L’albero del vento

IL PONTE DEI SOSPIRI

D’estate, con il sole, guardo il cielo,
d’inverno, con la nebbia, guardo a terra.
Ringrazio però Dio sia per il sole
che per la nebbia, tutto è prodigioso,
tutto concorre all’armonia del mondo,
sia l’aquila sù in cielo che il lombrico,
sia il re dei re che il servo.

Tutti si ha da percorrere una via
che passa sopra il ponte dei sospiri,
fino all’ultimo sospiro di sollievo:
sia chi se ne va verso l’Eterno,
sia il lombrico, che forse non ci arriva.

L’ALBERO DEL VENTO

Come gettata un’ancora, il vento,
nuvola d’aria stanca piena d’echi,
or sonnecchia docile e tranquillo
in mezzo ai rami d’un albero azzurro.
Dice la gente:
È l’albero del vento,
è l’albero che muove suoni d’aria,
una musica che pare una preghiera…
Ma voi, voi non suonate?
Non pregate?
Non la portate anche voi nel cuore
un po’ di malinconia di vento,
un po’ di suono che ci incanta e muore,
che porti in grembo voci di memorie,
le piccole nostre storie senza storia?

ERA UN VENTO

Qui al vento oscillano gli alberi,
un tacito vento agostano
che fa musiche di arpa un poco strane.
Non sa di nulla,
è aria un poco mossa,
mi tocca sulla spalla sussurrando
con una voce fioca non so cosa,
e se ne va tranquillo, borbottando
tra sé e sé, e mi lascia in pace,
per vicoli di ombre e tapparelle
aperte a uno sbadiglio.
Era un vento,
ora non più, è voce di compieta,
è suono di campana e liturgia
di brezza vespertina di preghiera,
è ululo di cane che fa eco
al botto di un petardo. Quanto basta
a credere a un miracolo e gridare.

IL SOGNO DELL’ANGELO

Non so se faccia orrore o meraviglia
ciò che ci eguaglia e ci accomuna
agli angeli.
L’ho detto mille volte
in giro, l’ho gridato, che più niente,
comunque sia, ci tenta e disorienta
quanto il credere che un giorno
si era angeli.
Esseri non di carne, ma eterei,
forse, prima d’esser concepiti,
e ora angeli caduchi, effimeri, di carne,
in attesa
di ritornare eterei
e perderci in tante cose lassù eteree
e angeliche, e divenire un Nulla
in mezzo a tutto
un Nulla-Tutto eterno.
E intanto quaggiù, in terra, sradicati
dal mondo del di là, si va alla cerca
di un obolo di sacro, di un sorriso,
forse di un paio d’ali che avevamo
forse, chissà, di là,
di un po’ di luce
che c’infiammava il volto che ora è spento,
qui, sulla terra, spento quel fulgore
ora ridotto a un vago fibrillare
di ombre e di silenzi. E non sai cosa
lì ci si attenda,
e forse è solo un sogno.

IL COMPUTERISTA

Nella scelta del termine più adatto,
uno che sia nuovo e immaginario,
eppure bello, ho netta l’impressione
di attingerlo al computer. E allora lascio
la penna – la mia bic da mezzo Euro -,
e clicco qua e là tra file e file,
navigo tra floppy, web e power.
Io non ho notizie del di là,
ma a ogni clic travalico il presente
e abbrevio la distanza dal futuro,
in bilico nel tempo. E procedendo
con l’ansia che mi scivola sui tasti,
cerco nel mondo cibernetico
la parola salvifica. Un rottame
d’una specie già estinta, l’esemplare
sopravvissuto all’ultimo naufragio
tra le carte di un vecchio rigattiere
fra nuvole di polvere e pattume.
Come un mostro ch’è lì che mi divora,
l’internet. Vorrei restarne al largo,
e navigo tra e-mail, microsoft, google,
elimina e cestina. Dio mi salvi…

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