La storia della lingua italiana

STORIA DELLA LINGUA ITALIANA

Quando e come è nata la lingua italiana? Un giorno mi sono posto questa domanda, e da allora mi sono addentrato nella lettura di diversi testi specializzati in linguistica, la maggior parte scovati nella Biblioteca comunale. E, pignolo come sono, cogliendo qua e là fior da fiore, ho messo insieme un bel po’ di pagine, quel tanto che potesse risultare una panoramica, magari non del tutto completa, data la vastità dell’argomento, ma quantomeno chiara, reale, e soprattutto interessante. La nostra lingua, quella che ci permette di essere un solo popolo, dal Brennero a Lampedusa e Pantelleria:potremmo anche essere diversi di mentalità, di abitudini, di usanze, di tradizioni, ma pur sempre parlanti lo stesso idioma, che ci distingue dagli altri europei. Di tutto il mio lavoro di ricerca, riporto qui, per brevità, soltanto una sintesi. E, a chi ne fosse interessato, buona lettura. E’ come addentrarsi in un romanzo di cui si sa il titolo ma poco della trama.

I primi documenti che ci danno già una precisa fisionomia della nascente lingua italiana, anche se un italiano preistorico, sono quelli già risaputi, come l’indovinello della Biblioteca Capitolare di Verona, che risale all’VIII secolo d.C.:

Boves se pareba, / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba

( spingeva avanti i buoi, / solcava arando un campo bianco, / teneva un bianco aratro / e seminava nero seme = la penna d’oca che con le dita lascia l’inchiostro s’un bianco foglio ).

Nella cosiddetta Carta di Capua ( marzo 960 d.C. ), un lungo documento scritto in latino, si legge, ripetuto quattro volte: Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti benedicti

( più o meno: so che quelle terre, in quei confini che qui le contengono, trent’anni le possedette la parte di San Benedetto ).

Questo, per quanta riguarda le prime frasi scritte nella nostra lingua; per quanto riguarda i primi versi poetici, dobbiamo arrivare al Ritmo Laurenziano o al Ritmo su sant’Alessio o all’ Elegia giudeo-italiana ( Le ienti de Sion ), di cui diremo qualcosa più avanti. Ma soprattutto dobbiamo arrivare a San Francesco, quindi agli albori del 1200.

È significativo per una civiltà letteraria aver toccato fino dall’inizio della nascita della propria lingua nazionale il suo massimo splendore con Dante. Quell’altezza, toccata anche per la presenza quasi “a ridosso” del Petrarca e del Boccaccio, che costituisce sin dall’inizio un grande tesoro letterario ( nonché civile, quale segno e anticipo dell’unità linguistica nazionale ), è senz’altro un miracolo di una lingua, come la nostra, che, per la musicalità della sua parlata, è più che altre predisposta alla poesia.

La cosiddetta lingua “volgare” toscana ( e fiorentina in particolare ), cioè il dialetto parlato dal “popolino”, si è imposta nella concorrenza di altri idiomi, che si erano ormai radicati in certe parti della penisola, come soprattutto il siciliano, il napoletano e il veneto, che, nati dalle ceneri del latino, erano riusciti nel frattempo a darsi una loro propria autonomia ed erano largamente rappresentati nelle loro aree di competenza.

I poeti soprattutto hanno contribuito a fare del “volgare”, in particolare di quello toscano, la nostra lingua nazionale, trasmettendolo e potenziandolo con i loro scritti.

Se nel secolo XIII, accanto alla poesia, si stava a poco a poco manifestando anche la giovane prosa italiana ( nel senso di italiano “volgare” ), questo era il segno che già da gran tempo i vari dialetti del paese ( con la matrice comune del latino ) si venivano riducendo, nella parlata, a quella lingua nuova e vitale che Dante, nella sua Vita nova, affermava già in uso presso i poeti volgari da circa un secolo e mezzo.

