GLI SDRAIATI

VOI, ANGELI

Voi, angeli, che nessuno ha mai visto
se non nel buio, di profilo, vaghi
nella figura, pallidi nel volto,
quasi sfumati al chiaro della luna,
se uno di noi con voi si accompagnasse,
lo accettereste pur essendo vivo?
Uno per esempio come me, un uomo
che con fatica mastica la vita
giorno per giorno, – il solito anonimo
barcamenarsi opaco quotidiano,-
voi lo accettereste come amico?

MA DIO È BUONO

Ecco l’autunno. Nella mano stanca
poso la fronte, come a riposare,
ora che il sole viene meno e il giorno
a poco a poco scende e si fa sera.
Ma che silenzio! Solo qualche foglia,
d’albero che il vento porta via,
solo un latrato che vien sù dal fiume,
rauco, monotono. Una donna,
triste, appoggia il gomito s’un muro,
guarda i ragazzi che giocano in silenzio
a diventare grandi. Tutto intorno
è una luce che s’appisola nel buio.

Esamino la mia giornata,
chissà se a Dio è piaciuta,
s’io abbia o no da vergognarmene.
C’è un alito di vento che va e viene.
Ma Dio è buono, e trova tutto buono.

PRIMAVERA

La cicala ha ripreso a borbottare,
ed è un tiepido mattino d’aprile,
una nenia piacevole, un lamento
d’amore per la vita che rinasce
nel prato, e le farfalle
curiosano come loro sanno fare
nei roridi appena aperti boccioli
dei denti di cane. Un’ape
svolazza qua e là in cerca di un fiore
che sia pronto all’amore. Sofferta
allegria, penosa gaiezza
d’aprile, è tornato sereno
e giulivo anche il salice piangente
che ha smesso di piangere e ora ride.
Ed è tutto un sorriso di fiori,
di sedani, di broccoli e rape.

VISSI CON LA MIA ANIMA

Vissi con la mia anima. Passai
anni felici in unità d’intenti;
lei mi amava, ero suo. Io l’adoravo,
più che pago, ero felice, d’ospitarla.
Ora vado in città solo di notte,
povero corpo adesso non più suo,
disorientato. E, nella solitudine,
io mi torco le mani e penso a lei.
E nel pensarla sento un qualchecosa
dentro di me che la cerca e chiama,
una voce che piange e si commuove.
Ma che ci faccio, se non ho più l’anima?

E in un angolo buio della strada,
io mi tocco, per sentire se son vivo,
come uno che non sappia ch’è già morto.
Ma i morti non provano dolore,
né piangono, son cose inanimate,
come un sasso che grida per la strada,
ma non m’ode, s’immagina. E questo
è l’unico vantaggio che hanno i morti.

MEDIOCRITÀ

Questa è la mia mediocrità,
una non scontata consuetudine:
seguire dieci, cento, mille volte
la stessa via percorsa
avanti e indietro, e giorno dopo giorno
fare i soliti miei gesti più abituali,
ripetere ogni volta, ogni momento,
gli identici monotoni rituali
– ridere, sedersi, camminare,
fare di sì o di no, – lo stesso impegno,
sempre, a disposizione. Un quotidiano
perdermi in un giro di parole
un po’per sopravvivere, o non piangere,
con benevola paziente educazione
fare le solite povere mie cose.

E il tempo intanto invecchia, rattrappisce,
come una foglia ch’è lì lì che cade.

GLI SDRAIATI

I vivi non rimangono distesi
da svegli. I morti sì,
che dormano o stian svegli, se ne stanno
distesi sotto terra a faccia in sù
a pensare alle tante e tante cose
che devono sbrigare, Non sarebbe,
forse, più dignitoso,
per loro, ogni tanto alzarsi,
sgranchirsi un po’, soffiarsi il naso,
scrollarsi un po’di terra dagli abiti
e sorridere? Perché loro,
i morti, sono come noi,
né più né meno, solo che non muoiono.

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