L’elogio dell’idiota

STAVA BENE

Dormi, e vai alla cieca nei tuoi sogni,
tra il presente, il passato e l’avvenire,
un poco barcollando, incerto, cauto,
per vie impervie, tra un inciampo e l’altro.
Uno, già morto nell’oblio, s’alza
contro la sua volontà e s’indigna
che l’hai risuscitato. Stava bene,
dice, là dentro, non sa perché l’hai tolto
dal sonno dell’oblio dove dormiva
a prova di memoria. Non aggiunge
altro, e con voce sonnacchiosa
e uno sbadiglio o due, si riaddormenta.

Lasciali, i morti, dove stanno, e va,
cauto, all’incontrario nel passato,
tra una memoria e l’altra, seppellendoti
con l’anima e col corpo in un ricordo
perduto nella mente. E da lì chiama
i desti che ti mettano a memoria.

QUATTRO QUINTI

Ho udito delle voci in ascensore
mentre salivo a piedi per le scale.
Via via che salivo l’orologio
a polso si fermava. Qualche cosa
di me piano piano se ne andava,
saliva verso l’alto, e non restava
di me non più che un quattro quinti:
poco, ma mi bastava. E sorridevo
a quel mio quinto fermo al piano terra.

L’ELOGIO DELL’IDIOTA

Se ne aveva il sospetto, ma ora è certo,
non esistono più gli idioti di una volta,
e qualcheduno n’era affascinato
– qualche scrittore celebre e impegnato,
è logico, tra idioti ci s’intende, –
ma erano gente onesta, e li vedevi
e li sentivi molestare gli altri,
ma con stile e senza cattiveria
– il garbo degli idioti, – in modo innocuo,
a volte un po’ impacciato e spesso goffo,
che ci faceva quasi tenerezza
e una voglia di battergli le mani
e dirgli bravi ! Ed erano coscienti
di non essere niente più che degli idioti.
Sì, la gente li chiamava “tirapiedi”,
o, peggio ancora, altri, “portaborse”,
altri, i più cattivi, “leccapiedi”,
o giù di lì, ma male non facevano,
erano semplicemente degli idioti.
Oggi, all’idiota, non gli sfiora il dubbio
d’essere un idiota, anzi, all’incontrario,
ne ha tutta un’opposta concezione:
Napoleone, alla testa di un esercito,
voleva far credere alla gente
d’impersonare un Alessandro Magno.

SOLO DIO LO SAPEVA CH’ERO MORTO

Escono le donne sulle aie
col primo sole. Escono a sciacquare
i piatti e le stoviglie della sera.
Nella danza di un battito di ali
echeggia la risata di una gazza
sulla soglia del bosco. Solo Dio
lo sa dove il sole tocca il mare.

Nell’epifania del giorno che si schiara,
il riverbero d’un’eternità nascente,
affacciata a un lontano paradiso.

Se n’è andato l’Angelo del sonno,
ma nessuno lo sa dove sia andato,
dove la luna, forse, va a dormire
come un petalo d’alba di un roseto.

Dio lo sapeva che io ero già morto,
io no, non me l’aveva detto.

PASSI CAMMINATI

Passi camminati nel silenzio
buio del cuore. Al di là di un sogno
cerco una ventata di parole
che mi si perdano al di là del sole.

Cerco degli occhi carichi di amore
ed una bocca di un sorriso rosa,
una voce che mi gridi da lontano
folate di memorie. Camminando
inseguo qua e là coriandoli di voci,
pezzi d’azzurro da riempirmi il cuore.
Cerco un paio di ali per volare.

QUESTA NOTTE HA FATTO TEMPORALE

Con quest’aria fragrante di stamani,
d’improvviso ci coglie un nuovo giorno.
La pioggia finalmente se n’é andata
(questa notte ha fatto temporale),
e una musica di acqua di grondaia
ci ha tormentati il sonno fino all’alba.

Non sai quanti sogni io abbia da fare
ora che sono desto, e mi rigiro
qua e là nervosamente in dormiveglia.
Un dormiveglia che si fa da svegli
tutto il santo giorno fino a sera.

