La ranità

CHI HA SUONATO IL CAMPANELLO

Può l’incertezza (càpita, talora)
darci un certo senso di disagio,
e fare che si giri tutt’a un tratto
gli occhi alle spalle,
per rabberciare poi uno stirato
gesto di sorpresa? Dico: può
indurti ad un certo movimento
cauto, però, con mille precauzioni,
lenti e circospetti, i nostri piedi,
passo dopo passo, fino all’uscio,
e farci aprir la bocca perché chieda
chi è perché ha suonato il campanello?

CÀPITA, DI SERA

Càpita, di sera,
quando accendo la lampada
sul comodino e leggo
prima di addormentami un libro,
che uno, e non so chi, faccia un colpo
o due di tosse nell’altro appartamento,
o che si senta un lieve scalpiccio
di passi in corridoio.
Ti confido
che se lo dico è facile mi giochi
una non so che mia reputazione
di uno che sorride a chi mi parla
di cose fuor di senno, come colpi
di tosse di fantasmi.
Io non per niente
son nato sotto il segno della Vergine,
anche s’è fuor di dubbio ch’io li senta,
i colpi o due di tosse,
e non m’inventi
i passi in corridoio, e tu sta certo
che poi ci rido sù, ma non ci credo

UNA STUPIDA DICERIA

Dopo aver messo tutto in discussione,
anche la morte, una stupida credenza,
un giorno, sai com’è, se n’è andato,
raccomandandosi però in uno scritto
apposto al testamento, di non dire
cosa fosse successo, o, mal che vada,
ch’era andato a trovare uno zio a Trento.
E un giorno ricevetti una sua lettera,
impostata da là, in cui affermava
ch’era una diceria, un pettegolezzo,
un gossip, come dicono gli esteti,
quel che di qua si afferma, ch’era morto,
tanto è vero che adirà alle ve legali
per la propria moralità di vivo.
A chiosa della lettera, le scuse
d’essere andato via senza un saluto,
per via che aveva fretta. E a dire il vero,
in fondo in fondo si era noi i morti,
noi nel di qua, ma non lo sapevamo.

SEI SCESO DA LASSU’

Sento una tua mano s’una spalla,
lo so, sei tu che mi tocchi, babbo,
sei sceso da lassù, ora ch’è sera,
e hai fatto chilometri di cielo,
scendi ogni tanto a leggerti le ultime
notizie sul giornale, per sapere
qualcosa di quaggiù, come solevi
fare da vivo al bar, col quotidiano
e un calice di rosso. Lassù, in cielo,
il giornale è quello che ti manca,
e anche se non si sta per nulla male,
non c’è l’ombra di un bar né d’un’edicola,
non c’è nulla da fare, tutto è fatto,
anche il non fatto, e, per far qualcosa,
sai che si fa? Si ozia. E’ già qualcosa.

URLATE

Sù, muovetevi, andate,
come doveste andare chi sa dove,
e battete le mani, andate, andate,
oltre, più oltre, lasciatevi alle spalle
ciò che si può lasciare, il muro, l’orto
coi cavoli cappucci, il viale, il sole,
l’angolo col bar, la gente
che chiacchiera per strada, e poi svoltate
al semaforo a destra, e costeggiate
la roggia alla sinistra, e poi, d’un tratto,
fermatevi ed urlate,
dio solo sa che cosa, sì, urlate
a bocca spalancata, è un privilegio
solo il fatto di urlare,
di stendervi giù a terra e di ascoltare
Dio che vi risponde con un urlo,
data la distanza, da lassù,
di quelli che Lui solo riesce a fare,
chilometri e chilometri di urlo
da ascoltare.

LA RANITÀ

Un rana rimane sempre rana,
causa la ranità che la distingue
da tutte le altre bestie del creato,
perciò gracida, e gli altri non san farlo,
sa fare tutto ciò che fan le rane;
conscia o non conscia d’essere una rana,
causa il processo etico-biologico
tipico di chi è rana, usa fare
né più né meno quel che fan le rane
e non le talpe, per il qual motivo
fa quel che fan le rane in un pantano,
gracida. E a te viene da pensare:
ecco, è una rana, fa quel che fan le rane,
altri non può essere: se fosse
una pecora, oppure un barbagianni,
probabilmente non graciderebbe:
è un fatto, una verità incontestabile,
come l’uomo che fa l’uomo e non la rana,
quindi caso mai non gracida, ma canta.

METTI PER IPOTESI

Metti che per ipotesi passasse,
sopra le case, all’improvviso, un UFO
o qualcosa del genere, e coprisse
tutta la città di una marea di fiori,
pensa a che scriverebbero i giornali…
Un delirio d’ipotesi, sì, è vero,
certo sarebbe più che bello splendido
se piovessero garofani, petunie,
mimose e violaciocche, però senza
che un vigile con tanto di verbale
e fischio gli elevasse
(è facile, da noi) una contravvenzione
per intralcio del traffico e reato
d’inosservanza della differenziata.

ATHANATOS

Quando mi desterò da un lungo sonno,
guardando il sole, i fiori, i fili d’erba,
in un di là senza spazio e tempo,
vita, chi mi darà il tuo sorriso,
le tue lacrime? E che occhi furtivi
guarderanno nei miei, chi mi darà
l’amore di una donna innamorata?

Ogni giorno che passa sarà come
quello passato, senza odio e amore,
senza gioia e tormento, come pecore
curve, che brucano tranquille
la stessa erba sullo stesso prato,
giorno per giorno, sempre…

Penso allora che nulla in quella vita
sia bello – e nulla brutto, – ma che a me
convenga rassegnarmi, e, in questa, vivere
a sazietà, tuffarmi sopra il piatto
come uno che muoia dalla fame,
non lasciare una briciola. L’eterno
risplendere della luce, chissà, forse
non fa per me, non mi dà gioia andare
come uno che vada alla deriva
col volto in sù, gridando lo stupore
del cieco che tutto a un tratto vede.

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