La Casta

QUESTA NOTTE HA GELATO

Questa notte ha gelato. Il parabrezza
della macchina aveva sù una crosta
gelida di brina. Appena oltre
il ponte sopra il Leno, una sbiadita
foschia di bruma ha intirizzito l’erba
e gli alberi già spogli hanno un merletto
di bianca galaverna. Questa notte
è scoccato l’inverno: anche i platani
lungo il viale hanno il gelo nel midollo
e si arrendono, piano, tutti in fila,
docili, le foglie accartocciate
pendule sui rami, moribonde,
in attesa che il vento le distacchi
e le rovesci a imputridire a terra.

Scheletri nudi, senza un’apparente
memoria di un’estate ormai lontana,
s’infiammano in un ultimo sussulto
gli scòtani, le foglie arrotolate,
contorte nelle morsa della morte,
hanno secreto un fuoco di colori
dal rosso fiamma al lilla, e un alberello
– un acero – nel cortile sotto casa
ha un giallo che ricorda i girasoli.

Esco di casa, nevica, e c’è un gelo,
a raffiche, e il nevischio grado a grado
s’insinua per le strade e negli androni,
impregna scarpe ed abiti. Fa freddo,
entro nel primo bar che trovo ed ordino
un tazza di the, che mi corrobori
lo stomaco e la gola, e dò un’occhiata
rapida al giornale -poca cosa:
uno sciopero, un omicidio, una rapina,
neve a Bressanone e sole a Lipari. –
La neve ora ha smesso di cadere
e m’avvio per la strada che va a casa.

Il vento sfiora in alto le cimase
e gli abbaini. Poche le finestre
illuminate, in tacito colloquio
con le ombre; querule, in sordina,
le loro voci, un chiacchierio di bocche
come acquattate qua e là per strada,
pettegolanti; una presenza amica,
nulla che desti echi o lasci orme.

Son gli spiriti della neve, del silenzio
dell’effimero, e sfumano man mano,
invisibili agli occhi che li cercano.
L’aria è frizzante, come nessun’altra
aria di neve. Un guizzo di gaiezza
le voci di due piccoli scolari
con tanto di colbacco e di cartella.
Un autobus si ferma. Monta gente,
poi riparte e svolta dietro l’angolo.
Come in un film, con me per spettatore.

DIO, IO T’HO CERCATO DAPPERTUTTO

Dio, io t’ho cercato dappertutto,
e dappertutto, Dio, io ti ho trovato.
Dove ti cerco ovunque io ti trovo,
nel sole e nell’acqua della pioggia,
nel vento che mi porta quand’è sera
la voce di mia madre. Giorni urlati
e giorni di silenzio nel mio cuore,
fragile come un lieve soffio d’aria
che tocca le betulle e fa tremare
le candide lenzuola della nebbia.
Dio, non ho parole per chiamarti,
chiedo di Te, se Tu abbia un nome,
ti taccio ciò che ho dentro, e qui attendo
la tua Parola. Dio, e se l’hai, dilla.

UN ABITACOLO DI LÀ

Un luogo lontanissimo
e straniero, assai diverso
tanto da non essere pensato
abitabile, vissuto,
questa sì
ch’è l’ultima dimora
che voglio ripropormi, un abitacolo
nell’aldilà
(un ascensore
che salga rampa a rampa per la china
erta quel tanto da mozzare il fiato ).
Sporgendomi
al vento della valle,
di là, magari da un balcone,
da un uscio, o ( come no? )
da un muricciolo
coperto d’edera, guardare
di tanto in tanto
chi sta giù da basso,
discreto e silenzioso, camminando
senza sapere
dove potere andare,
nell’eterna illusione dell’Eterno.
E chiamare a gran voce e fare gesti
che mi vedano da laggiù,
e mi raggiungano,
che sappiano che mi ci trovo bene,
che non perdano del tempo
inutile a vivere.

QUALCHEDUNO ARRIVA

Il nonno è appisolato. La ragazza
estrae un ago e un filo da un cassetto,
si siede s’una seggiola e sfiora,
lisciandola, la gonna, fino a che trova
l’asola. Annoda il filo sul bottone.
Il filo è grosso, e certa è la tenuta,
pone la gonna sopra la spalliera
del letto, basta un colpo o due di stiro,
e il nonno s’alza e guarda l’orologio,
scuote la testa e dice ch’è già tardi
e ha sonno e va a dormire. La ragazza
si pettina e si mette sù il rossetto,
poi si guarda le unghie e le pittura
di rosso con la lacca. Prima o dopo
viene qualcuno e suona il campanello.

Chiara sera d’estate, un pipistrello
fa un balzo allo stridore di una macchina
che caccia una sgommata. Qualcheduno
arriva, e forse suona il campanello.
Dolce il respiro della sera,
dolce e febbrile l’ora dell’attesa.

Di là dall’uscio, sulle scale, i passi
di chi sale si perdono nel buio
del vecchio giroscale. Un’altra attesa,
un altro cuore in gola. Un altro uscio
cigola e si apre a un altro campanello.

