le poesie del 12 agosto

L’UTILE INUTILITÀ DELLA POESIA

La poesia è utile, serve a qualche cosa? Utile è un aggettivo che riguarda il verbo avere ( utili sono gli oggetti, anche l’oggetto sasso, se serve a spaccare una noce). Ma la poesia non è un oggetto e non si può avere. Non si può adoperarla. Non serve a niente. Ma è in noi, fa parte del nostro essere, anche inconscio.
Il grande poeta greco Ghiannis Ritsos si è chiesto: Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?
…Una grande mano invisibile sollevava le sedie / due palmi da terra. Come fanno gli uomini / a vivere senza la poesia?
Si è scritto che la poesia fa del linguaggio della mente e del linguaggio del corpo un unico linguaggio, che accorda cioè anima e corpo. Un accordo tra il nostro io razionale ( il conscio ) e quello irrazionale ( l’inconscio ). In una società che valorizza soprattutto l’utile, la non utilità della poesia è sempre più indispensabile.
E allora scriviamole pure, le nostre inutili poesie, andiamo controcorrente, facendone dono a chi ci legge, perché non è detto che l’inutile dei nostri versi non serva a qualche cosa, a esaltare l’inutilità in un mondo alla continua frenetica rincorsa dell’utile. Un inutile di sensazioni, emozioni, immagini, di memorie, ammucchiate come in un magazzino in attesa di creare ulteriori emozioni e ulteriori immagini. Noi, che scriviamo poesie, siamo tra coloro che sanno scoprire un linguaggio che pare obsoleto, fine a sé stesso, e sanno dargli immagini nuove, lo accendiamo di luci e di colori, di spirituale, di mitico, di mistico. Anche una pietra, una vite spanata, una tazzina sbeccata possono assumere in una poesia un qualche cosa di nobile, una sacralità di una misteriosa e affabulante bellezza. La poesia può essere come un microscopio: contempla il piccolissimo e fragile filo d’erba e lo fa diventare più importante di una foresta, e fa riempire del canto di un uccellino l’intera platea dell’universo. Così afferma un poeta cinese, là dove scrive:
Un uccello canta su un filo / la vita semplice, a fior di terra. / Poi il vento comincia a soffrire; / e le stelle se ne accorgono. / Oh pazze, a percorrere / tanta fatalità profonda!
E tutto questo è davvero molto bello, ma anche molto inutile. Cosa importa al mondo l’uccello e il filo d’erba? Cosa gl’importa il vento e le stelle? Il mondo ha tante altre cose cui pensare, cose utili, e non ha tempo da perdere per l’inutilità. A noi, che scriviamo poesia, l’inutilità invece piace e interessa da matti. Noi siamo immersi fino in fondo nelle grandi problematiche esistenziali delle piccole cose inutili, a noi interessa l’eternità di un pennino rotto, il dolore di un grillo, la felicità dello scroscio d’acqua di una fontana, la tristezza del rubinetto del lavandino che perde. Noi, inutili cantori dell’inutilità.

SE INTATTI SILENZI

In te ancora m’acquieto,
mio amore, se intatti silenzi
serba il ricordo dei giorni,
degli anni. Ritorna,
riaffiora dal ciglio dall’onda,
la schiuma, la voce del tempo.
E se corro a riprenderti,
e stanchi echi il grido
chiama in cieli non più miei,
chissà se mi ode il mare,
se onde di poesia mi mena
questo strazio di albatri.

LA VITA PARALLELA

Eppure a me, vivendo
questa mia vita terrena, un’altra pare
affiancarvisi, una vita parallela
a questa, ma più sfocata, con poca
luce azzurrognola, quasi vertigine
fredda, dove tutto è opaco,
indefinito. Un carnevale
di maschere stupite dentro un fiume
d’echi smorzati, un ridere di spettri
in un brusio di voci attonite, uno sgomento
bianco di asfodeli. Ed io, che vado
come intontito ai margini ventosi
di questo mondo misterioso,
vivo la vita stupefatta
di un palombaro. E più la mia si abbrevia,
più l’altra cresce. E mi perpetua.

