa mia non nobile esistenza
di uomo senza infamia e senza lode,
da farne un monumento e d’ammirare,
un miracolo del Nulla, un Giulio Cesare
di una beat-generation senza gloria.

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