RITROVIAMOCI

Quel dirsi quasi
convinti:
Ritroviamoci,
di là, ricostruiamo
il giorno dopo giorno degli affetti
ora perduti, il chiacchiericcio
dei nostri incontri quotidiani
un poco stanchi
e a stento
sopravvissuti ad un convivere
non sai se tollerante o rassegnato,
ma sì,
mi dici, ritroviamoci,
mettiamoci ancora insieme i nostri pezzi
di anima e di corpo, ricuciamoci
gli strappi giornalieri.
C’è ancora, sì,
un aprile
dolcissimo in collina,
e ancora il vento ha voci
e suoni che commuovono
di foglie ancor salde alla matrice,
e un numero infinito di stagioni,
lassù,
di un tempo sempiterno,
immutabile, un volo allegro
di rondini su campanili e gronde
e un vento che ancor caldo alle ringhiere
respira parlottando coi gerani.
O andiamo
dove mai nessuno
serba la memoria della vita,
così, senza dir niente,
senza un bacio o un addio,
senza nemmeno dire:
Ritroviamoci…

NUVOLE? SERENO? TEMPORALE?

Nuvole? Sereno? Temporale?
Scroscio d’acqua fievole o violento,
o gocciolio di un’acqua di rugiada
sui broccoli estenuati dall’arsura?
Famelici di pioggia, ringraziamo
Dio, battiamogli le mani.
Signore, fa che piova…. Ed ecco,
tutto un fuoco di fila di bagliori
di fulmini – se non fulmini, saette,
dardi, baleni, folgori, o che altro,
fulvi funamboli di lampi,
tutta una sfuriata di bufera. –

E piove sopra i poggi ed i poggioli,
piove in un modo poderoso
sopra i poveri spersi cascinali
giù da un podio di nuvole in tempesta,
non sai se durature o di passaggio,
ma, temporaneo o no, è un temporale
giunto a tempo debito, tempesta,
diluvio, nubifragio, grandinata,
turbine, procella, fortunale
o altro. Ci vuole temperanza,
oltre a temperamento, a stemperare
tempestivamente la paura
della grandine – la temperatura
pare propizia ad una mitragliata
di chicchi di tempesta.- Solo Dio,
lassù, dove torreggia, può mutare
il tempo ed il maltempo,
Lui, che sta lassù, dove grandeggia
su noi quaggiù che si piccoleggia.

DUBBIO

Giaccio a letto supino, e sto pensando,
tra lo stralunato e il cogitante,
dubito d’esser vivo.
Alzo un braccio,
ed è come se non si volesse alzare,
spingo, fatico e sudo, e ce la faccio.
Resto così col braccio insù, a mezzaria,
e non riesco a rimetterlo dov’era,
mi ci vorrebbe
uno sforzo suppletivo.
Se alzo in sù le palpebre, è come
se sollevassi duecento chili;
resto così di schiena, un po’ sfiancato
causa lo sforzo fatto.
Ma ritento,
muovo una gamba, e l’altra, ma a fatica,
e, come riesco a porre un piede a terra,
sforzo con i muscoli del femore
e con la coscia sguiscio sul lenzuolo,
la giro e poi la lascio scivolare
dal letto, e anche l’altro piede
è a terra.
Resto ora in bilico, esitante,
e bilanciando a ritmo schiena e petto,
tiro insù un braccio, rigido, impalato,
come non fosse mio,
ma un braccio d’altri.
Mi dò una spinta e mi ritrovo a terra,
con la testa che mi rotola lontana
come una palla quando le dò
un calcio.
Cerco di rincorrerla, ma non riesco.
Così ne faccio a meno. E forse è meglio,
tanto, non l’adopero, non serve.

SONO ARRIVATI QUESTA NOTTE I GRILLI

Sono arrivati questa notte i grilli,
tenere creature, per cantare,
mi sembrano umani, commoventi,
e li odo camminare tra erba e erba,
si chiamano inseguendosi per nome.
Li seguo passo passo per il prato,
e mi sdraio nel buio per cantare,
solo una volta, e non più, e canto
con la malinconia dello stonato.
Ma nessuno mi ascolta, e me ne vado.

LA CASTA

Un sogno, un’illusione, un magistrato
che risarcisce uno ch’è innocente,
quando, causa un errore giudiziario,
lo ha sbattuto incolpevole in prigione.
Un iter di angosce e umiliazioni
un processo dopo l’altro e la condanna.
Poi, Appello, Cassazione e finalmente
la libertà: E’ innocente. Assolto.
Senza nemmeno un mi spiace, scusa.

Nel caso, poi, di un risarcimento,
chi paga non è certo chi ha sbagliato,
figùrati!, qualunque cosa faccia,
appartiene alla Casta, è intoccabile,
è l’unico che ha il permesso di sbagliare,
la Legge lo consente, è un suo diritto
mettere alla gogna e rovinare
la gente fino al punto del suicidio.
Poi, male che gli vada, non è il giudice
né il pubblico ministero, ma è lo Stato,
quello che paga, Ossia coi nostri soldi,
i miei, i tuoi, i vostri. E della vedova

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