IL PROSSIMO AVAMPOSTO

Viviamola, questa vita, e poi moriamo,
ma di una morte dolce per bambini,
facendo finta di salire in cielo
in un lontano allegro paradiso.
E la si cerchi poi, di là, una vita
di là dall’al di qua, una vita nuova,
dove vanno a vivere in eterno
gli uomini che ridiventano bambini.
E allora chiameranno i nostri nomi
in mezzo a tanta gente convenuta
come rondini stanche dopo un viaggio
lunghissimo nel paese dell’Anima,
e urleremmo all’appello all’adunata
i nomi che una volta furon nostri,
per poterci contare e ripartire.

Dove? Non si sa. Come soldati
all’attacco del prossimo avamposto.

LA BUONASERA

C’è tanta parte della mia anima
nell’aia sonnolenta della sera.
Il grano è ormai maturo nei solai
e mia madre prepara la polenta
mentre la luna va su e giù a caso
nel vento della valle. E questa è l’ora
dei passi svelti e gai delle suorine
che vanno al vespro. Un suono roco
di una campana che dà la buonasera.

TU, VOCE TENEREZZA SUSSURRATA

Tu, che evanesci come una nuvola
coi contorni che via via si sfanno,
tu, voce tenerezza sussurrata
a fior di labbra, utopia di un sogno,
tu, smania di chissà quale tremore,
tu, voce che non esce, chiusa in gola,
relitto di chissà che perso amore,
confusamente effimero ed incorporeo,
amore nato e morto in un pensiero.

Sei un’ombra, solo un’ombra, che mi segue,
ombra da farne una dolente amante
per un tenero amore silenzioso,
una dolcezza di un mai avuto amore.

Ti penso in questo primo quieto albore
di un giorno lì lì in fieri, e ti vedo,
essenza invisibile alla gente,
ma non a me, in questa poca luce,
e la tua voce è dolcezza e pena,
felicità di un sorriso in fiore.

UN INVERNO SNERVANTE

Un inverno snervante
questo, che ci eleva
agli altissimi spazi dello spirito
mentre la grande cresta
dei monti ci preclude l’infinito.
Bianco di neve il gelo
come in un gioco di un’antica fiaba
nel fremito del tempo. Su di noi
l’effimero via vai delle nuvole
nei bianchissimi mattini di gennaio
si sfila in un paziente girotondo.
Cerco un filo d’erba ancora verde,
uno sparuto pigolio di un passero.

Cadono l’uno dietro l’altro
i giorni, e non lo sai dove vadano.
Domandalo allo scoiattolo, che monta
di guardia alla prossima nevicata.

LA FARFALLA E LA LAMPADA

Una lampada a muro e una farfalla
che le gira impazzita tutt’intorno,
e una sedia accanto a una finestra,
e sulla sedia un uomo che riposa
appisolato, e, fuori, in cielo, una
luna straordinaria mai veduta.
L’uomo, nel traffico del tempo,
è ormai al punto in cui la solitudine
è un approdo sicuro al pellegrino
in cerca di un rifugio. Un ospitale
ricovero la sera oramai tarda.
L’uomo e la farfalla. Ed una luce
d’eternità nel rogo delle ali,
una fumata di dolente iniziazione.

OMBRE DI OMBRE

Nella luce giallastra di un lampione
la sagoma di un’ombra. C’è un cancello
nello straziato bianco della neve,
dove un muro delimita il giardino,
e un alito di vento che va e viene.

Nel vigile riposo della notte
si vedono delle mani salutare
oltre la linea bassa di una siepe:
avanguardie di un onirico ricordo
sopravvivono al tempo senza tempo
in un via vai ininterrotto di partenze
e di arrivi nel periferico silenzio,
senza un rido che le animi e riscaldi.
Forse è l’inizio della fine,
un anticipo delle notti che verranno.

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3 thoughts on “L’elogio dell’idiota

  1. “L’uomo e la farfalla. Ed una luce d’eternità nel rogo delle ali, una fumata di dolente iniziazione.” meraviglioso questo pensiero nato da un’osservazione che solo un’animo profondo e sensibile può cogliere ed elevare.
    Molto vicini al mio animo quei Passi camminati, bellissimo l’incanto di Un inverno snervante. Però per non far torto a nessuna le ripropongo tutte sul mio blog, ognuna merita un plauso.
    Un affettuoso abbraccio Italo

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