MARIO LUZI, poesia e fede

Mario_Luzi

Luzi nasce a Castello ( Firenze) nel 1914. Trascorsa la sua prima infanzia a Siena, nel 1929 torna a Firenze, dove frequenta il Liceo Classico e termina gli  studi, laureandosi nel 1936 in Letteratura Francese. Con  Carlo Bo, Piero Bigongiari e Oreste Macrì è uno dei primi ad aderire alla  corrente letteraria dell’Ermetismo, e ne diviene presto uno dei giovani poeti più rappresentativi, iniziando a collaborare negli anni Trenta a prestigiose riviste, come Frontespizio, Campo di Marte, Letteratura, e altre, intonate a quel movimento.

Nel 1937 inizia l’insegnamento prima a Massa, poi a Parma. Nel 1941 si trasferisce  a San Miniato, e nel 1945 a Firenze, sempre come insegnante. Nel 1962 è  chiamato alla cattedra di Letteratura Francese e poi di Letterature comparate presso l’Università di  Urbino. Nel 2004 il Capo dello Stato Ciampi lo nomina senatore a vita. Muore  a Firenze il 28 febbraio del 2005.

In quest’epoca di spreco verbale, in cui il delirio dei linguaggi, la ricerca quasi spasmodica dell’assoluta originalità e novità del verso porta ad una specie di poesia-non poesia od antipoesia, – complici, e questo è grave, anche alcuni poeti già affermati a livello nazionale e oltre,  e il Gruppo 63 certamente è il principale colpevole, con la trasformazione della poesia in una sorta di fucina di esperimenti illogici, assurdi, incomprensibili che hanno allontanato dalla poesia una certa parte di lettori – in quest’epoca, dicevo, di svilimento della parola fino all’insignificanza, parlare di poesia e fede non è facile, sembra andare contro corrente.

Parlare di poesia religiosa, poi,  in questa contingenza storica in cui la maggioranza dei poeti ma anche narratori italiani a livello nazionale, fatta eccezione per Mario Luzi e pochi altri, appartengono o sono appartenuti a una matrice ideologica materialistica e quindi tendenzialmente  areligiosa, non è cosa semplice. Il pensiero occidentale moderno, ed anche contemporaneo, ha per gran parte rotto il rapporto simbolico-religioso della natura e va per nuove vie d’interpretazione al di fuori della metafisica, la grande madre del pensiero di noi occidentali. Probabilmente per un senso di smarrimento, per una difficoltà a proporre altre risposte ai quesiti esistenziali. Cristo, per molti tra i cristiani, non è più quello che avevamo appreso dai nostri genitori, ma è un semplice profeta, un maestro di vita, se vogliamo. Più che il crollo del muro di Berlino, il crollo dei principi della fede è un dato di fatto inoppugnabile.

Difficile che nascano altri poeti d’ispirazione religiosa nel vero senso della parola, come un Clemente Rebora o un Davide Turoldo. Ma costoro erano anche sacerdoti, quindi ispirati dal sostegno della loro voca zione. Ma difficile che nascano anche scrittori con la fede salda di un Alessandro Manzoni, tanto per citare un laico. Unico poeta laico del 900 che si può inserire, assieme a Carlo Bettocchi, tra quelli ispirati dalla fede, il più grande per me del ‘900 assieme ad Eugenio Montale, è Mario Luzi. Parlo naturalmente dei poeti che hanno fatto grande la poesia italiana contemporanea. C’è però da dire che l’ansia metafisica non ha esaurito nei poeti italiani contemporanei il suo anelito. Quella no, trapela qua e là nei versi, magari sconfinando in forme di esoterismo, di magia, o mascherandosi dietro dogmi ideologici e sociologici. Una ricerca del soprannaturale, dell’escatologico che parte spesso dall’aridità del pensiero materialista e procede penosamente, quasi con angoscia, nel tentativo di scoprire al di là del nostro piccolo mondo un qualche cosa di grande e di sublime, che non sia solo un sogno, una speranza.

Eugenio Montale, tipico rappresentante della poesia diciamo laica, ad esempio di fronte all’assurdo del problema esistenziale, cerca un varco per l’aldilà.

Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento. / Mi provo a modularlo nella speranza / che tutti siamo già morti senza saperlo.