La lingua nazionale è stata il risultato di tale processo di affermazione, assai lungo, è vero, e spesso anche non facile, tortuoso: la poesia in tale processo, soprattutto nel periodo 1200-1300, ne fu la protagonista, creando un proprio codice linguistico che rifletteva idee, cultura, usi e tradizioni delle classi di allora, categorie o corporazioni che si andavano via via formando, in maggioranza composte dall’elite della società di allora, dotti, notai, mercanti, giuristi, politici, predicatori, filosofi, intellettuali d’ogni genere.

E anche religiosi: vedi San Francesco d’Assisi con il suo famoso Cantico di frate Sole o Cantico delle Creature ( le Laudes creaturarum ):

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,

spetialmente messòr lo frate Sole

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Aqua,

la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta…

e fra Jacopone da Todi, convertito francescano ( con le sue Laudi ):

Donna de Paradiso, / lo tuo figliolo è preso, / Iesù Cristo beato. / Accurre, donna, e vide /che la gente l’allide; / credo che lo s’occide, / tanto l’ho flagellato…

 e senza dimenticare la preziosa testimonianza di un altro testo delle nostre origini, anche se poco conosciuto, un’elegia ( una “kina” ) che veniva cantata dalle minoranze ebree dell’Italia Centrale, Le ienti de Sion ( Le genti di Sion ):

La ienti de Sion plange e lutta; / dice: – Taupina, male so’ condutta / em manu de lo nemicu che m’ao strutta. – / La notti e la die sta plorando, / li sol grandeze remembrando, / e mo pe lo mundi vao gattivandu…

Il latino della gente colta e quello della Chiesa era oramai un latino deformato, lontano da quello di Cicerone, e contagiato dall’influsso di altre lingue, quelle cosiddette “barbare”, pieno di neologismi e trasformazioni grammaticali presi dalla parlata del “popolino” ; per fare solo qualche esempio, il cosiddetto popolino ( il volgo ) diceva oclus ( occhio ) e non oculus, oricla ( orecchio ), non auris, colomna ( colonna ), non columna, calda e non calida, campus ( campo ) e non ager, bucca ( bocca ) e non os, casa e non domus, bellus ( bello ) e non pulcher. A proposito, anche Catullo, col suo latino moderno, non scriveva più pulcher bensì bellus ( che nel vero latino significava tutt’altro: guerra ). Ciò per dire che, poeti o non poeti, la lingua latina si andava comunque trasformando man mano in una lingua nuova, il volgare, che i poeti hanno avuto il merito di ufficializzare. La lingua romana passava così dalla fase di romana rustica a quella romanza: e dentro questa lingua romanza si svolse a sua volta la lingua italiana.

Lo straniero romanizzato, il Goto che voleva del pane e udiva dire dai romani da mihi illum panem ( dammi quel pane ), lo storpiava a suo modo in da mi il pane ; di simili esempi che hanno portato alla volgarizzazione del latino ce ne sono a decine. Il latino però sopravvisse a lungo, specie nelle opere filosofiche e scientifiche, fino al 1600, quando la gente non lo capiva neppure più. Come se ai dotti di allora paresse disdicevole esprimere le proprie idee nel dialetto del cosiddetto “popolino”

La poesia ha fatto da protagonista nella nascita e nell’affermazione della nostra lingua nazionale. Tant’è vero che in quel periodo che noi definiamo medioevale i poeti di cui ci sono arrivate testimonianze hanno usato il volgare ( la lingua del popolino) per la poesia, e, poiché erano generalmente uomini di cultura, intellettuali, hanno riservato agli altri loro scritti ( trattati filosofici, testi teologici, giuridici, saggi, ecc. ) il latino, la lingua del ceto colto, quella delle classi più abbienti, i notai, i giureconsulti, i filosofi, i teologi, ma anche i commercianti e gli uomini di Chiesa. Come a voler dimostrare che la poesia era un qualcosa di diverso, che doveva appartenere a tutti, anche al popolino, e non solo una elite ristretta: tutti dovevano capirla e gustarla.

