Parole in fuga

ETEREE COME LE ZENDADI

Le fiaccole svaporavano nel buio,
eteree come le zendadi.
Te ne andavi come una lacrima al vento,
nell’impalpabile lucore di un sogno.
E c’era un odore morto di rose
e l’edera si torceva sul muro.
Ricordi? La mano sui capelli,
una carezza sofferta, fantasmi
di un paese di nebbie. Esitava,
quasi stanco nell’aria, un profumo
di sole, un alone di luce
sul tuo volto. Parole,
soltanto parole d’amore
nel vocio del silenzio. Sognavo
te, eterea nei sogni, fantasma
di un dolce svanente ricordo,
e il tempo, che vestiva a festa
ogni cosa d’azzurro. Eri il volo
e l’allodola che fugge nel volo,
ed io lasciavo le ombre, la siepe,
il viottolo col vento a compagno,
ripiegavo le ali senza volo e tornavo
al mio solito popolo di sogni.
Fantasma di luce,
tornavi a un paese di nebbie.
Una fiaccola d’eteree zendadi.

IL MIO NOME

Penetro nel mio nome e mi scandisco,
in sillabe – son tre, – e cinque lettere,
solo due consonanti e tre vocali
i, a, o, semplici da dire,
e, ancor di più che dire, da gridare
e ripetere, e ne ascolto il breve suono
sdrucciolo, lo grido e lo rigrido
dentro di me. Il nome? Cos’è il nome?
Il mio è ossa, carne, sangue, pelle,
è tutto ciò che ho e non ho, è midollo,
anima, memoria, impulso, riflessione,
spasimo, vitalità, poesia, voce,
e tutto un po’, anche quello che non sono
fuori di me, ma dentro, il nome è vita
di alito spezzato nella gola,
che m’esce a fior di labbra, e nel gridarlo
esco in frantumi nelle mie tre sillabe,
scisso e sminuzzato in cinque lettere,
in tutto ciò che sento e che non sono.
Ed io mi c’incorporo e perpetuo
saecula saeculorum. Cosi sia.

CAMPANELLI NELLA SERA

Da un niente ho tratto io profitto,
in questo mio dodici febbraio.
Oltre il muro dell’orto stan le case
di questa mia città che amo ed odio,
e il mondo è tutto qui, e m’appartiene
come il silenzio appartiene al sonno.
Tra gli spogli alberi le fiamme
delle bacche intirizzite dell’inverno.

Alta, la giogaia dello Stivo,
a portata di sguardo, e la contemplo
come un cieco a tentoni cerca il sole
nel lungo andirivieni delle nuvole
che danno sulla valle. Oggi il tempo
ha l’umido profumo della terra
e un lieve tintinnio di campanelli
che annunciano il respiro della sera.
Suonano, e ci chiamano a raccolta,
noi e il tempo. A ognuno il suo dovere.

PAROLE IN FUGA

Uscimmo io e gli altri e udimmo
le nostre voci fuori, sulla strada;
sospettosamente vi andammo dietro,
dato che se ne n’erano fuggite
inconsapevolmente, ed ogni voce
gridata lasciava una sottile
eco, a far da battistrada.
E non erano messaggi, o, se lo erano,
non erano di certo quelli nostri,
comunque sia,vi camminammo dietro
come i passeri che vanno zampettando
qua e là dietro le briciole, col fine
di riprenderle e ricacciarcele in bocca,
da dov’erano fuggite, e rigridarle,
noi, poiché nostre, e non degli altri.
E ad una ad una le recuperammo
spartendocele, ad ognuno quella sua
e ciascheduno se le ricacciò in gola
con una procedura straordinaria
ammessa dalle leggi, una misura
logica ed urgente da gridare
o rimettercele in bocca. A ciascheduno
la sua propria democratica opinione
di scegliere. Ed è quello che facemmo:
una stretta di mano, e tutti a casa.

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2 pensieri su “Parole in fuga

  1. “…ma dentro, il nome è vita
    di alito spezzato nella gola,
    che m’esce a fior di labbra, e nel gridarlo
    esco in frantumi nelle mie tre sillabe,
    scisso e sminuzzato in cinque lettere,
    in tutto ciò che sento e che non sono.”

    Questa mi ha colpito parecchio, ma sono tutte magnifiche. L’ultima, ad esempio, con quelle parole che fuggono inconsapevolmente dalla bocca, è tanto deliziosamente surreale – nelle varie sequenze descritte – quanto emblematica della realtà che viviamo. Bravissimo.

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  2. Prova anche tu a scandire dentro di te il tuo nome, frantumalo in quattro sillabe A-les,san-dra, e poi lasciale volare via a fior di labbra,e resta ad ascoltarle. Sei tu, sono la tua carne, le tue ossa, il tuo sangue che ti escono come voce. Non è pazzesco?

    Piace a 2 people

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