OMBRE

Giorno brumoso e inutile, specchiera
opaca di mezza sera, in cui m’avvio
sotto gli annosi alberi giganti
con la mia amica ombra, giorno
interminato.
Ore spente nel desiderio, smorte
lungo le calme vie che già s’abbrunano;
si sfa la luce ed una tenera
aria fresca mi carezza e molce.
Ombre. Ogni ombra un volto a me non noto
di un’anima. Sorrisi, implorazioni,
parole. Tra le sbarre alle finestre
occhi di donne e di fanciulli morti.

Quale, di là da questo lungo sonno,
quale mondo remoto, quale inganno
mi chiama dalle ombre? Forse dormo
anch’io, ma non m’accorgo.

Anime antiche, fragili creature
che m’attorniate silenziose, nulla
di voi più vive, voce, nome,
null’altro se non occhi senza lacrime,
e mani alzate a trattenere il sole.

VIOLINI RADENTI DI VENTO

Una donna seduta sull’argine un fiume che canta,
le cicale in attesa di un cenno di mano,
di un grido che accordi tranquille chitarre
tra l’erba, violini radenti di vento
che piangono. Dove sei, primavera? Ti aspettano.
Una camicia bagnata che pende nel sole
e un vecchio a un balcone che guarda. Il silenzio
ha colori di aria e si perde lontano.
E il tempo che avanza, inesausto,
ma piano, quasi in punta di piedi.

NON MANCARE ALL’APPUNTAMENTO

Guarda: disegno un’orbita. E tu, seguila.
E mi dici che questo che ho tracciato
non ha senso per te, non è che un solco.
Ma è il segno della vita, un graffio lungo
sulla tua mano. Esisti!
Quanti anni l’eternità ? Da come appare,
è sempre lì, vicino
alla casa sul fiume, alla tua infanzia,
a tuo padre, a Via Milano, ai portici,
alla gente per strada che rimane
in una bolla soffiata di sapone
nell’aria estiva, quando il brulichio
di chi va via dirada. In una sola
bolla una moltitudine di morti
che non dice addio, ma arrivederci.
( D’estate, l’eternità è di rigore. )
Non mancare all’appuntamento, o cara.

IL TELEFONO DELL’INCONSCIO

Un suono prolungato
di un telefono mi chiama
dal sonno della notte, ove vegliano
le pigre ore del crudele
trascorrere del tempo.
E sono qua, su questa china, dove
spingo in salita le mie pietre
del dubbio eterno, rotolando piano
fino al telefono. E tu
che mi chiami dal mondo dell’anima,
abbi pietà di me, che lento
mi trascino in silenzio
fino al limite estremo dell’inconscio.

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One thought on “le poesie del 12 agosto

  1. quanto è di conforto la tua riflessione sulla poesia. Molto bello il paragone col microscopio che contempla il fragile filo d’erba e lo fa diventare più importante di una foresta. Effettivamente la poesia è come un amplificatore delle voci più fievoli, che riescono a udire solo alcune persone, mentre le altre son distratte o non hanno alcun interesse a riguardo. Ed è anche vero che la poesia può essere ispirata da qualsiasi cosa, anche dalla più apparentemente insignificante; ovviamente sta a chi ne trae suggerimento cercare di trovare le parole giuste per soddisfare al meglio innanzitutto la propria visione, e poi per suscitare interesse a chi la leggerà. E se nessuno la leggerà o se non sarà capita credo comunque che sia un modo per esprimere e confidare una parte importante di se stessi.
    Nella tua poesia in particolare si ritrova molto spesso un richiamo,quasi spesso taciuto da altri, di voci che pure fanno parte della quotidianità;
    versi come “La camicia che ho tolto sa d’ascelle, e umida è la canottiera appena messa” probabilmente chissà quante volte è capitata e capiterà a tanti, ma ai più non suggerisce una voce di poesia. Tu invece ne fai l’apertura a un canto estivo di grande effetto ed è questo che mi piacerebbe che fosse la poesia, un messaggio che nella sua semplicità ricorda che tutto è poesia. Ma si sa che le cose semplici sono spesso le più difficili da fare.
    M’allieta come sempre questa tua odierna pubblicazione, da cui attingo per rilanciare “se intatti silenzi” che mi coinvolge più di tutte e in cui si riflette parte della mia sfera personale.
    Ti saluto caramente, un abbraccio e buon fine settimana Italo
    Daniela

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