Così, il volgare si andò via via sempre più affermando sul latino. Importante punto di partenza la Scuola Siciliana, il cui volgare trovò la sua continuazione nel “volgare” toscano, merito gran parte dei poeti ( anche se non tutti propriamente toscani ) di quei tempi. La validità dei risultati poetici va messa in rapporto, alla fine del Duecento, con lo sviluppo della civiltà comunale, col suo modo di sottrarsi ( dal punto di vista politico, giuridico e culturale ) al dominio del nobile signorotto feudale o dal sovrano, segnando in breve tempo l’ascesa della classe borghese e la sua assimilazione alla vecchia aristocrazia. Bisogna poi aggiungere l’influsso dei grandi movimenti religiosi sbocciati alle soglie del Duecento, e che non disdegnavano l’uso della lingua “volgare” ( soprattutto i francescani e i domenicani ).

Nell’alternarsi delle varie scuole ( da quella siciliana, nata da influssi provenzali, al “dolce stil novo” nato una cinquantina d’anni dopo ), il linguaggio della poesia subirà modificazioni che diventeranno man mano più vistose quando interverranno i trecentisti, Dante, Petrarca e Boccaccio. Con questi tre autori, soprattutto il terzo, si avrà l’inizio della trasformazione del “volgare” in lingua italiana vera e propria.

Il “dolce stil novo” significò fin dall’inizio la gentilezza e la spiritualità dell’amore, idealizzandolo, sostituendo però le regole di “cortesia” tipiche del vassallaggio, adottate dalla Scuola Siciliana, nata cinquant’anni prima, influenzata da quella occitanica ( la Provenza della lingua d’oc ), con un linguaggio pieno di allegorie e di visioni che Dante accoglierà in una sfera filosofica sia nelle Rime che nella Divina Commedia.

Con Boccaccio, morto nel 1375, si chiude l’epoca dei poeti medioevali. Siamo alle soglie del 1400, che darà il via ad un grande rinnovamento culturale, con le scuole filologiche e filosofiche, col neoplatonismo di Ficino, Pico della Mirandola, ed altri. Inizia un’epoca ( quella dell’Umanesimo, tra il 1350 e il 1450 ), i cui iniziatori furono il Boccaccio e il Petrarca. Un periodo di poemi storico-cavallereschi, come Luigi Pulci, il Boiardo, l’Ariosto, quest’ultimo però appartenente buona parte già all’epoca successiva, il Rinascimento ) ma ricco di letterati, pittori, scultori, architetti, filosofi, matematici, scienziati, ecc.

Nella poesia del Medioevo prevale, come abbiamo già detto, tranne poche eccezioni ( tra cui Cecco Angiolieri, Rustico di Filippi detto il Barbuto, di Firenze, 1230-1295, poeta burlesco e Folgòre da San Geminiano ), la tematica dell’amore,come se l’amore assimilasse tutti gli altri sentimenti, i religiosi, i civili, i politici.

Dalla idealizzazione della figura femminile si passerà al Rinascimento alla donna oggetto di passioni, la donna amata ma che sa amare, mutamento che avrà una grande importanza nella poesia del Romanticismo. E nel Rinascimento avremo anche le prime donne poetesse, Gaspara Stampa e Isabella di Morra, per esempio.

L’amore dei poeti medioevali è amore per la donna e per il Creatore. La Scuola Siciliana ( di alta qualità con il notaio Giacomo da Lentini, inventore del sonetto ) nasce e fiorisce in dipendenza della poesia provenzale ( quella dei “trovatori” – da trobar = poetare; si pensi a Jaufré Rudel, attivo a partire dal 1150, a Bernart de Ventadorn, a Rambaldo) e si inserisce a tutto campo in varie parti dell’isola, specie a Palermo, alla corte di Federico II, anch’egli poeta, e imperatore a cominciare dal 1220.

I poeti del Dolce Stil Novo e quelli della Scuola Siciliana avevano scelto il proprio“volgare”, poiché il volgare, come scritto da Dante, era per loro “la lingua ideale per scrivere d’amore”. Con la sconfitta di Manfredi, figlio di Federico II, a Benevento ( 1266 ), ha purtroppo fine l’avventura culturale della Scuola siciliana e inizia l’epoca del Dolce Stil Novo toscano.

