Diario di un morto

IL PASTORE LIGURE

Ed è ancora il rimbombo dell’antico
corno dei Liguri, cupo, sulle ali
fredde del vento di montagna. Ancora
riecheggia sugli argini del fiume,
dove il salice affoga le sue ombre
tra gli ossami dei ciottoli e le sponde
bianche di brina. Ulula, lontano,
prima del sonno, l’ultimo lamento
stanco dei cani. Dallo Stivo, un canto
di vento solitario fa da eco
nella valle dell’Adige. I cavalli,
odorosi di sole, riposano
quieti nell’ombra. Dove vai, pastore?
Da dove vieni? Fredda, questa terra
di te risuona. Ancora, dai crinali,
di notte, i lupi cupidi discendono
verso il piano sulle orme degli uomini.
Nella notte dolcissima che attende,
suona ancora il tuo corno, e nel silenzio
corrono i lupi a branchi, e i corvi
gridano alla luna lo stupore.

I Liguri erano un’antica popolazione di pastori e commercianti di bestiame principalmente ovino, insediatasi in età storica nell’area che va da Pisa a tutta la Liguria, e da qui fino a Marsiglia e alle Alpi Occidentali, Piemonte e Appennini settentrionali. In precedenza la loro estensione era stata di gran lunga superiore, comprendendo gran parte della Francia, Corsica, Lombardia e Trentino. I Celti restrinsero alquanto il loro territorio, favorendo però la formazione di tribù liguri-celtiche. La conquista romana iniziò nel 238 a. C. e si concluse solo con Augusto nel 14 a. C., che li sottomise definitivamente.

DIARIO DI UN MORTO

Non percepisco tutto in una volta,
ma a poco a poco. Qui da noi le voci,
qui, sotto terra, tardano a arrivare,
ci mettono più tempo per raggiungerci.
Come dentro una camera antiacustica,
suoni, rumori, voci son smorzati
di quel tanto che arrivano un po’ fiochi.

Tanto per dire, oggi, a mezzogiorno,
c’è stato per esempio un funerale
di un povero operaio di un cava
di porfido di Albiano. C’era il prete,
un chierico che aveva l’acqua santa
e un vecchio ch’era lì proprio per caso
in visita di una zia morta da anni.

Dunque, appena il prete fa il discorso
che di solito si fa se uno muore
(oh, due parole, non di più, era povero…),
ecco levarsi un coro di preghiera,
un coro dolce, tenero, soave,
tanto che ci alziamo tutti noi morti
dai loculi, a guardare chi è che canta.

Nessuno! Non il prete e neanche il vecchio,
né tantomeno il chierico. Cantavano
gli Angeli delle lapidi di marmo.
E, con loro, due talpe e quattro grilli…

LE MASCHERE

Quando a febbraio Carnevale ride
di mille luci, e per le vie le maschere
impazzano agitando i campanelli,
non sai, tu, come io vesto a festa
il cuore, e col sorriso
mio maschero il mio viso? Dimmi:
ora, felice e libero, io rido,
ma tu non ridi, amore? E’ un arlecchino,
in me, che ride questa strana sera,
un uomo con il volto di arlecchino.
Ma dove vai, mio cuore, tra le maschere
che passano guardandoti curiose?
Tu piangi, loro ridono. Mio cuore,
forse le guardi e forse con stupore
metti anche tu la maschera, e vai,
agitando ridendo i campanelli.

GLI SPIRITI DEL SONNO

Quando il vento cambia direzione,
guarda l’orologio ed alzati. E’ l’ora,
che la luce si fa breve, e, festive,
danzano le prime ombre della sera.
Escono a frotte, a passi incerti,
gli spiriti del sonno, il cuore in gola,
frugano qua e là nel buio, cauti, zitti,
pronti a popolare i nostri sogni
appena noi si chiude gli occhi e dorme.
Ombre, fantasmi, misteriose,
oniriche creature, ne sentiamo,
lieve, intrigante, il timido respiro
non appena si mettono distesi
accanto a noi, il capo sul cuscino,
e ci entrano leggerissimi nel sonno
a farci compagnia fino al risveglio.
La notte, ah, la notte, con le stelle,
alte, lassù in cielo, appollaiate
zitte zitte, in cima al monte Stivo,
avvertono la luna quand’è giorno.

LETTERA A UN FIGLIO

Vedi, ti parlo con la voce roca,
e nel tuo sguardo di ragazzo affiora
un sorriso pulito, quasi ingenuo.
Parlami, dico.
Io non ho l’età
che sfugge ai desideri, ascolto ancora
le parole che salgono dal cuore.
Primavera è lontana, ma gli uccelli
estivi inseguono nel sole
l’eco a mezza sera delle voci,
ed io le sento.
Parlami, sapessi
quanto ti chiamo, figlio! Quanto attendo
che cerchi, come un tempo, la mia mano,
un colloquio spontaneo!
E tu sei qui, mi guardi, mi sorridi,
giungi a me da lontano…
O mia cicala vagabonda, è morta
primavera che urlava nei cortili
le sue mille chitarre: e un’eco appena
a me ne giunge.
E questa furia
di ultimi uccelli migratori ancora
resta nel dolce suono dei pastori
che adunano le greggi lungo il fiume.
Parlami ti prego. La tua età
ha puledri di luna nella sera,
criniere al vento. E la tua voce è un grido
che mi sale nel sangue e mi s’aggruma.

I VECCHI E LE RONDINI

Che tenerezza quei rugosi vecchi
sulla panchina inondata di sole!
Siedono silenziosi e le tremanti
scarne lor braccia offrono alla luce
come rami di alberi ormai spogli.
Sanno di pane fresco, di bucato,
ti salutano con gli occhi e se ne vanno.
Oh, certo vanno oltre i fiume, dove
trovano ancora profumata e fresca
l’ombra ventosa d’un cipresso amico.
Tutti vestiti a festa, tu li vedi
seduti su una panca a pisolare
l’uno accanto all’altro sorridendosi
con la dolce tristezza dei fanciulli.
E li chiamano vecchi! Son bambini,
o rondini in attesa di spiccare il volo…

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10 pensieri su “Diario di un morto

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