La consapevolezza di un qualcosa che possa esistere di là, oltre la materia, nonostante la sua fede di non credente, gli fa scrivere alcuni versi sofferti di grande poesia:

Il viaggio finisce qui:  / nelle cure meschine che dividono  / l’anima che non sa più dare un grido….  / Il viaggio finisce a questa spiaggia  / che tentano gli assidui e lenti flussi.  /  Nulla disvela se non pigri fumi /  la marina, che tramano di conche /  i soffi lenti…  / Il cammino finisce a queste prode  / che rode la marea col moto alterno. / Il tuo cuore vicino che non m’ode / salpa già forse per l’eterno.
( Da: Casa sul Mare – Ossi di seppia )

Nell’ultima parola, in quell’eterno detto quasi come  un’appendice, un filo di speranza, c’è il dramma di un poeta che non sa, ma magari vorrebbe credere.
Un’altra poesia emblematica di Montale, nella silloge Mediterraneo, dice:

Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; forse il nostro cammino  / a
non tocche radure ci addurrà / dove mormori eterna l’acqua di giovinezza / o sarà forse un discendere  / fino al vallo estremo,  / nel buio, perso il ricordo del mattino…

La speranza di un Eden in un domani che non si sa se sarà lieto od oscuro, un Eden della Bibbia, con la fonte dell’acqua dell’eterna giovinezza. O la paura di una discesa in un vallo estremo. Speranza e paura di uno che forse non sa neppure lui di credere.

La desolazione del pensiero moderno, che rappresenta il fallimento della promessa di felicità, Mario Luzi la interpreta in una splendida poesia ( Sulla riva ) come pontili deserti che scavalcano le ondate e dove anche il lupo di mare si fa cupo.

Che fai?, dice Mario Luzi – Aggiungo olio alla lucerna, / tengo desta la stanza in cui mi trovo / all’oscuro di te e dei tuoi cari.

Le ondate cui accenna sono quelle distruttive del pensiero nichilista, visto in un’immagine drammatica e magnifica insieme.

La brigata dispersa si raccoglie, / si conta dopo queste mareggiate. L’uomo del faro esce con la barca, / perlustra, va verso l’aperto.

Cosa  devono fare gli uomini che, come Luzi, mai hanno smesso di credere? Devono aggiungere olio alla lanterna, tenendo desta la stanza, ossia la fede in cui si trova la speranza. Chi è sopravvissuto alla non-fede, si raccoglie, si conta. E il poeta, per Luzi, è uno di quelli che aggiungono olio alla lucerna. Il poeta interprete di una poesia che sia canto di fede e d’amore. Colui che come l’uomo del faro esce dopo la mareggiata a vedere di raccogliere l’eredità della nostra cultura bimillenaria.

Sulla  riva

I pontili scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa  cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.
La brigata dispersa si raccoglie
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? Ti spero in qualche porto…
L’uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l’aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

Una grande opera religiosa di Mario Luzi, forse la più toccante ed elevata spiritualmente, è La Passione, via Crucis al Colosseo, propostagli dalle autorità vaticane in  occasione della Pasqua del 1999, avente per tema la Passione di Gesù: un volumetto di una settantina di pagine, un’altissima meditazione sull’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù.

Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. / È bella e terribile la terra, / io ci sono nato quasi di nascosto, / ci sono cresciuto e fatto adulto / in un suo angolo quieto / tra gente povera, amabile e esecrabile./ Mi sono affezionato alle sue strade, / mi sono diventati cari i poggi e gli uliveti, / le vigne, perfino i deserti. / Padre, no giudicarlo / questo mio parlarti umano quasi delirante, / accoglilo come un desiderio d’amore, / non guardare alla sua insensatezza. / Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà / eppure talvolta l’ho discussa. / Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego. / Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina, / ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi. / Qui termina veramente il mio cammino. / Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità. / Ma Tu sai questo mistero. Questo solo.

Il pensiero di Luzi si riflette nelle fonti di un determinismo religioso che ha sapori platonico-agostiniani ( hanno scritto anche giansenistico-manzoniani e danteschi ), dove la memoria è il “ricordo puro” ( …ricordo senza limiti, / ricordo senza corpi né ombre ) che fa da “strumento mediatore” del suo “fervore-certezza”, risolto in un incredibile ” slancio  interiore”, o “febbre” o “straripante desiderio” del salire: Può tante volte essere stata alta / questa febbre, e salire, salire ancora…

5 pensieri su “MARIO LUZI, poesia e fede

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