Come già detto, i poeti erano persone eminenti e colte, principi, giudici, notai, ecc., tutti perciò abituati a servirsi del latino come lingua corrente. In “volgare” cantarono solo l’amore per donne vere o finte. L’esempio più eclatante ci viene da Pier della Vigna, il cui importante epistolario è scritto tutto in latino. E la grande maggioranza di loro cercava, dov’era possibile, di ripulire e “nobilitare” il proprio dialetto volgare “latineggiandolo”: Guido delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, Giacomo Pugliese, Cielo d’Alcamo soprattutto. I termini “volgari” venivano così a volte “dirozzati” , nobilitati, con termini trasformati ad arte provenienti dal latino, o meglio con parole latine volgarizzate.In Toscana questo “nobilitare” diventa addirittura un uso costante, e così anche nell’Umbria, nelle Marche, nella Liguria, nell’Emilia, e pure nella Lombardia, tanto per citare le aree più interessate alla poesia dolcestilnovista.La poesia non era ancora “sentita” dal popolo, perché esso aveva i suoi problemi, le sue necessità, i suoi travagli. E non dimentichiamo l’altissimo tasso di analfabetismo di allora. Il latino era troppo difficile con le sue regole grammaticali, e il “popolino” lo storpiava semplificandolo, portando così via via alla nascita di una lingua nuova, senza tanti orpelli grammatici e sintattici.

Dante è stato il primo storico della lingua italiana, grazie a lui si hanno notizie preziose sull’evoluzione del “volgare”

Riguardo ai nuovi dialetti, quelli non toscani, che si parlavano in Italia, Dante li aborriva, negando loro il diritto di rappresentare il “volgare”: definiva “fetido” il dialetto romanesco, e di quello della Romagna diceva che era “tanto molle che un uomo, pur se parlasse virilmente, è tenuto femmina”. Scriveva anche che né il siciliano né il pugliese erano belli, e neppure il bolognese, pur se “ di lodevole soavità temperato”. Riguardo alvolgare” della Scuola Siciliana scriveva però che ha fatto tale presa, che quando ci si riferisce alla lingua poetica, si parla di lingua siciliana. ( “quod quicquid poetantur Itali Sicilianum vocatur”: quello che in Italia si scrive in poesia, è chiamato siciliano ). Comunque, c’è un notevole passo in avanti nell’evoluzione linguistica dal volgare ancora fortemente latineggiante, bello nella sua rozza dolcezza, di San Francesco d’Assisi ( il Cantico di Frate Sole risale al 1225, anno delle stimmate ) a quello scorrevole del Petrarca e del Boccaccio. E non è passato molto più di un secolo. San Francesco è considerato l’iniziatore sublime della poesia italiana tanto per novità tematica che per arditezza linguistica. Perciò lo si antepone ai testi coevi in volgare, subito prima di quel fenomeno tipicamente cortese che fu la Scuola Siciliana.

Ha scritto il critico Francesco Flora che “non il siciliano illustre, o il bolognese, o il fiorentino è da considerare il nucleo della lingua italiana; ma quell’ideale volgare che Dante sentì, nel suo pellegrinare, in tutte e in nessuna delle regioni italiane, le quali allora, e sempre, anche oggi, tenderanno a recare nella lingua, come in una forma purificata, i modi del proprio dialetto, e sigillarli con impronta italiana.”Per aspre che fossero a quei tempi le contese che innalzavano barriere regionali e condizionavano i rapporti tra regione e regione o tra città e città, la lingua “volgare” tendeva man mano sempre più ad una forma unica, a diventare l’italiano.

E l’italiano, giunto alla fine del ‘300 a una sua maturità nelle varie regioni d’Italia, anche grazie alla Chiesa, giunse ad affermarsi un po’ ovunque entro i confini nazionali, e questo senza che vi fossero dei rapporti di dipendenza tra una regione e l’altra. E questo ai giorni d’oggi pare quasi una cosa prodigiosa.

 

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