Il bignè nel caffelatte

IL BIGNÈ NEL CAFFELATTE

Un mistero, un anagramma, un enigma,
di cui non s’intenda la ragione
né il fine, né si scopra le sua origine,
forse uno strumento psichedelico
di formule archeotipiche, un’arcana
irrealtà simbolica ed astrusa
ai margini del Caso.
Un paradigma
con cui si cerchi di accontentare
il nostro desiderio d’infinito,
un bisogno d’istanze metafisiche.
Piero lo sa, e va come un iniziato
lungo gli itinerari gnoseologici
del sacro Transeunte, tra scandagli
esoterici, in ciabatte,
ogni mattina
a tavola, in cucina, appena sveglio,
quando inzuppa
il bignè nel caffelatte,
la pillola che abbassa la pressione
e una foto con la dedica di Socrate.

NON SONO IO

Difficile definirmi,son diverso
da quel che sembro o paio di sembrare,
perché son tutto quello che non sono,
quindi son tutto quello che non sembro,
un qualchecosa di bambino adulto,
il semplice del complesso, vale a dire
la complessità del semplice.
E nulla al mondo
mi pare tanto stupido, oltre che inutile,
quanto la felicità di essere qualcosa
di utile a sé stessi,
io non mi servo,
di me non so che farne. Mi sopporto
come si sopporta un mal di testa,
però con mille scrupoli.
E, scusatemi,
ma mi sento antipatico a me stesso,
ed allo specchio ho un cenno di fastidio,
come dire?, un senso di disagio
sol se mi guardo, e nego di conoscermi.
Non sono io, mi dico.
E faccio in modo
che se ne resti lì, e non mi segua.

CHI MI HA INSEGNATO A CREDERE?

La calda felicità del sole
sfiora le gemme chiuse delle rose
di primo aprile. Ancora senza foglie,
la magnolia infiora i suoi torti rami
di petali lilla rosa. Oasi d’ombra
celano le ultime primule in fiore.

Tu mi domandi: Chi ha insegnato al sole
a splendere quando inizia il giorno
e alla magnolia a fiorire a marzo
e alle primule a occhieggiare a fine inverno?
E chi ha insegnato a me a sopravvivere
in un contesto senza pietà e amore?
Chi mi ha insegnato a credere ad un Dio,
cui è assai più facile non credere?

AMO IL DIO PIETOSO DEI CRISTIANI

Amo il Dio pietoso dei cristiani,
il Dio di mio padre e di mia madre,
giusto, ma buono, che mi insegna a amare
e a porgere l’altra guancia a un altro schiaffo,
e amo anche il suo tramite, l’Angelo,
la mia possibilità di meritarlo.

E su ogni foglio che scrivo c’è il suo nome
invisibile tra una sillaba e l’altra,
e m’è caro il suo Verbo, e gli dedico,
come un suggello alla sua amicizia,
un libro di poesie che poi non scrivo,
perché non c’è bisogno che lo scriva,
tanto, lo so ch’è dentro me, e mi legge.

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